I nostri figli frequentano scuole come questa e ci stanno per metà della loro giornata. Come potremo difenderli se nemmeno lo stato ci tutela?
Ecco la notizia che mi ha inviato un amico:
dal Gazzettino del Nord Ovest
Venerdì, 23 Marzo 2007
I ragazzi entrano in classe già "sballati"
L’insegnante: «Sappiamo che usano droga ma non possiamo sottoporli a test e abbiamo le mani legate»
Ci sono studenti che arrivano in classe, la mattina, già così "stonati" dall'uso di droghe da crollare sui banchi. Ecco cosa ne dice un'insegnante trevigiana che ogni giorno vede con i suoi occhi una situazione drammatica: «Il consumo di sostanze stupefacenti come hashish e pasticche è talmente tollerato a livello sociale che i ragazzi arrivano già "sballati" in aula. Quando entrano sono già stanchi, sono distratti e tendono ad addormentarsi. Ma noi professori non possiamo avere le prove del consumo di droga perché non possiamo fare dei test: abbiamo le mani legate».
Cosa prendono? Gli spacciatori hanno messo sul mercato piccole dosi che costano una decina di euro, quello che basta per uscire dalla quotidianità. «C'è troppa tolleranza - dice l'insegnante - Il consumo di sostanze stupefacenti è tollerato anche ad alti livelli e non si può pensare che questi messaggi non giungano ai ragazzi. Così come non si possono mettere in pratica le indicazioni di un ministro che vieta l'uso dei cellulare in classe quando sono i genitori i primi a chiamare i figli durante le ore di lezione per chiedere quando preparare il pranzo».
L'insegnante riserva una stoccata anche ai genitori: «È triste vedere che invece di educare i figli alla responsabilità li educano all'irresponsabilità. Come insegnante mi accorgo che i genitori sono sempre più assenti dalla scuola e, quando si fanno vedere, è per difendere i figli».
Suggerisco anche la lettura di Scuola e test antidroga dello psicanalista Claudio Risé.
Il parere di un teologo, Mons. Luigi Negri, Vescovo di san Marino-Montefeltro:
«Surreale dire che la Nota non riguardi la legge sulle coppie»
di Andrea Tornielli - venerdì 30 marzo 2007
da Roma
«Mi sembra surreale che si dica che la Nota della Cei non riguarda il disegno di legge dei Dico. È un documento dell’episcopato italiano, non di quello australiano...». Sorride, per sdrammatizzare i toni dopo la polemica scatenata dalle parole del ministro Rosy Bindi, il vescovo di San Marino e Montefeltro Luigi Negri. Il prelato non è tra i membri del Consiglio permanente e ha da poco terminato di leggere la versione definitiva della Nota. «Mi piace sottolineare - spiega al Giornale - anche il modo in cui è formulata, con richiami agli interventi corali dei vescovi in questi mesi. È un documento “fermentato” nella reale comunione tra i vescovi e dei vescovi con il Papa».
La Chiesa con questo testo ha «sepolto» l’autonomia dei laici?
«L’autonomia non può essere invocata sui principi fondamentali che reggono l’appartenenza alla Chiesa. La coscienza del laico non matura in modo individualistico, ma si forma dentro l’appartenenza alla Chiesa. Ed è l’autorità della Chiesa a custodire l’oggettività di questa appartenenza. La Nota della Cei è peraltro in continuità perfetta con la costituzione conciliare Gaudium et spes, che spiega come vi siano principi dai quali non si dà autonomia».
«La Nota non è “conservatrice” né “aggressiva”, ma autenticamente missionaria e segue la traccia impostata dal Papa al recente convegno di Verona. Questa giustapposizione tra verità e carità, tra fede e amore non è però un appunto emerso dal mondo dei politici cattolici, quanto piuttosto dallo stesso mondo ecclesiale. La fede senza carità è una ideologia, ma la carità senza la fede è solo un buonismo».
