Questa è una notizia spaventosa; per ora ve la offro senza commento:
Embrioni uomo-animale.
L’orrore diventa realtà
di Eugenia Roccella - Il Giornale di mercoledì 28 febbraio 2007
In Inghilterra gli embrioni-chimera si faranno. Lo annuncia trionfalmente il Times,
L'obiettivo mitico e sfuggente, il Santo Graal che tutti inseguono, è la clonazione terapeutica, che sul
Nella gara tra i diversi gruppi di ricerca l'opinione pubblica gioca un ruolo cruciale; blandirla, orientarla, rassicurarla, è decisivo per ottenere i fondi. L'immensa pubblicità data alle speranze di cura associate alle cellule staminali embrionali è stata finora l'elemento vincente, ma le ultime novità, dalla compravendita degli ovociti umani fino agli embrioni Frankestein, aprono squarci inquietanti sul nostro futuro. L'umano viene ridotto a un calcolo percentuale, un tasso variabile: è solo una qualità che può essere presente in misura diversa nelle creature indefinibili che usciranno dai laboratori. Benché gli esperti si affannino a ripeterci che gli ibridi serviranno solo a scopi di ricerca, e dunque saranno rapidamente distrutti per ricavarne linee cellulari, il dubbio è lecito: se davvero si riuscirà a produrre gli embrioni-chimera, non ci sarà qualche scienziato che vorrà impiantarli nell'utero di una donna o magari di una mucca? Non sarà inevitabile scavalcare il limite successivo, e andare avanti nella manipolazione della vita umana? La risposta è unanime: naturalmente non sarà così, e la logica del piano inclinato, secondo cui una volta preso l'abbrivio si scivola insensibilmente verso il basso, è solo lo spauracchio con cui si vuole bloccare il progresso della scienza.
Eppure l'ultimo numero di Nature, notissima rivista scientifica, si apre con un articolo che spiega chiaramente come quello che viene ritenuto un invalicabile limite etico, dopo un certo tempo è percepito come un ostacolo obsoleto. A dieci anni dalla nascita della pecora Dolly, la clonazione umana, universalmente condannata, comincia a diventare non solo un obiettivo possibile, ma secondo la rivista, addirittura inevitabile. La ricerca, insomma, non si può fermare, o almeno, non si può fermare da sola: se non ci sarà un movimento di opinione, se non saranno i governi democratici a riportare in equilibrio il piano inclinato, gli embrioni-chimera tra dieci anni saranno pura normalità.
Il Commissario Calabresi
Erano gli anni 70 ed io ero in tutt’altre faccende affaccendata visto che avevo due figli piccolissimi e per di più insegnavo, e seguii solo l’eco di quei fatti terribili.
In questi giorni, con un articolo inviatomi con le news di Socci, mi arriva la ricostruzione di quegli anni terribili e del martirio di questo giovane Commissario di polizia di cui Avvenire ha parlato in modo molto commovente (link). E’ stato chiesto di avviare per lui la causa di beatificazione, ma il Vescovo titolare non lo ritiene opportuno, nonostante il card. Ruini pare caldeggi la cosa.
Ecco alcune parole di Socci, che ricostruisce quel travagliato periodo storico in cui la violenza stava dilagando nella nostra Italia, ed ora il fenomeno sta ricominciando in modo sempre più drammatico:
Cosa c’entra Luigi Calabresi con questa opaca e avvilente crisi di governo? C’entra per uno scritto inedito che è appena venuto alla luce (lo vedremo) e per una clamorosa notizia che ieri si è curiosamente intrecciata con quelle del Palazzo. Ma prima bisogna considerare la parabola di una generazione, quella Sessantottina, dalla quale vengono i protagonisti di questa spregiudicata contesa di potere cui è ridotta la politica italiana. Dalla lotta di classe al salotto di governo. Pretendono il potere a tutti i costi, con tutti i compromessi di corridoio, ma non intendono rinunciare alla gloria, alla mitologia, alla canonizzazione epica. E al romanticismo della piazza di ieri e di oggi (vicentina o genovese). Perfino Fabio Mussi, oggi ministro dell’Università, rivendica il suo “amarcord” barricadero. L’ha consegnato a “Magazine”. Ha raccontato il primo incontro con Massimo D’Alema in una rissa con “i fascisti” all’Università di Pisa (“ci buttammo nella mischia”), poi ha evocato l’epico “scontro con la polizia”, l’impatto – sempre a Pisa – col tagliente leader di Lotta continua, Adriano Sofri (“un uomo molto duro. Avevamo rapporti tesi”). E pure Mussi ha voluto “aggiustare” la sua biografia politica dando ad intendere – pure lui – di non essere mai stato comunista: “Chi è entrato nel Pci nel ’68 respirava una suggestione libertaria e anti-autoritaria”.
