Un anno è trascorso, un anno decisamente difficile per me, come molti di voi sapranno, ma ricco in modo incredibile, di grazie.
Per questo desidero ringraziare, con tutta la Chiesa, il Buon Dio che sa trarre i bene anche dal male, anche se spesso noi non ce ne accorgiamo perché i suoi tempi sono diversi dai nostri.
Personalmente ho avuto modo di riconoscerlo nelle mie vicende personali e aspetto di riconoscerlo – quando Lui vorrà – anche nelle vicende della storia di cui alla fine sarà il trionfatore. Non mi resta che cantare, insieme ai cristiani di tutto, il mondo il TE DEUM:
Te Deum
Te Deum laudámus: *
te Dóminum confitémur.
Te aetérnum Patrem *
omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, *
tibi Caeli et univérsae potestátes,
tibi Chérubim et Séraphim *
incessábili voce proclámant:
Sanctus,
Sanctus,
Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt caeli et terra *
maiestátis glóriae tuae.
Te gloriósus *
apostolórum chorus,
Te prophetárum *
laudábilis númerus,
Te martyrum candidatus *
láudat exércitus.
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia:
Patrem *
imménsae maiestátis;
venerándum tuum verum *
et únicum Fílium;
Sanctum quoque *
Paráclitum Spíritum.
Tu rex glóriae, *
Christe,
Tu Patris *
sempitérnus es Fílius.
Tu, ad liberandum suscepturus hominem, *
non horruísti Vírginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, *
aperuísti credéntibus regna coelórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, *
in glória Patris.
Iudex créderis *
esse ventúrus.
Te ergo quaésumus, tuis fámulis súbveni, *
quos pretióso sánguine redemísti.
Aetérna fac cum sanctis tuis *
in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáte tuae.
Et rege eos, *
et extólle illos usque in aetérnum.
Per síngulos dies *
benedícimus Te;
et laudámus nomen tuum in saéculum, *
et in saéculum saéculi.
Dignáre, Dómine, die isto *
sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, *
miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
quemádmodum sperávimus in Te.
In Te, Dómine, sperávi: *
non confúndar in aetérnum.
Noi ti lodiamo, Dio,
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre,
tutta la terra ti adora.
A te cantano tutti gli angeli
il cielo e le potenze dell'universo,
e i cherubini e i serafini
a te si rivolgono dicendo con voce incessante:
Santo,
Santo,
Santo il Signore Dio dell'universo.
I cieli e la terra sono pieni
della tua gloria.
Ti acclama il coro glorioso
degli apostoli
e dei profeti
e la candida schiera dei martiri.
La santa Chiesa proclama
la tua gloria per tutta la terra,
o immenso Padre,
e adora il tuo unico Figlio
e lo Spirito
Santo paraclito.
O Cristo, tu sei il re della gloria,
l'eterno Figlio del Padre.
Tu nascesti dalla Vergine Madre
per la salvezza dell'uomo.
Tu, vincitore della morte,
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio,
nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Ora ti preghiamo:
soccorri, o Signore, i figli
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria
nell'assemblea dei santi.
Salva il tuo popolo, Signore,
benedici i tuoi figli,
proteggili e guidali
verso la vita eterna.
Ogni giorno ti benediciamo
e lodiamo il nome tuo
ora e per sempre.
Degnati oggi, o Signore,
di custodirci senza peccato.
Abbi pietà di noi, Signore,
abbi pietà.
Sopra di noi sia sempre la tua misericordia,
Signore: in te abbiamo sperato.
In te ho sperato, Signore:
che non rimanga confuso in eterno.
DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, PADRE FEDERICO LOMBARDI, S.J.
In merito alla esecuzione capitale di Saddam Hussein, avvenuta questa notte, il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Padre Federico Lombardi, S.J., ha r
Una esecuzione capitale è sempre una notizia tra
La posizione della Chiesa cattolica - contraria alla pena di morte - è stata più volte ribadita.
L’ uccisione del colpevole non è la via per ricostruire la
In questo tempo oscuro della vita del popolo iracheno non si può che auspicare che tutti i responsabili facciano veramente o
Il fenomeno della globalizzazione ci permette di conoscere quello che avviene in tutto il mondo e ci insegnato ad essere più sensibili e attenti anche a quanto accade ai nostri fratelli cristiani delle altre parti del mondo. In particolare ci è caro sapere quel che accade in Terra Santa, il luogo che ha visto nascere, vivere, morire e risorgere il nostro Salvatore.