Che cosa pensa delle reazioni alla Nota? Alcuni cattolici non si sono sentiti chiamati in causa affermando che non si riferisce ai Dico...
«La Nota afferma che è inaccettabile dal punto di vista dottrinale e sociale una legislazione che riconosca le coppie di fatto e c’è un divieto esplicito per i cattolici ad avallare il riconoscimento delle coppie gay. Sostenere che il documento della Cei non riguardi i Dico mi pare un esercizio di ottimismo indebito. Mi sembra surreale che si possa dare questa interpretazione delle parole impegnative e chiarissime pronunciate dai vescovi: è un documento della Conferenza episcopale italiana, non di quella australiana, dunque penso di poter affermare che si riferisce alla situazione del nostro Paese...».
I cattolici devono sentirsi obbligati a non votare i Dico?
«La Chiesa non obbliga nessuno, ma chiede ai fedeli di fare di tutto per immedesimarsi in queste indicazioni. Il fedele che vuole essere coerente con la sua appartenenza ecclesiale è tenuto ad obbedire a questi pronunciamenti del magistero su valori non negoziabili».
C’è chi dice che la Chiesa si batte contro i Dico, ma che questo non salverà certo la famiglia. Come risponde?
«È importante la preoccupazione educativa che emerge dalla Nota. I Dico sono una misura bassa della vita, le leggi creano una mentalità ed è come se si prospettasse ai giovani di avere tutto e subito senza una piena responsabilità. I vescovi non sono spinti da motivazioni politiche, ma dalla grande preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale del nostro Paese. La società viene assalita nel suo fattore costitutivo, genetico, che è la famiglia».
È cambiato il presidente della Cei. Cambierà anche la linea «politica» dell’episcopato italiano?
«Mi sembra che la prolusione dell’arcivescovo Bagnasco abbia indicato con sufficiente chiarezza la sostanziale continuità con il prezioso lavoro svolto in questi anni dal cardinale Ruini. Le linee guida sono quelle espresse da Benedetto XVI, al quale la nostra Conferenza episcopale è legata in modo speciale, in quanto il Papa è anche primate d’Italia».
Fonte
Solidarietà a Renato Farina
Addolorata per la notizia che sa di vera persecuzione nei confronti delle voci fuori dal coro, faccio mie la parole di Ceccus:
Ah, se quel sempliciotto di Farina avesse collaborato con Emergency ed i Talebani!
A quest'ora sarebbe ricevuto ufficialmente da D'Alema, Bertinotti e Marini per aver contribuito a salvare la vita di Mastrogiacomo e sarebbe citato come supergiornalista su tutti i quotidiani del Regno!
Ma perché si ostina ancora a credere a quell'arruffapopolo di prete brianzolo che ha creato un gran casino nell'Italia e nel mondo e costringe i suoi seguaci a dare retta a quel pretonzolino vestito di bianco che risiede a Roma e che si permette di dire la sua sulle decisioni di uno Stato e di un Parlamento Sovrano e di criticare un Governo "regolarmente" eletto del Cattolico Adulto per antonomasia?
Farina, Farina, ti avevo fatto più intelligente!
Mi convinco sempre più dell'inutilità degli Ordini Professionali veri servi del potere.
Il nostro amico Renato è in buona compagnia: anche De Gasperi fu perseguitato così dal Regime Fascista. Poi si è visto che tipo era e quello che ha generato con la sua fede. E ne godiamo ancora oggi noi stessi.
Auguri, Renato. Ad Majora.
Mi pare che Cesare Salvi sia inequivocabilmente appartenente alla maggioranza e, al contrario di altri, mi sembra molto ragionevole, se prende in considerazione una proposta che non viene dalla maggioranza. Mi pare che sia segno di amore alla verità e alla giustizia accogliere le proposte positive anche se arrivano dagli avversari politici:
Più Biondi che Bindi
Tratto da Il Foglio del 29 marzo 2007
La commissione Giustizia del Senato, incaricata di preparare per l’aula i testi legislativi sulla regolamentazione delle unioni di fatto, ha constatato che la proposta dei Dico formulata dal governo ha poche possibilità di diventare una legge.
