sabato, 31 marzo 2007

I nostri figli frequentano scuole come questa e ci stanno per metà della loro giornata. Come potremo difenderli se nemmeno lo stato ci tutela?

Ecco la notizia che mi ha inviato un amico:

 

 

dal Gazzettino del Nord Ovest

 

Venerdì, 23 Marzo 2007

 

 

I ragazzi entrano in classe già "sballati"

 

L’insegnante: «Sappiamo che usano droga ma non possiamo sottoporli a test e abbiamo le mani legate»

 

 

 Ci sono studenti che arrivano in classe, la mattina, già così "stonati" dall'uso di droghe da crollare sui banchi. Ecco cosa ne dice un'insegnante trevigiana che ogni giorno vede con i suoi occhi una situazione drammatica: «Il consumo di sostanze stupefacenti come hashish e pasticche è talmente tollerato a livello sociale che i ragazzi arrivano già "sballati" in aula. Quando entrano sono già stanchi, sono distratti e tendono ad addormentarsi. Ma noi professori non possiamo avere le prove del consumo di droga perché non possiamo fare dei test: abbiamo le mani legate».

 

Cosa prendono? Gli spacciatori hanno messo sul mercato piccole dosi che costano una decina di euro, quello che basta per uscire dalla quotidianità. «C'è troppa tolleranza - dice l'insegnante - Il consumo di sostanze stupefacenti è tollerato anche ad alti livelli e non si può pensare che questi messaggi non giungano ai ragazzi. Così come non si possono mettere in pratica le indicazioni di un ministro che vieta l'uso dei cellulare in classe quando sono i genitori i primi a chiamare i figli durante le ore di lezione per chiedere quando preparare il pranzo».

 

L'insegnante riserva una stoccata anche ai genitori: «È triste vedere che invece di educare i figli alla responsabilità li educano all'irresponsabilità. Come insegnante mi accorgo che i genitori sono sempre più assenti dalla scuola e, quando si fanno vedere, è per difendere i figli».

 

Suggerisco anche la lettura di Scuola e test antidroga dello psicanalista Claudio Risé.

postato da AnnaV alle ore marzo 31, 2007 08:19 | link | commenti (4)
categorie: vita, scuola, educazione
venerdì, 30 marzo 2007

 

Il parere di un teologo, Mons. Luigi Negri, Vescovo di san Marino-Montefeltro:


«Surreale dire che la Nota non riguardi la legge sulle coppie»

di Andrea Tornielli - venerdì 30 marzo 2007

da Roma

«Mi sembra surreale che si dica che la Nota della Cei non riguarda il disegno di legge dei Dico. È un documento dell’episcopato italiano, non di quello australiano...». Sorride, per sdrammatizzare i toni dopo la polemica scatenata dalle parole del ministro Rosy Bindi, il vescovo di San Marino e Montefeltro Luigi Negri. Il prelato non è tra i membri del Consiglio permanente e ha da poco terminato di leggere la versione definitiva della Nota. «Mi piace sottolineare - spiega al Giornale - anche il modo in cui è formulata, con richiami agli interventi corali dei vescovi in questi mesi. È un documento “fermentato” nella reale comunione tra i vescovi e dei vescovi con il Papa».


La Chiesa con questo testo ha «sepolto» l’autonomia dei laici?

«L’autonomia non può essere invocata sui principi fondamentali che reggono l’appartenenza alla Chiesa. La coscienza del laico non matura in modo individualistico, ma si forma dentro l’appartenenza alla Chiesa. Ed è l’autorità della Chiesa a custodire l’oggettività di questa appartenenza. La Nota della Cei è peraltro in continuità perfetta con la costituzione conciliare Gaudium et spes, che spiega come vi siano principi dai quali non si dà autonomia». Non c’è il rischio di presentare una Chiesa che impone verità e dimentica la carità?