Fiamma Nirenstein che non scrive più su “La Stampa, ma su “Il Giornale”, ci informa sulle condizioni in cui si trovano i nostri fratelli cristiani che vivono a Betlemme:
«Il Natale senza più gioia dei cristiani a Betlemme»
La piazza della Mangiatoia di Betlemme, quieta nel freddo della vigilia di Natale a sera, non è invasa dai turisti, non è travolta da un afflato mistico; da 90mila pellegrini al mese nel 2000, l’anno scorso ne vennero solo 2500, e quest’anno la cittadina se ne sta accucciata, come una persona ferita, concentrata su stessa, chiusa al suo ingresso principale dal massiccio recinto di difesa degli israeliani, e dentro tormentata da un destino che si fa sempre più difficile soprattutto per i cristiani, che un tempo erano i padroni della cittadina e oggi non lo sono più.
Betlemme alla memoria della nascita del Cristo, dovrebbe secondo una logica normale,gioire, festeggiare, ma ha visto tanti di quelli eventi seguiti da traumi e delusioni, e oggi è in una delle sue peggiori avventure, quella del dopo la vittoria di Hamas. La cittadina ha vissuto il Natale in cui proponendosi come un nuovo Messia, Arafat scese dal cielo sul suo elicottero, fra la folla festante, di ritorno dall’esilio; e tutti sperarono in una nuova era e venne la Seconda Intifada; quello dell’eccitazione della ricostruzione legata all’avvento del Terzo Millennio, che con la pace avrebbe dovuto portare benessere alla gente della patria di Gesù; Betlemme ha vissuto invece i giorni dei Tanzim asserragliati dentro la Chiesa della natività, le ronde e i carri armati; quelli degli spari da Beit Jalla delle Brigate di Al Aqsa nelle case del quartiere Gerusalemitano di Gilo;quelli della visita di Giovanni Paolo II quando la Moschea all’improvviso durante il discorso del Papa intonò a gran voce dal minareto le sue preghiere.
Non era un episodio sporadico. I cristiani del posto sono diminuiti verticalmente: dall’85 per cento nel 1948 nel 2006 sono calati al 12 per cento. Da sempre la chiamata del muezzin dalla Grande Moschea in Piazza si è scontrata con il suono delle campane; ma nel corso degli anni sempre di più la battaglia si è fatta largo dalle parole ai fatti. Non mancano le accuse agli israeliani che hanno si fatto serrato la città con la barriera che blocca l’entrata della città da Gerusalemme (che dalle altre parti tuttavia è aperta), i lavoratori abituati ad andare a Gerusalemme, le famiglie che ai posti di blocco specie in questi giorni in cui Israele ha promesso facilitazioni per tutti, trovano invece i soliti problemi a entrare e a uscire; ma Betlemme ha comunque ha dato il 40 per cento dei terroristi suicidi all’Intifada delle Moschee, seconda solo a Jenin, ha sempre avuto fra i suoi cittadini forti capi di Hamas e anche della Jihad Islamica, e una dura e numerosa postazione di Tanzim che occupò la Chiesa della Natività e che ingaggiò la guerra con morti e feriti di Beit Jalla, conducendola dalle finestre delle case dei cristiani contro la loro volontà.
Del problema di Israele tutti quanti ti parlano liberamente, ognuno si lamenta dei blocchi e le limitazioni. Ma solo a mezza voce i cristiani ti rivelano quella che è tuttavia la verità più recente e eclatante: essi lasciano la città di Gesù a un ritmo tale che presto forse la mangiatoia dove è nato, resterà in compagnia dei Francescani e dei Padri Greci Ortodossi che hanno cura della Chiesa, e poco più.
La forza sempre più dilagante del fondamentalismo islamico all’interno dei movimenti Palestinesi pone un grande problema per tutti i cristiani, le cui famiglie sono ormai sottoposte a espropriazioni di terre e di beni sotto varie forme, incluse quelle delle minacce che costringono a spostarsi e a vendere negozi e affari avviati da decine, a volte centinaia di anni; i cristiani sono anche tormentati dai fastidi alle loro donne, un tempo liete di mostrare la loro emancipazione sociale e nel mondo del lavoro anche sfoggiando un normale abbigliamento occidentale; i blue jeans, la gonna e i tacchi, sono costume comune. A volte i fastidi sono arrivati volte a vere aggressioni sessuali.