Le alternative avanzate dal presidente Cesare Salvi sono due: o lavorare sul testo presentato dall’esponente di Forza Italia Alfredo Biondi, che prevede ritocchi al Codice civile che diano validità ad accordi privati tra conviventi stipulati con atto notarile, o il rinvio della questione a un comitato ristretto, che avrebbe in realtà il compito di constatare la fine dei Dico.
Se non verrà snaturata da chi intende utilizzarla per introdurre istituti similfamiliari nella legislazione, la proposta di Biondi appare in grado di riconoscere diritti individuali, che non dovrebbero urtare la sensibilità di nessuno, che nascono dalla stipula di obbligazioni di tipo contrattuale, che non portano lo stato, come invece prevede il progetto Bindi-Pollastrini, a certificare l’esistenza o no di “rapporti affettivi”. I problemi che sono stati citati a sostegno dell’esigenza di legiferare – il diritto all’assistenza in ospedale e in carcere, il subentro nei contratti d’affitto e persino la reversibilità della pensione – sarebbero risolti dalla proposta Biondi, che però non darebbe luogo ad alcuna omologazione con l’istituto matrimoniale su cui si fonda, secondo la Costituzione italiana, la famiglia naturale.
Se si cerca una soluzione a problemi concreti, l’ipotesi Biondi rappresenta una traccia praticabile, che peraltro avrebbe il pregio di non dividere pregiudizialmente gli schieramenti politici. Può darsi che il giudizio della Chiesa non sia favorevole a questa normativa, ma la voce del magistero, tanto autorevole sui temi etici, appare un po’ meno competente su semplici ritocchi al Codice civile. Però c’è poco da illudersi: non è la soluzione di problemi concreti la molla che ha spinto a porre la questione come riconoscimento delle coppie di fatto, e non dei diritti individuali, e la molla ideologica è sempre in tensione.
Assuntina Morresi a Otto e mezzo
Domani sera alla trasmissione de La7, Otto e mezzo, Assuntina Morresi parlerà insieme ad altri ospiti, come il teologo Bruno Forte, dell'ultimo documentario di Olmi su Gesù Cristo.
Mi chiedo come mai certi sedicenti cattolici al governo possano stare in pace con la propria coscienza. Il magistero si è più volte espresso dicendo chiaramente quali sono i principi non negoziabili e quale deve essere l’impegno dei cattolici in politica. Ora abbiamo un pronunciamento ufficiale della CEI recentissimo, che non fa che ribadire quanto detto e ridetto tante volte.
Quello cui ho assistito nella nostra recente storia politica è stato dapprima un totale disinteresse davanti a certi pronunciamenti, mentre ora, che le cose vengono ribadite con la nota della CEI, preannunciata dal card. Ruini per i “distratti”, si grida allo scandalo. Ma la Chiesa non ha fatto altro che ribadire la sua posizione; solo che ora fa un po’ di scalpore, perché le voci libere disturbano i capricci di chi è al potere.
Faccio notare che nella recente nota dei Vescovi, sulle unioni diverse da quelle della famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale, non vi è alcuna”sanzione” nei confronti di quei cattolici che se ne infischiano della Chiesa, ma solo un giudizio di incoerenza. Aggiungo inoltre che mi pare un po’ difficile conciliare poltrona al governo (almeno in quello attuale) e appartenenza fedele alla Chiesa. Non si possono mantenere i piedi su due staffe. Almeno con il Cristianesimo che è una cosa seria.
