giovedì, 31 maggio 2007

Corso di cresima veloce e rapido

 

Si è affacciato sommessamente nel mondo dei blog un nuovo simpatico e battagliero blog: http://www.ciellino.blogspot.com/ e vi ho trovato un arguto racconto di… vita parrocchiale!

Eccolo:

Qualche sera fa telefona una persona in parrocchia e chiede se è possibile fare un corso veloce di cresima.

Per fortuna eravamo a telefono, altrimenti avrebbe notato che mi brillavano gli occhi e che faticavo a trattenere la mandibola per ridere fino a sganasciarmi.

Prendo fiato (per non tradire l'emozione) e rispondo con indifferenza: «sì, qui noi organizziamo corsi veloci di cresima, certamente».

La persona stenta a credere alle proprie orecchie, ed insiste: «sa, c'è un caso molto particolare» (eh, vorrei sapere se esiste al mondo qualcuno che non crede che il suo sia un caso “molto particolare” degno di sconti, meritevole di agevolazioni e necessitante di facilitazioni), «sa, è importante che il corso di cresima sia breve e sintetico» (eh, vorrei sapere se esiste ancora al mondo qualcuno che vuole prepararsi adeguatamente a ricevere un sacramento così importante, utilizzando tutto il tempo che si rivelasse necessario), «sa, abbiamo chiesto a diversi preti un corso veloce per la cresima ma nel migliore dei casi è questione di varie settimane…»

Da gran bastrd. lup.mannar. infam. gran.farabutt. rispondo con una voce untuosa e musicale: «ma si figuri, anche per i preti è una fatica, e pertanto quando c'è necessità il parroco qui può organizzare un corso di cresima rapido ed essenziale, stringato e ridotto, su misura per i vostri problemi…» (non ho detto “vostre esigenze” solo perché al momento mi sfuggiva il termine, però sarebbe stata una pennellata “televisiva” perfetta).

La persona in questione avrebbe dovuto mangiare la foglia, ed invece… abbocca all'esca: «padre», mi chiede (pensa che io sia un aiuto-parroco o qualcosa del genere), «allora come possiamo fare?»

Ed io: «il parroco è sempre qui in parrocchia, appena possibile venite qui, ne parlate, e definite modalità e tempi». E lui: «padre, ecco, noi dovremmo concludere in non più di tre o quattro serate…»

Il mio animo criminale gongola, lo interrompo per dirgli: «beh, qui per corso di cresima veloce intendiamo non più di un paio di serate, sa, gli impegni di questo periodo sono tanti per tutti…»

Il tizio è talmente contento da non sospettare nulla (quanto è facile credere a ciò che ci fa piacere!)

Con una sola eccezione: sospetta che ci possa essere un prezzo da pagare per questa sveltezza del corso di cresima. Per cui cambia tono di voce e mi chiede: «padre, ma poi… per un'offerta, come possiamo accordarci?»

«Accordarci», capite? Il tizio vuole comprare un corso di cresima veloce, cioè un vantaggioso (per lui) servizio di cui farebbe volentieri a meno, e naturalmente vuole anche contrattare il prezzo, vuole accordarsi col prete per un'offerta che sembri equa a lui piuttosto che al prete. Probabilmente non sa che i corsi di cresima sono gratis e che quindi se un corso è lungo, è il prete a rimetterci (rimetterci tempo, pazienza e fatica).

Colgo la palla al balzo per dare un'altra infarinata di realismo (non posso sempre prenderlo per il sedere, voglio cucinarmelo per bene): «questa parrocchia chiede solo dieci euro che servono in realtà a pagare il Compendio del Catechismo della Chiesa, sa, il Compendio, cioè il riassunto…» (in realtà il Compendio costa solo nove e cinquanta).

Lui, sempre più gasato (corso di cresima veloce, catechismo riassunto, prezzo da pagare tutto sommato ragionevole e poi legato al prezzo di un libro, non del servizio che sta chiedendo): «posso venire domani sera verso le otto o le nove, va bene?» (capite? il contrario della puntualità… non ha dato un orario preciso, ma un'approssimazione alla carlona, come se il suo tempo fosse cento volte più prezioso di quello del parroco).

A questo punto mi rendo conto di aver combinato un pasticcio proprio grosso: pensa che sia io il parroco o qualcosa del genere, gli ho promesso un corso di cresima su misura delle sue migliori aspettative, e non vede l'ora di concludere l'affarone costatogli solo una telefonata.

Tento maldestramente di rimediare: «io veramente non sono il parroco, sono solo uno dei fedeli impegnati, però vi conviene ritelefonare tra mezz'ora, che il parroco è sicuramente di ritorno…»

Mica glielo dico che il parroco torna venerdì, eh! Mica glielo dico che a minuti chiudiamo bottega...