«La Nota non è “conservatrice” né “aggressiva”, ma autenticamente missionaria e segue la traccia impostata dal Papa al recente convegno di Verona. Questa giustapposizione tra verità e carità, tra fede e amore non è però un appunto emerso dal mondo dei politici cattolici, quanto piuttosto dallo stesso mondo ecclesiale. La fede senza carità è una ideologia, ma la carità senza la fede è solo un buonismo».


Che cosa pensa delle reazioni alla Nota? Alcuni cattolici non si sono sentiti chiamati in causa affermando che non si riferisce ai Dico...

«La Nota afferma che è inaccettabile dal punto di vista dottrinale e sociale una legislazione che riconosca le coppie di fatto e c’è un divieto esplicito per i cattolici ad avallare il riconoscimento delle coppie gay. Sostenere che il documento della Cei non riguardi i Dico mi pare un esercizio di ottimismo indebito. Mi sembra surreale che si possa dare questa interpretazione delle parole impegnative e chiarissime pronunciate dai vescovi: è un documento della Conferenza episcopale italiana, non di quella australiana, dunque penso di poter affermare che si riferisce alla situazione del nostro Paese...».
 

I cattolici devono sentirsi obbligati a non votare i Dico?

«La Chiesa non obbliga nessuno, ma chiede ai fedeli di fare di tutto per immedesimarsi in queste indicazioni. Il fedele che vuole essere coerente con la sua appartenenza ecclesiale è tenuto ad obbedire a questi pronunciamenti del magistero su valori non negoziabili».

C’è chi dice che la Chiesa si batte contro i Dico, ma che questo non salverà certo la famiglia. Come risponde?

«È importante la preoccupazione educativa che emerge dalla Nota. I Dico sono una misura bassa della vita, le leggi creano una mentalità ed è come se si prospettasse ai giovani di avere tutto e subito senza una piena responsabilità. I vescovi non sono spinti da motivazioni politiche, ma dalla grande preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale del nostro Paese. La società viene assalita nel suo fattore costitutivo, genetico, che è la famiglia».

È cambiato il presidente della Cei. Cambierà anche la linea «politica» dell’episcopato italiano?

«Mi sembra che la prolusione dell’arcivescovo Bagnasco abbia indicato con sufficiente chiarezza la sostanziale continuità con il prezioso lavoro svolto in questi anni dal cardinale Ruini. Le linee guida sono quelle espresse da Benedetto XVI, al quale la nostra Conferenza episcopale è legata in modo speciale, in quanto il Papa è anche primate d’Italia». 
Fonte 

postato da AnnaV alle ore marzo 30, 2007 11:24 | link | commenti (18)
categorie: famiglia, dico, attualitĂ , fede e vita
venerdì, 30 marzo 2007

Solidarietà a Renato Farina

 

Addolorata per la notizia che sa di vera persecuzione nei confronti delle voci fuori dal coro, faccio mie la parole di Ceccus:
  

Ah, se quel sempliciotto di Farina avesse collaborato con Emergency ed i Talebani!

A quest'ora sarebbe ricevuto ufficialmente da D'Alema, Bertinotti e Marini per aver contribuito a salvare la vita di Mastrogiacomo e sarebbe citato come supergiornalista su tutti i quotidiani del Regno!

Ma perché si ostina ancora a credere a quell'arruffapopolo di prete brianzolo che ha creato un gran casino nell'Italia e nel mondo e costringe i suoi seguaci a dare retta a quel pretonzolino vestito di bianco che risiede a Roma e che si permette di dire la sua sulle decisioni di uno Stato e di un Parlamento Sovrano e di criticare un Governo "regolarmente" eletto del Cattolico Adulto per antonomasia?

 

Farina, Farina, ti avevo fatto più intelligente!

 

Mi convinco sempre più dell'inutilità degli Ordini Professionali veri servi del potere.

Il nostro amico Renato è in buona compagnia: anche De Gasperi fu perseguitato così dal Regime Fascista. Poi si è visto che tipo era e quello che ha generato con la sua fede. E ne godiamo ancora oggi noi stessi.