Interessante mi pare sull’argomento questa riflessione di Massimo Introvigne da “Il Giornale” di oggi:
Questa è la sconfitta dei cattolici «adulti»
di Massimo Introvigne - giovedì 29 marzo 2007
Tutte panzane. Molti giornali ci avevano raccontato che nella Conferenza Episcopale Italiana era in atto uno scontro fra amici di Prodi e di Berlusconi, che come in un telefilm di serie B in Vaticano c'erano il poliziotto cattivo, impersonato dal Papa, e il poliziotto buono, interpretato dal cardinale Bertone che avrebbe consigliato ai vescovi italiani mano leggera sui Dico. Sciocchezze, spazzate via dal testo ufficiale della nota dei vescovi italiani sui Dico, dove non c’è traccia né di sconti né di scappatoie.
Il documento giudica la legge Bindi-Pollastrini sui Dico «inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo». Né bastano le proclamate buone intenzioni: «Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume». Come è ovvio, è giudicato «un problema ancor più grave» quello «rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile». Ma il «più» davanti a «grave» significa che restano gravi anche i Dico eterosessuali. Eventuali problemi concreti e casi pietosi possono essere risolti «nell'ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare».
La battaglia decisiva che i «cattolici adulti» hanno combattuto sui media amici cercando qualche sponda fra i vescovi - soprattutto in pensione, però - e permettendo a qualche giornale di riferire i fatti della Chiesa in due colonne, dove all'insegnamento del Papa si contrapponeva il «magistero parallelo» del cardinale Martini, di qualche professore di teologia e giù giù fino a Rosy Bindi, non riguardava però il giudizio della Conferenza Episcopale sui Dico. Dopo una raffica di interventi chiarissimi del Papa, nessuno poteva immaginare che i vescovi si pronunciassero diversamente. La vera questione era quella del margine di manovra delle varie Bindi, pronte ad appellarsi alla libertà di coscienza e all’autonomia della politica, che è il cuore del progetto dei «cattolici adulti».
Su questo punto, dove avevano voluto portare la battaglia, i «cattolici adulti» incassano la più sonora delle sconfitte. Certamente, spiega la nota, i cattolici impegnati in politica devono decidere secondo coscienza, ma questa dev'essere «rettamente formata». Diversamente, l'appello alla coscienza potrebbe giustificare qualunque cosa. «Il fedele cristiano - spiega la nota - è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l'insegnamento del Magistero, e pertanto non può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società». Per chi non avesse capito, o non volesse capire, questo significa che «il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge». Se non lo fa, è un «cristiano incoerente»: e dovrebbero trarne conseguenze precise sia il suo parroco sia gli elettori cattolici.
Massimo Introvigne
Il miracolo della vita
L’amico Ceccus propone una bellissima lettera scritta alla rivista TRACCE da un papà che testimonia il miracolo dell’attaccamento alla vita della figlioletta:
Durante l'estate scorsa mia moglie è rimasta incinta del quarto figlio. Prima di andare in Scozia per qualche giorno abbiamo deciso di fare un'ecografia di controllo. Lì ci hanno diagnosticato che il bimbo aveva gravi malformazioni e che tutto faceva pensare a una malformazione di tipo cromosomico. Ci hanno detto che la possibilità di condurre a termine la gravidanza era sotto il 5% e che anche se la bimba fosse riuscita a nascere avrebbe tirato solo qualche respiro. Ci hanno ipotizzato anche la possibilità dell'interruzione della gravidanza. Per noi ciò non era accettabile. Se io avessi potuto, Lucia l'avrei fatta senza problemi fisici.
Ogni giorno pregavamo per arrivare a vedere viva la nostra creatura, abbracciarla un attimo e battezzarla. Non so a quanti bimbi sia capitato di nascere e ricevere come primo atto non l'esame per stabilirne la vitalità, ma il Battesimo. A lei è andata così.
Lucia è nata il 9 Maggio del 2006. Avevamo deciso, aiutati dai nostri amici, di accompagnare Lucia per tutto il tempo che ci sarebbe stata data senza alcun tipo di accanimento terapeutico. Dopo aver sbugiardato tutti, a due mesi di vita, ci siamo detti: questa bimba vuole vivere, diamole una possibilità di poter essere staccata dalle macchine e di poter venire a casa!