Esco dalla sacrestia, e incrocio quella splendida figliuola la cui vista mi rende piacevole il permanere nei locali della parrocchia per più tempo dello stretto necessario. «Eri a telefono?» mi chiede distrattamente. «Hanno sbagliato numero», le rispondo sorridendo (ma quant'è carina!)

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postato da AnnaV alle ore maggio 31, 2007 06:39 | link | commenti (5)
categorie: vita
mercoledì, 30 maggio 2007

Il nemico e la verità

 

Il nemico è il luogo in cui trovare la verità di me”.

Così è stato detto durante la Scuola di Comunità.

La frase mi è balzata agli occhi perché avevo gli appunti proprio davanti al pc mentre ero intenta  a discutere in un forum con una persona particolarmente antipatica. Avete presente un energumeno tutto muscoli e forza bruta, incapace di ragionare e mugugnante solo insulti e provocazioni? Definirlo troll mi sembrava addirittura un complimento!

Poi quella frase.

Tutte le reazioni sarcastiche, vendicative, cattive che mi venivano in mente sono scomparse davanti a quella frase.

Ecco, in quel momento R. era il nemico; ma la verità di me qual era?

La risposta mi era chiara in cosa non era: non era certo la reazione istintiva che avevo in punta di penna.

Allora mi sono fermata e ci ho pensato un po’.

La verità di me è che sono fatta a immagine e somiglianza di Dio. Dio è amore, misericordia, perdono.

Quindi solo guardando a Lui come si è rivelato in Gesù, suo Figlio, posso scoprire la verità di me.

Ecco allora che l’ottusità di R. è diventata uno sguardo su di lui, dapprima indispettito, ma poi addolorato per la sua incapacità di capire. Una compassione perché i detriti del non senso si sono depositati sulla sua coscienza fino a renderlo insensibile. E una persona così non è felice.

 “Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi fanno del male”…

Lui non lo saprà, ma il mio modo per volergli bene è pregare per lui.

postato da AnnaV alle ore maggio 30, 2007 17:03 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, vita, meditazioni
mercoledì, 30 maggio 2007

L'inferno è già qui.

Una preziosa citazione di Pseudopensieri: 

L'inferno è già qui. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino

postato da AnnaV alle ore maggio 30, 2007 13:06 | link | commenti (2)
categorie: pillole
mercoledì, 30 maggio 2007

Crimen sollicitationis 2 

 

Preziosa questa disamina fatta da Giona sul video della BBC tanto discusso:

Ci riferiamo sempre al videoservizio della BBC Sex crimes and the Vatican, le cui tesi principali sono - ricordiamo - che la Crimen sollicitationis prescrive una politica di segretezza assoluta per tutti gli abusi, e che Joseph Ratzinger avrebbe imposto per 20 anni - in linea con la Crimen sollicitationis - la copertura dei casi di abuso commessi da preti. Abbiamo già scritto della Crimen Sollicitationis, ora passiamo alle accuse al Papa.

Visto che - come risulta dalla sua biografia - nel 1962 (anno della promulgazione della Crimen Sollicitationis)  Joseph Ratzinger era insegnante a Bonn, e fu nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il 25 novembre 1981 da Giovanni Paolo II, è legittimo chiedersi sulla base di quali elementi si ritiene di accusarlo.

Ci aiuta una frase della trascrizione del citato videoservizio della BCC, presa dal sito Bispensiero:

Speaker: Fu Ratzinger a imporlo per 20 anni, l
’uomo eletto Papa lo scorso anno. Nel 2001 Ratzinger emanò il seguito del Crimen Sollicitationis. Lo spirito era lo stesso. Ribadiva con enfasi la segretezza, pena la scomunica. Ne inviò una copia ad ogni vescovo del mondo. Recentemente ha aggiunto che tutte le accuse devono essere vagliate esclusivamente dal Vaticano. In altre parole solo Roma può pronunciarsi sugli abusi sessuali sui minori.

DOYLE: E
’ tutto controllato dal Vaticano, e a capo del Vaticano c’è il Papa. Joseph Ratzinger si occupò di questo per parecchi anni, dopo l’emanazione del Crimen Sollicitationis. Ha emanato il seguito del Crimen, e ora è Papa. Tutto questo significa che le regole e l’approccio sistematico non sono cambiati.

Lo Speaker fa riferimento al fatto che "nel 2001 Ratzinger emanò il seguito del Crimen Sollicitationis" e Doyle conferma che "Joseph Ratzinger [...] Ha emanato il seguito del Crimen". Alludono all'EPISTULA DE DELICTIS GRAVIORIBUS, sottoscritta dall'allora Card. Ratzinger il 18 maggio 2001, che riassumiamo brevemente di seguito.