 

Auguri, Renato. Ad Majora.

postato da AnnaV alle ore marzo 30, 2007 08:43 | link | commenti (19)
categorie: vita, fede e vita
venerdì, 30 marzo 2007

Mi pare che Cesare Salvi sia inequivocabilmente appartenente alla maggioranza e, al contrario di altri, mi sembra molto ragionevole, se prende in considerazione una proposta che non viene dalla maggioranza. Mi pare che sia segno di amore alla verità e alla giustizia accogliere le proposte positive anche se arrivano dagli avversari politici:

 

Più Biondi che Bindi

 

Tratto da Il Foglio del 29 marzo 2007

 

La commissione Giustizia del Senato, incaricata di preparare per l’aula i testi legislativi sulla regolamentazione delle unioni di fatto, ha constatato che la proposta dei Dico formulata dal governo ha poche possibilità di diventare una legge.

 

Le alternative avanzate dal presidente Cesare Salvi sono due: o lavorare sul testo presentato dall’esponente di Forza Italia Alfredo Biondi, che prevede ritocchi al Codice civile che diano validità ad accordi privati tra conviventi stipulati con atto notarile, o il rinvio della questione a un comitato ristretto, che avrebbe in realtà il compito di constatare la fine dei Dico.

 

Se non verrà snaturata da chi intende utilizzarla per introdurre istituti similfamiliari nella legislazione, la proposta di Biondi appare in grado di riconoscere diritti individuali, che non dovrebbero urtare la sensibilità di nessuno, che nascono dalla stipula di obbligazioni di tipo contrattuale, che non portano lo stato, come invece prevede il progetto Bindi-Pollastrini, a certificare l’esistenza o no di “rapporti affettivi”. I problemi che sono stati citati a sostegno dell’esigenza di legiferare – il diritto all’assistenza in ospedale e in carcere, il subentro nei contratti d’affitto e persino la reversibilità della pensione – sarebbero risolti dalla proposta Biondi, che però non darebbe luogo ad alcuna omologazione con l’istituto matrimoniale su cui si fonda, secondo la Costituzione italiana, la famiglia naturale.

 

Se si cerca una soluzione a problemi concreti, l’ipotesi Biondi rappresenta una traccia praticabile, che peraltro avrebbe il pregio di non dividere pregiudizialmente gli schieramenti politici. Può darsi che il giudizio della Chiesa non sia favorevole a questa normativa, ma la voce del magistero, tanto autorevole sui temi etici, appare un po’ meno competente su semplici ritocchi al Codice civile. Però c’è poco da illudersi: non è la soluzione di problemi concreti la molla che ha spinto a porre la questione come riconoscimento delle coppie di fatto, e non dei diritti individuali, e la molla ideologica è sempre in tensione.

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postato da AnnaV alle ore marzo 30, 2007 07:47 | link | commenti (4)
categorie: politica, vita, attualitĂ 
giovedì, 29 marzo 2007

 

Assuntina Morresi a Otto e mezzo

Domani sera alla trasmissione de La7, Otto e mezzo, Assuntina Morresi parlerà insieme ad altri ospiti, come il teologo Bruno Forte, dell'ultimo documentario di Olmi su Gesù Cristo.

postato da AnnaV alle ore marzo 29, 2007 19:59 | link | commenti (2)
categorie: dico, attualitĂ 
giovedì, 29 marzo 2007

Mi chiedo come mai certi sedicenti cattolici al governo possano stare in pace con la propria coscienza. Il magistero si è più volte espresso dicendo chiaramente quali sono i principi non negoziabili e quale deve essere l’impegno dei cattolici in politica. Ora abbiamo un pronunciamento ufficiale della CEI recentissimo, che non fa che ribadire quanto detto e ridetto tante volte.