Contro tutto e contro tutti i due primari della cardiochirurgia e della chirurgia pediatrica del Sant'Orsola di Bologna si sono resi disponibili a tentare i due interventi. Durante le ore trascorse nei giorni delle operazioni fuori dalla sua porta di rianimazione, ci è capitato di incontrare altre mamme che avevano i loro bambini ricoverati. Un giorno in cui eravamo particolarmente sconvolti, un donnone di colore si avvicina a mia moglie, la abbraccia e le sussurra: "Sii forte perché i medici curano, ma ricordati che solo Dio guarisce". Il giorno dopo un'altra mamma ci dice di aver pregato tutta la notte per Lucia e ci dice di essere ebrea e che quel donnone era musulmana.
Intorno a Lucia un popolo si è mosso, si è commosso. Chirurghi, neonatologi, rianimatori, anestesisti, infermieri, donne delle pulizie, tutti non hanno potuto fare altro che riconoscere l'evidenza di un angelo. Lei resisteva, non cedeva. Un giorno scherzando il primario mi dice: "La letteratura dice che lei non dovrebbe essere viva; si vede che Lucia non ha letto i testi di Medicina".
Lucia è morta l'11 Ottobre, dopo oltre cinque mesi di lotta e di incredibile attaccamento alla vita. E' stata in braccio a me fino all'ultimo secondo. Il dolore per la morte di Lucia è enorme, sembra che ti strappino la pelle a brandelli.
Vi voglio trascrivere l'intenzione che una neonatologa (…) ha letto durante il funerale: "...per noi medici e infermieri che abbiamo avuto la fortuna di assistere Lucia e di conoscere i suoi genitori; ci mancheranno le risate della Betty e il caffè alle sei con Paolo; ma lo sguardo di Lucia quando entravamo nella sua stanza rimarrà dentro di noi; che questo ci aiuti nell'assistenza ai nostri bimbi, perché il nostro lavoro non diventi mai routine".
Non occorre fare nulla, basta essere.
Al funerale di Lucia è stato evidente e commovente conoscere e riconoscere un popolo grato alla Madonna di questo angelo che è stato tra noi. Chi si è occupato dei canti, chi delle offerte, chi del servizio d'ordine, chi di creare un corteo di bimbi gioiosi con fiori bianchi. Se ci fosse stato bisogno di costruire la chiesa, qualcuno l'avrebbe fatto.
Paolo, Rimini
Mentre in Germania l’islamizzazione arriva a questi eccessi, un giudizio confortante ci giunge dal blog dello psicanalista Claudio Risé con l’analisi della situazione delle famiglie italiane, che non è ancora così disastrosa come nel resto del mondo occidentale. Ritengo utile essere a conoscenza della mentalità che caratterizza in modo diverso il nostro popolo, perché non siano i messaggi negativi e strumentali dei mass media a determinare la concezione della vita, soprattutto nei giovani:
Solitudine globale e affetti familiari
di Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 26 marzo 2007
Nella società della solitudine globale, nella quale i legami si formano e si sciolgono senza lasciar tracce, lasciando la persona disorientata e priva di identità e appartenenze, gli italiani sono un po’ meno soli. Qui da noi va in aria un matrimonio su sette (negli Stati Uniti, o in Francia, uno su due), aumentano le coppie che tornano insieme, magari in modo informale, quelle che non spezzano completamente il rapporto, i papà che tengono ottimi rapporti con gli ex suoceri.