La questione non riguarda solo Betlemme, ma tutto l’West Bank e Gaza: dice Justus Weiner, uno studioso del Jerusalem Center for Public Affair che con infinita pazienza è riuscito a raccogliere le confidenze di centinaia di cristiani, tutte sistemate in classificatori e trascritte a mano, che dal 20 per cento di Cristiani fra i palestinesi dopo la guerra, il numero si è ridotto a l’1,7 per cento. Solo fra gli arabi che vivono dentro i confini di Israele la popolazione cristiana è aumentata, anche se molti si lamentano di una disparità di condizioni, da 34mila nel
A Betlemme il senso dell’assedio islamico è appena nascosto sotto la festività natalizie: in un albergo di lusso dove pure l’albero di Natale orna la hall dell’Hotel, nelle camere viene indicata la direzione della Mecca; alcuni i negozi che vendono bambinelli e presepi di legno nella piazza hanno le saracinesche dipinte di verde Islam. Fra i tanti episodi che raccogliamo in giro, dal Daily Mail leggiamo che Geoge Rabie, 22 anni, guidatore di taxi del sobborgo cristiano di Beit Jalla, fiero di essere cristiano, si è trovato circondato e maltrattato da una piccola gang di estremisti islamici provenienti da Hevron che avevano visto che George teneva un crocifisso appeso sullo specchietto. “E’ un tipo di razzismo che speriementiamo giorno giorno in molte circostanze” dice “poichè siamo una minoranza siamo un obiettivo facile”.
Jeriez Moussa Amaro, 27 anni, artigiano dell’alluminio, cinque anni fa ha avuto le sue due sorelle Rada di 24 anni e Dunya di 18, trucidate da un gruppo che, poichè la due ragazze conducevano una vita in stle occidentale, rivendicando il doppio omicidio proclamarono: “vogliamo ripulire la Palestina dalle prostitute”.
Le donne cristiane, oggetto di disprezzo, sono spesso anche costrette a sposare dei mussulmani e naturalmente a convertirsi. Le chiese sono state a volte razziate, talora date alle fiamme, i preti che non mantengono il silenzio minacciati.
Quasi tutti i cristiani con cui si parla, compreso George o i padroni degli alberghi cristiani, vogliono vendere le loro proprietà e trovare in qualche modo la strada di uscita dall’incubo. Nei passati sei anni, queste sono le cifre che riuscianmo a trovare, si dice che siano stati chiusi 50 ristoranti, 28 hotel, e 240 negozi di souvenir. Amir Qumsieh, il general manager della stazione telvisiva di betlemme Al mahed-Nativity dice sconsolato: “Ci stiamo sciogliendo, mi sto trasferendo negli USA, un cristiano non ha futuro qui”.
Quelli più minacciati di tutti, dice il dottor Weiner, sono i mussulmani che si convertono al cristianesimo: essi soffrono qualsiasi tipo di persecuzioni da parte dei loro excorreligionari e sono costretti a nascondersi e a emigrare. “Molti rappresentanti di Hamas hanno dichiarato prima delle elezioni che se avessero vinto i cristiani avrebbero dovuto finalmente pagare la Giza, cioè la tassa che secondo la tradzione islamica i dhimmi, ovvero i non mussulmani, devono contribuire al potere islamico se vivono sul suo territorio”dice Weiner. Si parla anche di conversioni forzate all’Islam.
La situazione è molto peggiorata sia dopo la vignetta incriminata su Maometto, dopo la quale le esplosioni islamiste si manifestarono anche nei territori palestinesi, sia,e soprattutto, dopo il recente discorso del Papa sulla cultura islamica. Monsignor Sabbah, il patriarca latino di Gerusalemme ha detto mercoledì nel suo consueto indirizzo di Natale che Betlemme è diventata “città di conflitto e morte” come risultato della continua violenza e intabilità nella regione e a causa delle misure antiterroriste di Israele. “Quest’anno torna di nuovo il Natale ha luogo nelle stesse circostanze di morte e frustrazione con il muro e i checkpoint sul terreno e nei nostri cuori”. Sabbah, che non ha mancato occasione per accusare gli israeliani di ogni e qualsiasi male della comunità cristiana, forse dovrebbe finalmente, dopo tanti cambiamenti sul terreno, a intonare un nuovo motivo.
Non chiudiamo gli occhi
Caro Direttore, il contesto umano e culturale in cui viviamo può essere identificato con una parola: confusione.
