Happy BlogDay 2007
Oggi è il BlogDay2007, la giornata che da qualche tempo a questa parte celebra la blogosfera e i legami, virtuali e reali, che riesce a creare.
Per partecipare all'evento occorre segnalare ai propri lettori, con un post, 5 blog da andare a visitare.
In questo modo, ognuno avrà la possibilità di conoscere nuove pagine, nuovi autori e, perchè no, intessere nuovi rapporti blogghistici.
Scopro ora che c'è questa iniziativa e aderisco proponendo i miei cinque blog preferiti:
Berlicche, il simpatico diavolaccio
Nihilalieno, l'aliena misteriosa e imprevedibile
Martayensid, il coraggioso implume che sta imparando a volare
Upi, la fantasiosa disegnatrice
La società dei rockers estinti... che non sono estinti per niente!
Chiedo scusa a tutti gli altri... ma sarebbe un elenco interminabile!
O protagonisti o nessuno
Il prossimo Meeting di Rimini avrà come titolo “O protagonisti o nessuno” e pensavo che c’è una frase di don Giussani che mi ha sempre colpito: “C’è un nuovo protagonista nella storia: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”.
Ecco la provocazione del titolo del Meeting, una provocazione che è richiamo ad essere ciò per cui siamo fatti, protagonisti della nostra vita attuando nella nostra esperienza la sintesi tra l’accorata domanda di Gesù a ciascuno di noi: “Mi ami tu?” e la risposta povera ma appassionata di chi può solo rispondere come Pietro “Sì, lo sai che ti amo”.
Ne parlavo ieri con un amico con il quale rivedevamo una riflessione di qualche tempo fa, desunta da un pensiero di don Giussani, che ora vi ripropongo:
Signore, tu lo sai che ti amo
Così disse Pietro dopo che per tre volte Gesù gli aveva chiesto: "Simone di Giovanni, mi ami tu?". E la risposta -sappiamo - era ancora più accorata e carica del dispiacere che Gesù quasi non gli credesse: "Gesù, tu sai tutto, tu sai che ti amo".
Ricordiamo l'episodio evangelico: Pietro e i suoi amici, ormai tornati al lavoro consueto, dopo la sconvolgente morte dell'amico Maestro, tornano alla riva dopo una notte di pesca e trovano Gesù che ha preparato per loro la colazione. E, come si fa tra veri amici, dopo il pasto il discorso si fa serio: "Pietro, mi ami tu?" dice Gesù con quella domanda bruciante che abbracciava tutta l'umiliazione di Pietro che sapeva di aver tradito l'amico più caro. Ma, per quanto grande e prevedibile fosse l'umiliazione, la vergogna, il dolore, Gesù con quel suo sguardo che penetrava fin le più profonde fibre e lo abbracciava tutto nella sua fragile umanità, gli fa quella domanda diretta, senza preavviso.
Immaginiamo lo stato d'animo di Pietro, quando vede quello sguardo amico, che però lui percepisce come indagatore...
Certamente sapeva di meritare un rimprovero: "...E sì, però l'hai combinata grossa! Mi hai tradito per ben tre volte... e con chi? Con una donnetta e con degli ubriaconi... ".
No, niente di tutto questo, solo: "Pietro, mi ami tu?"
Cosa poteva rispondere lui, umile e ardente pescatore della Galilea, se non la verità, a Uno che era e chiedeva la Verità ?
Certo non poteva rispondere di no, anche se l'aveva tradito e apparentemente i fatti erano contro di lui. Perché, anche se non lo capiva, anche se non riusciva a spiegarlo a se stesso, sapeva che a quella domanda diretta non poteva rispondere diversamente da come ha risposto.
Ma cosa significava, cosa significa quel Tu lo sai che ti amo?
Amare per Pietro e per tutti i discepoli di Gesù di ogni tempo è riconoscere che di quella presenza affascinante, misteriosa, dolce, serena, decisa, misericordiosa, equilibrata, uno non poteva e non può fare a meno. Se Tu non cammini con noi, non ci muoveremo di qua diceva anche Mosè nella Bibbia; e, molto più recentemente un teologo affermava: Io non potrei più vivere se non lo sentissi ogni giorno parlare.