Quello cui ho assistito nella nostra recente storia politica è stato dapprima un totale disinteresse davanti a certi pronunciamenti, mentre ora, che le cose vengono ribadite con la nota della CEI, preannunciata dal card. Ruini per i “distratti”, si grida allo scandalo. Ma la Chiesa non ha fatto altro che ribadire la sua posizione; solo che ora fa un po’ di scalpore, perché le voci libere disturbano i capricci di chi è al potere.

Faccio notare che nella recente nota dei Vescovi, sulle unioni diverse da quelle della famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale, non vi è alcuna”sanzione” nei confronti di quei cattolici che se ne infischiano della Chiesa, ma solo un giudizio di incoerenza. Aggiungo inoltre che mi pare un po’ difficile conciliare poltrona al governo (almeno in quello attuale) e appartenenza fedele alla Chiesa. Non si possono mantenere i piedi su due staffe. Almeno con il Cristianesimo che è una cosa seria.

Interessante mi pare sull’argomento questa riflessione di Massimo Introvigne da “Il Giornale” di oggi:

Questa è la sconfitta dei cattolici «adulti»

di Massimo Introvigne - giovedì 29 marzo 2007

       

Tutte panzane. Molti giornali ci avevano raccontato che nella Conferenza Episcopale Italiana era in atto uno scontro fra amici di Prodi e di Berlusconi, che come in un telefilm di serie B in Vaticano c'erano il poliziotto cattivo, impersonato dal Papa, e il poliziotto buono, interpretato dal cardinale Bertone che avrebbe consigliato ai vescovi italiani mano leggera sui Dico. Sciocchezze, spazzate via dal testo ufficiale della nota dei vescovi italiani sui Dico, dove non c’è traccia né di sconti né di scappatoie.
Il documento giudica la legge Bindi-Pollastrini sui Dico «inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo». Né bastano le proclamate buone intenzioni: «Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume». Come è ovvio, è giudicato «un problema ancor più grave» quello «rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile». Ma il «più» davanti a «grave» significa che restano gravi anche i Dico eterosessuali. Eventuali problemi concreti e casi pietosi possono essere risolti «nell'ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare».
La battaglia decisiva che i «cattolici adulti» hanno combattuto sui media amici cercando qualche sponda fra i vescovi - soprattutto in pensione, però - e permettendo a qualche giornale di riferire i fatti della Chiesa in due colonne, dove all'insegnamento del Papa si contrapponeva il «magistero parallelo» del cardinale Martini, di qualche professore di teologia e giù giù fino a Rosy Bindi, non riguardava però il giudizio della Conferenza Episcopale sui Dico. Dopo una raffica di interventi chiarissimi del Papa, nessuno poteva immaginare che i vescovi si pronunciassero diversamente. La vera questione era quella del margine di manovra delle varie Bindi, pronte ad appellarsi alla libertà di coscienza e all’autonomia della politica, che è il cuore del progetto dei «cattolici adulti».

Su questo punto, dove avevano voluto portare la battaglia, i «cattolici adulti» incassano la più sonora delle sconfitte. Certamente, spiega la nota, i cattolici impegnati in politica devono decidere secondo coscienza, ma questa dev'essere «rettamente formata». Diversamente, l'appello alla coscienza potrebbe giustificare qualunque cosa. «Il fedele cristiano - spiega la nota - è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l'insegnamento del Magistero, e pertanto non può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società». Per chi non avesse capito, o non volesse capire, questo significa che «il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge». Se non lo fa, è un «cristiano incoerente»: e dovrebbero trarne conseguenze precise sia il suo parroco sia gli elettori cattolici.
Massimo Introvigne

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postato da AnnaV alle ore marzo 29, 2007 16:59 | link | commenti (8)
categorie: famiglia, attualitĂ , fede e politica
giovedì, 29 marzo 2007

Il miracolo della vita

L’amico Ceccus propone una bellissima lettera scritta alla rivista TRACCE da un papà che testimonia il miracolo dell’attaccamento alla vita della figlioletta:

Durante l'estate scorsa mia moglie è rimasta incinta del quarto figlio. Prima di andare in Scozia per qualche giorno abbiamo deciso di fare un'ecografia di controllo. Lì ci hanno diagnosticato che il bimbo aveva gravi malformazioni e che tutto faceva pensare a una malformazione di tipo cromosomico. Ci hanno detto che la possibilità di condurre a termine la gravidanza era sotto il 5% e che anche se la bimba fosse riuscita a nascere avrebbe tirato solo qualche respiro. Ci hanno ipotizzato anche la possibilità dell'interruzione della gravidanza. Per noi ciò non era accettabile. Se io avessi potuto, Lucia l'avrei fatta senza problemi fisici.

