Rolando allegro rospo
In questa veranda

ieri, a notte fonda, mio figlio, rientrando ha visto e fotografato il saltellante Rolando rospo: finalmente anch'io ho un amichetto (si fa per dire... una pallina di 15 cm di diametro) che vi mostro orgogliosa (ma se lo vedessi io, credo che salterei più di lui!)
Birmania: “una battaglia fra dhamma e ah-dhamma”
La Birmania è uno dei paesi più isolati dal mondo, informazione censurata, internet filtrata, contatti con l’esterno minimi. Il regime che si autodefinisce “socialismo-buddista”, ha represso ogni forma di religiosità, sino a inserire la non esistenza di Dio, naturalmente scritto con la “d” minuscola, nella costituzione.
Il Governo militare ha eletto a “religione di Stato” il buddismo, a patto però, che i monaci, che hanno grande influenza sulla società birmana, esercitassero questa influenza a favore del Governo.
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AGGIORNAMENTO:
Grazie ad Amina che me l'ha ricordato, vi invito a votare per la Birmania libera dalla dittatura dopo aver letto qui
Un’intuizione: la bellezza come sintesi di bontà, verità, giustizia, significato
Un post di Berlicche mi ricordava che occorre un’educazione alla bellezza che la nostra società consumistica ha quasi completamente dimenticato. E pensavo che ci sono delle bellezze che riconosci immediatamente perché sono un’evidenza inconfutabile; però ci sono anche bellezze nascoste che, solo per grazia, è dato riconoscere.
In questo momento non so spiegare perché, però cosa c’è di più bello della tenerezza della mamma per il suo bambino, dell’amicizia disinteressata tra due coetanei, dell’amore tra due sposi, della dedizione di due suore come nel post su “Il cavallo rosso” di Corti di cui vi ho parlato ieri.
Uno dei motivi per cui sono rimasta impressionata a quell’episodio è stato il sussulto di gioia del protagonista davanti allo spettacolo bello (non certo dal punto di vista meramente estetico) delle due donne che, con la serietà di chi abbraccia la sua vocazione, si occupavano dei poveri feriti dell’ospedale di guerra.
Ebbene, il riconoscere la bellezza in quel fatto mi pare più un dono ad un’anima tutta spalancata al rapporto con l’Infinito, come era appunto quella del giovane ufficiale, che non il riconoscimento di un’evidenza.
Penso ancora che il giovane Ambrogio abbia come percepito in un attimo di esultanza sconosciuta e donata il significato più profondo del gesto compiuto dalle suorine. E il significato della realtà che è la verità della realtà è ciò per cui il nostro cuore è fatto, è ciò cui il nostro cuore tende e il percepirlo permette di vivere un attimo di eternità nel tempo.
Tutto ciò mi ricorda che la vera bellezza non può prescindere dalla bontà, dalla verità, dalla giustizia, dal significato: se manca solo uno di questi elementi la bellezza è solo estetismo arido e inutile.
E mi pare che il godimento per la bellezza scaturisca dal richiamo all’Infinito di cui è segno, oppure resta semplice emozione momentanea ed effimera.
“Eccolo il modo di rispondere al male che c’è nel mondo; eccolo, l’ho qui sotto gli occhi”
Sto leggendo il capolavoro di Eugenio Corti, Il cavallo rosso, e sono davvero affascinata dal suo modo coinvolgente di narrare le vicende.
Tra le altre, racconta qualche episodio della grande tragedia della ritirata in Russia dei nostri connazionali durante la seconda guerra mondiale.
A un certo punto uno dei protagonisti si ritrova in un ospedale tra i feriti che smaniano durante la notte perché hanno bisogno dell’intervento degli infermieri che non arrivano, allora Ambrogio si alza dal suo letto e cerca di capire come aiutare i feriti. Molti di loro vogliono la “padella” ma lui non sa dove può trovarle e gridano sempre più forte (pag.416):
“Prima ch’egli la raggiungesse [la porta dei gabinetti], la porta d’angolo – che dava su una scala di servizio – si aprì, e nel salone entrarono due monache. “Devono essere le suore polacche della lavanderia” pensò subito Ambrogio.
Andò loro incontro: “Sapete per favore dove tengono le padelle?” chiese.
La prima monaca annuì.
“E’ per… loro” disse il sottotenente indicando i letti.