Ecco, questo significa, anche per Pietro: più che una decisione volontaristica è un riconoscimento del fatto che quell'amico, che aveva imparato a chiamare Messia, era Uno senza il quale la vita era insopportabile, senza di Lui non si poteva vivere.
Anche per me, per te, può essere così: c'è un momento, un'esperienza, che la misericordia di Dio prima o poi ci fa incontrare e riconoscere, che è così affascinante e totalizzante che uno non può continuare a vivere se non restando sempre attaccato alla presenza fisica di colui o coloro che gli hanno fatto conoscere la tenerezza di un Dio, che si offre a noi come compagno di strada nel percorso della vita.
Il Cristianesimo non è un insieme di regole, ma un Dio amico a cui rispondere con il trasporto di Pietro in qualsiasi momento della giornata, in qualsiasi situazione siamo: "Sì, lo sai che ti amo, lo sai che ti riconosco, lo sai che senza di Te non potrei vivere perché Tu sei il mio tutto. Non so perché, non lo so proprio perché sono pieno di fragilità, di peccato, di distrazione, di limite, ma tutta la mia preferenza umana è per Te".
E' questa la forma suprema di moralità, perché a Dio non importa quanto siamo peccatori, non importa quanto ancora peccheremo. Gesù continuerà fino alla fine a chiedere alla nostra umanità confusa e umiliata per il nostro limite: "Mi ami tu?"
Uno sguardo suggestivo sull’arte
Arte e verità sono state protagoniste di uno dei tanti appuntamenti del Meeting di Rimini. Ecco la prima parte dell’interessantissimo intervento che don Massimo Camisasca ha tenuto sul tema insieme al filosofo e scrittore inglese Roger Scruton:
Questo mio intervento potrà sembrare a qualcuno una provocazione. E in effetti lo è. Parlando d’arte non parlerò né di quadri, né di brani musicali, né di libri. Parlerò di uomini e donne. E per di più, volendo rivelare la loro bellezza, mi attesterò spesso sul loro dolore, le loro fatiche, le loro contraddizioni. Perché nella notte più scura brillano ancor più le stelle, come sta scritto all’ingresso dell’abbazia di Subiaco. E’ una frase molo usata, lo so, ma mi è sembrata, nella sua semplicità, una buona introduzione a ciò che desidero comunicarvi: l’arte può mostrare la verità dell’uomo e del mondo senza cancellare nulla del suo dramma, ma illuminando la speranza che può vivere in ogni condizione umana.
Cosa è l’arte? Essa è per me una modalità privilegiata di guardare la realtà. La definirei così: uno sguardo sulla realtà che sa vedere ciò che normalmente gli uomini non riescono a scorgere. Non importa se essa sia un romanzo, una poesia, una scultura, una musica o altro. Detto con altre parole: l’arte è un occhio che sa vedere dove i nostri occhi non vedono. «L’arte», ha scritto un mio amico, «è il tentativo di eternare le cose. Rivela la profondità delle cose, che non ha fine». Simenon, il padre del Commissario Maigret, ha scritto che la letteratura ha lo scopo di «rivelare il peso delle cose».
Ma non è sufficiente dire questo. Ogni conoscenza dell’uomo che vada al di là della pura descrizione del dato sensibile è in fondo un atto che rivela ciò che a prima vista non abbiamo saputo riconoscere. L’arte fa vedere sì la realtà secondo una profondità mai vista, ma soprattutto rivelando in essa qualcosa che attrae, che colpisce, che lega a sé. E’ una conoscenza che si realizza attraverso l’attrattiva. Non con la stringenza del ragionamento, con l’inevitabilità di una legge scientifica o altro, ma generando una corrispondenza profonda tra ciò che sei, ciò che senti, ciò che attendi e ciò che hai davanti nell’atto artistico. In questo senso l’arte è una forza che trascina dentro la realtà, per rivelarla. Non importa quale realtà (sia essa bella o brutta, piacevole o spiacevole, lontana o vicina, passata o presente…) e non importa neppure come si generi questo rapporto (se attraverso l’emozione, il sentimento, la fantasia…).
