Da ottobre Tempi si può acquistare in tutte le edicole. Nel numero di questa settimana c' è un taz&bao significativo, che ci insegna che la storia si ripete, ma il Crocifisso ritorna sempre con la sua misteriosa vittoria. Eccolo:
Narrasi a questo proposito un molto curioso aneddoto. Il consiglio legislativo della Cisalpina, di cui Parini era membro, teneva la sua adunanza nello stesso luogo
dove siedeva l’antica Cameretta e dov’eravi un gran crocifisso, che un giorno alcuno di quegli esaltati repubblicani fece levar via. Giunto Parini e non vedendo più il crocifisso chiese fieramente ai colleghi: dov’è il cittadino Cristo? Al che eglino, ridendo e motteggiando, risposero averlo fatto riporre altrove perché non aveva più nulla a fare colla nuova repubblica. Ma l’austero poeta soggiunse: ebbene, quando non c’entra più il cittadino Cristo non c’entro più nemmen’io. E si dimise immediatamente dal suo ufficio.
Vincenzo Monti, In morte di Lorenzo Mascheroni, 1802
«Come ministro dell'istruzione mi sento in dovere di dirvi grazie,
grazie perché avete fatto davvero un grandissimo lavoro. Credo che questa scuola sia una vittoria del paese, perché così si fa scuola, così di valorizza la formazione professionale, così si supera la crisi, ci sono molti convegni, ma le risposte sono spesso con il fiato corto».
Alla “Scuola Oliver Twist” la Gelmini si presenta con le idee chiare; incisiva e incalzante dice quello che in tanti pensano, dice le cose come sono. Riscuote ampi applausi da una platea variegata, gremita da più di 400 persone. Solo posti in piedi per entrare, autorità e istituzioni innumerevoli presenti, uno schieramento di imprenditori e artigiani con una straordinaria presenza di insegnanti e dirigenti scolastici insieme ai genitori di ragazzi.
Il Ministro parla del programma dei prossimi 10 anni, orizzonte inconsueto per un politico, ma soprattutto è non convenzionale quando sposa «la valenza educativa e culturale del lavoro. In Italia - continua la Gelmini - esiste un luogo comune chi studia non deve lavorare e chi lavora non deve studiare. Questi sono i muri da abbattere. Dobbiamo rendere la scuola istituzione per eccellenza».
È iniziato qualcosa di nuovo nel panorama educativo italiano. Gli ultimi, i ragazzi che hanno abbandonato la scuola, quelli che il sistema non è riuscito a tener dentro e ha mandato alla formazione professionale, sono oggi tra i primi a godere di una delle più interessanti novità del panorama educativo: un interessante metodo pedagogico. Il Vice Presidente della Regione Lombardia e assessore all'Istruzione Formazione e Lavoro Gianni Rossoni ne racconta gli sviluppi con passione.
In alcune realtà dell'Istruzione e Formazione Professionale sta emergendo esperienzialmente l'indicazione di un nuovo metodo pedagogico sempre più necessario per imparare: dall'esperienza alla conoscenza. Un'erudizione o una conoscenza tecnica, un accumulo di informazioni, come si può fare con un computer non portano una conoscenza umana. La conoscenza umana accade dentro un rapporto, coinvolge tutto l'io. Un sapere che non implica tutta la persona, la propria umanità, l'affezione, la ragione, manca del gusto della vita, è un sapere senza sapore.
Questo seme di novità hanno voluto mettere a tema Fondazione Oliver Twist e Fondazione Cometa con Fondazione per la Sussidiarietà, a Como, con la realizzazione di un convegno internazionale. L'iniziativa nasce con la presentazione dell'indagine condotta da Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà su un significativo campione delle 250 imprese del territorio lariano, che hanno preso in stage o assunto almeno uno dei ragazzi della Scuola Oliver Twist.
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Per approfondire:
Muti e la Cometa, quando bellezza e gratuità vanno a braccetto
FOTOGALLERY/ Il Maestro Riccardo Muti alla Cometa di Como
VIDEO/ Guarda "Per Crescere" il documentario sulla scuola Oliver Twist
PHOTOGALLERY/ L'incontro di presentazione della scuola Oliver Twist
Da qualche mese P. Aldo ha iniziato la collaborazione con Tempi, che, come sapete, da ottobre è acquistabile in tutte le edicole.
Oggi nel suo articolo viene affrontato il tema che è sempre censurato, anche se è il più temuto e reale nella vita di tutti, perché non c'è alcun fstto che, come la morte fisica che, al pari della nascita, riguardi tutti, proprio tutti.
Il cristiano impara con gli anni a non temerla perché sa che è il passaggio invitabile alla vita definitiva e bella e piena di continue sorprese cui siamo destinati. Ma prima di arrivare a tale certezza occorre tutto il persorso della fede che si fonda unicamente sull'esperienza perché - almeno la fede cristiana - deriva da un fatto, un Fatto unico ed eterno, ma un fatto sperimentabile.
Ebbene, ecco cosa dice P. Aldo sull'argomento che anche i grandi filosofi e le persone importanti (o che si credono tali) tanto temono:
Commemorare i santi e i defunti è una prova di ragione
Mentre i disorientati giocavano a fare Halloween, noi che ancora
amiamo e usiamo la ragione ci apprestavamo a vivere il giorno di Ognissanti e la commemorazione dei defunti. Due date differenti: 1 e 2 novembre. Due giorni dedicati agli estinti, ma ontologicamente una cosa sola. Perché? Chi sono i santi? Sono tutti quei defunti che hanno vissuto la loro vita con la coscienza più o meno chiara della loro relazione con il Mistero. Quei defunti che hanno preso sul serio la loro umanità, il loro cuore, inteso non come metro di misura del mondo, ma come finestra aperta sulla realtà. I santi sono coloro che hanno raggiunto, superando la barriera della morte, la visione piena di Dio, che nel vecchio catechismo si chiamava paradiso. La Chiesa attraverso questa doppia festività vuole ricordarci, e risvegliare in ciascuno di noi, il destino. La Chiesa, nella sua vocazione divina, è chiamata a dirci che la morte restituisce all’essere umano la verità della vita, il destino ultimo per cui siamo stati creati.