La suora fece di nuovo un cenno d’assenso e s’avviò svelta verso un ripostiglio; insieme con lei anche l’altra suora entrò rapidamente in azione. L’ufficiale avrebbe voluto collaborare, ma lasciò perdere quasi subito, visto che le due donne ci sapevano fare troppo meglio di lui: andavano da un letto all’altro, portavano le padelle, i pappagalli, li ritiravano; là dove occorreva il loro sforzo unito per voltare un ferito, agivano insieme.(…) Finì con lo stare semplicemente a guardare – nell’azzurra luce delle lampade notturne – le suore polacche che agivano discrete e silenziose intervenendo senza confusione in tutti i punti in cui occorreva la loro opera.
“Però… dopo tutto quello che hanno sofferto e che stanno soffrendo , anche per colpa nostra” rifletté commosso il giovane “pensano solo a farci del bene! E lo fanno nonostante i divieti del nostro comando… Si sono mai viste persone vivere così… fisicamente il Vangelo?” Poco alla volta la sua commozione si trasformò in una sorta di incontenibile giubilo: perché, guarda, esistevano creature simili sulla terra!” “Eccolo il modo di rispondere al male che c’è nel mondo; eccolo, l’ho qui sotto gli occhi”
Mi ha colpito tantissimo questa risposta al male del mondo: in questo ospedale di guerra è a solerte attenzione di due scoprine polacche, ma nella vita di tutti i giorni è la tenerezza silenziosa di un padre, di una madre, di un amico, che accompagnano, sia pure impotenti, il dolore della persona amata.
Perché il dolore non lo possiamo eliminare, però possiamo condividerlo – portando gli uni i pesi degli altri – e così diventa meno bestiale.
Assistiamo sgomenti a quello che sta accadendo in Birmania e la nostra sensibilità occidentale amante della libertà e dei diritti umani stenta a comprendere il perché di tale orrore che vede un governo andare contro tutto il popolo da esso governato. Per cercare di capire si potrebbe tentare di partire da alcuni punti fermi assodati.
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E’ troppo importante perché non affronti l’argomento. Si tratta della sentenza di Cagliari che apre la strada alla selezione eugenetica. Ma leggete l’articolo scritto da Assuntina Morresi per L’Occidentale del 26 settembre:
La sentenza di Cagliari apre la strada ai figli fatti su misura
Non c’è pace per la legge 40, che regola la procreazione medicalmente assistita in Italia: con una sentenza sconcertante il Tribunale di Cagliari ha stabilito che una coppia di sardi può effettuare la diagnosi preimpianto di un embrione crioconservato, in violazione alla legge stessa.
In queste ore esultano tutti quelli che non hanno mai accettato la sonora sconfitta di due anni fa, quando il 75% degli aventi diritto al voto disertò il referendum sulla legge 40, rifiutando le modifiche al testo di legge, ma soprattutto ritenendo che certi argomenti non si potessero mettere ai voti.
Spesso sono gli stessi che gridano “giù le mani dalla
Ma veniamo ai fatti: l’uomo e la donna della vicenda sono portatori sani di talassemia, e non vogliono mettere al mondo bambini malati. I giornali riferiscono che la donna aveva già abortito due volte, quando le era stato diagnosticato che dalle gravidanze in corso sarebbero nati figli talassemici; la signora quindi si è rivolta a un centro per la fecondazione in vitro, con l’intenzione di selezionare gli embrioni sani prima dell’impianto in utero.
Ma la diagnosi preimpianto è vietata dalla legge 40, e la signora si è rifiutata di farsi impiantare l’unico embrione ottenuto, che è stato congelato. Dopo essere rivolti invano alla Corte Costituzionale, che lo scorso anno ha rigettato il ricorso della coppia, i due genitori hanno intrapreso una seconda azione legale, grazie alla quale si dovrebbe poter effettuare la diagnosi sull’unico embrione ed eventualmente accettarne l’impianto. La coppia nel frattempo si è recata in un centro a Istanbul per sottoporsi di nuovo a fecondazione in vitro, stavolta insieme alla diagnosi preimpianto – e fra un mese nascerà una bambina non affetta da talassemia. La signora si è detta pronta a una seconda gravidanza, nell’eventualità che l’embrione precedentemente congelato in Italia risultasse sano.