Appare chiaro a questo punto il luogo in cui tale rapporto si realizza: esso è l’uomo. Senza l’uomo non c’è arte e non c’è disvelamento della realtà. Senza l’uomo la realtà è muta e incapace di relazione. Non solo non vi è arte senza l’uomo, ma anche non vi è arte che in un modo o in un altro non abbia l’uomo come suo contenuto.
"poca osservazione e molto ragionamento portano all'errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità".
Certe frasi hanno uno strano fascino: ci colpiscono, le percepiamo vere, ma poi restano là come dei soprammobili da rispolverare ogni tanto.
Finché non accade un fatto per il quale esse sono una spiegazione.
La frase succitata del giovane Premio Nobel per la medicina, Alexis Carrel, è una di quelle frasi. Mi è venuta in mente osservando le reazioni a certe mie recenti riflessioni (Un blog serve anche per questo, Ancora sulle radici).
Notavo come il primo post, ricco di suggestioni e di ricordi abbia coinvolto diverse persone: si trattava di un’esperienza decisamente interessante, che molti fanno o desiderano fare; e capisco la partecipazione.
Mi sembrava altrettanto interessante, dopo quell’esperienza, trarre le conclusioni a livello di conoscenza, perché se un’esperienza non è giudicata, resta semplicemente un ricordo, bello o brutto, e nulla più.
Così ho cercato di riflettere sull’esperienza e soprattutto sulle importanti implicazioni di una mancanza di radici.
Ebbene, l’interesse è subito scemato.
Perché è come se avessimo bisogno di sole emozioni per vivere; è come se la ragione avesse un compito marginale e relegato alla fatica di … risolvere un problema di matematica.
No. La ragione, insieme all’affettività, è una delle componenti del conoscere. Non si può conoscere solo con la ragione e non si può conoscere solo con il sentimento. Perciò occorre trovare il modo di far coesistere queste due componenti nel processo conoscitivo. Soprattutto nel campo delle conoscenze più importanti per la nostra vita la quale, per esser degna di essere vissuta, deve avere un significato buono, che va cercato e scoperto.
Ecco, la frase di Carrel, “molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità”, mi ha manifestato la sua verità: l’osservazione di quanto è accaduto mi ha condotto a capire come siamo decisamente restii a riflettere sulle nostre esperienze per trarne un frutto duraturo.
Preferiamo vivere di emozioni e di reattività (pensate all’importanza che vien data all’emozione per valutare un’opera d’arte o uno spettacolo) piuttosto che trarre le conseguenze a livello conoscitivo di quelle emozioni perché tutto (tutto!) ci è dato perché impariamo ciò che veramente vale.
“Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”
Riflessioni… dalla parrucchiera
Per me è una tortura. Davvero! se ci vai alle 3 del pomeriggio di una giornata con 35° di temperatura diventa proprio una tortura cinese!
Stare fermi là a sopportare le attese e le manovre dell’ottima professionista, che però ha anche altre clienti cui pensare, è davvero insopportabile, soprattutto se la conversazione in un pomeriggio estivo caldissimo langue assonnata.
Così ne approfitto per (non spaventatevi!) dire il Rosario: decisamente aiuta a trascorrere quelle ore vuote in modo meno pesante e… certamente utile.
Non è difficile dirlo mentalmente mentre aspetto di finire sotto le abili mani dell’amica Paola.
E allora penso al mistero dell’Assunzione di Maria. Un attimo: dal sonno ristoratore alla gloria sconosciuta. Penso allo stupore di quella notte della mamma più tenera del mondo che ha mantenuto il cuore docile e bambino. Si sarà addormentata stanca di una giornata trascorsa con la nascente comunità cristiana, luogo della presenza di Suo Figlio, il suo adorato Figlio. E.. chissà cosa avrà provato! in quella notte con un risveglio davvero unico! Una sorpresa ed una incredibile corrispondenza con il più acuto desiderio del Suo cuore: riabbracciare il Figlio in un mondo bellissimo di gioia senza fine, vedere finalmente il Mistero all’origine della sua incredibile esistenza terrena..
