Un amico mi diceva stasera che un giorno, stanco delle sparate del suo prof ateo e mangiapreti, gli ha fatto una domanda: “Insomma professore... ma, in sintesi, mi sa dire cosa è il Cristianesimo?”
Il prof non ha saputo rispondere.
Mi sono chiesta cosa avrei risposto io ma, mentre cercavo la risposta, l’amico me l’ha fornita su un piatto d’argento.
Vediamo se sapete rispondere voi.
Un aiutino: la sintesi esauriente del Cristianesimo sta in una sola riga, anzi in quattro sole parole.
Sapete quali sono?
Gli amici dell'AVSI hanno preso, tra le tante, un'iniziativa a favore della Birmania sconvolta dal ciclone Nargis:
Il ciclone Nargis, che il 3 maggio ha sconvolto in Birmania la regione del delta dell‘Irrawaddy, ha provocato, secondo i dati giunti dal Governo più di 77.000 morti, circa 20.000 feriti, mentre i dispersi sono oltre 55.000.
Ieri le Nazioni Unite hanno annunciato che le derrate alimentari d'emergenza inviate dalla comunità internazionale restano ben al di sotto dei bisogni dei circa 2,5 milioni di sinistrati. Secondo le ultime stime del Programma alimentare mondiale (Pam) dell'Onu, occorrerebbe importare ogni giorno 390 tonnellate di cibo per nutrire 750.000 persone nel corso dei prossimi trenta giorni. Invece, finora sono state distribuite soltanto 300 tonnellate.
La raccolta fondi di Avsi
Accogliendo l’appello del Santo Padre e della chiesa locale attraverso il Nunzio Apostolico e l’Arcivescovo di Yangon in favore della popolazione della Birmania colpita della tragedia, l'Ong AVSI, che già assiste alcune opere educative in due diocesi birmane nella regione centro orientale del paese (area fortunatamente non colpita dal ciclone), ha lanciato una campagna di raccolta fondi per assistere la popolazione vittima della catastrofe.
Per sostenere l'iniziativa è possibile fare un versamento sul seguente conto corrente bancario:
CREDITO ARTIGIANO
Sede Milano Stelline
Corso Magenta, 59
c/c intestato AVSI
IBAN: IT68Z0351201614000000005000
Per Bonifici dall’estero:
BIC (SWIFT CODE): ARTIITM2
Appena sarà possibile accedere nel Paese, e in particolare nell’area colpita, il personale AVSI in collaborazione con la chiesa locale, farà una valutazione in loco degli interventi da sostenere, presumibilmente di post emergenza, quali ricostruzione e sostegno alla popolazione nella ripresa delle attività lavorative ed educative.
Quando si denuncia la deriva relativistica della società ormai globalizzata, non si parla semplicemente di una parola difficile e priva di contenuto. La conseguenza più grave del relativismo è davvero la perdita della libertà che può essere garantita solo dove si riconosce con certezza ciò che è bene e ciò che è male: altrimenti regna l’anarchia e la legge del più forte.
Questa posizione relativistica che attraversa l’Europa sulla spinta di interventi di potenti lobbyes di potere che vorrebbero addiritttura impedire la libertà religiosa, viene denunciata da Giorgio Salina, Presidente dell’Association pour la Foundation Europa (AFE) in un’intervita concessa a Zenit (leggi qui) dove tra l’altro suggerisce:
Per dare un segnale chiaro a questa “deriva relativista, antidemocratica e prevaricatoria”, Salina ha proposto che i Paesi che ancora devono ratificare il Trattato di Lisbona, come l’Italia, “escludano l’accettazione della Carta dei diritti fondamentali, rifiutandone la prevalenza sulla propria legislazione, e la prevalenza di tutte le artificiose sentenze ad essa collegate, come hanno fatto già in sede di sottoscrizione del Trattato, Inghilterra e Polonia”.