Ogni giorno pregavamo per arrivare a vedere viva la nostra creatura, abbracciarla un attimo e battezzarla. Non so a quanti bimbi sia capitato di nascere e ricevere come primo atto non l'esame per stabilirne la vitalità, ma il Battesimo. A lei è andata così.

Lucia è nata il 9 Maggio del 2006. Avevamo deciso, aiutati dai nostri amici, di accompagnare Lucia per tutto il tempo che ci sarebbe stata data senza alcun tipo di accanimento terapeutico. Dopo aver sbugiardato tutti, a due mesi di vita, ci siamo detti: questa bimba vuole vivere, diamole una possibilità di poter essere staccata dalle macchine e di poter venire a casa!

Contro tutto e contro tutti i due primari della cardiochirurgia e della chirurgia pediatrica del Sant'Orsola di Bologna si sono resi disponibili a tentare i due interventi. Durante le ore trascorse nei giorni delle operazioni fuori dalla sua porta di rianimazione, ci è capitato di incontrare altre mamme che avevano i loro bambini ricoverati. Un giorno in cui eravamo particolarmente sconvolti, un donnone di colore si avvicina a mia moglie, la abbraccia e le sussurra: "Sii forte perché i medici curano, ma ricordati che solo Dio guarisce". Il giorno dopo un'altra mamma ci dice di aver pregato tutta la notte per Lucia e ci dice di essere ebrea e che quel donnone era musulmana.

Intorno a Lucia un popolo si è mosso, si è commosso. Chirurghi, neonatologi, rianimatori, anestesisti, infermieri, donne delle pulizie, tutti non hanno potuto fare altro che riconoscere l'evidenza di un angelo. Lei resisteva, non cedeva. Un giorno scherzando il primario mi dice: "La letteratura dice che lei non dovrebbe essere viva; si vede che Lucia non ha letto i testi di Medicina".

Lucia è morta l'11 Ottobre, dopo oltre cinque mesi di lotta e di incredibile attaccamento alla vita. E' stata in braccio a me fino all'ultimo secondo. Il dolore per la morte di Lucia è enorme, sembra che ti strappino la pelle a brandelli.

Vi voglio trascrivere l'intenzione che una neonatologa (…) ha letto durante il funerale: "...per noi medici e infermieri che abbiamo avuto la fortuna di assistere Lucia e di conoscere i suoi genitori; ci mancheranno le risate della Betty e il caffè alle sei con Paolo; ma lo sguardo di Lucia quando entravamo nella sua stanza rimarrà dentro di noi; che questo ci aiuti nell'assistenza ai nostri bimbi, perché il nostro lavoro non diventi mai routine".

Non occorre fare nulla, basta essere.

Al funerale di Lucia è stato evidente e commovente conoscere e riconoscere un popolo grato alla Madonna di questo angelo che è stato tra noi. Chi si è occupato dei canti, chi delle offerte, chi del servizio d'ordine, chi di creare un corteo di bimbi gioiosi con fiori bianchi. Se ci fosse stato bisogno di costruire la chiesa, qualcuno l'avrebbe fatto.