Insomma a Botteghe Oscure c’era un covo di liberali e libertari e non ce n’eravamo accorti. Il plumbeo Pci di Longo, prono a Breznev, era un allegro circolo di anticomunisti e non l’avevamo capito. In realtà anche il libro – appena uscito – di Andrea Romano, “Compagni di scuola”, intrecciando le biografie degli altri rampolli del Pci di allora (D’Alema, Veltroni, Fassino), racconta un’altra storia e ricorda impietosamente detti e fatti memorabili. L’autore – che è dell’ambiente, è stato collaboratore di D’Alema – traccia un bilancio desolante di questa leva “sessantottina”.
Ma forse c’è pure di peggio. Che dire dei Bertinotti e dei Diliberto – tuttora comunisti, che si baloccano ancora con le piazze e le mitologie guevariane – i quali in queste ore si mostrano i più accaniti nel tenere in vita l’agonizzante governo Prodi pur di non perdere la poltrona e il potere? Secondo le cronache si ricorre al mercato delle vacche parlamentari per sopravvivere: dov’è l’idealismo, dov’è la bandiera dell’ideale senza se e senza ma? E lo slogan, che piace tanto a Bertinotti, “un mondo nuovo è possibile”? Sarebbe questo? Francamente pare il vecchio mondo del potere, delle auto blu e della poltrona. Perfino Raffaele Lombardo – a quanto si legge - andrebbe bene a questa Sinistra pur di restare in sella. E cosa gli hanno offerto? “Quello che si offre in questi casi, poltrone”, spiega impietosamente il politico siciliano.
Il regimetto dei Bertinotti, dei Diliberto, dei D’Alema e dei Fassino non sembra proprio “la fantasia al potere”, ma la fantasia del potere nel conservare se stesso. Un misto di doroteismo, cinismo, spregiudicatezza che – a parer loro – non stride con la rappresentazione che amano dare di sé, favoleggiando di grandi ideali. In effetti gli ex-giovani del ’68 che dominano nella politica, nei media, nel cinema, hanno in mano le leve del discorso pubblico e sono davvero riusciti a rappresentare la propria generazione come “La meglio gioventù”.
Non lo è mai stata e basta ricordare lo sfacelo e l’orgia di violenza che si scatenò dal Sessantotto. Ma il mito romantico della rivolta giovanile ormai è stato imposto dalla pubblicistica e dalla storiografia ufficiale, è il nuovo conformismo, è l’autorappresentazione del potere, è la sua autocanonizzazione. L’arroganza del potere di oggi era già tutta presente nell’arroganza dei “rivoluzionari” di ieri.
In realtà se fosse possibile tornare indietro nel tempo, a quegli anni, i veri idealisti dovrebbero essere cercati del tutto altrove. Un bellissimo documento inedito, appena riemerso, ci indica un nome (a lungo infangato): Luigi Calabresi, più noto come “il Commissario Calabresi”, il giovane poliziotto massacrato a 34 anni dalla violenza estremista. Sì, lui davvero era un grande idealista.
