Una mail dal meeting di Rimini
La mia amica Lulli mi ha fatto avere un piccolo ma piacevole resoconto della sua esperienza al Meeting di Rimini: vi ho scoperto la semplicità e la bellezza che anch’io ho incontrato le due volte che ci sono stata con i miei due figli allora adolescenti.
Erano un po’ contrariati di dover seguire i genitori nell’avventura riminese, ma una volta arrivati non ebbero il tempo di lamentarsi, anzi il grande mi disse: “Ma mamma, come fanno tutti questi volontari a lavorare gratuitamente?” (allora, nell’87 e '88, i volontari erano solo un migliaio)
Il dispiacere era quello di non poter partecipare a tutti quei numerosissimi e interessantissimi incontri. Ricordo che quell’anno avemmo anche l’incontro con madre Teresa di Calcutta, e questo era davvero grandioso!
Comunque ecco la mail della mia amica:
Ore 24.15, Miramare di Rimini.
Scendo dalla macchina dopo un miracoloso parcheggio e tengo per mano le mie figlie insonnolite per l’ora tarda. Per raggiungere il nostro albergo dobbiamo camminare per un piccolo tratto di lungomare. E’ una baraonda di luci, vetrine, musica, pub, discoteche: la vita notturna di Rimini.
E questa definizione stride nei volti di chi incrocio per strada.
Tengo più strette le mani delle mie figlie, perchè non è quella la vita che vorrei per loro.
Capiamoci, nessuna censura moralista: la notte è meravigliosa per divertirsi, ballare, stare con gli amici. Ma questo cos’è? Questo sfrenato apparire che mostra solo un io deluso dall’ennesima moda della stagione...E l’amaro resta, più o meno sommerso, ma gli occhi parlano e tradiscono questo nulla.
Non posso fare a meno di rivedere la mia giornata appena trascorsa. Non siamo a Rimini per fare qualche giorno di mare, siamo venuti al Meeting: un appuntamento che a Rimini si svolge da 27 anni nei padiglioni della Fiera.
Ci vengo dal 1980, l’ho visto crescere, fiorire, consolidarsi, approfondirsi.
Oggi ho incontrato amici con cui venti anni fa ho lavorato alla sua costruzione ed oggi rivedo i loro figli impegnati con entusiasmo nella stessa opera.
Qui si lavora gratis, ci si prendono le ferie, le uniche e preziosissime ferie, per venire a lavorare per far nascere il Meeting.
Ho trovato l’ingegnere capo di una grande azienda di costruzioni nazionale che con cura ti versa la birra alla spina al bar insieme alla matricola universitaria alla prima esperienza lavorativa al meeting.
Ho incontrato l’insegnante di lettere che fa la cassiera al ristorante argentino che correva per essere puntuale all’inizio del suo turno di lavoro.
E’ importante la puntualità, è un valore.
E il lavoro che fai, qualsiasi sia, ha un valore; un valore talmente grande che se non ci fosse o se fosse fatto male si noterebbe.
Questo incontri al meeting e te lo porti a casa: ogni cosa nella vita ha un valore, tu stesso sei prezioso, sei importante, perchè sei amato e al meeting questo lo percepisci, lo succhi come per osmosi, lo capti negli sguardi della gente, è un’esperienza.
Ritrovi quella origine per cui sei fatto, puoi iniziare a dare una risposta a quell’ansia di domande che hai dentro.
Partecipare ad una conferenza sulla sussidiarietà nell’economia del paese, visitare una mostra sull’opera di Edward Hopper, assistere ad uno spettacolo teatrale o gironzolare tra gli stands delle innumerevoli associazioni nate da chi queste domande del proprio cuore le ha già prese sul serio ti mette in discussione, ti provoca, ti dà la voglia di ricominciare.
Di tornare a casa e di affrontare il solito lavoro, i soliti parenti, anche i soliti amici, perchè hai incontrato qualcosa o qualcuno che ti ha preso finalmente sul serio e una strada può cominciare...
Rientriamo in albergo e saliamo in camera. Le figlie crollano sul letto. Voglio ascoltare le ultime notizie di un Tg, parla anche del meeting: la solita rassegna sul politico di turno venuto oggi che non ho neanche intravisto al Meeting e niente di più. Una novità così evidente, così lampante è troppo scomoda per chi non si vuole mettere in discussione. Continuiamo a tacere.