Chissà! Chissà come sarà quel luogo cui tutti siamo destinati!
Pensavo allora che, se Maria era certamente pronta ad aprire occhi e cuore allo stupore dell’incontro definitivo ed eterno… beh… non credo proprio di essere pronta io…
Bisogna avere il suoi occhi, bisogna avere il suo cuore pieno dell’attesa di Dio, per raggiungere subito quel mondo bellissimo che è il paradiso di Dio.
Ma sopraggiungeva subito dopo un altro pensiero: come mai queste intuizioni in un afoso pomeriggio d’estate e in un luogo così poco poetico?
Mi è venuta allora in mente quella bella frase detta da Don Giussani: “C’è un nuovo protagonista nella storia: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”
Ecco Cristo mendicava così il mio cuore distratto: approfittando, proprio come un povero, delle briciole di tempo che gli dedicavo in un assolato pomeriggio d’agosto. Inaspettato come un ladro, veniva a regalarmi un’intuizione fantastica: che se Maria era pronta per l’incontro con l’Eterno, ma lo era perché il suo cuore era tutto di Dio, noi (o almeno la maggior parte di noi) proprio non lo siamo mai, pronti per l’incontro definitivo.
E forse vale la pena di restituire a Cristo Mendicante del nostro cuore, il nostro cuore povero e meschino che lo mendica con tutta la forza di cui siamo capaci.
“oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto”
(Pier Paolo Pasolini 1971 - da Trasumanar e organizzar)
Questi versi mi sono tornati alla memoria in seguito alla scoperta delle radici .
Perché mi rendo conto che l’essere sradicati è un “di meno” di cui non percepiamo il dolore proprio perchè è qualcosa che non conosciamo e – come dice Pasolini – non possiamo rimpiangere.
In questo senso il recupero delle proprie radici è da considerarsi un “di più” che aiuta a vedere tutta la realtà sotto un altro aspetto: è un fattore in più della realtà che arricchisce la tua percezione di essa.
E te ne accorgi solo se prendi coscienza di questo fatto fondante della tua personalità. E’ come se uno (per assurdo) fosse orfano senza sapere di esserlo. Perché magari ha vissuto insieme a tanti altri orfani che non sanno cosa sia padre o madre - secondo quanto la nostra società sembra voglia realizzare incoraggiata da teorie balzane come quelle accreditate da certi intellettuali tuttologi, per realizzare quello spaventoso progetto immaginato da Huxley ne “Il mondo nuovo”.
La questione è che è possibile vivere senza radici; ma come un albero senza radici è in balia del vento senza saperlo, e subisce le conseguenze di questo fatto piegandosi ad ogni variazione atmosferica, così l’uomo o anche il popolo che non conosce le proprie radici finisce col soccombere davanti a chi invece è ben radicato e certo delle propria identità.
E qui il discorso diventa estremamente serio: come può uno che non ha radici, che non ha appartenenza, resistere alle immancabili pressioni dell’ambiente?
Sarà in balia dell’istintività o delle mode del momento, ma non avrà ben chiaro chi è e cosa vuole.
E il problema più grosso è che, se le radici non le riconosce, non può rendersi conto del suo bisogno di un “centro di gravità permanente”, della roccia cui aggrapparsi per non essere travolto dalle circostanze.
Fermiamo la deriva eugenetica
In attesa di "varare" il nuovo sito dell'associazione Samizdatonline (che il vecchio ha qualche "problemino" tecnico) torniamo ad usufruire temporaneamente di questo blog per tenervi aggiornati sulle nostre "campagne" e condividere con voi alcune riflessioni sui temi più "caldi".
Oggi vi proponiamo una riflessione di Stranaù, associata a Samizdatonline, che ha affrontato per l'Occidentale lo scottante tema dell'aborto selettivo.