Il 2 novembre, giorno dei morti, a meno di non aver anestetizzato il raziocinio, non possiamo non porci tutti davanti alla realtà della morte, guardandola dritta in faccia. Solo lo sciocco può eliminarla, solo “l’ubriaco” può scordare quanto scritto nella bella poesia di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi».
I tuoi occhi, non quelli della fidanzata o del fidanzato, dello sposo o della sposa, degli amici, dei tuoi parenti, degli altri. No, no, no. Avrà i tuoi occhi, avrà il tuo nome, il tuo cognome, e si porterà via tutto ciò che hai, quello che hai idolatrato, ciò in cui hai riposto la tua fiducia, la tua ragione di vita. Ti strapperà via dalla tua casa, portandoti dove il tuo corpo ritornerà ad essere terra. Nella confusione che molte volte ci domina, la morte mette in chiaro tutto. Non si tratta di un’affermazione bensì di un fatto, senza “se” e senza “ma”: perché ci mette davanti all’eterno e ci pone una domanda alla quale non possiamo sfuggire, che non possiamo evitare, se non venendo meno alla natura del nostro cuore: cosa supera la barriera della morte? Risposta: solo ciò che è vero.
Per me la politica è la più alta forma di carità ( PaoloVI); perciò se c'è lui, guardo volentieri qualsiasi trasmissione, anche Annozero o Ballarò, trasmissioni per me assolutamente assurde e inutili.
Quando ieri in facebook ha comunicato che sarebbe stato presente a Ballarò, gli ho fatto i miei auguri e l'ho ringraziato perchè porta un po' d'aria fresca nell'agone della politica che sta diventando sempre più una bolgia infernale di urla irrazionali e assurde, mentre l'Italia ha bisogno di politici seri che si occupino del bene comune.
Ecco perché propongo molto volentieri i passaggi di Ballarò di ieri che Maurizio Lupi ha postato nel suo blog:
SONO ON LINE I VIDEO DEI MIEI INTERVENTI A BALLARO' (11/10/2009 )

Intorno a cosa ruota la politica? Alla giustizia o all'economia? E che succede nella maggioranza? Se ne è parlato ieri a 'Ballarò' nel giorno dell'incontro decisivo tra Berlusconi e Fini e mentre comincia la discussione della legge finanziaria, in una puntata in cui Giovanni Floris ospita, tra gli altri, il presidente dell'IdV Antonio Di Pietro, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, il viceministro alle Infrastrutture e trasporti Roberto Castelli, l'imprenditore Diego Della Valle, il giornalista Pierluigi Battista, l'economista Andrea Segrè, il presidente della Ipsos Nando Pagnoncelli.
1 10/11/2009 21:19:17 Rai Tre Ballarò
Governo Berlusconi, i conti da far tornare
2 10/11/2009 21:26:11 Rai Tre Ballarò
Giustizia: riforma necessaria? Commentano Lupi e Finocchiaro
3 10/11/2009 21:36:48 Rai Tre ballarò
giustizia: il processo breve, commentano Di Pietro e Lupi
4 10/11/2009 21:41:14 Rai Tre Ballarò
Giustizia: il processo breve, commentano Castelli e Di Pietro
5 10/11/2009 21:47:05 Rai Tre Ballarò
Giustizia: riforma o amnistia? Dibattito
8 10/11/2009 22:30:16 Rai Tre Ballarò
Giustizia: riforma e immunità parlamentare, dibattito (2)
9 10/11/2009 22:33:11 Rai Tre Ballarò
Elezioni: previsioni di voto, dibattito
Carissimi amici,
l'altro giorno dicevo ad alcuni amici in Brasile, nel nostro consueto incontro con gli Zerbini, Julian, etc. che l'unica "cosa prevista nella mia vita è l'imprevisto" e questo mi rende come le sentinelle d'Assisi della canzone.
L'origine della drammaticità che, per pura grazia, caratterizza la mia vita consiste proprio in questo durante le 24 ore del giorno che "l'unica cosa prevista è l'imprevisto" che da sempre è il modo con cui mi tiene sveglio. E il luogo dove questo accade ad ogni istante è la realtà. È lei a indicarmi il cammino instante per instante e lascio a voi immaginare come lei mi "organizza" il tempo o come mette la mia libertà in condizione di dire sempre sì.
L'altro giorno a un amico che aveva dei dubbi su Gesù gli dicevo che il problema non era Gesù, ma le riserve che lui aveva sulla realtà. Quando san Paolo dice che la realtà è il corpo di Cristo chiarisce questo problema in modo particolare. Non dice "il corpo di Cristo è la realtà" perchè se fosse così io sarei vittima delle mie immagini di Cristo con tutte le conseguenze che ognuno di noi vede in sè stesso. Mentre se la realtà è il corpo di Cristo, è impossibile ridurre Cristo a una mia immagine perchè la realtà (res latino) è un dato preciso ineludibile. Se parto da Cristo quando la sveglia suona la spengo, se parto da ciò che la sveglia mi richiama sì o sì per saltare fuori dal letto devo gridare "io sono Tu che mi fai".
Nella clinica in ogni ambientec'è una bellissima foto con la frase "la realtà è il corpo di Cristo" e poi ci sono tante piccole foto abbracciate da un grande albero pieno di fiori. Le piccole foto sono di una donna che pulisce il pavimento, di un uomo che chiude la porta accompagnandola e non sbattendola, un water del bagno, una scarpa, un altare con il prete che celebra la messa e un letto ben ordinato.