Sul Trattato di Lisbona che rischia di essere approvato in sordina, senza che ne conosciamo l’esistenza o il contenuto, troverete delle notizie qui.
"In questi giorni non ci sono stati blitz ne’ retate contro i clandestini, ma normali controlli necessari alla sicurezza della cittadinanza". Così si è espressa Souad Sbai, deputato del Pdl, che ha osservato:
"Trovo scandaloso come nelle ultime settimane i giornali piu’ importanti e molti programmi televisivi stiano stravolgendo le azioni del governo in tema di sicurezza, fomentando le paure e il malessere degli italiani e degli stranieri. Le operazioni contro la criminalita’ che sono state avviate riguardano reati come il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione, lo spaccio della droga, i furti, le rapine nelle abitazioni e la riduzione in schiavitù. Nel prevedere eventualmente il reato di immigrazione clandestina, il governo distinguera’ tra i clandestini che delinquono e i clandestini che sono in Italia per lavorare. Inoltre, il nuovo esecutivo intende realizzare quello che il governo Prodi non e’ riuscito a fare, e cioe’ mettere in regola nuovi immigrati lavoratori. Concordo con la posizione del sottogretario alle Infrastrutture e ai Trasporti Roberto Castelli di fare un nuovo decreto flussi senza tetti che consenta di valutare caso per caso la situazione di quei ’clandestini’ che tali non sono, perché in gran parte si tratta di lavoratori che pagano regolarmente le tasse".
E Della Vedova, deputato del PDL dice:
"Il governo ha il dovere di rispondere alla domanda di sicurezza dei cittadini e di farlo con l’urgenza e la determinazione che la situazione comporta. Ma se si vuole porre mano a misure efficaci e applicabili e’ necessario provvedere a distinguere la condizione degli immigrati ’irregolari’ (che sono entrati clandestinamente in Italia) e quella degli stranieri criminali (che sono stati incriminati o condannati per reati contro la vita, la liberta’ e la proprieta’ di altri cittadini)".
Lo ha affermato Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl e presidente dei Riformatori Liberali, che ha osservato: "Non e’ un malinteso buonismo ma innanzitutto un’esigenza di efficienza e di rigore ad imporre questa preliminare distinzione. Come e’ noto ormai a chiunque, l’esercito dei clandestini e’ maggioritariamente composto da immigrati che lavorano presso le famiglie e le imprese italiane. Dei 650.000 clandestini stimati, una larga parte sono di fatto gia’ ’censiti’ dal Viminale, perche’ i datori di lavoro, usando lo strumento del decreto-flussi, ne hanno chiesto l’assunzione. Assicurare loro un rapido percorso di integrazione giuridica e’ il modo migliore per circoscrivere e inquadrare il ’bersaglio criminale’ che il governo deve, giustamente, colpire".
Fonte
Ed ecco le parole di Cicchitto
"Solo un intervento duro dello Stato puo’ respingere il rischio di xenofobia. Altrimenti ogni persona verra’ invitata a farsi giustizia da se"’. Lo ha affermato Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, commentando le misure sulla sicurezza al vaglio del governo in queste ore contro l’immigrazione clandestina. "Per me se lo Stato accentuera’ la sua azione nei confronti degli immigrati irregolari, distinguendoli nettamente dalle brave persone che lavorano, si togliera’ spazio agli xenofobi".
Qualcosa è cambiato
Sono passati pochi giorni da quando si è insediato il nuovo governo, ma sono già tanti i commentatori impegnati a sottolineare quello che appare un evidente "cambio di registro" nella politica italiana.