Ce ne rendiamo conto per l’urgenza in noi di una certezza.
Tutta la confusione in cui siamo immersi, infatti, non può evitare l’emergere del desiderio di verità, giustizia, felicità che ci costituisce. «Ho cercato me stesso. Si cerca solo questo» (Pavese).
Insoddisfazione, inquietudine e tristezza ci dicono che il desiderio del cuore è inestirpabile - come un dato che nessun nichilismo può vincere -. Neanche la nostra menzogna, i nostri tentativi di far finta che non esiste, è in grado di sradicarlo. Tanto è vero che non vediamo altra via d’uscita che odiarlo: «Quando si annebbia, il cuore grava come peso insopportabile. Ed è difficile reggere questo peso senza avere in odio se stessi, senza rimpiangere di essere nati» (Maria Zambrano).
Si capisce questo odio perché, non trovando la presenza che lo compia, il desiderio di felicità è come un impeto impazzito, che non sa più dove andare.
Ma neanche può auto-distruggersi perché è costitutivo e chi ci ha costituiti è un altro, è il Destino. Per questo anche nell’abisso della dimenticanza si può riaccendere il desiderio di tornare a casa.
Fu così per il figliol prodigo. E lo è per chiunque abbia ancora una briciola di tenerezza verso di sé, «perché alla vita basta lo spazio di una crepa per rinascere» (Ernesto Sábato).
Il cuore resta come baluardo contro il nichilismo.
Dare credito al cuore, al desiderio di tornare a casa, è l’inizio della ripresa.
Sembra un niente, ma è ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la verità, se per caso ci viene incontro.
Nel cuore, infatti, abbiamo il criterio per giudicare: «L’inferno - scrive Italo Calvino - è già qui.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Dare spazio a che cosa, se ogni cosa, ogni volto, anche i rapporti più cari, sembrano non avere forza e consistenza per vincere l’inferno?
Ci vorrebbe qualcosa di eccezionale per respirare e vivere.
Il Natale di Cristo è l’annuncio di questa eccezionalità che irrompe nei confini chiusi dell’umana esperienza: il Verbo si è fatto carne, Dio diviene uno di noi.
Eppure oggi siamo abituati a parlare del Natale come sentimento, folklore, rito già saputo, piuttosto che come fatto eccezionale, fino al punto che la fede non interessa quasi più a nessuno, nemmeno a tanti che frequentano la Chiesa.
Gli interessi della vita sono altrove. «Ma com’è possibile - si domanda Benedetto XVI - che un uomo dica “no” a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza?». E risponde: «In realtà, non hanno mai fatto l’esperienza di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere “toccati” da Dio!».
Come possiamo essere “toccati” da Dio? Solo attraverso l’umanità cambiata di testimoni, non perché più buoni, ma perché presi, afferrati da un Fatto che muove tutta la loro vita, come è accaduto, d’improvviso, ai pastori: «Venite a vedere! Per voi un bambino è nato!».
Così il Natale è una speranza per tutti. Basta guardare e lasciarsi “ferire” dalla sua bellezza, così come descrive la liturgia della notte di Natale: «Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore».
Questo stupore riecheggia nelle parole di Pasolini: «L’occhio guarda… è l’unico che può accorgersi della bellezza… la bellezza si vede perché è viva, e quindi reale. Diciamo, meglio, che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio».
Oggi, come duemila anni fa. È questo infinito desiderio che da allora fa gridare alla Chiesa: «Vieni, Signore Gesù!».
Julián Carrón
Corriere della Sera, 28 dicembre 2006, pag. 44
A proposito di Etiopia e Somalia
A proposito di quanto sta accadendo in Somalia, ho trovato questo articolo di Magdi Allam che un po’ aiuta ad orientarsi in questa difficilissima situazione che potrebbe avere conseguenze gravissime:
(…) Si tratta forse di un’invasione militare dell’Etiopia tesa a occupare la Somalia? No, perché se fosse stato questo l’obiettivo, l’avrebbe potuto molto più agevolmente conseguire tra il 1994 e il 2005, quando la Somalia è stata letteralmente una «terra di nessuno», senza alcun potere centralizzato e alcuna forza in grado di resistere all’esercito etiopico.
È comunque una guerra tra l’Etiopia e la Somalia? No, dal momento che l’esercito etiopico è entrato in Somalia su richiesta del Governo transitorio somalo, che è la sola autorità riconosciuta dalla comunità internazionale.