Uno ci sbatte il naso e, sì o sì, deve decidere: o stare davanti alla realtà con la coscienza che tutto ciò è dentro il Mistero che lo fa o scappare nelle immagini che ha di Cristo che gli permettono di fregarsi di tutto con le conseguenze che possiamo immaginare.
Per questo è stato commovente quando l'agnostico ebreo, Rubin, il giornalista più famoso e intelligente del Paraguay, è venuto a visitare la clinica facendo un ora di servizio televisivo in diretta, alla fine ha detto:
"Se ciò che ho visto è Dio allora ci posso credere anch'io".
Amici, Celeste,la bambina portata qui per essere sepolta non è più nella clinica, è nella casita di Betlemme assieme ai miei bambini. È felice e capricciosa. Guardatela: è proprio Lazzaro, l'amico di Gesù, resuscitato. Dieci dei miei bambini, alcuni vittima di violenze sessuali, hanno fatto la prima confessione. Erano felici.
Più di qualcuno piangeva pensando alla misericordia, all'amore di Gesù.
Con affetto,
Padre Aldo
mailto:padretrento@rieder.net.py


Da un po' di tempo ricevo la NL settimanale de Il ClanDestino Zoom e quella di oggi mi è davvero piaciuta:
Sì togliamolo il crocefisso
Hanno sferrato un bello sputo in viso ancora a Lui, che da sempre li fa arrabbiare. Gli hanno ricordato che
da fastidio. E allora dico sì, leviamolo. Cominciamo di nuovo a segnarlo a graffiarlo sui muri il crocefisso, a disegnarlo in forma di pesce, di altro perché non lo riconoscano gli occhialuti signori della corte.
Io, cristiano, dico leviamolo il crocefisso. Facciamo come fece Cristo di fronte al Sinedrio. Non rispose, non stette a perder tempo con chi voleva già condannarlo. Non disse d'essere un bene culturale da conservare. Si fece levare di torno, per splendere sanguinante e bellissimo d’amore per sempre davanti agli occhi di tutti. I giudici si illuderanno di aver salvato la convivenza, che invece di fronte al nulla che stanno creando finirà per strappare via rabbiosamente tutti i simboli, tutti i parlamenti, tutte le corti e tutte le loro stesse panciute sicurezze di diritto. Lasciamo che mister Z dorma il suo sonno beato di ideologo travestito da giudice vincitore. Il suo sonno della ragione.
dr
Il testo riferito nei punti esenziali da Adncronos:
"Qualche giorno fa il procuratore di Palermo Antonio Ingroia ha giudicato pericolosa la politica del governo sulla giustizia. Un'analisi sorprendente per un magistrato che si è dato un obiettivo ancora più improprio: quello, sono parole sue, di ribaltare il corso degli eventi. Un programma politico che Ingroia ha giustificato con la difesa della Costituzione, solo che la Costituzione che voleva salvaguardare, almeno su un punto sostanziale, non è quella originale''. Il "punto sostanziale" richiamato dal direttore del Tg1 è l'abolizione dell'immunità parlamentare che, a suo dire, ha alterato gli equilibri costituzionali tra potere esecutivo e magistratura.
"I padri costituenti - ha ricordato Minzolini - inserirono nella Costituzione l'istituto dell'immunità parlamentare. Non lo fecero perché erano dei malandrini ma lo fecero perché quella norma era necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico".
"L'immunità parlamentare era uno dei fattori di garanzia per assicurare un equilibrio tra i poteri. Non fu quindi un'idea stravagante perché strumenti diversi, ma con le stesse finalità, sono previsti in Germania, Inghilterra e Spagna e dell'immunità beneficiano anche i parlamentari di Strasburgo. Massimo D'Alema e Antonio Di Pietro ne hanno usufruito recentemente".
L'onda di Tangentopoli e la stagione di Mani Pulite, ha rimarcato il direttore del Tg1, hanno cancellato "l'immunità dalla Costituzione. Questa operazione mediatica si è trasformata in un atto di sottomissione alla magistratura. Da allora i gruppi parlamentari sono affollati di magistrati e ci sono addirittura partiti fondati dai magistrati", mentre il Parlamento "non è riuscito a mettere in cantiere la riforma della giustizia. L'abolizione dell'immunità ha provocato un vulnus nella Costituzione: si è rotto un equilibrio tra i poteri e non se ne è creato un altro. Ora - ha concluso Minzolini - c'è da auspicare che quel vulnus, al di là delle dispute nominali su immunità, lodi e riforma del sistema giudiziario sia sanato".
(...)
Alcuni carcerati di Padova scrivono a Il Sussidiario:
Non sono neppure il rispetto dei diritti umani minimi a dare dignità all’Uomo. Serve una vera Speranza nella vita
Siamo alcuni ergastolani della Casa di reclusione di Padova.
Ci troviamo in carcere da 10-15-17 anni. Abbiamo appreso dalla tv l’agghiacciante notizia del suicidio di Diana Blefari Melazzi, un gesto che sta facendo molto discutere, a differenza del silenzio sulle centinaia di altri nostri compagni che in questi anni si sono suicidati e che sono passati inosservati, forse perché “anonimi” e di nessun interesse giornalistico, ma non per questo meno “importanti” sotto l’aspetto umano, che invece dovrebbe sempre essere tenuto in primaria considerazione.
Dal giorno del nostro arresto ne è passata molta di acqua sotto i ponti, siamo stati anche in carceri “dure” e, nonostante a volte la tentazione di farla finita sia stata quotidiana, non ci siamo mai arresi alla disperazione, neppure quando ci siamo ritrovati a regime duro e completamente da soli in una cella di isolamento. La nostra natura di Uomini, e cioè di persone che cercano inarrestabilmente un senso alla vita, prende sempre il sopravvento, e questo riguarda sempre tutti anche i non carcerati - basta avere il coraggio e la lealtà di guardarsi attorno. Stante le condizioni in cui siamo di per sé dovremmo essere in pochi a non suicidarsi e invece no.