Paolo, Rimini

postato da AnnaV alle ore marzo 29, 2007 07:39 | link | commenti
categorie: vita, amore alla vita, difesa della vita umana
mercoledì, 28 marzo 2007

Mentre in Germania l’islamizzazione arriva a questi eccessi, un giudizio confortante ci giunge dal blog dello psicanalista Claudio Risé con l’analisi della situazione delle famiglie italiane, che non è ancora così disastrosa come nel resto del mondo occidentale. Ritengo utile essere a conoscenza della mentalità che caratterizza in modo diverso il nostro popolo, perché non siano i messaggi negativi e strumentali dei mass media a determinare la concezione della vita, soprattutto nei giovani:

Solitudine globale e affetti familiari

di Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 26 marzo 2007

Nella società della solitudine globale, nella quale i legami si formano e si sciolgono senza lasciar tracce, lasciando la persona disorientata e priva di identità e appartenenze, gli italiani sono un po’ meno soli. Qui da noi va in aria un matrimonio su sette (negli Stati Uniti, o in Francia, uno su due), aumentano le coppie che tornano insieme, magari in modo informale, quelle che non spezzano completamente il rapporto, i papà che tengono ottimi rapporti con gli ex suoceri.
Mentre leggi prevedono l’abolizione (a scelta) del nome del padre, molte donne insistono, nel divorzio, a mantenere il nome del marito. E molti mariti insistono per onorare quello della discendenza materna, dandone al figlio il nome. La dura realtà del conflitto e dell’abolizione dell’altro, lascito delle (anche) spietate lotte tra uomini e donne del secolo scorso, e dei mutamenti all’interno della famiglia, si interfaccia da noi con la consapevolezza dell’enorme valore rappresentato, per ogni persona e per la società, dalla ricca trama degli affetti costituiti, delle esperienze, delle solidarietà cresciute all’interno dell’esperienza famigliare.
Si tratta di una consapevolezza profonda, trasversale alle organizzazioni politiche. Quando la senatrice Anna Serafini (il cui marito, Pietro Fassino, è segretario dei Democratici di sinistra), dichiara di condividere la richiesta di «politiche audaci a favore della famiglia», contenuta nel manifesto dei promotori del Family day, esprime (al di là delle ovvie opportunità politiche), esattamente questa stessa realtà. Qualsiasi persona che conosca la società italiana conosce il valore specifico in essa rappresentato dai legami affettivi tradizionali, ormai persi in molte società contemporanee. Che infatti presentano livelli di solitudine individuale e disgregazione affettiva maggiori che da noi.
Naturalmente, anche l’Italia condivide con le altre società occidentali il tratto narcisistico di fondo, derivante dal tentativo di separare identità e appartenenze individuali dalle strutture di formazione tradizionale (famiglia, scuola, culture di gruppo), e dall’insicurezza identitaria che esso provoca nelle persone. Anche da noi, dunque, fiorisce la proclamazione dell’onnipotenza: tutto è possibile all’individuo, non vincolato e superiore ad ogni appartenenza, che è solo una momentanea costruzione culturale, e/o politica.
Questa posizione tuttavia, che esprime un’affettività ancora infantile, si afferma soprattutto nell’età delle proteste adolescenziali, ma non conquista veramente il cuore delle persone, consapevoli della fragilità della vita e dell’enorme valore degli affetti nel tesserne una trama che duri nel tempo. La società nel suo insieme rimane dunque attenta ai legami, impegnata nel ritrovare una cultura degli affetti che le semplificazioni degli anni ’70 hanno altrove devastato.
In questa particolarità italiana ci sono anche, come sempre nelle faccende umane, aspetti poco generosi. I vecchi tenuti in casa per utilizzarne le pensioni, o i giovani che vi rimangono per non prendersi responsabilità personali e continuare a scaricare sulla madre la fatica di accudirli, sono esempi tutt’altro che infrequenti, di questo lato interessato del conservatorismo familiare italiano. Che ha ricadute importanti, e negative, sulla società, dove si traduce in minor passione per il rischio, l’invenzione, l’innovazione. Ed un senso attenuato della responsabilità personale, che tende ad essere scaricata il più a lungo possibile sul gruppo familiare di appartenenza. Non c’è rosa senza spine. Ma quel che conta è la rosa.