Siete invitati a commentare nel blog provvisorio.
Un blog serve anche per questo

Mi sono sempre sentita senza patria e, a pensarci bene, non è una bella sensazione, ma avevo trovato la mia patria 32 anni fa tra gli amici più cari che una persona possa incontrare ed avere.
Comunque non è un gran danno essere senza patria se non se n’è coscienti: è una mancanza, un vuoto che non si sa definire, perché la vita con la sua bellezza e le sue croci ci coinvolge ed uno non ci pensa.
Poi, qualche giorno fa, vedo tra i vari Avatar splinderiani i Quattro Mori, simbolo della mia terra, e clicco incuriosita: trovo un blog scritto in sardo e non so come, non resisto alla tentazione di commentare nella mia antica lingua.
Ivo, - così si chiama il proprietario del blog – è un mio conterraneo e mi rivela che il mio sardo ha le caratteristiche di una zona della Sardegna che si chiama Ogliastra; benché io non ci viva e non ci abbia vissuto se non qualche mese estivo quando ero bambina.
Ma i miei erano dell’Ogliastra, la mia nonna materna che sul balcone raccontava ad una bambina avida di ascoltarle, anche se le conosceva benissimo, le favole de “Sa pru bella ‘e su mundu”, di “Animaledda de urtigu” , ed altre, era ogliastrina anche lei. E mi ricordo con nostalgia quel “Mannu, mannu, mannu”, che lei diceva per descrivere certi particolari e la cosa mi divertiva!
Non so come, ma questi ricordi mi hanno fatto capire che le mie radici sono là, a Lanusei, quella bella cittadina arrampicata sui monti con una splendida vista sul mare, che regalava tramonti infuocati. E capisco perché c’è un legame che mi tiene attaccata a quel tempo e quello spazio abbastanza lontano; e il legame è dato da quelle poche parole sarde che ricordo e che sono diverse da quelle che si parlano nel Campidano dove ora vivo.
Tutto ciò mi faceva pensare al fatto che uno non può vivere senza radici ed è triste averle e non saperle riconoscere: solo se si hanno delle robuste radici si può affrontare in modo più pieno le continue sorprese delle vita.
Per ora non riesco a spiegarlo meglio, ma l’amore per la mia terra ora è qualcosa di robusto, bello, inaspettato che mi dà sicurezza. Una sicurezza diversa dalle mie sicurezze che chi mi conosce sa essere ben salde.
E tutto ciò grazie al mio blog che mi ha permesso di incontrare un blogger (anzi due!) della mia terra.
Ecco com'era Lanusei quando ci andavo in vacanza:

“Non ci sarà fedeltà se non si troverà nel cuore dell’uomo una domanda, per la quale solo Dio è la risposta”
L’ha detto Giovanni Paolo II che “non ha detto che non ci sarà fedeltà se non saremo bravi, se non saremo coerenti, se non avremo energia. No. Non ci sarà fedeltà – cioè al fondo , non ci interesserà Cristo -, se non ci sarà nel cuore una domanda per la quale solo Lui è la risposta.
Se questa domanda non è radicata nel profondo del nostro io e se non siamo leali con essa, Cristo prima o poi non ci interesserà più: come tanto altri andremo via anche noi dal Cristianesimo.
Per questo la prima lealtà è con la nostra umanità, con il nostro grido, con l’urgenza del nostro cuore” (Esercizi della Fraternità di CL 2007, pag 9).
Altro che regole da seguire in un’imitazione senza amore!
Dalla fedeltà a Cristo, che è fonte di ogni amore e di ogni fedeltà, derivano tutte le altre fedeltà, anche quella alla persona amata, ad un’amicizia, a tutto ciò che ci è caro, fino alla fedeltà nello svolgere il nostro lavoro…
"Dì un po', Marti, dove vanno le persone felici?"
"Non lo so, papà"
"Vanno dal Signore a dirglielo"
[Claudio Chieffo al figlio Martino, qualche giorno prima di morire]
Grazie Maria Acqua!