Questo riguarda tutta la società, anche chi ha tutto. Non sono le condizioni di vita: pensate che per delinquenti e non, siano così determinanti? Basta guardarsi attorno vicino - a casa propria - o lontano che sia - nei paesi più poveri.
Non sono neppure il rispetto dei diritti umani minimi a dare dignità all’Uomo. Serve una vera Speranza nella vita, di cui i diritti umani, la dignità del vivere ne sono una conseguenza. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine, ogni violenza, ogni sopruso è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più di ogni apparente mancanza e delle peggior condizioni di vita, della malattia e della morte.
Non confondiamo perciò la Speranza vera, quella che risponde alla nostre e vostre domande di giustizia, di verità e di felicità con l’acqua calda, un pasto un tetto e un po’ di rispetto (che certo permettono di vivere meglio).
Noi possiamo reputarci dei “fortunati” perché non abbiamo mai perso la fiducia, o forse non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere in pratica tutte le strane idee che vengono facilmente in testa quando si è in condizioni disperate
Continua qui
Il racconto di un testimone , Luigi Geninazzi, da Avvenire:
Se non fosse per i pannelli che ricordano uno dei primi tragici tentativi di fuga dalla Germania comunista, farei fatica a ritrovare l’ex passaggio di confine ad Invalidenstrasse,
a poche centinaia di metri dal Reichstag che oggi ospita il parlamento tedesco sotto una grande cupola di cristallo. Fu qui che in mezzo ad una folla festante varcò il Muro, sulle spalle del padre. Rivedo ancora gli occhioni azzurri di quel bimbo. Oltrepassato il posto di guardia alzò lo sguardo verso il cielo come se all’Ovest avesse un colore diverso da quello plumbeo e grigio dell’Est. Una scena degna di un film di Fassbinder, un’immagine che più di ogni altra mi si è fissata nella memoria il giorno che crollò la Bastiglia rossa e ne uscirono i prigionieri di un regime dispotico e assurdo. Era il 1989, l’anno in cui il vento della libertà soffiava impetuoso. Ma nessuno s’immaginava che avrebbe buttato giù il muro della vergogna.
Ore venti di giovedì 9 novembre.
Squilla il telefono, dall’altra parte del filo Giuliano Ragno, il nostro compianto vice-direttore che all’epoca era responsabile degli esteri. «Hanno appena annunciato che la Ddr apre le frontiere – grida con voce concitata –. È come se fosse caduto il Muro!». I dispacci d’agenzia non erano molto chiari, parlavano di nuove disposizioni in materia di viaggi all’estero e di liberalizzazione dei visti d’uscita per i cittadini della Germania comunista. Ma Giuliano era uno che la notizia l’afferrava al volo: «Il Muro non c’è più, corri subito a Berlino!». Il mattino dopo ero lì, taccuino in mano e cuore gonfio d’emozione. I mattoni e le lastre di cemento non erano spariti, così come il filo spinato, i cavalli di Frisia e le mine anti-uomo che da ventotto anni costituivano l’oscena barriera di separazione tra le due Germanie. Ma nel volgere di una notte erano diventati lugubri residui del passato, una sorta d’illusione ottica, inutile fondale per un teatro dell’orrore che non si recita più. Va in scena un altro spettacolo, incredibile e pazzesco, «Wahnsinn», come dicono i tedeschi.
Mi ritrovo circondato da una marea umana impressionante che si riversa oltre il Muro e inonda Berlino Ovest.
Già nelle settimane precedenti 200mila tedeschi orientali erano fuggiti in Occidente attraverso l’Ungheria, un Paese formalmente socialista che aveva deciso d’aprire le sue frontiere con l’Austria. Contro il rigido comunismo prussiano si poteva solo «votare coi piedi», cioè scappare. Il 18 ottobre Erich Honecker, già capomastro del Muro e quindi dittatore incontrastato della Ddr, aveva dato le dimissioni. Gli era succeduto lo sfortunato Egon Krenz che affrontava col suo sorriso equino l’onda montante della protesta, mentre la grande fuga non accennava a diminuire. E nel tentativo di frenare il malcontento popolare il regime si decide a varare disposizioni meno restrittive per i viaggi all’estero. La sera del 9 novembre, dopo che si è diffusa la notizia della nuove modalità d’espatrio «senza motivi particolari», molti cittadini della Ddr si recano ai pochi punti di valico sotto gli sguardi increduli e stupefatti dei Vopos, le terribili guardie di frontiera educate allo Schiessbefehl, l’ordine di sparare a vista su chiunque tenti di saltare il Muro. Adesso però non sanno come comportarsi, chiedono istruzioni ma ricevono solo ordini confusi e contraddittori. Cresce il nervosismo e così c’è chi decide d’alzare la sbarra permettendo alla gente di passare. Gli storici stanno ancora litigando su quale fu il primo posto di controllo dove venne aperta la frontiera più blindata d’Europa. Alla Bornholmer Strasse, poco prima di mezzanotte, si è sempre pensato (e sarà qui infatti che avranno luogo le celebrazioni del ventennale). No, il Muro cadde già alle otto e mezzo, alla Waltersdorfer Chaussée, all’estrema periferia sudorientale della città, sostengono altri.
Il dibattito conferma che l’evento più importante della storia del dopoguerra avvenne in modo del tutto imprevisto e casuale. Dalle finestre della sua residenza in Unter den Linden, il viale centrale di Berlino est, l’ambasciatore sovietico assiste, impotente e frastornato, al passaggio di migliaia di persone che si dirigono verso la Porta di Brandeburgo. Negli stessi minuti a Bonn, nell’ufficio della Cancelleria, il consigliere Eduard Ackermann chiama al telefono Helmut Kohl che si trova a Varsavia per una visita di Stato.