In questo suo bellissimo scritto – anticipato ieri da Avvenire – si legge: “Ancora qualche settimana e sarò Commissario di Pubblica Sicurezza. Lo dico perché sappiate in quale mondo sto per entrare con queste mie idee. Ma è una strada che ho scelto per vocazione, perché mi piace, perché sono convinto, perché costituisce una prova difficile. Avrei molti altri modi di guadagnarmi uno stipendio, ma sono affascinato dall’esperienza che può fare in polizia uno come me, che vuol vivere una vita profondamente, integralmente cristiana. Io sono giovane. Ma riandando indietro con la memoria, mi pare che un tempo il metro con cui si valutavano gli uomini era diverso. Si valutavano per ciò che erano, per ciò che rappresentavano, per la posizione e la stima di cui godevano, per il gradino che occupavano nella scala sociale e così via. Oggi invece conta il successo, questa medaglia di basso conio che su una faccia porta stampato il denaro e dall’altra il sesso”. Sappiamo come Calabresi fu accusato dopo la tragica fine di Pinelli, pur non entrandoci affatto. Il linciaggio morale a cui fu sottoposto, a rileggerlo sui giornali della Sinistra del tempo (e a ricordare le piazze di allora), fa spavento. A Giampaolo Pansa confidò: “Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non so come potrei resistere”. Anche Enzo Tortora fu testimone di questi fatti e scrisse di Calabresi: “Credeva in Dio, fermamente. Quando una volta gli chiesi, nel periodo più buio delle accuse, degli attacchi, degli insulti, come faceva a resistere, senza mai un cedimento di nervi, senza uno scatto, a quell’autentico linciaggio morale a cui era sottoposto, mi rispose sorridendo: ‘E’ semplice, credo in Dio. E credo nella mia buona fede. Non ho mai fatto nulla di cui possa vergognarmi. E non odio nemmeno i miei nemici; ho angoscia per loro, non odio. E’ una parola – odio – che proprio non conosco’ ”.
Era vero. Calabresi era sempre stato un eroico servitore dello stato, pieno di sensibilità cristiana. E’ nota la foto uscita sul Corriere della sera il 22 novembre 1969 dove si vede il giovane commissario che soccorre Mario Capanna, sottraendolo all’aggressione di alcuni suoi avversari. Poi arrivò l’attentato di Piazza Fontana e il caso Pinelli. Poi arrivò l’assassinio di Calabresi, il 17 maggio 1972. Il suo nome ha continuato a essere un tabù per il pensiero dominante (nessuna sala del Senato gli è dedicata come invece è accaduto per certi “manifestanti”). La generazione del Sessantotto è da tempo al potere e con il potere pretende anche la gloria. Ma la gloria non le spetta. La gloria spetta a un uomo buono e infangato come Calabresi. Morto ammazzato. E la gloria vera. E’ notizia di ieri infatti che il cardinal Ruini ha dato il nulla osta per l’avvio del processo di beatificazione del commissario (la bella pagina di Avvenire di ieri evidentemente preparava questo annuncio). Per decenni né le istituzioni, né i moderati, né i cattolici hanno ricordato quest’uomo. E’ emblematico che la notizia sia uscita ieri mentre andava in scena l’avvilente sceneggiata della Sinistra per tenere le sue poltrone.
Dobbiamo dirlo e forse gridarlo: “la meglio gioventù” fu incarnata da Luigi Calabresi. Ed è giusto che sia la Chiesa a farcelo capire, nel nome di quel Dio che “disperde i superbi nei pensieri del loro cuore, che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili”.
Da “Libero” 24 febbraio 2007
Non amo intromettermi nel dibattito puramente partitico, anche perchè non me ne intendo granché, però questo articolo di Massimo Caprara mi pare interessante e lo propongo:
Il colpo d’ala che serviva a una sinistra impaurita
di Massimo Caprara - Il Giornale di martedì 27 febbraio 2007
Ci sarebbe voluto un autentico colpo d’ala, una maggioranza inventiva al posto di usurati ripetitori come D’Alema, Marini e soprattutto Prodi. Ci sarebbe voluta una formula nuova e coraggiosa con risposte di rinnovamento al Paese. Se soluzioni di ordinaria dialettica come quelle tedesche, con intelligenza e fantasia, reggono a Berlino, perché non potrebbero reggere a Roma, tra cattolici, socialisti-democratici e popolari, senza reciproche animosità o cattiverie? È una necessità che non può essere mistificata. «Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano?», disse il Poeta. Ma la amano con il rinnovamento?
Basta coi vecchi giochi di potere e coi vecchi tradimenti, come tra D’Alema e Prodi, come tra vecchi catto-comunisti e neo-comunisti. Entrambi vadano finalmente al cantone come a loro spetta da tempo. Anche le elezioni politiche generali sarebbero una cura incompleta. Bisogna cambiare un programma con idee nuove e forze non usurate. Non alla maniera della vecchia Dc che si rinnova senza cambiare niente. È invece necessaria una svolta che si rinnovi dal profondo, dall’inizio di un programma. Capisco che l’attuale presidente della Repubblica ne rimarrebbe almeno sbigottito, ripetitivo com’è e senza fantasia. La legislatura sarebbe senza fine utile e senza sbocco. È necessario un nuovo coraggio. Non è stato forse suggerito dopo le ultime elezioni un cambiamento di nuove e grandi alleanze come quelle proposte da Forza Italia?