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Nel nuovo governo, accanto a nomi di spicco e di grande esperienza, vi sono persone con un curriculum e una personalità più modesta che lasciano preoccupati sulla loro effettiva capacità di affrontare alcuni dei gravi e urgenti problemi che attanagliano il nostro Paese. Sempre a proposito della composizione del nuovo governo, molti organi di stampa, in modo stranamente trasversale, hanno scatenato anche il tema della emarginazione dei cattolici dal governo. Cosa è condivisibile e cosa no di questa polemica? Per rispondere torna di attualità un’intervista a don Luigi Giussani di Pierluigi Battista, pubblicata per la prima volta su La Stampa il 4 gennaio 1996 e ripubblicata nel libro L’io, il potere, le opere. A un certo punto il giornalista chiede a don Giussani: «Ma lei si sente più garantito da un cristiano al governo?». E don Giussani risponde: «No. Il problema è la sincera dedizione al bene comune e una competenza reale e adeguata. Ci può essere un cristiano ingolfato nei problemi ecclesiastici la cui onestà naturale e la cui competenza possono lasciare dubbi. Preferisco che non sia così. Come, secondo me, non è così per De Gasperi, La Pira, Moro e Andreotti».
La risposta di don Giussani ci suggerisce che una certa difesa della presenza cattolica in politica può essere semplicemente la difesa di un tentativo di egemonia con contenuti fondamentalmente “non cattolici”. Basti ricordare quando, dagli anni ’50 in poi, i “dossettiani” della Dc, vincenti, si discostarono progressivamente dalla concezione sussidiaria della politica, tesa alla difesa e allo sviluppo delle realtà sociali ed economiche di base, allora sostenuta da De Gasperi e Sturzo, nell’illusione che bastasse, come cattolici, gestire lo Stato perché lo statalismo diventasse “buono”. Tale concezione, come si è visto fin nell’ultimo governo, è all’origine della gran parte dei mali attuali del nostro Paese. Perciò, una presenza di cattolici negli organi di governo è utile e doverosa solo se ha a cuore e richiama tutti a perseguire contenuti quali la difesa della vita, una sussidiarietà realizzata nell’ottica della solidarietà, la libertà di educazione in una scuola competitiva, la libertà di scelta in un welfare efficiente. Chi si dichiara preoccupato della scarsa presenza cattolica nelle istituzioni dovrebbe incalzare il governo su questi temi, come fa ad esempio il manifesto in 10 punti della Regione Lombardia. Ma ci si sbaglierebbe, da cattolici, se ci si sentisse appagati in politica da un governo che si ispirasse astrattamente a valori cristiani. Come dice ancora don Giussani nella stessa intervista, per un cristiano lo scopo ultimo di tutta la storia è «nella costruzione, nella storia stessa, della gloria umana di Cristo attraverso non egemonie ricercate a ogni costo, ma la potenza enigmatica di Dio». Passare dall’egemonia alla presenza e alla testimonianza, nella vita personale e sociale, per sperimentare da subito una novità di vita: questo è il passo che è chiesto innanzitutto a ciascuno di noi se vogliamo che nei tempi che saranno necessari, il nostro essere cristiani sia per noi stessi, per la vita del popolo e per il potere foriero di duraturi cambiamenti.
di Giorgio Vittadini, IlSussidiario.net, 16 maggio
Ho molto apprezzato l'intervento di Marcello Pera ieri al Senato durante la discussione prima della fiducia al Governo. Ve lo propongo quasi per intero:
(...)
Desidero (...) soffermarmi sulla necessità che lei ha indicato di battere il pessimismo. Questo significa - secondo me - sconfiggere una crisi che da tempo attraversa il nostro Paese. Di questa crisi noi conosciamo gli aspetti principali: una Costituzione non più adeguata ai tempi moderni; regolamenti parlamentari adatti ad un’epoca tramontata; un sistema politico che solo adesso dà i primi segni della vera alternanza. Ciò accade non per virtù della legge elettorale, la quale era e resta carente perché premia i partiti, punisce gli elettori e non favorisce la rappresentanza territoriale degli eletti, ma a causa di due fattori. Il primo fattore è la lungimirante decisione dell’onorevole Veltroni di dare vocazione maggioritaria al Partito Democratico e il secondo è l’altrettanto lungimirante decisione sua, signor Presidente, di seguire questa stessa strada. E se il clima nuovo, che è mancato in altre legislature, davvero si realizzerà, senza che ne venga alterato o edulcorato il rapporto dialettico tra maggioranza ed opposizione, penso che questi aspetti della crisi italiana saranno finalmente corretti.