Dialogo e identità
Per poter dialogare occorre avere una identità solida che permetta di accogliere il contributo della diversità dell’altro nel rispetto reciproco.
Ma pare che la questione dell’identità sia una cosa marginale ed evanescente, che passa in secondo piano rispetto al dialogo.
In questo caso il dialogo diventa contrapposizione, o acquiescenza annacquata per ciò che in fondo non interessa, oppure ostilità malcelata se l’altro non condivide la nostra posizione.
Credo quindi che dovremmo chiederci cosa significa “avere una identità”.
Proporrei di partire dall’interessante articolo proposto da Zenit:
Il dialogo con le altre religioni si basa su un confronto tra identità forti, afferma monsignor Follo
Dichiarazioni dell’Osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO
CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 30 agosto 2006 (ZENIT.org).- Il dialogo con le altre religioni e culture si basa su un confronto tra identità forti, perché “l’identità vera non è contrapposizione, è quello che mi permette di dialogare con l’altro”, sostiene l’Arcivescovo Francesco Follo, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO.
Il presule ha rilasciato queste dichiarazioni ai microfoni della “Radio Vaticana” a margine di un dibattito incentrato sul tema dell’incontro tra le culture e tenutosi al Meeting di Rimini, promosso da “Comunione e Liberazione”.
“La tolleranza è riconoscere l’altro come valore e non come problema”, ha sottolineato il presule, paragonando poi “il dialogo ad una 'polifonia delle culture'”, secondo una metafora utilizzata da Benedetto XVI in una intervista rilasciata alla “Radio Vaticana” e ad alcuni canali della televisione tedesca in vista del suo prossimo viaggio apostolico in Baviera.
Il “meticciato’ delle culture – ha aggiunto – dà sempre un’idea di qualcosa che arriva per caso. La polifonia, invece, ha come analogia l’orchestra, in cui ogni strumento resta se stesso, ma compone una musica nuova”.
Circa le misure concrete per giungere a ciò, l’Arcivescovo ha detto che “il primo passo è quello del rispetto, che è termine migliore rispetto a quello di tolleranza”.
“L’altro aspetto, secondo me, è cominciare almeno una riconoscenza – ha continuato –. In francese funziona meglio, perché reconnaissance vuol dire sia riconoscere l’altro che essere grato. Quindi, se io riconosco l’altro non come problema, ma come valore, gli sono grato di esistere”.
“Invece, a volte, l’altro è vissuto come problema da integrare”, ha commentato infine.

Francesco Babbi (Bologna)
23/08/2006
Quante lacrime…Quante lacrime avrebbero voluto scendere su quel volto canuto e posarsi su quella camicia rosa.
Quante lacrime…Lacrime cadute sulle magliette arancioni e verdi della militanza. Lacrime sotto gli occhiali di una ragazza vicino a me. Lacrime sulle camice bianche del coro. Lacrime sulle guance delle persone sedute in prima fila. Lacrime sulla maglietta sbiadita di Don Pigi Bernareggi. Lacrime dalla prima fila fino all’ultima delle gradinate. Lacrime…lacrime… lacrime cadute anche sulla mia polo bianca!
Lacrime perché quelle canzoni cantate ieri da Chieffo sono la nostra storia, la mia storia, la storia del Gius, ricordato tante volte da Claudio. Ieri sera ho cantato di me,ho cantato la mia vita,ho cantato i miei amici; non ho cantato canzoni di una rockstar che parla di lui, Claudio Chieffo parlava di me, con me. Il nostro pianto non è l’effetto di un sentimentalismo,ma piuttosto riconoscere che quello che canta Chieffo è vero.
Commuovente è la frase che ha detto poco prima di terminare lo spettacolo: “Con degli amici così come siete voi non si può mai smettere di vivere!”

Claudio Chieffo - La sua storia in breve
Claudio Chieffo, nato a Forlì il 9 marzo 1945 è il primo, in ordine di tempo dei cantautori cattolici italiani ed è unanimemente riconosciuto come uno dei capisaldi di questa musica, dalla lunga storia e ricca creatività.
Ha iniziato la sua attività nel 1962 e da allora non ha mai smesso di girare il mondo portando il messaggio cristiano attraverso le sue canzoni ed i suoi concerti ed ha all’attivo più di 3000 concerti, 113 canzoni, 10 tra L.P. e CD.
Alcune delle sue canzoni sono tradotte in numerose lingue e vengono cantate in tutti i continenti.