La questione non è a Palazzo Chigi solamente, ma al Quirinale. Sembra per ora non solubile, ma invece bisogna che i partiti premano perché si realizzi un cambiamento che sembra drammatico solo al Presidente Napolitano. Può esserlo se l’immaginazione non va al di là di una mente statica e senza fantasia come noi immaginiamo quella del comunista togliattiano che sta ora a Palazzo del Quirinale: una statua di marmo senza
Il Papa da tempo ripete che bisogna proteggere e rinnovare il matrimonio culturale e spirituale della famiglia e non inventare una nuova famiglia fondata sui Pacs. Già questo sarebbe un
Leonardo Marino: chi si ricorda di lui?
Non ricordavo più la sua storia ma Pepe me l’ha dopo tanti anni rinfrescata: è la storia di Leonardo Marino:
Una storia cestinata
Solo 30 anni fa, migliaia di giovani ubriacati dalle luccicanti ragioni del comunismo creavano un’atmosfera di terrore nel paese, (arrivando ad uccidere barbaramente commissari di polizia, magistrati e giornalisti). Solo 5-10 anni fa, i loro figli hanno ucciso ancora a sangue freddo uomini onesti come D’Antona e Biagi.
Oggi, su tutti i giornali e le televisioni, i cattivi maestri - come Adriano Sofri e Toni Negri - di queste deboli menti, oltre a tantissimi ex-brigatisti, sono ascoltati e riveriti, in nome di un passato “da dimenticare”.
Uno solo di loro non merita nemmeno un cenno: Leonardo Marino, ovvero - per uno strano caso - l’unico che, dopo essersi convertito al Cristianesimo, si è pentito fino in fondo di quel che ha fatto, arrivando addirittura ad auto-accusarsi di un omicidio (commesso con il Sofri di cui sopra).
In queste righe vi presentiamo brani tratti dalla sua toccante autobiografia, “La verità di piombo” (Edizioni ARES), sperando che, invece di dimenticare, qualcuno voglia capire le tremende - ma anche attraenti - ragioni che possono portare, ancora oggi, all’odio puro:
L’unico terrorista comunista pentito di quel che ha fatto
Sono l’uomo che, dopo sedici anni, ha permesso con la propria confessione, di far luce su quello che è ormai tragicamente noto come il primo delitto del terrorismo italiano, l’uomo che i giudici hanno definito l’unico, vero pentito degli anni di piombo, perché ero libero, incensurato, insospettabile e mai gli inquirenti sarebbero giunti a me se non mi fossi presentato spontaneamente a rendere la mia confessione.
Non sono un mitomane, né un millantatore, né un sadico, né un masochista, né tantomeno un pazzo. Sono stato educato, da bambino e da ragazzo, nella fede cristiana, poi, nel corso della vita, ho abbracciato altri ideali, ma a un certo punto, proprio come il figliol prodigo, ho sentito, nel profondo dell’anima, come un imperativo, il bisogno di riabbracciare la fede in Cristo, da cui la necessità di ottenere il perdono per il male fatto. E non si pu? ottenere perdono, da Dio e dagli uomini, senza confessione. (pagg. 11, 12)
La dura condizione operaia
Mi sembrava di essere Charlot nel film “Tempi moderni” (…). Un aggettivo solo può rendere l’idea: infernale. (…) Le otto ore erano interrotte da mezz’ora per il mangiare. (…) Oltre a questa mezz’ora, si aveva diritto a 10 minuti di cambio, nelle otto ore, per andare a prendere il caffé (c’era un distributore di caffé, coca cola e aranciata), per fumare una sigaretta, ma soprattutto per andare al gabinetto. (…) Ora, bisogna tener presente che, per chi non riusciva a completare il proprio pezzo nei 50 secondi, erano guai. (…) E dopo due ritardi così c’era la sospensione. E poi il licenziamento. (pagg. 21, 22, 23, 25, 26)
Primo passo: la protesta contro lo sfruttamento
Un fatto fondamentale fu il maggio francese del ‘68 e il movimento studentesco in Italia di riflesso.(…) Leggere quelle cronache ci faceva capire che si può anche protestare, far sentire la propria voce. (…) Finché ci giunge voce che al reparto presse sono entrati in sciopero, uno sciopero spontaneo, non organizzato dai sindacati, anzi contro il volere dei sindacati. E allora che incominciamo a discutere. Qualcuno propone: se un reparto ferma tutta la Fiat, quando loro ricominciano a lavorare possiamo fermarci noi. Io ero sicuramente uno degli elementi trainanti. Sono infatti io che propongo lo sciopero, e una decina di compagni si dichiara subito d’accordo. Seguono tutti gli altri. E una grossa esperienza, perché ci sentiamo protagonisti di una grande sfida contro chi credeva di poterci sfruttare senza alcun riguardo per l’elemento uomo. (pagg. 29, 30, 31)