«Continuava a chiedermi se fosse proprio vero quello che gli riferivo», ricorda Ackermann. C’è davvero di che stropicciarsi gli occhi davanti a quello che sta accadendo. Venerdì 10 novembre Berlino si risveglia sotto un tiepido sole autunnale scoprendosi pacificamente invasa da una folla ubriaca di felicità.
Famiglie intere, giovani a coppie o in gruppo, scolaresche al completo, in autobus, in macchina o in bicicletta, qualcuno perfino a piedi, tutti vogliono assaggiare il frutto finora proibito della libertà. C’è chi piange per la commozione e chi alza le dita in segno di vittoria mentre oltrepassa il Muro, finalmente visto da vicino e dalla parte migliore. Ai valichi vengono salutati con applausi scroscianti dai berlinesi occidentali che in segno di benvenuto offrono fiori alle donne e boccali di birra schiumante agli uomini. La fredda e opulenta Berlino sprizza di gioia sincera mentre abbraccia calorosamente i cugini poveri dell’Est. Impossibile muoversi in città bloccata da ingorghi paurosi, con le rumorose e puzzolenti Trabant (l’auto col motore a due tempi simbolo della Ddr) che s’infilano tra Mercedes e Bmw.«È il caos più meraviglioso che avremmo potuto sognare – titola la Bild Zeitung –. Ringraziamo Dio».
Sulla Ku-damm, la via elegante del centro, ho visto una Trabant tamponare una grossa Mercedes. Ne scende un signore distinto e cosa fa?
Abbraccia il malcapitato che gli è andato addosso: «Non è niente», dice ridendo. Si sentono un po’ come dei marziani i cittadini dell’Est, approdati su un altro pianeta. «Ma qui è tutto colorato!» mi dice un ragazzo con gli occhi spiritati. Molti si fermano col naso schiacciato contro le vetrine, tutti fanno la fila davanti alle banche dove ricevono cento marchi a testa, la somma di benvenuto che la Bundesrepublik regala ai tedeschi della Ddr.
C’è chi si precipita alla KaDeWe, mitico centro commerciale d’inizio Novecento, per comprarsi l’agognato paio di jeans. E c’è chi entra alla Gedachtniskirche, la chiesa ricostruita sulle rovine della seconda guerra mondiale, per ammirare le vetrate e dire una preghiera. Ma il culmine della festa è alla Porta di Brandeburgo, lungo il Muro preso d’assalto da migliaia di persone. Con picconi, scalpelli, persino a mani nude, cercano di portarsi via un souvenir di quello che ormai è un innocuo monumento alla guerra fredda. Balli, canti, brindisi e abbracci. È ormai notte fonda, vorrei andare a riposare ma ci rinuncio: l’hotel è lontano, il traffico è in tilt, le stazioni del metrò sono più affollate di uno stadio e di taxi neanche l’ombra. La festa durerà fino a domenica, un magico week end che non potrò mai dimenticare. Per tre giorni e tre notti Berlino, «callo sul piede americano da pestare a piacere», secondo la sprezzante definizione di Krusciov, è diventata l’ombelico di un mondo nuovo. Dopo le prime titubanze Kohl marcia deciso verso la riunificazione delle due Germanie. La Storia si è messa a correre e nessuno riuscirà più a fermarla.
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Waters: la felicità non è dall'altra parte del muro
Un amico mi ha detto scandalizzato che un ragazzo avrebbe sostenuto che il famigerato Muro di Berlino era stato innalzato dagli Americani. Non mi sono stupita, data la generale, crassa, nauseante ignoranza diffusa da certi falsi maestri, e data la presunzione di chi, leggendo wikipedia, crede di possedere tutto lo scibile umano e di pontificare su tutto e tutti, offendendosi se c'è qualche specialista o studioso che confuta certe errate convinzioni sulla base di studi accurati. Aveva ragione il mio parroco quando sul muro della Chiesa aveva messo un cartello con la frase di un Papa "Ciò che la Chiesa più teme è l'ignoranza dei suoi fedeli", ma l'ignoranza è un male oggettivo, per tutti, ed è la fonte di altri mali peggiori. Perché non si può costruire nulla sulla menzogna.
Adesso tutti presumono di avere la cultura innata e chiaramente è impossibile dialogare con delle persone per le quali la conoscenza dei fatti è un fai-da-te incoraggiato dall'ignoranza generale.
Quanto al Muro di Berlino ricordo quando, da bambina, si parlava degli sfortunati giovani massacrati dai Vopos se tentavano di oltrepassarlo; ma se ne parlava di nascosto e pochi quotidiani liberi anche in Italia osavano comunicarlo, visto che la cultura era saldamente in mano al pc (la cultura, non ancora la politica, o, almeno, la politica andava in direzione diversa). Ora siamo a vent'anni da quel fatto importante, la caduta del Muro di Berlino, che è passato subito in sordina, o quasi, per noi italiani e leggo una riflessine in merito che mi pare interessante:
la Cecoslovacchia nel 1968, l’anno in cui il «nuovo corso» di Praga sarebbe stato represso dai carri armati sovietici, fece tappa a Berlino Ovest. Fu colpito dal fatto che il Muro che dal 1961 sbarrava l’accesso alla Germania dell’Est era ormai considerato con indifferenza e chi cercava di scappare non suscitava moti di solidarietà. La «spada piantata nel cuore dell’Europa» con le sue 165 «torri di guardia» e 232 «posti di tiro» lungo quindici chilometri tra le due zone di Berlino per poi proseguire per altri 130 chilometri di filo spinato lungo l’intero confine con la Germania di Bonn non era al centro delle proteste: le manifestazioni che il regista vedeva inneggiavano invece all’anticapitalismo e all’antimperialismo. «Mentre noi cecoslovacchi cercavamo di abbattere la bandiera rossa - commentò -, loro cercavano d’innalzarla». Era così da Washington a Parigi. di Fabrizio Rossi per TRACCE
19/10/2009 - Sabato 17 e domenica 18 ottobre, il Convegno della Fondazione "Russia Cristiana" ha ripreso i temi affrontati dal Papa a Ratisbona, alla Sapienza e al Collège des Bernardins. Scoprendo, in questa sfida, «un’unità profonda tra Oriente e Occidente»
Qual è il rapporto tra ragione e fede? Quali tragedie si verificano se
la prima crede di poter fare a meno della seconda? Quale ricchezza può venire ad entrambe, invece, quando non si contrappongono? Sono alcuni dei temi affrontati nel Convegno internazionale “Cercatori dell’eterno, creatori di civiltà. Il monachesimo tra Oriente e Occidente”, promosso dalla Fondazione Russia Cristiana sabato 17 e domenica 18 ottobre presso la sede di Seriate (Bg). Temi al centro anche dell’incontro che, venerdì 16, ha inaugurato il Convegno all’Università Cattolica di Milano, dove - in un’Aula Magna stracolma - su “La ragione sete di infinito” si sono confrontate Tat’jana Kasatkina, che all’Accademia delle Scienze russa dirige il Dipartimento di Teoria della letteratura, e Ol’ga Sedakova, poetessa e docente all’Università Statale di Mosca.