Ma c’è un’altra crisi su cui desidero soffermare la sua e la nostra attenzione, che considero morale o etico-civile. Il pessimismo paralizzante di cui lei ha parlato, riguarda una questione apparentemente ineffabile e impalpabile, ma invece ben presente ai nostri cittadini: l’identità. Chi siamo noi? In che cosa crediamo noi? Abbiamo noi principi o valori che riteniamo sacri, fondamentali, inviolabili oppure, per usare l’espressione cara al Papa Benedetto XVI, non negoziabili?
Queste domande, le cui risposte noi pensavamo da tempo acquisite, sono rinate quasi improvvisamente in varie occasioni recenti. Quando siamo stati minacciati dal terrorismo islamico, quando ci siamo posti il problema di come meglio integrare coloro che vengono da noi, quando abbiamo inseguito vanamente, perché vanamente e vacuamente l’avevamo perseguito, l’obiettivo di scrivere una Costituzione europea e quando siamo stati investiti dalle richieste, anche in quest’Aula, di cosiddetti nuovi diritti in tema di matrimonio, famiglia, procreazione, vita e morte. Ora, desidero osservare che la questione dell’identità non è una raffinata specialità intellettuale, ma una questione che tocca la vita degli italiani ogni giorno e dalla cui risposta dipendono molte cose. Dipende la nostra collocazione internazionale, perché se stiamo con gli Stati Uniti d’America e con Israele è perché intendiamo mantenere una certa nostra identità, dipende la nostra relazione con gli altri Paesi, perché se chiediamo, come dovremmo sempre più chiedere, reciprocità di diritti, in particolare in tema di religione, è perché consideriamo la nostra identità un bene da salvaguardare, dipende la nostra politica dell’integrazione, perché se chiediamo che gli immigrati rispettino i nostri valori è proprio perché li consideriamo come identitari, e dipende la nostra politica dell’educazione, perché se decidiamo che occorre insegnare la nostra storia, i nostri classici, la nostra tradizione è perché siamo convinti che non dobbiamo perdere la nostra identità.
Oggi sulla questione dell’identità l’Italia è divisa. Da un lato c’è una cultura dominante, anche se più per inerzia che per forza intellettuale, dall’altro c’è una maggioranza di italiani che non la accetta ma che è costretta a subirla sui giornali e sulle televisioni anche pubbliche, nelle scuole, nelle università, nelle case editrici e negli istituti di formazione. Questa cultura, come è noto, predica il relativismo dei valori e, mentre considera i sistemi di valori, le culture e le civiltà tutte ugualmente rispettabili, nega valore proprio ai nostri stessi valori. E il laicismo è l’altra faccia di questo relativismo. Noi abbiamo sì buoni principi umanistici, scritti anche nella nostra Costituzione - ammette il laicista - però, - aggiunge - non dovremmo esserne fieri, non dovremmo esaltarli e ancor meno dovremmo esportarli, perché non dobbiamo essere arroganti e dogmatici. E intanto, proprio il laicismo è arrogante e dogmatico fino al punto di accusare la Chiesa di interferire con lo Stato perché parla da Chiesa, o fino al punto di impedire al Papa Benedetto XVI di tenere una lezione in una Università italiana perché pubblica e laica.