Un altro passo: completare la Resistenza, ovvero la rivoluzione comunista in Italia
Io non sapevo neanche chi fosse Marx, né tantomeno Lenin. La politicizzazione è una cosa che arriva per gradi. Si comincia a frequentare le loro case, vedi che hanno decine di libri, (…) su Mao Tse Tung, Castro e Che Guevara, e allora ti viene voglia di sapere, di informarti, di leggere. Soprattutto di Mao, della Rivoluzione Culturale cinese e delle Guardie Rosse. E quello il modello. Non l’Urss, che è uno Stato “riformista” e, come tale, ha rinunciato alla rivoluzione. Alla stessa stregua, il massimo disprezzo va al Pci, che ha tradito la classe operaia, rinunciando a instaurare in Italia la dittatura del proletariato. (…) E poi i libri: il “Che fare”? di Lenin, la “Guerra di guerriglia” di Che Guevara, ma soprattutto il libro di Giovanni Pesce “Senza tregua: la guerra dei Gap”. Era il nostro vangelo. Ci coinvolgeva perché era una storia tutta italiana, e non c’era bisogno di essere cinesi, o di vivere nel centro America. (…) Sentivamo rammarico e rabbia per il fatto che quei partigiani comunisti, quei combattenti dei Gap, erano stati traditi dai capi del Pci che avevano accettato di cedere le armi. Per noi c’era stata, e c’era, una sola Resistenza: quella che avrebbe dovuto portare alla rivoluzione bolscevica, ai soviet. Il fatto che ci fosse stato il tradimento della Resistenza, non voleva perciò dire che non si potesse di nuovo riprendere la lotta, tanto più che si sapeva che non certo tutti i partigiani avevano restituito le armi, e che nelle sezioni del Pci molti ex combattenti mordevano il freno e aspettavano soltanto un segnale da noi, la nuova generazione. (pagg. 31, 32)
L’attrazione per un carisma affascinante
Sofri. Sofri era tutt’ altra cosa. Mi resi subito conto che aveva un modo speciale di esprimersi, di parlare, di esporre le cose. E poi, era molto simpatico: nel modo di fare, nel modo di trattare la gente. (…) lo vedevo tutti i giorni, mangiavamo assieme, lo portavo in giro per Torino sulla mia “
(…)
Ecco perché divenne necessario uccidere
Ero convinto, come tutti, che l’anarchico Pino Pinelli fosse stato ucciso nella questura di Milano da Calabresi o comunque per ordine di Calabresi. (…) Ognuno di noi pensava che la strage di piazza Fontana fosse stata orchestrata da gente molto abile e pericolosa per creare un motivo di repressione della sinistra in generale e di noi extraparlamentari in particolare. Da qui la necessità di far cadere la colpa sugli anarchici e quella di ammazzare Pinelli, che, come scrivevano ormai anche i giornali del Pci e un grande settimanale come L’Espresso, “aveva capito tutto e avrebbe potuto smascherare la trama di Stato”. (…)
In sostanza, sapevamo che era impossibile sviluppare azioni di massa senza stimolarle con azioni individuali che dessero la carica, che facessero capire che il movimento rivoluzionario era passato all’offensiva.
E qui entriamo direttamente nel motivo principale dell’assassinio di Calabresi. La campagna di stampa che fu fatta da Lotta Continua contro Calabresi servì per far capire alla massa che quello era l’obiettivo da colpire.
In un memoriale che Sofri consegnò ai giudici della Corte d’assise pochi giorni prima della sentenza, c’è scritta una frase giusta: “Quando scrivevamo provocatoriamente le nostre denunce, ci chiedevamo se avrebbero suscitato la chiusura del giornale, o il nostro arresto, o una violenza diretta contro di noi. Dopo un po’ capimmo che dall’altra parte si era deliberato di ignorare la nostra sfida. Che questo ci apparisse come una conferma della nostra denuncia non occorre dirlo: del resto, non lo era?”.