Epistula De delictis gravioribus - Sintesi

Alla Congregazione per la Dottrina della Fede competono i delitti più gravi sia contro la morale che confro la fede. Le procedure da seguire in questi casi sono state definite nella "Agendi Ratio in Doctrinarum Examine" [in italiano: Regolamento per l'esame delle dottrine] , approvata da Giovanni Paolo II il 30 maggio 1997, ed emanata il 29 giugno 1997.

Poichè l'istruzione Crimen Sollicitationis, in vigore sino ad allora, doveva essere rivista alla luce dei nuovi codici canonici [il Codice di diritto canonico ed il Codice dei canoni delle chiese orientali], una commissione della Congregazione per la Dottrina della Fede svolgeva uno studio volto a "perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche".

Le conclusioni dello studio vennero approvate dal Papa e promulgate nella "Sacramentorum sanctitatis tutela", emanata da Giovanni Paolo II il 30 aprile 2001.

Vengono quindi elencati i delitti più gravi nella celebrazione dei sacramenti e contro la morale, fra cui quello contro il 6° comandamento commesso da un chierico con un minore.

Si richiede che un ordinario, appena avuta una conoscenza "almeno probabile" di un delitto, subito dopo le investigazioni preliminari, lo comunichi alla Congregazione che può avocare a sè il caso.

Si sottolinea che, mentre normalmente i delitti riservati alla Congregazione vanno in prescrizione dopo dieci anni da che sono stati commessi, nel caso di delitti commessi da un chierico con un minore, la prescrizione scatta dopo dieci anni dal compimento del 18° anno da parte della vittima.

Si sottolinea in conclusione che ordinari e gerarchi devono avere cura della santità del clero, anche attraverso le necessarie sanzioni.

Insomma. L'obbligo di segnalazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede ci appare incompatibile con la  volontà di insabbiare. E lo slittamento della prescrizione per reati su minori a 10 anni dal compimento del 18° anno da parte della vittima è difficilmente conciliabile con l'accusa di voler celare questo tipo di delitto.

Sospettate che la nostra interpretazione sia un pochino "addomesticata"? Prego, potete leggere la traduzione in italiano della lettera che abbiamo riassunto sul sito Bispensiero.

Ci chiediamo sconcertati in base a quali elementi si possa pensare di accusare il Papa. Sembra risponderci, con chiara sintassi, Maurizio Turco, deputato della Rosa nel Pugno e segretario della Commissione Affari Costituzionali: "Monsignor Betori cincischia quando parla del video della BBC e sostiene che l'obiettivo è offendere il Papa, mentre gravi responsabilità ha colui che fu il Cardinale Ratzinger. E comunque sappiamo benissimo che non si tratta di un colpevole (sarebbe troppo comodo!) ma di una responsabilità politica condivisa dalle gerarchie vaticane, Betori compreso".
E aggiunge: "nel 2001, il cardinale Ratzinger era alla guida della Congregazione della Dottrina della fede e firmò ed inviò ai Vescovi, insieme al cardinale Bertone, l'epistola "De Delictis Gravioribus" con la quale richiamava il documento del 1962 e innalzava i tempi della prescrizione, impedendo alla giurisdizione americana di intervenire in sede penale: difatti, tutti i processi sono in sede civile".

A questo punto gettiamo la spugna. Non comprendiamo infatti (ma senz'altro è da attribuire alla nostra pochezza, qualcuno ci aiuterà) come il fatto di innalzare i tempi della prescrizione nell'ambito di una norma di diritto canonico, possa impedire alla giurisdizione americana di intervenire sui crimini oggetto della prescrizione. E sottoponiamo la vicenda al vostro giudizio.

Potete inserire i vostri commenti nel blog Giona.

Dimenticavamo. E' vero che Sandro Curzi ha ricordato la serietà della BBC, ma pare proprio che la BBC non sia più la BBC.

Giona

postato da AnnaV alle ore maggio 30, 2007 07:37 | link | commenti (2)
categorie: attualitĂ , veritĂ , conoscere la realta
martedì, 29 maggio 2007

Diritti ai conviventi, i rischi delle varie formule

L’avvocato Piero Sandulli e il costituzionalista Filippo Vari ci aiutano a capire come di fatto la famiglia non abbia particolari tutele da parte della nostra legislazione. A maggior ragione il Family Day aveva un valore significativo! La famiglia chiede finalmente a viva voce e in gran numero da tutte le parti di Italia di essere riconosciuta.