Ora qui credo stiano le fonti della crisi morale o etico civile dell’Italia e non solo di essa, perché l’Europa intera è investita dallo stesso clima e sulla questione della identità stiamo rischiando che si avveri, se già non si è avverata, la profezia di un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, il quale ci mise in guardia dai rischi della alleanza tra relativismo e democrazia. Infatti, mettendo ai voti, come accade nei Parlamenti europei e anche nel nostro, gli assi portanti della nostra tradizione, considerando, come anche in quest’Aula si è sentito dire, conquiste civili l’aborto, l’eugenetica, l’eutanasia e la sperimentazione sugli embrioni, chiudendo gli occhi, come già accade in Europa, sulla poligamia e sulla pedofilia, noi ci sentiamo onnipotenti - votiamo! - e padroni di noi stessi, ed invece seppelliamo il nostro futuro perché nascondiamo i valori del nostro passato.
Questa crisi morale provoca disagio, incertezza, insicurezza, ansia e anche paura e trasforma persino la impostazione dei problemi, come avviene quando tanti ritengono che la questione della integrazione e della sicurezza possano essere trasferite soltanto nelle mani dell’agente di polizia o del magistrato.La crisi morale genera un bisogno di punti di riferimento cui oggi la Chiesa cattolica dà una risposta e non dovremo lasciarla sola, signor Presidente, con l’argomento che la religione è separata dalla politica, perché se così davvero fosse tutta la nostra politica si ridurrebbe ad una cieca amministrazione di interessi senza coordinate morali. Concludo. Signor Presidente, so bene che per questa crisi morale non ci sono misure specifiche che lei possa proporre, ma vi sono interventi indiretti nel campo della educazione, dei programmi scolastici, della famiglia, della integrazione, delle relazioni sociali, della legislazione bioetica e della cultura che possono aiutarci a superarla e che sono nella sua disponibilità. (...)
Fonte
Dal Corriere della Sera
ROMA - Ancora polemiche politiche sulla legge sulla fecondazione assistita. «Il governo e la maggioranza hanno approvato la legge 40, confermata da un referendum. Quindi, la volontà di questa maggioranza è cambiare la circolare della Turco». Lo annuncia il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Famiglia Carlo Giovanardi. Livia Turco, ex ministro della Salute, «non può, con una circolare, modificare una norma approvata dal Parlamento - sottolinea Giovanardi, a margine di un incontro del Forum delle Associazioni familiari - e confermata da un referendum popolare. Siamo in uno Stato di diritto, è il Parlamento che decide».
Ecco la posizione della Roccella, sottosegretario del nuovo governo:
«La legge sull’aborto è una materia che necessita un tagliando, l’ho ripetuto per mesi. Ma noi non intendiamo assolutamente intervenire a gamba tesa sulla 194. Chi ci attribuisce questo intento non sostiene il vero. Quelle che vogliamo varare sono norme applicative, linee guida...».
«La legge 194 rimarrà tale e quale. Quando si fa un tagliando a una macchina non si sostituisce il motore, lo si mette a punto, per permettergli di funzionare al meglio. Il nostro non sarà un intervento di tipo legislativo, ma di applicazione. Chi agita lo spauracchio, facendo credere che vogliamo attentare a una legge dello Stato, non ha compreso il nostro intento».
Leggi tutto qui e qui la posizione della Carfagna di cui cito un passaggio:
"da ministro ho la laica consapevolezza che partiamo discutendo della modifica della 194 torniamo a quelle contrapposizioni ideologiche che tutti diciamo di aver superato o di voler superare. Oggi al Paese non serve lo scontro tra guelfi e ghibellini, ma una sana e approfondita riflessione sui temi etici, sul sostegno alla famiglia, alla donna ed alla maternita'.
Sono contraria ad una rottura su questo tema e mi auguro che si possa arrivare ad una completa e puntuale applicazione della norma con l'obiettivo di tutelare il nascituro e disincentivare la madre a fare una scelta che rappresentera' per sempre un buco nero nella sua vita, con pentimenti e sensi di colpa".