«Abbiamo voluto riprendere la sfida lanciata dal Papa nei famosi discorsi a Ratisbona, alla Sapienza e al Collège des Bernardins - spiega Adriano Dell’Asta, docente di Lingua e letteratura russa alla Cattolica, tra i curatori del Convegno -: fede e ragione devono procedere insieme. È un cristianesimo integrale che coinvolge tutta la vita, com’è avvenuto nell’esperienza del monachesimo indicata da Benedetto XVI». Di qui, il ponte tra l’Occidente e la Russia: «Ciò che ha detto il Papa descrive molto bene anche la tradizione orientale. È sbagliato identificare la nostra tradizione con il razionalismo e quella orientale con la fede: su fede e ragione, tra Europa occidentale e Russia c’è un’unità profonda».
È quanto hanno messo in luce i vari relatori, ognuno approfondendo una sfaccettatura della questione. Dalla medievista Maria Pia Alberzoni, che ha delineato la nascita del monachesimo, al linguista Eddo Rigotti, che ha indagato le relazioni tra la Parola intesa come Sapienza e Logos e la parola come discorso. Dallo storico della Chiesa Aleksej Judin, che ha individuato i punti di contatto tra monaci provenienti da tradizioni diverse, come Bernardo di Chiaravalle e Sergio di Radonež, all’economista Simona Beretta, che s’è soffermata sull’idea di eterno nel quotidiano: «La cultura del lavoro che ha fatto l’Europa fiorisce sulla relazione vitale fra il quotidiano e l’eterno - ha spiegato nel suo intervento -: i cristiani, nel loro piccolo “fare”, riconoscono di collaborare all’opera della creazione. Oggi, tra bufera finanziaria e grandi sconvolgimenti istituzionali, è più urgente che mai scoprire il nesso tra il lavoro e il significato ultimo del reale».
Una sfida che oltrepassa le mura del monastero, dunque, riguardando ogni uomo. È la «passione per l’essenziale» propria del cristiano, segnato dall’«impatto con Cristo a partire dall’evento decisivo del Battesimo», come ha sottolineato don Stefano Alberto in un intervento sull’esperienza dei movimenti nella Chiesa: «Il senso profondo dei movimenti è il richiamo alla memoria di Cristo e una continua educazione ad una fede integralmente vissuta». Quella fede che, per il dissidente russo Vladimir Poreš, veniva prima della carriera e dell’affetto della famiglia: «Tanto che, interrogato dal giudice su cosa l’avesse portato a rinunciare a tutto ciò - ha raccontato don Stefano Alberto -, rispose: “Per noi cristiani è poco: noi vogliamo tutto il mondo”».
È quanto emerso negli interventi con cui s’è chiuso il Convegno, tenuti non a caso da due monaci: l’igumeno ortodosso Pëtr Mešcerinov, del monastero San Daniil a Mosca, e padre Sergio Massalongo, priore del monastero dei Santi Pietro e Paolo alla Cascinazza, nella campagna a sud di Milano. Descrivendo cosa porta un uomo oggi ad entrare in monastero, padre Mešcerinov ha evidenziato «una sorta di motivazione negativa: c’è chi pensa, spesso, di liberarsi così da passioni che lo tormentano o da una dipendenza, come ad esempio l’alcolismo. Ma non va molto lontano». Al contrario, «non ci si può ritirare nel monachesimo - ha affermato -: lo si può solo abbracciare. Non per il desiderio di liberarsi da qualcosa, ma per la ricerca di Cristo stesso». Uno spunto ripreso, con grande sintonia, da padre Massalongo: «La vita monastica non è una fuga dalla realtà o da una responsabilità, ma il contrario: è una missione per sostenere la speranza dell’umanità». Non una via particolare per seguire Cristo, quindi, ma un segno di ciò cui è chiamato ogni battezzato: «“Ora et labora” dice la coincidenza fra quotidianità e rapporto con Cristo. Nulla rimane fuori: anche il più umile lavoro in Cristo acquista un significato infinito. Ecco cosa ha potuto costruire, nei secoli, una vera civiltà e unità tra i popoli».
Un articolo di Vittadini per Il Sussidiario:
In un periodo in cui dominano gossip e scandali, sembra particolarmente arduo
anche veder descritta con realismo la vita delle realtà sociali e il loro rapporto con il mondo pubblico. L’Italia è purtroppo ancora vittima dei famigerati cinquant’anni successivi alla sua raggiunta unità, in cui l’ideologia massonica e laicista ha cercato di stravolgere una tradizione italiana dove vigeva una mentalità “sussidiaria” capace di valorizzare l’iniziativa diffusa e operosa della gente e dei corpi sociali.