Calabresi ci era stato praticamente “consegnato” dallo Stato. Dopodiché, non si può pensare che cinquecento o mille persone si muovessero per linciare Calabresi. Ci voleva un’avanguardia organizzata, preparata per colpire. (…)
[Il commissario Calabresi] era solo un poliziotto che faceva il suo mestiere. Ma allora, per noi, il poliziotto “buono” non esisteva. Tanto più Calabresi, che ci avevano insegnato a odiare non solo come l’assassino di Pinelli, ma anche come il persecutore dei compagni, l’organizzatore della repressione poliziesca contro la sinistra extraparlamentare di Milano, l’agente della Cia.
Fondamentale e determinante, nel creare in noi questa convinzione, questo odio, fu l’atteggiamento dei grandi nomi della cultura del tempo. Non passava settimana che L’Espresso non pubblicasse pagine intere su Calabresi, contro Calabresi. Lo attaccavano a fondo “L’Unità”, “Vie Nuove”, “l’Avanti!”. Leggevamo quegli articoli, e non era come leggere “Lotta Continua”, di cui sapevamo che era un foglio di propaganda, e che, per fare propaganda, poteva anche esagerare un po’. Ma il vedere le stesse cose scritte sui giornali borghesi, sui grandi quotidiani, ci faceva dire: “Ma allora è tutto vero!”. (…)
Quando poi uscì sull’Espresso, giornale che in sede leggevamo tutti, l’appello degli Ottocento, firmato da grandi pensatori come il professor Bobbio, grandi registi come Federico Fellini, scrittori e poeti come Pier Paolo Pasolini, giornalisti famosi come Giorgio Bocca, uomini politici e grandi combattenti antifascisti come Umberto Terracini, leggere quei nomi sotto un appello che chiedeva l’allontanamento di Calabresi dalla polizia, e dei giudici che lo avevano assolto dalla magistratura, e che definiva apertamente il commissario “assassino di Pinelli”, ebbe per noi tutti un’importanza enorme. Anche se non conoscevo tutti quei nomi, alcuni sapevo perfettamente chi erano.
Nomi di quel calibro scendevano in lizza contro Calabresi. Era dunque lui l’obiettivo principale. Come se, togliendo di mezzo lui, si fosse fatta la massima operazione possibile di giustizia. (pagg 44, 45, 46, 48, 49)
La decisione di passare ai fatti
Il primo a parlarmi della possibilità di far fuori Calabresi fu Bompressi, nell’autunno del ‘71. (…) Avremmo dovuto rubare una macchina e io avrei dovuto guidarla. Quella era la mansione adatta per me, visto che l’avevo fatto bene altre volte, durante le rapine. In seguito me ne parlò più volte Pietrostefani, durante i nostri incontri a Torino. (…)
In più di una riunione con Bompressi e Pietrostefani fu messo a punto il piano d’azione. (…) Se ci avessero fermati prima, avremmo dovuto dire che volevamo soltanto minacciare e spaventare il commissario. Se ci avessero catturati dopo, avremmo dovuto dire di essere estranei a Lotta Continua e di aver voluto vendicare Pinelli. (…)
Ai primi di maggio ‘72, a seguito di scontri con la polizia a Pisa, morì il compagno Serantini. Il clima divenne rovente e Pietrostefani mi annunciò che si dovevano anticipare i tempi e ammazzare subito Calabresi. Fino a quel momento avevamo solo parlato, ma adesso si trattava di passare dalle parole ai fatti e io fui messo bruscamente di fronte agli impegni che ormai avevo preso. Un conto era fare delle rapine, un conto era ammazzare un uomo a freddo, colpendolo alla schiena, anche se non sarei stato io, ma Bompressi, quello che avrebbe sparato. Per la prima volta sentii un senso di sgomento e volli essere certo di non fare una cosa avventata. Per questo chiesi ripetutamente a Pietrostefani di confermarmi se Sofri davvero era d’accordo, e lui mi disse che potevo accertarmene di persona andando a parlare con lui al comizio per la morte di Serantini. Parlai con Sofri subito dopo la fine del comizio. Pur confermandomi che la decisione era stata presa e che la cosa andava fatta, e tutte le altre cose che ho raccontato al processo, (…) io ricavai da quel breve colloquio l’impressione abbastanza netta che Sofri, nel suo intimo, esitasse. L’impressione che mi fece fu quella di essersi lasciato trascinare da Pietrostefani in quella decisione, insomma di aver detto sì controvoglia. E mi sembrò di averne una conferma nelle parole che mi disse accomiatandomi: “Speriamo vi vada bene, sennò siamo fottuti”.