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postato da AnnaV alle ore marzo 28, 2007 07:52 | link | commenti (1)
categorie: vita, famiglia, attualitĂ 
martedì, 27 marzo 2007

 

 

Neonati prematuri: rianimazione e sopravvivenza

 

 

Ricevo la news letter del neonatologo Carlo Bellieni, che tratta un argomento particolarmente attuale:

 

Riportiamo qui una sorta di vademecum per capire quante cose inesatte, pericolosamente inesatte, si dicano dubitando che i neonati piccolissimi debbano essere rianimati. In particolare, rispondiamo a tre domande molto frequenti e poco chiare. Ma la domanda di fondo è una: si propone di non rianimare perchè il bambino sta davvero morendo, o perché non si vuole la sopravvivenza del bambino disabile?

 

Il Vademecum consiste in un’intervista al neonatologo proposta da Zenit.org. Ne riporto i passaggi salienti:

 

1 Qual è l’età minima dal concepimento perché un bambino sopravviva all’esterno dell’utero?

Man mano che la scienza medica si evolve è sempre più realistico far sopravvivere bambini piccolissimi. Trent’anni fa era un miracolo se sopravviveva un nato prima delle 28 settimane. Oggi abbiamo casistiche in cui sopravvivono neonati di 22-23 settimane. Bisogna evitare le facili illusioni: più è giovane il bambino, più è difficile che viva, una volta uscito dall’utero. Ma se nasce ha il diritto di essere curato.

2 Per rianimare un bambino appena nato, quali parametri si devono considerare?

L’esame delle possibilità deve essere fatto prima della nascita, studiando con esattezza l’età gestazionale per capire se c’è qualche possibilità.

Ma appena nasce un bambino, una volta valutato che in base all’età ha qualche chance, non c’è assolutamente il tempo di considerare proprio nulla: si deve agire subito, dato che nel prematuro l’aria non entra nei polmoni se non la spingiamo dentro noi, magari con l’aiuto di una sostanza detta surfactant che serve ad aprire i polmoni e che introduciamo attraverso un tubicino posto con abilità tra le corde vocali. Talora si può evitare di dare il surfactant se non c’è minima attività cardiaca dopo i primi passi della rianimazione (stimoli cutanei e intubazione). Ma se non si stimola sia con massaggi che con l’introduzione di aria nel polmone, il bambino difficilmente si riprenderà da solo, se non ha attività respiratoria. In altre parole: se nasce con una frequenza cardiaca bassa e senza movimenti respiratori, non significa che sta morendo: bisogna provare a rianimarlo, per saperlo.

Inoltre, ogni minuto perso a “valutare” prima di “ripristinare” significa la morte di un certo numero di neuroni cerebrali che il bambino subirà. Se il bambino sopravvive, quei neuroni sarebbero stati utili; se il bambino non sopravvive, saranno stati pochi minuti di tentativi inutili… ma nessuno può saperlo in anticipo.

Dunque, il bambino va subito rianimato facendo i normali passi di intubazione e stimolazione. Poi si valuterà se queste manovre hanno avuto successo.

3 Ma allora cosa intende chi dice di rianimare solo se c’è una frequenza cardiaca valida?

La frequenza cardiaca non è un indice prognostico valido. In realtà, non abbiamo indici prognostici validi alla nascita, ma neanche nei primi giorni di vita, per conoscere in anticipo quale sarà lo sviluppo neurologico o la possibilità di vivere. Abbiamo dei fattori di rischio, ma niente ci dà il 100% di certezza.

Non rianimando un bambino alla nascita, a partire da un’età in cui è documentata dalla letteratura scientifica la sopravvivenza di suoi coetanei, non è vero che “si asseconda la natura”, ma si evita di dare delle cure ad un paziente. Se queste cure saranno inefficaci, si vedrà nei minuti e nelle ore successive: alla nascita nessuno può dirlo.