Esponente di spicco di questa ideologia fu Crispi che nel 1891 giustificò l’espropriazione dei beni ecclesiastici teorizzando il diritto dello Stato di avere il monopolio dell’assistenza ai cittadini. Nessuno disconosce il valore dello stato sociale, i livelli minimi garantiti di assistenza e l’universalità dei servizi ma, come acutamente afferma Pierpaolo Donati, ciò ha significato «rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare»: è l’avvento dello Stato hobbesiano nel mondo del welfare.
Oggi, quella mentalità da Italietta post risorgimentale continua nello statalismo di una certa destra, in parte del mondo di sinistra svincolato dalla sua tradizione popolare e sociale e in un certo mondo cattolico senza identità e perciò succube della mentalità dominante. Così, in questi ben individuabili ambienti ha continuato a dominare l’idea che qualunque intervento del privato e del privato sociale nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune.
Non si capisce che ci possa essere un pubblico non statale, una capacità di dare un apporto al bene comune anche quando, sotto il profilo giuridico, si appartenga al diritto privato. Misconoscendo la realtà storica e il valore del principio costituzionale della sussidiarietà (art. 118), non si vuole ammettere che esistono ideali della persona che possono essere al servizio di tutti, in quella dimensione di gratuità e di dono sottolineata dall’Enciclica Caritas in Veritate.
Eppure il nostro Paese è popolato di opere sociali di origine religiosa e laica, di centri di formazione professionale, vecchi e nuovi, nati dal privato sociale, di realtà sportive, di associazioni a difesa della natura che nessun ente pubblico saprebbe mai far nascere. Non si vuole ammettere che il desiderio di verità, giustizia, bellezza educato da movimenti ideali, attraverso la costruzione di opere sia in grado di perseguire, almeno insieme allo Stato, il bene comune. Sembra che ci si sia dimenticati della battaglia per l’autonomia delle fondazioni di origine bancaria: realtà di diritto privato che la Corte costituzionale, nelle sentenze nn. 300 e 301 del 2003, ascrive tra «i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».
Sono riuscita a leggere finalmente questo articolo de Il Sussidiario "Idati parlano chiaro: fra 50 anni
l'Inghilterra sarà in mano ai musulmani" e mi fsono fortemente preoccupata, poichè anch'io credo sia importante l'integrazione degli immigrati, ma non avrei mai immaginato un futuro con la Sharia come legge e con tutte le feste di tutte le religioni possibili (probabilmente con l'esclusione di quelle cristiane....)
Riporto solo la conclusione amara dell'articolo sul quale è necessario riflettere per chiedersi cosa desideriamo e cosa vogliamo fare di questa nostra società dove vivranno i nostri figli e nipoti:
"In Italia (...) soloni e fondazioni culturali pontificano di integrazione. Italianieuropei di D’Alema e Farefuturo di Fini ci spiegano quanto sia ineludibile il futuro multietnico cui siamo inesorabilmente destinati. E per gli ingenui che, perplessi e preoccupati, paventano i rischi del modello britannico, le prestigiose fondazioni hanno una sola risposta: «è il multiculturalismo bellezza!»".
Al leggere questa drammatica notizia, tratta da SaFe, mi è nenuta in mente la vicenda di Ermanno lo Storpio, che visse tutta la vita con pesanti deformazionie difficoltà ma si rivelò un genio del suo tempo, tanto che fu lui ad inventare il "Salve Regina":
| Eutanasia: in bilico vita di bimbo di un anno, decisione a giorni |
(AGI) - Londra, 3 nov. - L'eventuale eutanasia di un bimbo britannico gravemente malato scuote la Gran Bretagna. La decisione se lasciarlo morire, come vorrebbero la madre e i medici che lo hanno in cura, o continuare a mantenerlo artificialmente in vita, come vorrebbe il padre, è affidata a un giudice del Tribunale di Londra, che dovrà decidere entro sabato. E la Gran Bretagna si interroga sull'eutanasia. Il piccolo soffre di una malattia genetica irreversibile ed è attaccato a un respiratore artificiale da un'ora dopo la nascita, avvenuta il 10 ottobre dello scorso anno. Baby RB soffre di una rarissima malattia neuromuscolare, la sindrome miastenica congenita che limita fortemente la sua capacità di respirare, deglutire e muovere gli arti.
I medici che lo curano, appoggiati dalla madre, hanno detto al giudice che spegnere il respiratore artificiale sarebbe "il suo migliore interesse", perchè lo attende "una vita penosa, malinconica e miserevole", anche se un'operazione chirurgica (la tracheotomia, richiesta dal padre) gli permettesse di tornare a casa. Gli avvocati del padre sostengono invece che il cervello del piccolo funziona perfettamente, che non è stato interessato dalla malattia, che il bimbo riesce a vedere, sentire e provare emozioni, che riconosce i genitori e che lo dimostreranno grazie a un video che consentirà al giudice di vietare l'eutanasia. Entrambi i genitori - una coppia molto giovane (entrambi ventenni) che "si è separata amichevolmente"- erano in tribunale per l'udienza. Dr F, il pediatra di terapia intensiva consultato dal giudice per dare una valutazione sull'opportunità medica di realizzare una tracheotomia, ha sconsigliato vivamente l'intervento: il piccolo rischierebbe continuamente una crisi e probabilmente avrebbe bisogno di una maschera per la ventilazione ventiquattr'ore su ventiquattro: "E non è il tipo di vita che una famiglia può desiderare per i propri figli".
Ieri ho visto al tg un giovane che, in ospedale da ottobre, ha completamente perso la memoria e chiede aiuto agli italiani per sapere se qualcuno lo riconosce e l'aiuta a recuperare i propri ricordi.
Mi sono detta che deve essere terribile ritrovarsi senza ricordi e senza sapere nemmeno il proprio nome: chiunque può dirti qualunque cosa e sei costretto a crederci... non hai alcun criterio per valutare se chi dice di conoscerti afferma il vero oppure no.