Ancora sulla scuola da IlSussidiario.net:
Vista la polemica sui buoni scuola lombardi, non è inutile testare cosa hanno messo in atto coloro che possono essere definiti i “profeti” dell’alternativa: gli emiliano-romagnoli. È importante infatti segnalare una notizia paragone, snobbata dai media locali, vale a dire il fallimento del modello alternativo dell’Emilia-Romagna, propugnato principalmente da Mariangela Bastico, ex viceministro alla scuola, anni fa assessore regionale, che ha costruito la sua carriera esattamente su questa partita dell’alternativa alla Lombardia e alla Moratti.
Quando la Lombardia varò i buoni scuola, l’Emilia partì alla rincorsa, accusando i voucher lombardi di essere troppo “supermarket” e di favorire le scuole private (ancorché paritarie, dettaglio sottaciuto). In buona sostanza qui si ripropose, col supporto spinto di Rifondazione e Cgil, il vecchio modello assistenziale: borse di studio uguali per tutti, a pioggia, sotto una certa soglia di reddito (Isee, molto bassa). Si arrivava a percepire singolarmente fino a quasi 2 milioni di vecchie lire (ora al massimo 750 euro). Per non favorire le famiglie che vanno alle paritarie private, la Bastico cancellò anche la previsione minima di spese documentate (le rette sarebbero una bella spesa documentata) e tolse di fatto l’aggancio al merito scolastico. Esito: favoritissime le scuole pubbliche, 25% e più di borse agli immigrati, che però sono meno del 10% della popolazione scolastica in alcune province, coinvolgimento inferiore al 2% di famiglie di scuole paritarie (peraltro famiglie povere ci sono anche qui, contro il luogo comune), infine costi crescenti per le casse regionali. Si è arrivati a spendere 20 milioni, di cui 12 dal Fse, fin che c’era.
Il paradosso che può interessare: pochi mesi fa la Giunta regionale, negli indirizzi triennali in materia, auto-condanna il proprio modello. Fa fare una ricerca all’università, sentenzia che queste borse di studio non servono a nulla, sono troppo assistenziali (parole loro!), ovvero non motivano i ragazzi a restare a scuola. Da segnalare che l’assistenzialismo spinto deresponsabilizza: il 9% delle dichiarazioni per l’accesso a questi benefit è risultato infedele. Perciò la Giunta emiliana toglie le borse a elementari e medie, anche perché non ha soldi, e prova a concentrare poche risorse solo sul triennio superiori, in quanto fascia critica dell’obbligo. Al lato pratico, venuto meno il Fse (per la riduzione dei fondi causa allargamento Europa e per la non destinabilità del Fse a questi interventi), la Giunta regionale emiliana non “ci crede” più e non ci mette del suo, a differenza della Lombardia che ci crede (anche la Lombardia non ha più l’ausilio del Fse per questo), perché vede che i buoni scuola funzionano e trova quindi le ingenti risorse dal proprio bilancio. La cosa molto interessante è che la Bastico, all’epoca, sosteneva che la Lombardia non avrebbe retto alla spesa. Eterogenesi dei fini: l’Emilia-Romagna non ce la fa e non ci mette del suo, se non in percentuale modesta.
Naturalmente al governatore Errani riesce di non sconfessarsi, anche se va dato atto all’assessore successore della Bastico (Paola Manzini) di aver avuto coraggio e guardato in faccia al fallimento. A parte la Uil, qualche comune e – scontato – qualcuno dell’opposizione, nessuno trova da ridire sul fallimento e il taglio del diritto allo studio, e la stampa quasi non se ne accorge.
Eppure è una auto-sconfessione molto rilevante, dopo anni di enfasi sulla via emiliana alla scuola.