Ecco le loro considerazioni in questo articolo di Ilaria Nava di Avvenire:


Il dibattito sulle coppie di fatto si sta lentamente spostando sul piano tecnico giuridico: il disegno di legge governativo sui Dico, che prevede la registrazione della convivenza all’anagrafe, sembra ormai aver lasciato spazio ad altre ipotesi, come quella di singole modifiche al codice civile.
«Il problema – afferma l'avvocato Piero Sandulli, professore di diritto processuale civile all’Università di Teramo – è che nel nostro ordinamento non c’è una reale tutela del soggetto famiglia. Ciò che è solennemente affermato nella Costituzione non trova alcun riscontro né nel codice civile, né nella riforma del diritto di famiglia del ’75, dove anziché esserci una tutela della famiglia in quanto tale, troviamo un’attribuzione di diritti ai suoi singoli componenti». E sarebbe proprio questa, secondo il professor Sandulli, una delle cause che contribuiscono a rendere difficoltosa e poco condivisibile una disciplina sulle coppie di fatto. Infatti, è assai probabile che attribuendo ulteriori diritti a chi convive, si finisca col tutelare in modo analogo coniugi e conviventi: «Per questo motivo – continua Sandulli – prima di qualsiasi discorso sui diritti da attribuire ai conviventi, penso si dovrebbe discutere dei diritti da riconoscere al soggetto famiglia, che oggi non è affatto tutelato».

In merito alle possibili forme ipotizzate per una regolamentazione delle coppie di fatto Sandulli chiarisce: «Tenendo presente che esistono già numerose norme che attribuiscono rilevanza alla convivenza, ulteriori diritti potrebbero essere introdotti nel nostro ordinamento modificando alcune singole disposizioni codicistiche».
Il problema, si dice, sorge quando quei diritti devono essere esercitati, perché chi è sposato avrebbe una prova certa del suo status di coniuge, mentre chi convive no. Per questo motivo alcune proposte prevedono una dichiarazione allo stato civile o all’anagrafe – ipotesi contemplata nel disegno di legge sui Dico – che funga da prova della sussistenza delle convivenza, e quindi della possibilità di esigere i conseguenti diritti. «Così facendo però – obietta il processualista – si conferisce valenza pubblica alla convivenza. Invece chi decide di non sposarsi, rifiuta il valore pubblico che l’ordinamento potrebbe conferire a quell’unione attraverso il matrimonio. Una dichiarazione davanti all’ ufficiale dello stato civile o all’anagrafe in ultima analisi non differirebbe di molto da un matrimonio civile, che è una dichiarazione davanti al Sindaco o a un suo delegato. Ritengo sia molto importante tenere ben distinti questi due ambiti, anche dal punto di vista formale». Per questo motivo, il giurista dissente completamente da qualsiasi ipotesi che preveda l’istituzione di un registro che raccolga le dichiarazioni attestanti la convivenza: «Ritengo sia più adeguato alla situazione delle coppie di fatto mantenere il proprio rapporto all’interno delle sfera privata, perché diversamente si indurrebbe lo Stato a entrare in una situazione che non dovrebbe neppure conoscere, proprio perché si tratta di coppie di fatto. Peraltro l’istituzione di un registro implicherebbe non poche difficoltà dal punto di vista pratico. Ad esempio, ipotizziamo che per l’iscrizione nel registro sia necessaria una dichiarazione congiunta. Come si gestirebbe lo scioglimento? Coerentemente dovrebbe prevedersi uno scioglimento congiunto, ma nell’ipotesi in cui solo uno dei due voglia separarsi, l’altro dovrebbe ottenere una sentenza costitutiva dal giudice, con ulteriore invadenza della sfera pubblica nel rapporto di fatto tra le parti».
Tra le varie proposte si parla anche di dichiarazioni davanti al notaio: «In questo caso – conclude il giurista – le parti potrebbero, e possono già farlo se vogliono, stipulare una scrittura privata e farla autenticare da un notaio, che certificherebbe l’identità delle parti e conferirebbe certezza alla data di inizio della convivenza. Non ritengo sia necessario l’atto pubblico notarile, perché in quel caso il notaio interverrebbe anche sul contenuto dell’atto, che poi verrebbe custodito dal notaio e depositato in conservatoria. Rispetto all’atto pubblico, peraltro, la scrittura privata ha costi notevolmente ridotti».