Poi mi è venuta in mente l'intervista a Roberto Persico sentita stamattina in cui si dice che l'identità è data dalla memoria. Distruggere la memoria è distruggere l'identità.
Noi siamo il risultato della nostra storia personale e della storia dei nostri genitori. Infatti una delle prime nozioni che a scuola si cercava di donare ai ragazzi era la conoscenza della storia della propria famiglia e, andando a ritroso, la conoscenza della storia del proprio paese della propria nazione.
Se non si conosce la storia, la propria storia, si è sradicati e smarriti: ecco perché tutte le dittature hanno un grande interesse a che i cittadini siano ignoranti o per lo meno sappiano quel che fa comodo al regime; e la storia cambia i connotati a seconda dei gusti di chi ha il potere. Insomma conoscere la storia e il susseguirsi dei secoli è importante anche per imparare che la mentalità nel tempo è cambiata e non è giusto valutare con i nostri parametri fatti accaduti 100 o 1000 anni fa, perché sarebbe anacronistico e sleale. Ma finisco qui un discorso che potrebbe portarmi molto lontano e nessuno leggerebbe...
Perciò ecco l'intervista segnalatami da Radio Formigoni che ha suscitato la mia riflessione:
Spesso il sociologo Francesco Alberoni dal suo "pulpito laico" del lunedì sulla prima pagina del Corrierone, non ci risparmia riflessioni un pò scontate e banalotte. Il suo intervento di lunedì 2 Novembre ha però denunciato un problema molto grave della scuola italiana: l'insegnamento della storia eliminando le date. Una pedagogia il cui solo risultato è "il disfacimento mentale, la demenza".
Abbiamo intervistato Roberto Persico, professore di lettere al liceo, e gli abbiamo chiesto come vive lui "sul campo" l'insegnamento della Storia:

E, se volete conoscere la riflessione di Alberoni, cliccate QUI
Nella sofferenza più acuta com’è quella che Cesare Pavese definiva «il male del vivere», Dio mi ha fatto conoscere tutta la mia umanità che per anni mi ha fatto schifo e paura, perché è terribile scoprirsi quello che di fatto si è: un misto di fango e di grandezza… Però, attraverso questa disperazione, ho incontrato una grande compagnia e mi sono affidato completamente. Dopo quasi vent’anni posso gridare dalla gioia di vivere. Gioia che non ha nulla di emotivo...(A. Trento)
Nell'ambito degli incontri organizzati da Incontro e Presenza per conoscere i protagonisti nel mondo della detenzione, ecco le video-interviste a Luigi Pagano, Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziale della Lombardia e a Francesco Maisto, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna.

Il crocifisso "vietato": contro la confusione mediatica - intervista a Giorgio Salina
Continua a suscitare molto scalpore la decisione della Corte per i Diritti Umani di Strasburgo di accogliere la righiesta di togliere il crocefisso dalle pareti delle scuole italiane. Il polverone di dichiarazioni che si è prodotto, ci ha consigliato a richiamare il nostro corrispondente dal Parlamento Europeo di Bruxelles Giorgio Salina, collaboratore diplomatico della Nunziatura Apostolica presso lo stesso Parlamento.
Un documento sonoro insostituibile per capire esattamente di cosa si sta dibattendo:
Da Il Sussidiario:
Per la Corte di Strasburgo la presenza dei crocifissi nelle nostre aule costituisce una violazione della «libertà di religione degli alunni». È quanto affermato nella sentenza del tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo che condanna lo Stato italiano a risarcire la cittadina italiana di origini finlandesi Soile Lautsi Albertin.
Al di là delle polemiche, i crocifissi rappresentano un soggetto importante nella storia dell'arte, con illustri esempi da quelli medievali di Giotto ai rinascimentali di Raffaello fino alle rappresentazioni del secolo scorso di Marc Chagall e William Congdon.
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Due fatti inquietanti, Diana Blefari e Stefano Cucchi morti in circostanze tragiche, hanno riproposto l'argomento drammatico e contraddittorio di questi nostri anni. Da un lato si invoca l'autodeterminazione per cui uno dovrebbe decidere autonomamente della propria vita; dall'altro se questo, di fatto, in qualche modo accade, ci si straccia le vesti e si invoca una giustizia che prima non si concepiva tale.
Dicono che il giovane abbia deciso di non avvertire i familiari delle sue condizioni di salute, dicono che abbia rifiutato alimentazione e idratazione; dicono che la Blefari, malata e intrattabile, avesse diritto a un trattamento diverso.
Effettivamente, dal punto di vista umano, mi pare legittima ogni protesta di genitori e amici; ma se la legge o la mentalità comune è orientata verso la morte e non verso la vita? Come difendere i nostri cari da scelte irrevocabili? E se è vero che ciascuno è una monade che può vivere autonomamente senza preoccuparsi degli affetti che ha destato, che diritto hanno gli altri di rivalersi contro chi ha rispettato la sua volontà?
Insomma questa autodeterminazione è davvero il bene assoluto da tutelare?
O è solo segno della solitudine terribile in cui molti si vogliono chiudere perché non capiscono il senso della vita?
Questa le riflessioni dopo la lettura dell'articolo di Carlo Bellieni, Quale agente di polizia o quale semplice passante si azzarderà più a fermare un suicida? che così conclude:
(...) se il diritto a terminare la vita quando si è stufi viene sancito, quale agente di polizia o quale semplice passante si azzarderà più a fermare un suicida, magari malato o sofferente? Perché crolla il principio per lottare contro l’aumento di suicidi di adulti e adolescenti, se il suicidio diventa un diritto. Si dirà, per sconsigliare il suicidio, che certi suicidi non sono motivati. Ma quale suicidio lo è? E chi lo decide? È motivato solo il suicidio per motivi clinici? E perché? E se le proposte di legge stesse vorrebbero permettere il suicidio non per motivi clinici, perché deve essere lecito suicidarsi solo in strutture autorizzate? Non è un paradosso?