Ultimo passo: l’assassinio nudo e crudo
Il 17 [maggio 1972] tutto si svolse secondo il nostro piano. Arrivammo sul posto parecchio tempo prima dell’ ora in cui sapevamo che il commissario usciva di casa (tra le 9 e le 9,20). (…) Di polizia sapevamo dall’ “inchiesta” che non ce n’era mai sotto casa, e su quello andavamo tranquilli. (…)Proseguii facendo un lungo giro per portarmi in prossimità del portone del dottor Calabresi, e vidi Bompressi che, calmo e tranquillo, passeggiava sul marciapiede col giornale in mano. Vedere Bompressi mi riportò di colpo alla realtà e a quello che stavamo per fare e di nuovo mi riprese l’angoscia. (…)
A un tratto, ecco che esce il dottor Calabresi. Lo riconosco subito, dalle foto sui giornali. Vorrei guardare dall’altra parte ma non riesco. Innesto la retromarcia e lentamente retrocedo, per portarmi il più vicino possibile a Bompressi e favorire così la sua fuga. Ho di nuovo la tentazione di non guardare, ma è più forte di me. Giro gli occhi a sinistra e vedo Calabresi e Bompressi che attraversano la strada tra le auto. Enrico si è accodato per passare in due. Ora sono arrivati. Ecco, ci siamo, penso. E infatti Calabresi fa per aprire la portiera della “
Quell’immagine è sempre nei miei occhi. Non riuscir? mai più a scordarmela. Subito dopo, Bompressi riattraversa la strada in diagonale, tenendo la pistola in pugno, passando in mezzo alle macchine che si sono fermate, mi raggiunge, sale a bordo e si butta sul sedile dicendo: “Che schifo!”. Non una parola di più.
Infine, la confessione e la pace (ma non quella facile del mondo…)
E’ stato detto che il movente della mia confessione siano stati i problemi spiccioli di ogni giorno (…). E io dico che tutto fa. Ma alla base della decisione di confessare non c’è solo questo. Per esempio c’è il desiderio di uno stacco, di una rottura traumatica (…).
Io credo che l’educazione giovanile che uno ha ricevuto finisca per influenzarlo tutta la vita e (…) gli rimane dentro il fatto che Dio è misericordioso, capisce e tollera tutto, e che noi abbiamo la possibilità, la facoltà di sbagliare, ma possiamo essere perdonati andando a confessarci. (…) Scelsi un vecchio prete (…).
Dopo aver pronunciato le commoventi parole del sacramento, quel sacerdote mi assegnò come penitenza di sopportare tutte le calunnie e le accuse che mi sarebbero state certamente rivolte. (pagg. 85, 86, 87, 88)
Le testimonianze riportate da Pepe, relative a quegli anni bui della nostra storia potete leggerle interamente qui
Domani vi parlerò del commissario Calabresi e del suo processo di beatificazione che sembra non poter partire per motivi sconosciuti.
La politica una cosa sporca? Dipende dai punti di vista!
Di passaggio dal mio amico Gino ho letto questo post e mi sono spaventata: c’è di che mandare tutti a quel paese e rifugiarsi in un’isola deserta.
Come si può riuscire a non disamorarsi dalla politica davanti a questi balletti indecenti?
Ho pensato allora che solo la roccia sicura offerta dalla Chiesa, che ci ricorda cosa sia l’uomo, quale sia la sua dignità, quali sono le priorità da affrontare, mi può aiutare a non mollare tutto.
E così continuerò a sostenere chi mi garantisce il rispetto dei “principi non negoziabili” e denunciare tutte le volte che la dignità dell’uomo è vilipesa, disprezzata, nullificata.
Per meno di questo non val la pena di informarsi su questi giochetti per il potere che allontanano dalla politica chiunque sia in cerca di autenticità.
In realtà mi pare che se ci si allontana si fa il loro gioco.
Per cui, con nausea, ma: avanti tutta! diamoci da fare per ciò che davvero vale! anche in politica!
Chi fosse interessato a protestare presso le autorità competenti per quanto scritto qui mi contatti tramite Splinder e farò avere gli indirizzi.