La questione del riconoscimento pubblico della convivenza, però, non riguarda soltanto la forma: «È necessario tenere presente anche la sostanza – aggiunge Filippo Vari, professore di diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma – ossia quali diritti si vorrebbero attribuire anche ai conviventi. E la sostanza è identica, a prescindere dalla collocazione della disciplina che si vuole introdurre all’interno del codice civile o meno, poiché, in ogni caso, si tratterebbe di un atto legislativo. Il problema riguarda soprattutto i contenuti, dal momento che non è legittimo creare uno status per chi non vuole o non può formare una famiglia, secondo la definizione di cui all’art. 29 della Costituzione: "società naturale fondata sul matrimonio". In questo senso, laddove in riferimento ai diritti individuali, e cioè ai diritti di cui godono tutte le persone in quanto tali, vi fossero discriminazioni dovute alla convivenza, si potrebbero apportare delle modifiche alla legislazione vigente. Attualmente, però, non si riscontra nel nostro ordinamento alcun trattamento deteriore a carico di chi convive rispetto agli altri soggetti».

In realtà, al di là di specifiche problematiche, i disegni di legge sulle convivenze hanno lo scopo di attribuire ai conviventi un surplus di diritti "speciali" che spettano oggi soltanto alla famiglia fondata sul matrimonio e si giustificano per l’infungibile funzione svolta dalla stessa: «In alcuni casi, l’estensione dei diritti dei coniugi anche ai conviventi violerebbe il principio di uguaglianza: pensiamo alla preferenza nelle graduatorie di concorso. Mi chiedo, oltretutto, quale sarebbe, in altri casi, la ragione per attribuire alcuni diritti soltanto ai conviventi registrati, e non a tutti i cittadini». Si può pensare, ad esempio, all’assistenza in ospedale: perché il singolo non potrebbe scegliere la persona dalla quale essere assistita, ancorché non convivente? «Molti diritti comportano, poi, un costo a carico della collettività: sarebbe necessario domandarsi il motivo per cui la collettività (e, dunque, anche tante famiglie) dovrebbe sobbarcarsi oneri derivanti da scelte meramente private».

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postato da AnnaV alle ore maggio 29, 2007 07:20 | link | commenti (9)
categorie: vita, famiglia
lunedì, 28 maggio 2007

La Bibbia  e l’esegesi biblica 

 

Finalmente riesco a leggere “Gesù di Nazaret” di Joseph Ratzinger: è davvero interessante e scorrevole e vi sono delle affermazioni molto chiarificanti sulla fede. Ogni pagina ne contiene una e mi piacerebbe riportarle qui anche se una singola frase non può render ragione della bellezza di uno scritto.

Per il momento perciò mi limito ad una frase e alla conseguente riflessione:

 

L’interpretazione della Bibbia può effettivamente diventare uno strumento dell’Anticristo. Non è solo Solov’ev che lo dice, è quanto afferma implicitamente il racconto stesso delle tentazioni (di Gesù). I peggiori libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori della fede, sono stati intessuti con presunti risultati dell’esegesi.

 

“Gesù di Nazaret” di Joseph Ratinger, pag. 58

 

Se addirittura i teologi possono travisare il messaggio di Gesù quando non sono legati alla Chiesa, chissà mai cosa potranno fare i semplici fedeli da soli davanti alla Bibbia!

postato da AnnaV alle ore maggio 28, 2007 14:52 | link | commenti (2)
categorie: fede, benedetto xvi, fede e cultura
lunedì, 28 maggio 2007

Il nome della bimba mai nata

 

Commovente nella sua verità la vicenda di cui ci parla Michele Brambilla in un articolo di ieri su “Il Giornale”:
 

Invano sfogliando i giornali di ieri abbiamo cercato un nome: quello della bimba che Barbara Cicioni portava in grembo. «Donna uccisa durante una rapina, era incinta di otto mesi», abbiamo titolato noi tutti. E nelle cronache c’era ogni dettaglio su di lei, la povera mamma uccisa in un paesino vicino a Perugia: c’era il suo nome, c’era quello del marito, c’erano quelli dei fratellini che dormivano. Ma il nome della bimba che tra un mese sarebbe venuta alla luce quello no, non c’era. Eppure, quella bimba era ben di più che un desiderio. Chissà se mamma e papà conoscevano quel passo della Scrittura: «Signore, tu mi scruti e mi conosci... Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto... Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati quando ancora non ne esisteva uno».
Chissà. E chissà se mamma e papà un nome lo avessero già deciso. È probabile. Come pensare che non l’abbiano chiamata per nome il giorno in cui la videro con l’ecografia, quando si metteva un dito in bocca e sorrideva (sì, sorrideva: l’avete mai vista un’ecografia?). Però nessuno ora lo menziona, quel nome.
È che per noi quella bimba mai nata è come se fosse anche mai esistita. È la nostra cultura. Ed è pure la legge, che diamine. Ieri, da bravo servitore dello Stato, un magistrato della Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo per «omicidio volontario», proprio così, «omicidio» al singolare, perché i morti sono due ma per il codice sono uno solo. Ricordate? Successe così anche l’anno scorso quando in Veneto fu uccisa una ragazza, Jennifer, al nono mese di gravidanza. Anna Maria Giannone, la mamma di Jennifer, dopo l’autopsia prese il corpicino del piccolo - che si chiamava Hevan -, lo vestì con il completino del neonato e gli fece una foto. Bellissima e dolcissima. Ma quando, su richiesta della nonna, prima il Gazzettino di Venezia e poi altri giornali pubblicarono quell’immagine, il garante della privacy si stracciò le vesti - «scandalo! terrorismo mediatico!» - e l’Ordine dei giornalisti mise sotto inchiesta i direttori dei quotidiani colpevoli. Passino i morti ammazzati e squartati, passino le donnine nude, ma il faccino di un bimbo che pare addormentato no, è troppo.