Il problema, però, non è solo il divieto della diagnosi reimpianto. Secondo la stessa legge questa coppia avrebbe potuto utilizzare tecniche di fecondazione in vitro solo in caso di infertilità o sterilità: nel nostro paese queste tecniche sono riservate solamente a chi non riesce a concepire per via naturale, cioè a coppie sterili e/o infertili, e non a portatori sani di malattie genetiche.
La legge
La legge regolarmente approvata in parlamento, e confermata dalla volontà popolare, non permette in alcun modo – nell’impianto, nel testo, e nelle sue linee guida – la selezione genetica per scegliere il figlio migliore, perché nel nostro paese, fortunatamente, non sono ammesse pratiche eugenetiche.
E infatti la legge 40 è in pieno accordo con la regolamentazione dell’aborto: nella 194 non esiste la possibilità di abortire un feto disabile in quanto tale, ma solo se il suo handicap dà problemi di salute alla madre. La legge sull’aborto – non ci stancheremo mai di ripeterlo – non è eugenetica, non si pronuncia in base alla “qualità del feto”, né tantomeno pretende di accampare un qualche “diritto al figlio sano”. Se l’applicazione della legge ha derive eugenetiche, allora bisogna specificare che è questa prassi che va corretta, mediante atti amministrativi come la formulazione di linee guida, ad esempio.
La diagnosi preimpianto, invece, non ha nulla a che fare con la salute della donna, ma introduce la possibilità di scegliere il figlio in base al patrimonio genetico: tu sei sano, ti prendo, tu sei malato, ti scarto.
E chi ammette questa possibilità, fabbricare un certo numero di figli e sceglierne i migliori eliminando quelli “difettati”, dovrebbe coerentemente assumersene la responsabilità politica e morale, e proporre un testo di legge in cui, a chiare lettere, si dica che si possono eliminare i disabili. Dovrebbe dire che di disabili non ne devono nascere più, perché sono “unfit”, inadatti, come dicevano gli eugenisti americani, tedeschi e svedesi quando - in mancanza di altro, e nel migliore dei casi – li sterilizzavano in massa.
E poi dovrebbe convincere le associazioni di disabili, e i genitori dei disabili, per esempio. E dovrebbe convincere noi tutti.
Ringrazio Anerella per questo prezioso contributo che copio:
26 settembre 2007
Gas lacrimogeni, cariche con manganelli e spari, poi centinaia di arresti: sull’asfalto almeno tre morti e 17 feriti tra i monaci buddisti, tra cui un ottantenne. La Polizia - a servizio del regime militare al potere da 45 anni in Myanmar - è passata all’azione repressiva per sedare la protesta prolungata che non accenna a diminuire di intensità e per disperdere decine di migliaia di manifestanti pacifici, che anche oggi si sono radunati in cortei per le strade dell’ex capitale. A nulla è servito il monito che era stato lanciato stamane a Bruxelles dalla Presidenza portoghese dell’Unione Europea alle autorità del Myanmar di usare “la massima moderazione”, pena maggiori sanzioni. Note di dura riprovazione per la svolta violenta sono pure arrivate dal mondo politico in Italia, Francia, Giappone e Gran Bretagna, dove il premier Gordon Brown ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza. La Giunta militare avrebbe commesso “l’errore peggiore e più irreparabile della storia” secondo il partito dissidente guidato dal Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari, e che ora chiede “l’apertura di un dialogo per risolvere pacificamente tutti i problemi della Nazione”. Nonostante gli scontri i manifestanti continuano a formare una catena umana per le strade di Yangon, dove i monaci nei tradizionali abiti rossi sfilano al centro e i cittadini comuni ai lati, in una alleanza di cuori e di menti. E la protesta si allarga se oggi 15 mila persone, tra cui anche monaci buddisti e numerosi musulmani hanno sfilato anche a Sittwe nell’ovet del Myanmar, sfidando il divieto di raduni imposto dalle autorità di governo. Decine di studenti buddisti hanno inoltre manifestato stamane in segno di solidarietà sotto l’ambasciata del Myanmar, a Giakarta in Indonesia.
Attraverso una nota ufficiale la Conferenza episcopale del Myanmar, spiega l’impegno della Chiesa cattolica nel Paese. Ascoltiamo mons. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e segretario generale della Conferenza episcopale del Myanmar, al microfono di Christopher Altieri:
“The Church in Myanmar ...