Ma, cosa vuol dire “inefficaci”? C’è chi intende con questo termine che la morte è procrastinata solo di qualche giorno. C’è invece chi intende dire che il bambino sopravvivrà, ma con un grave handicap. Bisogna star ben attenti a non confondere i due punti di vista perché il secondo è assolutamente inaccettabile. Ma anche il primo, se si affronta con superficialità, può portare ad una sentenza affrettata e dettata da fattori che non sono l’interesse e il rispetto del neonato.

Passato il momento di pericolo alla nascita, ci si può trovare con un elevato rischio di danno cerebrale, dovuto alla prematurità e alla sofferenza cerebrale. Che fare? La risposta mi sembra ovvia, anche se non libera dal dolore: curare dove si può; mai abbandonare.

Anche qui dobbiamo distinguere se ci troviamo di fronte ad un bambino che sta morendo, e in questo caso dobbiamo usare cure palliative; oppure abbiamo un serio rischio di disabilità grave. Nel secondo caso non è lecita la “sospensione delle cure”, termine eufemistico per non dire “eutanasia”. In realtà sospendere le cure necessarie equivale a non darle, dal punto di vista dell’esito. Si può obiettare che il bambino è “destinato a soffrire”, ma in realtà questo non è detto: la disabilità non è sinonimo di sofferenza; inoltre fissiamo bene in testa che la sofferenza fisica può essere vinta se si usa un tipo di cura rispettoso, e che implica i farmaci analgesici; la sofferenza morale dipende in altissima quota dall’ambiente, da chi si ama e da chi si è amati. Ma, in fondo, vogliamo davvero risparmiare una sofferenza al bambino disabile, sospendendo le cure. o vogliamo risparmiarla ai genitori… o a noi stessi? Sappiamo come vari lavori scientifici mostrino che talvolta la sospensione delle cure venga voluta non per l’interesse del bambino, ma “di terzi”.

Inoltre, quanti disabili ci mostrano che per loro la vita non è una sofferenza, anzi! Vogliamo decidere noi per loro, in base a parametri che non gli appartengono, cioè in base alle nostre fobie? Un recente studio mostra che i molti neonatologi scelgono riguardo la rianimazione dei bambini proprio basandosi sulle proprie paure: non sembra un modo molto oggettivo! Ho già scritto che è l’handifobia alla base di tante visioni pro-eutanasia: è la fobia irrazionale per ciò che non sappiamo gestire, per ciò che immaginiamo senza provarlo. Ma impariamo ben presto che fa più paura la realtà immaginata che la realtà reale: tante famiglie ce lo mostrano e chiedono di aumentare l’aiuto pubblico per la disabilità, piuttosto che lasciar morire, chiedono di accompagnare invece di scappare. E hanno pudore a chiedere di non doversi più sentire a disagio in pubblico per la propria malattia, e a chiedere che coloro che li discriminano e segregano culturalmente, inizino a vergognarsi per la paura che diffondono verso la vita.
postato da AnnaV alle ore marzo 27, 2007 07:45 | link | commenti (1)
categorie: vita, bioetica, rispetto per la vita, difesa della vita umana
lunedì, 26 marzo 2007

Il Coraggio di Vivere e di far Vivere

Martedì 27 Marzo 2007 - ore 21.00

Aula del Quattrocento - Università degli studi di Pavia

Intervengono

Mario Melazzini (Presidente Aisla – Direttore Day Hospital oncologico Fondazione Maugeri Pavia)

Marco Maltoni (Medico oncologo Dirigente Unità Cure palliative Forlì)

Fabio Cavallari (giornalista)

postato da AnnaV alle ore marzo 26, 2007 20:40 | link | commenti
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Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)
UN ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO
Padre Aldo Trento a Cagliari

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Accompagniamola attraverso la grande prova


Eccomi
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Forse che il fine della vita è vivere?
Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
Dare in letizia ciò che abbiamo.
Qui sta la gioia, la libertĂ , la grazia, la giovinezza eterna!
Che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?
(P. Claudel)

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