Sarà forse che scuote la nostra cattiva coscienza, il mostrare che c’è già chi vogliamo credere che non ci sia ancora? Flannery O’ Connor, una scrittrice americana, diceva che una delle follie dell’uomo moderno è quella di esorcizzare il male rendendolo invisibile.
Viene in mente un racconto che Giovannino Guareschi scrisse nel 1967, un anno prima di morire. Si intitolava L’embrione, e ora è raccolto nel volume Baffo racconta. Parla di un uomo il quale, sospettando che la moglie lo tradisse, la uccise. Al processo venne riconosciuta l’attenuante del delitto d’onore, e l’uxoricida tornò in libertà, non senza gli applausi del pubblico. E però, un’ora dopo la fine dell’udienza, il giudice era nel suo ufficio e «sentì qualcuno tirargli l’orlo della toga». Chinatosi, il magistrato «vide che si trattava di un bambino piccolo piccolo, che pareva fatto d’aria». «Che cerchi?», domandò il giudice. «Cerco giustizia», rispose il piccolino. «Io sono il figlio dell’Esterina. Ammazzando mia madre, mio padre ha ammazzato anche me. E di questo si doveva pure tener conto!». «No, ragazzino. Non si può uccidere chi non è nato. Se un individuo non è nato, legalmente non esiste. Il codice parla chiaro: la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita (...) Tu non hai nessun diritto da accampare perché non sei una persona fisica, tanto è vero che non sei nato!». «Però sono morto!». «E come può morire chi non è nato?». Il piccolino concluse sconsolato: «Visto in che razza di mondo avrei dovuto vivere, direi che mio padre mi ha reso un buon servizio».
Così sarà anche per la povera piccola senza nome di Perugia: nessuno pagherà per la sua morte perché per il mondo dei nati i quasi nati non esistono, la «ragione» dice che una placenta e una pancia li escludono dalla realtà.
Non ci sarà per lei un funerale, né una bara con un nome. Quel nome che solo se c’è un Dio le verrà restituito: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome».

postato da AnnaV alle ore maggio 28, 2007 07:27 | link | commenti (2)
categorie: vita, attualitĂ 
domenica, 27 maggio 2007

Il dono dello Spirito

Non avevo mai capito bene cosa fosse il dono dello Spirito, Terza Persona della santissima Trinità, ma l’altro giorno durante la Scuola di Comunità mi si è aperto uno spiraglio. Chissà perché la sola lettura individuale mi trova così spesso arida, mentre la Parola di Dio diventa luminosa se la leggo (semplicemente “leggo”) insieme agli amici!

Mi era chiaro che tutto è grazia (cioè tutto è dono e come tale c’è un Altro che ce lo fa, non possiamo acquistarcelo da soli!): è grazia l’incontro con Cristo, è grazia la capacità di riconoscerlo, è grazia capire veramente le sue parole. E se uno si mette alla Sua sequela non smette mai di imparare la Verità: ecco perché è così entusiasmante la vita cristiana: non si finisce mai di fare nuove scoperte! è un susseguirsi di meraviglie e di stupore.

Insomma tutto è grazia, tutto è gratuito, tutto è donato, per amore, dall’amore fatto Persona.

Aveva ragione l’amico che diceva che la fede è un cammino dello sguardo: occorre avere occhi, mente e cuore aperti e si scoprono cose inimmaginabili.

Ma l’altro giorno, insieme ai miei amici ho capito tutta l’evidenza e la semplicità di un brano biblico su cui avevo sempre sorvolato:

Gal.V,13,26

Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà [libertà di dire sì a Dio che ci interpella attraverso le circostanze e vuole renderci felici]; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne [secondo la carne per il mondo ebraico significava vivere secondo i capricci], ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso».  Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri. [questa frase mi ha colpito particolarmente perché spesso tra cristiani ci becchiamo vicendevolmente, perdendo tempo; quando invece occorre valorizzarci a vicenda per il poco bene di cui siamo capaci oppure avere pazienza gli uni nei confronti degli altri e se proprio non ci capiamo è meglio tacere]
Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.