La Chiesa nel Myanmar sta pregando per la pace e per lo sviluppo del Paese. E’ un impegno che tutte le parrocchie hanno assunto dal 1° febbraio dello scorso anno. Specialmente in questo difficile momento tutti i cattolici sono impegnati nella preghiera e nell’offerta di Messe speciali. In linea con il Codice di Diritto Canonico e la Dottrina Sociale della Chiesa, i sacerdoti e i religiosi non sono coinvolti nelle attuali proteste e non fanno parte di alcun partito politico. I cattolici, come cittadini, sono liberi di agire secondo coscienza. I sacerdoti e i religiosi possono offrire linee guida appropriate”.
Cresce dunque l’apprensione in tutto il mondo democratico per quanto sta avvenendo in Myanmar in queste ore. A considerare come una svolta molto importante le proteste dell’opposizione birmana è anche padre Piero Gheddo, missionario del PIME ed esperto dell’area. Sentiamo una sua valutazione della crisi nell’intervista di Stefano Leszczynski:
R. – La valuto in modo molto positivo se sboccherà in una vera libertà del popolo dalla dittatura; è negativo se invece la dittatura ricomincerà a reprimere, ammazzando molta gente: allora sarà pericoloso perché può riscoppiare una guerra civile che farebbe moltissimi morti ... Quindi, per il momento mi pare molto positivo questo entrare in campo dei monaci! Poi, la gente li ha seguiti ... il governo è costretto a fare qualcosa. Vediamo ...
D. – Cosa potrebbe fermare il governo dal reprimere duramente questa manifestazione?
R. – Ma, io penso che in questa situazione così difficile per quel popolo di 50 milioni di abitanti – non è un popolo di poco conto! – i governi occidentali dovrebbero fare molta più pressione! Io dico, anche il governo italiano, i governi dell’Unione Europea, come già fanno gli Stati Uniti. La Birmania ha un esercito di 500 mila militari, dicono che sia il secondo dell’Asia. Sarà una situazione molto, ma molto positiva se sbocca nella libertà. Negativa se provoca una repressione autentica.
D. – Padre Gheddo, chi sono le persone che manifestano in Myanmar?
R. – Io penso oggi tutto il popolo, quasi tutto il popolo; ricordiamo che nelle elezioni del 1989-'90, quando ha vinto Aung San Suu Kyi, ha preso l’82 per cento dei voti, e il partito del governo – il partito del socialismo birmano – ha preso il 10 per cento; che poi sono i funzionari, le famiglie, le persone che sono legate a quel partito lì e al governo. Quindi, io penso che tutto il popolo, praticamente tutto il popolo, si sta ribellando perché la Birmania – ricordiamolo – nell’ultimo dopoguerra, nel ’46 – ’48, quando è arrivata l’indipendenza, era il Paese più evoluto e più ricco di risorse naturali del Sudest asiatico. Oggi è l’ultimo Paese in tutti i sensi.
D. – Come mai questa protesta è partita proprio dai monaci? Che ruolo hanno nella società?
R. – Perché se lei toglie l’esercito e il partito dominante, una forza popolare non esiste più! Hanno abolito partiti, sindacati, stampa libera, associazioni, anche associazioni che non avevano nulla di politico ... Chi governa, in Birmania, chi domina tutta la situazione è solo, solo, solo il governo e chi sta con il governo!