Mentre leggi prevedono l’abolizione (a scelta) del nome del padre, molte donne insistono, nel divorzio, a mantenere il nome del marito. E molti mariti insistono per onorare quello della discendenza materna, dandone al figlio il nome. La dura realtà del conflitto e dell’abolizione dell’altro, lascito delle (anche) spietate lotte tra uomini e donne del secolo scorso, e dei mutamenti all’interno della famiglia, si interfaccia da noi con la consapevolezza dell’enorme valore rappresentato, per ogni persona e per la società, dalla ricca trama degli affetti costituiti, delle esperienze, delle solidarietà cresciute all’interno dell’esperienza famigliare.
Si tratta di una consapevolezza profonda, trasversale alle organizzazioni politiche. Quando la senatrice Anna Serafini (il cui marito, Pietro Fassino, è segretario dei Democratici di sinistra), dichiara di condividere la richiesta di «politiche audaci a favore della famiglia», contenuta nel manifesto dei promotori del Family day, esprime (al di là delle ovvie opportunità politiche), esattamente questa stessa realtà. Qualsiasi persona che conosca la società italiana conosce il valore specifico in essa rappresentato dai legami affettivi tradizionali, ormai persi in molte società contemporanee. Che infatti presentano livelli di solitudine individuale e disgregazione affettiva maggiori che da noi.
Naturalmente, anche l’Italia condivide con le altre società occidentali il tratto narcisistico di fondo, derivante dal tentativo di separare identità e appartenenze individuali dalle strutture di formazione tradizionale (famiglia, scuola, culture di gruppo), e dall’insicurezza identitaria che esso provoca nelle persone. Anche da noi, dunque, fiorisce la proclamazione dell’onnipotenza: tutto è possibile all’individuo, non vincolato e superiore ad ogni appartenenza, che è solo una momentanea costruzione culturale, e/o politica.
Questa posizione tuttavia, che esprime un’affettività ancora infantile, si afferma soprattutto nell’età delle proteste adolescenziali, ma non conquista veramente il cuore delle persone, consapevoli della fragilità della vita e dell’enorme valore degli affetti nel tesserne una trama che duri nel tempo. La società nel suo insieme rimane dunque attenta ai legami, impegnata nel ritrovare una cultura degli affetti che le semplificazioni degli anni ’70 hanno altrove devastato.
In questa particolarità italiana ci sono anche, come sempre nelle faccende umane, aspetti poco generosi. I vecchi tenuti in casa per utilizzarne le pensioni, o i giovani che vi rimangono per non prendersi responsabilità personali e continuare a scaricare sulla madre la fatica di accudirli, sono esempi tutt’altro che infrequenti, di questo lato interessato del conservatorismo familiare italiano. Che ha ricadute importanti, e negative, sulla società, dove si traduce in minor passione per il rischio, l’invenzione, l’innovazione. Ed un senso attenuato della responsabilità personale, che tende ad essere scaricata il più a lungo possibile sul gruppo familiare di appartenenza. Non c’è rosa senza spine. Ma quel che conta è la rosa.
Neonati prematuri: rianimazione e sopravvivenza
Ricevo la news letter del neonatologo Carlo Bellieni, che tratta un argomento particolarmente attuale:
Riportiamo qui una sorta di vademecum per capire quante cose inesatte, pericolosamente inesatte, si dicano dubitando che i neonati piccolissimi debbano essere rianimati. In particolare, rispondiamo a tre domande molto frequenti e poco chiare. Ma la domanda di fondo è una: si propone di non rianimare perchè il bambino sta davvero morendo, o perché non si vuole la sopravvivenza del bambino disabile?
Il Vademecum consiste in un’intervista al neonatologo proposta da Zenit.org. Ne riporto i passaggi salienti:
Il Coraggio di Vivere e di far Vivere
Martedì 27 Marzo 2007 - ore 21.00
Aula del Quattrocento - Università degli studi di Pavia
Intervengono
Mario Melazzini (Presidente Aisla – Direttore Day Hospital oncologico Fondazione Maugeri Pavia)
Marco Maltoni (Medico oncologo Dirigente Unità Cure palliative Forlì)
Fabio Cavallari (giornalista)