 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono:

fornicazione,
impurità,
dissolutezza,
idolatria,
stregoneria,
inimicizie,
discordia,
gelosia,
ire,
contese,
divisioni,
sètte, 
invidie,
ubriachezze,
orge e altre simili cose
; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.

 Il frutto dello Spirito invece è

amore,
gioia,
pace,
pazienza,
benevolenza,
bontà,
fedeltà,
mansuetudine,
autocontrollo;
contro queste cose non c'è legge.

 Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri.  Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.
 Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.

Da quel che ho evidenziato in grassetto mi pare che non ci siano dubbi: “Dai frutti si riconosce l’albero” da sempre. E allora le opere della carne sono ben chiarite e davanti a quell’elenco non ci si può nascondere alla propria coscienza, come pure sono chiari i frutti dello Spirito.

Che Dio ci aiuti a comprendere sempre meglio le Sue parole e a lasciarci giudicare da esse.

E’ l’augurio che faccio a me stessa e a voi tutti in occasione della festa di oggi, la Pentecoste. 

postato da AnnaV alle ore maggio 27, 2007 06:54 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni, meditazioni
sabato, 26 maggio 2007

Donne imbottite di pillole così diventano uomini

 

La nostra Eugenia Roccella, testimonial del Family day, fa parte anche del comitato di bioetica e ci regala questa bella descrizione di quello che la cultura dominante e la pseudoscienza sta facendo della donna:

Imbottite di pillole, entusiaste di applicarsi cerotti anticoncezionali, di inserire nell'utero dispositivi meccanici, di assumere sostanze chimiche per abortire o per non restare incinte; ma anche disposte a sottoporsi a pesanti trattamenti ormonali per la fecondazione artificiale, a trasferimenti di ovociti e impianti di embrioni.
Così la medicina e la tecnoscienza vorrebbero le donne: stabilmente insediate nella sala d'attesa d’uno studio medico, per il solo fatto di essere donne. Perché - dicono - la sterilità è una malattia, ma poi, a ben vedere, lo è anche la fecondità, e in fondo anche il ciclo mestruale è segno di una certa anormalità.
La norma, infatti, è costituita dal corpo maschile, che non genera, che non ha la stravagante capacità di essere due in uno, di contenere, dentro di sé, l'altro da sé.
Quindi è bene nascondere, o meglio cancellare, l'intollerabile anomalia femminile, tanto più che per eliminare il ciclo basta ancora una volta un farmaco, presto reperibile sul mercato.
Via tutto, e la vita è tanto più semplice; le donne possono diventare come gli uomini, non è meraviglioso? Non è questo, da sempre, l'irraggiungibile modello dell'emancipazionismo? Abolire la differenza e fare della femminilità un puro décor, una tappezzeria a fiori, utile solo a fini di seduzione.
Che il seno abbia come funzione primaria quella di allattare è ormai una verità indicibile e trasgressiva, e infatti una signora che nutriva al seno il suo bimbo è stata cacciata, qualche tempo fa, da un bar della capitale: sono cose che non si fanno.
La femminilità va mantenuta entro confini rigorosamente estetici, perché il suo cuore identitario, la maternità, porta con sé qualcosa di scandaloso, l'oscuro potere di innescare il contatto tra la vita e la morte.

È fondamentale, allora, riportare tutto sotto il controllo medico, riducendo il corpo e la sua naturale anarchia in spazi sempre più angusti e residuali.
Bisogna artificializzare, medicalizzare il più possibile, espropriare la nascita per trasferirla in laboratorio, un luogo molto più rassicurante, asettico e monitorabile di un qualunque utero di donna.
La fecondità va resa un optional il più possibile disincarnato; è meglio cancellare il sangue, le consapevolezze e i ritmi segreti del corpo, e ridurre tutto a una questione biochimica. Leggete, se vi capita, il libro appena uscito di Marina Terragni, La scomparsa delle donne: è lì che stiamo silenziosamente approdando, verso un mondo in cui la differenza sessuale non ha più senso né peso. Come dice Judith Butler, sostenitrice della teoria del «genere», a che serve il vocabolo donna? Visto che non è ontologicamente né biologicamente fondato, chi dovrebbe rientrare in questa incerta categoria? Il corpo si può manipolare, l'identità di genere è declinabile solo al plurale, la dualità uomo-donna è un concetto che ha fatto il suo tempo.