Ha ricevuto nel 1981 il Premio Internazionale della Testimonianza dei valori umani e cristiani e nel 2005 il premio Internazionale Calice d’oro; ha cantato in molte occasioni davanti al Santo Padre Giovanni Paolo II.
Leggi tutto su Claudio qui
“Mi ami tu?”
Tra i monti che soffrono un freddo inusuale,
carnale sussulta una domanda,
come i fiocchi di neve
che infittiscono d’estate.
“Simone, mi ami tu?”
e lui non indugiò nel dare la risposta.
“E tu?”
La stessa tenerezza s’insinua nel presente,
di fronte al suo sguardo
il sì di una nuova appartenenza,
un fiotto d’umano
che sgorga dalla Sua misericordia.
E’ questo il dramma della vita,
non inventarsi un Dio,
ma dire sì all’unico che ti si rivolge.
(Gianni Mereghetti)
La democrazia dell'azzeramento Ecco il virus dell'Europa

Davide Rondoni
Quanti punti potranno toglierci dalla patente per un'Ave Maria in curva? E quanti se ci sorprenderanno al volante bisbigliare un Rosario? O quanto costerà la multa per eccesso di Padre nostro? Sono domande assurde. Apparentemente. E invece sono tremende, dure. Dolorose e brucianti. Perché oramai il divieto di dar segno della propria fede è ben più di un fantasma che si sta aggirando per l'Europa. Prima le infinite e stucchevoli polemiche in Francia sul divieto di indossare segni religiosi in pubblico. Quel pozzo di dabbenaggine in cui si è avvitato il laicismo esasperato che in nome della libertà arriva a negare la più elementare delle libertà, quella di avere un Dio, e di onorarlo pacificamente. Più di recente la polizia ha svolto un'indagine sul portiere del Celtic in Scozia colpevole di essersi fatto un segno di croce. Provocazione al pubblico. E ora, nelle scuole di un land settentrionale della Germania, il divieto di esporre segni cristiani a scuola. E di portare catenine. Come se questi segni fossero offensivi. Come se fossero sconci. Da evitare come un virus. Per vietare agli insegnanti di religione islamica di entrare col velo, in quella scuola, han pensato bene di vietare tutto. La democrazia dell'azzeramento. Intendiamoci: non stiamo parlando di adoratori di divinità strane e sanguinarie per onorare le quali questi ragazzi chiedevano, che so, di sgozzare capretti in classe. O issare dei menhir nei corridoi. Si tratta di piccole croci al collo, di segni discreti. Di segni che non tolgono né aria né luce a nessuno. Ma che sono gli elementari segni della coscienza che la persona ha di se stessa. Questo è il punto. Il maledetto punto. Dalle premesse alla costituzione europea a questi regolamenti e atteggiamenti ecco cosa avanza: una persecuzione della espressione della coscienza. Dentro alla assurda, e quasi comica se non fosse così radicalmente violenta, persecuzione ai segni della fede, cosa si agita? Cosa morde? È la pretesa dello stato, ovvero del potere, di determinare l'unico contenuto valido della coscienza del singolo e dei popoli. Questa maschera deformata di Stato e di potere pretende che non ci sia altro contenuto profondo di coscienza eccetto l'appartenenza allo Stato. Alla legge. Come dire: tu sei quello che lo Stato (cioè chi ha il potere) prevede che tu sia.
Già Rimbaud accusava con ironia chi voleva far dipendere l'uomo solo dalla Dichiarazione dei Diritti Universale. Cioè dalla dignità che la politica gli riconosce. I segni che vogliono vietare dicono che l'uomo vive la propria autocoscienza in rapporto a Dio, al Mistero che fa tutte le cose, qualunque sia il nome con cui lo invoca. Segni della grandezza dell'uomo. Della sua irriducibilità a qualsiasi schema politico. Il nuovo spettro che si aggira per l'Europa ha i tratti affabili. Il profilo dottorale, azzimato di chi vuole essere comprensivo verso tutti, di chi si spaccia come paladino dei diritti di tutti. E invece è paladino solo del proprio diritto. E vuole essere lasciato in pace nell'esercizio del proprio potere. Come se gli uomini dovessero tutto allo Stato, al potere. Lo spettro potente che sta ammorbando l'Europa ha la testa vecchia di duecento anni e le armi forti del diritto piegato e del persuasione mediatica. Ma a tutto questo si oppone, si opporrà la vita.