Approfondisci:
- Venzo, Il buono scuola in Friuli Venezia Giulia: dopo anni di tagli, ora si spera in una stabilità
- Vittadini, Le "idee confuse" di Giavazzi: un falso concetto di scuola non-statale e i dati “torturati” a piacimento
- Cominelli, Appunti per una scuola che non sia più schiava degli apparati ministeriali
- Rossoni, Il modello della Lombardia: un sistema educativo che permette una vera libertà di scelta
- Violini, Per criticare il buono scuola bisogna prima comprenderne gli obiettivi
Da IlSussidiario.net un contributo di Giorgio Vittadini al dibattito sulla scuola:
Nel suo editoriale sul Corriere del 12 maggio Francesco Giavazzi riporta e ripete a distanza di tempo, in modo acritico e fideistico, un’affermazione fatta da Daniele Checchi. Il quale ha preso in mano l’indagine Ocse-Pisa 2006 e le ha fatto concludere che le scuole private in Italia sono le peggiori d’Europa e che sono anche al di sotto della scuola statale. In termini di punteggi internazionali le differenze a favore degli studenti delle scuole pubbliche sarebbero di 11 punti in matematica, 14 nelle materie scientifiche, 3 nella lettura. Checchi aggiungeva che gli alunni delle private - con il loro 4% rispetto al totale! - abbassavano gravemente la media nazionale italiana, rendendo abissale il distacco dall’Europa nelle materie scientifiche. Supponiamo pure, per un attimo, che quel distacco tra scuola statale e scuola privata esista: appare avventuroso affermare che la responsabilità dell’abbassamento della media nazionale dipenda dai 686 studenti delle private dispersi nell’universo statistico dei 20.922 studenti del campione. Una differenza di 14 punti sul 4% del campione incide soltanto per lo 0,12% sul risultato complessivo.
Ma la questione centrale è che cosa significhi "scuola privata". Stupisce che dopo la legge n. 62 del 2000 varata da Luigi Berlinguer e dopo la riforma del Titolo V si continui a parlare confusamente di “scuole private”, ignorando che esistono almeno due tipi di scuole private. Quelle “private” e quelle “paritarie”, che sono scuole pubbliche a norma della legge, avendo ottemperato alle condizioni da essa prevista.
Le tabelle 5.4 del volume II di Ocse-Pisa 2006 assegnano il 96,4% degli studenti italiani alle scuole statali, l`1,2% alle scuole che noi chiamiamo "paritarie" (Governement-dependent private schools), il 2,4% alle scuole "private" (Governement-independent private schools). Per "Governement-dependent private schools" l`Ocse intende quelle scuole che ricevono da agenzie governative almeno il 50% o più dei fondi necessari a supportare i servizi educativi di base. Poi, però, in una tabella successiva Ocse-Pisa mette sotto la voce “private” le scuole paritarie, le scuole private, le scuole professionali delle province di Trento e Bolzano, i corsi offerti dai Centri di Formazione professionale (Cfp - Legge 53/2003).
In questo modo nel campione di 686 studenti di scuole non statali utilizzato per l`area scientifica, parte frequentano 56 Cfp - che spesso funzionano da “Croce rossa” e da punti di raccolta dei drop-out dell`istruzione formalizzata- parte arrivano da 33 altre scuole, che comprendono "i diplomifici", con studenti a basse performance.
È evidente, perciò, che i dati Ocse-Pisa non possono essere utilizzati per identificare le performance di tutta la scuola non statale. Certo, “torturando” e manipolando i dati al cospetto del volgo si può ottenere di piegarli a confermare opzioni ideologiche preconcette, vendute come autoevidenti.
Stupisce che il liberal/liberale Giavazzi si presti a questo gioco.
Giorgio Vittadini
Approfondisci:
- Cominelli, Appunti per una scuola che non sia più schiava degli apparati ministeriali

Come vi ho detto si sta svolgendo il pellegrinaggio marino della Madonna di Bonaria intorno alla Sardegna e poiché qualcuno mi ha chiesto il testo del tradizionale canto alla Protettrice di tutti i sardi, lo trascrivo:
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R |
Di Bonaria celeste Regina |
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Dietro d’Angeli schiera infinita, |
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I |
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