”Cerco un centro / di gravità permanente…”: la canzone di Franco Battiato sembra sintetizzare la richiesta che, in modo confuso o più consapevole, accomuna molte persone di scuola – docenti, alunni, famiglie, lo stesso ministro Fioroni – in questo inizio di anno scolastico. Come sempre, le prime pagine dei giornali sono occupate da argomenti apparentemente marginali – il prezzo dei libri di testo o le cattedre di sostegno per i portatori di handicap – ma il malessere c’è, l’”emergenza educativa” cresce, e la abbiamo documentata da tempo. Nel bel dossier che il mensile ”Tracce” di settembre 2007 dedica alla scuola, c’è un intervento del prof. Fabrizio Foschi, presidente nazionale di Diesse, che dice così: ”…in una tesi di dottorato un’insegnante brasiliana dimostra che tutto quello che si propone nella didattica è frammentato, perché vuole corrispondere a un io frammentato. Ora, questa frammentazione dell’io è il dramma della scuola, a cui si risponde frantumando ancora di più la proposta educativa e didattica. E così facendo, invece di salvare la persona che è sul baratro, le si dà una spintina. Allora la sfida è ritrovare un’unità nelle cose che si fanno, ricondurre a un significato. Tanto è urgente che perfino in alcuni recenti documenti ministeriali si fa riferimento alla necessità di recuperare una sintesi: la cultura dominante, che ha spezzato e suddiviso, sente il bisogno di una sintesi, ma questa partita ha bisogno di persone che affrontano la realtà della scuola in maniera unitaria”. Il documento ministeriale cui si riferisce il prof. Foschi è la ”Lettera di accompagnamento delle Indicazioni per il curricolo”: vi si afferma che ”compito della scuola è educare istruendo le nuove generazioni, e questo è impossibile senza accettare la sfida dell’individuazione di un senso dentro la trasmissione delle competenze, dei saperi e delle abilità”. Così commenta questa inaspettata e positiva apertura l’editoriale del 19/09/07 di Diesse: ”L’educazione non si realizza mediante l’aggiornamento delle tecniche per insegnare, secondo una concezione molto in voga nella attuale cultura pedagogica (di destra e di sinistra), per cui orientando la didattica ad un particolare modello di conoscenza si presume di ottenere la modificazione della struttura umana dell’individuo. L’educazione si realizza nella libertà di un incontro tra chi propone un significato per cui vivere e chi si dispone a seguirlo. L’educazione può, certo, accadere in modo gratuito anche nella scuola ed investire le modalità dell’insegnamento e dello studio.”
Questo richiamo all’unità del sapere – e quindi a una cultura che torni ad avere un centro – concorda singolarmente con quanto ha espresso Mons. Bagnasco nella Prolusione al Consiglio Permanente della CEI del 17 settembre 2007: ”Mi riferisco all’esigenza ormai da tutti riconosciuta di raccogliere e coltivare sempre meglio l’unità della persona: essa è continuamente insidiata dalla frantumazione e dallo smarrimento, dovuto non tanto alla necessaria articolazione delle esperienze quanto piuttosto alla mancanza di criteri di interpretazione e di sintesi. Il clima di materialismo in cui viviamo tende a sfilacciare le persone e a frantumare i loro punti di vista, in una estenuazione che vorrebbe rendere patetico qualunque richiamo alla coerenza. Ma il vuoto non si regge in piedi e la vita concreta non si divide a settori o momenti tra loro incomunicabili”. Un adulto, non isolato, che viva un’unità culturale: ecco la condizione per l’educazione. E questa unità ha un nome, come ricordava Papa Benedetto XVI a Monaco nel settembre 2006: ”Non è affatto sufficiente che i bambini e i giovani acquistino nella scuola soltanto delle conoscenze e delle abilità tecniche, e non i criteri che alle conoscenze e alle abilità danno un orientamento e un senso. Stimolate gli alunni a porre domande non soltanto su questo o su quello, ma a chiedere sul ”da dove” e sul ”verso dove” della nostra vita. Aiutateli a rendersi conto che tutte le risposte che non giungono fino a Dio sono troppo corte”. Buon anno scolastico!
Autore: Leonardi, Enrico
Per approfondire:
§ Comincia un nuovo anno di rischio educativo nella scuola
Dedicato ad un amico che non crede più perché ha sofferto troppo
“Uno dei primi giorni in cui ero nel mio studio (...) è entrato il papà di una ragazza che già conoscevo, di un istituto magistrale di Milano. Era un signore distintissimo. Si è fermato sulla porta, impacciato, poi è scoppiato in lagrime e mi ha detto: "Padre, mi scusi, ma quando mia figlia [era ammalata di cancro, irreversibilmente] mi prende la mano, me la stringe e mi dice: “Papà, perché non mi fai guarire?”, è uno strazio per me insopportabile”.(fonte)
L’amico Uncas riporta questo brano che avevo dimenticato ma che ha ancora lo stesso effetto di quando lo lessi per la prima volta: un dolore e un senso quasi di ribellione di fronte a certe apparenti ingiustizie della vita.
Perché una adolescente deve ammalarsi di cancro?
Perché un padre non può fare nulla per la figlia che lo implora?
C’è da perderci la testa.
Poi, mi è capitato di leggere la risposta di un padre ai figlioletti che gli chiedevano perché Dio permette tanta sofferenza (cfr. qui). Eccola:
Domanda: E [come spieghi] le disgrazie? E le malattie che colpiscono gli innocenti?