È lì, che alla fine, approda anche la revisione della famiglia; anche questo è un termine che dovrebbe acquisire dignità solo al plurale, eliminando dalla scena l'evento su cui la famiglia si fonda, la procreazione naturale.
Il vero nodo della questione è la riduzione della differenza sessuale a un ambito inessenziale, del tutto scisso dal potere di generare. L'idea, emersa con il femminismo, che nascere con un corpo sessuato sia l'esperienza fondamentale che caratterizza ogni essere umano, è in evidente declino.
In un vecchio film dei Monty Python, Il senso della vita, c'è una scena di parto che contiene almeno due battute fulminanti. La prima: alla partoriente che chiede cosa deve fare, il medico risponde «Nulla, cara, non sei abbastanza qualificata».
La seconda: quando la poveretta osa domandare se il neonato è maschio o femmina il dottore la rimbrotta: «Non è un po' troppo presto per imporre un ruolo al piccolo?».

Fonte

postato da AnnaV alle ore maggio 26, 2007 07:17 | link | commenti (5)
categorie: bioetica, attualitĂ 
venerdì, 25 maggio 2007

L’integrazione è possibile: un esempio bello!

 

E’ successo nella mia comunità, durante la Messa prefestiva di sabato scorso e ne ha palato “Il Portico”, il settimanale diocesano con l’articolo che trascrivo:

 

 

Chi dice che il modello di famiglia cristiana non ha futuro ed è destinato a scomparire?

Al contrario: è vivo e – giorno dopo giorno – è origine di piccoli miracoli.

Lo testimonia la gioia della famiglia Kuqi, giunta in Italia due anni e mezzo fa dall’Albania: in questi giorni è in festa insieme a tutta la comunità per i sacramenti che tre sue figlie hanno ricevuto. Alba, Lauretta e Amarelda hanno infatti ricevuto – dopo un lungo cammino di preparazione – il battesimo, l’eucaristia e la cresima.

“Appena arrivata a Cagliari – spiega Alba, giovane studentessa in giurisprudenza – ho incontrato per caso una delle Memores domini (ndr. consacrate) del Movimento di Comunione e Liberazione, che mi ha invitato ai Vespri del mercoledì. Tre ore dopo esser sbarcata in Italia, mi son ritrovata inserita in una comunità che da quel momento è diventata la mia famiglia. Attraverso l’amicizia con gli amici del Movimento ho incontrato cristo: più conoscevo loro più conoscevo Cristo e non potevo fare a meno della bellezza incontrata”.

Le decisioni importanti – è proprio vero – vengono prese a tavola in compagnia. “Una sera ero a cena insieme ai miei amici dell’ambito universitario di viale Fra Ignazio – racconta Alba – insieme a don Felice, il nostro amico sacerdote, e gli ho detto: ‘Io amo Gesù indipendentemente dal fatto di essere battezzata o meno: perché dovrei farmi battezzare? Anche senza il battesimo il mio amore per lui è grande’. Mi ha colpito molto la sua risposta; non si è perso in lunghe spiegazioni o in una predica. Mi ha semplicemente detto: ‘Prendi il vangelo, leggitelo e stai tranquilla che capirai il perché del battesimo‘. Ho capito che far parte di una famiglia grande come la Chiesa, di una persona come Cristo che riempie veramente tutto per l’eternità, non può che essere la cosa più bella del mondo.

 In questa scelta, davanti a questa bellezza non potevo non coinvolgere le altre mie due sorelle, perché è bello fare questo passo, ma è ancor più bello farlo insieme alla propria famiglia.

Lo testimonia il signor Kuqi, padre delle tre ragazze: “Confesso che la cerimonia è stata per me una grande emozione – spiega – Era la prima volta che assistevo ad una cerimonia del genere. Vedere tutte queste persone unite, sapere che le mie figlie frequentano buoni amici che ci aiutano come se fossimo un’unica famiglia, mi rende felice.  Forse qui in Italia per molti sono cose scontate. Un bambino nasce, dopo un mese si battezza e poi viene mandato al catechismo. Da noi invece in Albania non è tutto così automatico: il regime comunista queste libertà non le concedeva ed era difficile prendersele. Il bello della religione rispetto all’ideologia è che ti rende libero”.

E’ difficile riuscire a trascrivere gli occhi felici di un padre che sicuramente ne ha viste tante, o il senso di comunità che tutti, dal bambino più piccolo all’anziano, respirano durante la messa e il ricevimento. Sembra di assistere ad uno di quei film dove una grande famiglia, dopo diverse avventure, riesce a incontrarsi e far festa.

Ma questo non è un film: è la Chiesa, vera famiglia di famiglie.

postato da AnnaV alle ore maggio 25, 2007 20:54 | link | commenti (3)
categorie: testimonianza, integrazione

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