È una guerra a connotazione religiosa tra un Paese filo-occidentale e cristiano, contro un altro musulmano legato al Mondo arabo e islamico? Non dovrebbe esserlo, perché in realtà la maggioranza degli etiopici sono musulmani, così come il suo esercito continua a affidarsi a un armamento prevalentemente russo, mentre l’intesa con gli Stati Uniti è un fatto recente.
È una guerra sostanzialmente illegale scatenata in aperta violazione del diritto internazionale? No, dal momento che l’Unione Africana ha riconosciuto il diritto dell’Etiopia a difendere la propria sovranità minacciata dalle mire espansioniste delle Corti islamiche che hanno riesumato il proposito di realizzare la «Grande Somalia», e che le stesse Nazioni Unite si sono finora astenute dal condannare l’azione militare etiopica pur auspicando una soluzione politica. È una guerra neo-coloniale per mettere le mani sul petrolio o altre risorse naturali? No, perché sia la Somalia sia l’Etiopia sono tra i paesi più poveri del mondo, con un reddito pro-capite rispettivamente di 600 e 800 dollari.
È una nuova tappa della guerra al terrorismo islamico globalizzato decisa dagli Stati Uniti per interposta persona? Sì e no, perché a preoccuparsi della manifesta collusione tra il regime delle Corti islamiche somale e Al Qaeda non è soltanto Washington, ma soprattutto il governo di Addis Abeba che teme più di altri il contagio dell’estremismo islamico. È nella questione del terrorismo islamico che si intravede il bandolo della matassa per capire la natura del conflitto appena esploso nel Corno d’Africa. Una realtà che avrebbe dovuto essere manifesta a tutti noi quando un recente rapporto dell’Onu ha denunciato la presenza in Somalia di migliaia di terroristi islamici provenienti da Yemen, Eritrea, Siria e Libia, quando il 9 ottobre scorso le Corti islamiche hanno dichiarato la Jihad, intesa come «guerra santa», contro l’Etiopia, quando il 23 dicembre hanno lanciato un appello «a tutti i combattenti islamici del mondo per prendere parte alla Jihad in Somalia».
Ecco perché diventa facile presagire che prossimamente la Somalia si trasformerà in un campo di battaglia del terrorismo islamico globalizzato, una sorta di nuovo Iraq. Ebbene, a meno che non si immagini che la guerra in Somalia sia una sorta di metastasi del cancro iracheno, quanti hanno finora sostenuto a squarciagola che, se non ci fosse stato l’intervento americano in Iraq, il terrorismo islamico non sarebbe stato così dirompente ovunque nel mondo, dovrebbero riconsiderare quello che appare sempre più un atto di fede inficiato da un pregiudizio piuttosto che una realtà suffragata dai fatti.
Proprio la vicenda somala dimostra che questo terrorismo islamico globalizzato è tutt’altro che reattivo, bensì il frutto deliberato di una strategia aggressiva decisa e attuata da potenti burattinai con lo scopo manifesto di dar vita a un Califfato Islamico Internazionale. Né si scongiurerà questa nefasta prospettiva continuando a corteggiare, così come stanno facendo l’Unione Europea e la Lega Araba, le Corti islamiche affinché tornino al tavolo del negoziato.
Ma se sono stati loro a farlo fallire e a tentare un colpo di mano per eliminare del tutto il Governo transitorio somalo arroccato a Baidoa! Così come risparmiamoci il ridicolo di rispolverare il mito dell’Onu, le cui forze abbandonarono vergognosamente nel caos la Somalia nel 1995, continuando a immaginarlo come una bacchetta magica per la soluzione del conflitto. La verità è che non ci sono scorciatoie: se vogliamo la pace in Somalia, dobbiamo affrontare insieme la minaccia del terrorismo islamico globalizzato che è riuscito anche lì, tra l’indifferenza generale, a insediare il proprio potere.
Il Mistero dei Santi Innocenti
Questi Innocenti avevano semplicemente colto nella zuffa
Il Regno di Dio e la vita eterna, che importano oggi
Le loro bianche membra spezzate in tutti i paesi della Giudea?
I loro braccini grassocci recisi come da potatori
E i loro ditini contratti che si ripiegavano sulla palma.
E i gridi ricacciati in gola, le mani criminali che li ricacciavano, che si cacciavano in bocca come un tappo. Come un tampone.