Risposta: Hai ragione: c'è però anche un male che non dipende dagli uomini. Le malattie per esempio. Soprattutto quelle che colpiscono i bambini, che sono gli esseri più innocenti. Chi ha colpa se un bambino nasce con una grave malformazione? e che colpa ne hanno i suoi poveri genitori?
Allora, quando succedono queste cose, viene spontaneo chiedersi: ma perchè Dio lo permette? Non è forse onnipotente?
Di fronte al dolore degli innocenti, ci sono uomini che si sentono autorizzati a dire: se Dio esiste è più cattivo di me, perchè io non permetterei mai una sofferenza così grande. E' il ragionamento che hanno fatto tra gli altri, i"comunardi" parigini del 1870, che erano atei e cantavano: "Dio non esiste. Ma se esistesse bisognerebbe fucilarlo: Non deve passarla liscia quel vecchio sadico dalla barba bianca"
Non ti scandalizzare, ma adesso ti dico che queste invettive contro Dio sono perfettamente comprensibili.
O meglio: sono perfettamente comprensibili per tutte le religioni, tranne che per quella che predica un Dio che, fattosi uomo, è morto crocifsso.
Sì, solo se Dio è quello rivelato da Gesù, solo se Dio è quel Gesù che non si è sottratto al dolore, l'uomo non può ritenersi moralmente superiore a Lui.
A questo punto mi potresti chiedere: ma non poteva evitarlo per tutti, per sé e per gli altri, il dolore? Certo, ti rispondo: l'esistenza del dolore resta un mistero: ma noi sappiamo che Dio, che è onnipotente, avrebbe potuto cancellarlo con una sola parola: ma non lo ha fatto, non lo ha voluto fare. Ha preferito assumerlo su di sé, sperimentarlo fino all'ultimo, fino alla morte in croce.
Nel documento finale del Concilio Vaticano II, la Chiesa ci ha lasciato questo messaggio: "Il Cristo non ha soppresso la sofferenza. Non ha voluto neppure svelarne interamente il mistero. L'ha presa su di sé, e questo è abbastanza perchè ne comprendiamo tutto il valore"
Spero che queste parole aprano uno spiraglio nel cuore del mio amico, assediato da un dolore indicibile.
Gesù spiegato a mio figlioE’ il titolo di un bel libro scritto dal giornalista Michele Brambilla e dedicato innanzitutto ai suoi figli e poi a tutti i genitori che vorrebbero dare risposte adeguate ai loro figlioletti, quando fanno delle domande difficili..
E’ strutturato in modo molto semplice: una serie di domande, quelle che normalmente fanno i bambini quando vogliono capire di più chi è Gesù, e le risposte relative, esposte in modo molto semplice e accessibile ai nostri figlioletti.
A dire il vero mi è capitato di usare questo testo per aiutare delle persone che desideravano accostarsi ai sacramenti dell’iniziazione cristiana e mi ricordo che erano davvero avidi di conoscere le risposte anche se non erano più bambini, ma… adulti che si preparavano al matrimonio!
Perché vi rendiate conto di come sono le risposte ne copierò qualcuna ogni tanto. Oggi quella che segue (pag.103):
D: Se Gesù è così buono, perché permette il male?
R. Uno dei più grandi pensatori della storia della Chiesa, San Tommaso d’Aquino, diceva: l’esistenza del male è una delle principali obiezioni all’esistenza di Dio.
E’ vero, naturalmente: Molta gente si chiede: se Dio è buono, perché permette il male?
Provo a risponderti con umiltà, perché questo è un tema molto difficile, che ha impegnato per secoli teologi ( i teologi sono coloro che “studiano” Dio) ben più preparati di me.
Intanto va detta una cosa. Gran parte del male è provocata dagli uomini, non da Dio.
Un Dio che è amore, infatti, non poteva che creare degli esseri liberi. Liberi di fare il bene o di fare il male: E molto spesso purtroppo noi uomini scegliamo il male.
Prendi il caso più evidente: le guerre. sono forse colpa di Dio?
Tu avrai sicuramente sentito parlare dell’Olocausto, quella terribile persecuzione contro gli ebrei scatenata dai nazisti verso la metà del secolo scorso. Si calcola che ben sei milioni di Ebrei – compresi tanti bambini – siano stati uccisi nei campi di concentramento nazisti.
Uno dei più famigerati di questi campi di concentramento era in Polonia, ad Auschwitz, un nome che è diventato simbolo di quella terribile ingiustizia.