E il giovane sangue che sprizzava dal cuore. Che importano le membra tagliate?
Le bianche coscette come carne di capretto, come piccole cosce di maialini di latte.
E le loro madri urlanti come pazze mordevano il polso ai soldati. Come nella battaglia, come dopo la battaglia
I vagabondi, i ladri vengono a spogliare feriti e morti e morenti, a portar via, a rubare tutto quello che conta.
Tutto quello che vale qualcosa, come nuovi vagabondi, nuovi ladri questi innocenti
In questa battaglia, dopo questa battaglia da se stessi si sono spogliati
E nel fracasso delle armi, nel tumulto nelle grida,
Nella pazza galoppata, nella caccia sfrenata, tra le donne per terra essi hanno raccolto tutto quel che conta.
Come ladri di cadaveri si sono derubati da sé, e ciò che hanno raccolto nella zuffa è niente di meno
Che il Regno dei Cieli e la vita eterna.
Che soli forse sulla terra non solo non avevano mai cantato le lodi di Dio,
Ma non avevano mai pronunciato nemmeno il nome di Mio Figlio,[dice Dio]
Sono anche i soli a non portare agli angoli delle labbra la piega incancellabile,
Questa piega della disgrazia e dell’ingratitudine.
E di un’amarezza che non sarà mai placata, Ora, se abbiamo fatto di loro quel che vedete, dice Dio,
Ci sono sette ragioni, che voglio ben dirvi.
La prima è che li amo, dice Dio, e questa può bastare.
Tale è la gerarchia della mia grazia.
La seconda è che mi piacciono, dice Dio, e questa può bastare.
Tale è la gerarchia della mia grazia.
La terza è che così mi piace, dice Dio, e questa può bastare.
Tale è la gerarchia, tale è l’ordine, tale è l’ordinamento della mia grazia.
Ora vi dirò, dice Dio, la quarta:
E’ precisamente che non hanno agli angoli delle labbra
Quella piega d’ingratitudine e d’amarezza, questa ferita dell’invecchiare,
Questa piega d’avvertimento, questa piega di memoria che vediamo a tutte le labbra.
La quinta, dice Dio, è che per una specie di equivalenza
Per una specie di equilibrio, questi innocenti hanno pagato per mio figlio.
Mentre loro giacevano sul selciato delle strade, asul selciato delle città, sul selciato dei paesi,
Nella polvere e nel fango, stimati meno di agnelli, capretti e porcellini,
(Perché agnelli, capretti e porcellini
sono molto stimati dal beccaio e dal consumatore),
Abbandonati sui corpi delle loro madri,
In quel tempo stesso mio Figlio fuggiva. Bisogna dirlo.
E’ dunque un specie di quiproquo. Bisogna dirlo.
E’ un malinteso.
Voluto. E questo è grave. Bisogna dirlo.
Essi furono presi per lui: Furono massacrati per lui. Invece di lui. Al suo posto.
In sua vece, in sostituzione, in luogo di lui. Ora tutto questo è grave, dice Dio, tutto questo conta. Furono simili a mio figlio e lo sostituirono.
E poiché sono stati trovati simili a mio figlio esattamente nell’ora di questo massacro,
Ora è per questo che ora sono trovati simili all’Agnello in questa gloria eterna.
Nel loro sangue quei lattanti raccoglievano un credito su di me. avevano ben ragione.
Beati coloro che hanno un credito su di noi. Noi siamo ottimi debitori.
La sesta ragione, dice Dio, (è un ottimo affare essere presi per mio figlio, è una cosa che rende)
La sesta ragione è che erano coetanei di mio figlio
Della stessa età e nati nel medesimo tempo.
Giusto in quel punto del tempo.
La settima ragione, dice Dio, perché tacerla? E’ che erano simili a mio figlio.
E lui simile a loro.
Mio figlio era tenero come loro e come loro era nuovo.
Era abbastanza ignoto. Come loro.
Non aveva ancora due anni, era come loro.
Era un bel bimbo, e sua madre lo diceva.
Essi sono per me dei bimbi che mai divennero uomini,
Dei bambini Gesù che non invecchiano mai.
Da quel tempo loro non si sono più mossi.
Essi sono le imitazioni eterne
Di come fu Gesù per brevissimo tempo.
E la mia Chiesa conferma e celebra.
E consacra e commemora.
(Charles Peguy, Il mistero dei santi innocenti, pagg. 130 e ss.)