Bene, sappi che ci sono stati teologi, anche cristiani, i quali hanno detto che “dopo Auschwitz non è più possibile credere in dio”, perché sembra impossibile che Dio abbia potuto permettere una simile tragedia.
Ma è una considerazione da respingere. E’ fprse colpa di Dio se i nazisti hanno compiuto un’atrocità così grande? La verità è l’esatto contrario: il dramma di Auschwitz è successo proprio perché alcuni uomini – i nazisti in questo caso – hanno disobbedito a Dio, hanno violato il comandamento “non uccidere”. Lo ha capito molto bene un pensatore ebreo che si chiama Emmanuel Lévinas, che ha rovesciato quella frase di certi teologi: proprio dopo Auscwitz – ha detto Lévinas – si può rafforzare la fede in Dio, visto che il rifiuto di Lui porta a questi risultati.
Non diamo dunque a Dio responsabilità che non sono sue. C’è un dolore che è la conseguenza della libertà data all’uomo di scegliere tra il bene e il male.
La domanda successiva è ancora più interessante (come la risposta) : D. E le disgrazie? E le malattie che colpiscono gli innocenti? Ma sulla risposta tornerò un’altra volta. E se volete averla subito vi conviene acquistare questo utilissimo libro, soprattutto per gli educatori.
Volete essere à la page! c’è una nuova moda: il cattogrillismo!
Questo mi ha fatto pensare con tristezza la lettura su “Il giornale” del 25 settembre di un articolo di Michele Brambilla che esordisce così: “Che tristezza vedere il giornale dei vescovi, Avvenire, che plaude a Grillo e al grillismo, cioè alla peggio retorica secondo la quale chi fa politica è sempre un mascalzone e chi protesta in piazza sempre un virtuoso” e continua con il ricordare a noi, smemorati consumatori di notizie, la nota acredine di Grillo contro la Chiesa. Per questo non ho mai pensato di occuparmi delle sue battute che cercavano solo il maggior consenso possibile (e il consenso di quel tipo, si sa porta quattrini!).
Però mi paiono interessanti alcune sue riflessioni degne di essere sottolineate nell’interesantissimo articolo che vi invito a leggere per intero (cliccando qui):
“non c’è alcun dubbio che la classe politica italiana abbia dato e continui a dare intollerabili prove di arroganza e anche di disonestà; noi stessi, voglio dire noi del Giornale, abbiamo dedicato più e più articoli alla questione. Ma non è accodandosi ai moralisti che vanno in piazza che si risolve il problema; anche perché tra quei moralisti - c’è da scommetterlo - non mancano sicuramente i finti malati, i professionisti del lavoro senza ricevuta, i fuoriclasse delle note spese gonfiate, tanto per parlare solo delle violazioni al settimo comandamento, visto che per una certa morale ormai esiste solo quello.
La protesta di Grillo e dei suoi può anche avere qualche effetto salutare, ma è sconvolgente che un giornale come Avvenire non ne colga quello letale, e cioè l’esaltazione di una mentalità secondo la quale la colpa è sempre degli altri. Ancor più sconvolgente è che Avvenire non si renda conto di quanto sia folle Grillo quando garantisce sull’onestà futura dei suoi candidati: nemmeno Iddio è mai arrivato a tanto, che diamine, c’è il libero arbitrio, e nel doman non v’è certezza.
Conosco e stimo il direttore di Avvenire e sono certo che queste considerazioni le condivide anche lui. Ma purtroppo l’editoriale di ieri ricorda tante altre posizioni di un certo mondo cattolico. Quello ad esempio che ha continuato a credere nel comunismo quando il comunismo era già putrefatto, o quello che nel
Vale la pena di riflettere su queste sue considerazioni.
Madre Teresa e… la notte dello Spirito. E noi?
Mi è venuta in mente Madre Teresa e il lungo periodo della sua via in cui non “sentiva” Dio ieri, mentre eravamo in macchina con M. e T.
M. ha attraversato un momento difficile aggravato da una situazione di malattia e, per lei, la sofferenza più terribile era “non sentire Dio”.
Credo che sia una sofferenza indicibile non “sentire Dio”: uno si sente assolutamente solo e smarrito in questo grande universo di cui la piccola porzione di terra che conosce è fredda e inospitale per l’egoismo e la cattiveria degli uomini. E’ come se ci si sentissi immersi nel buio; nei casi meno sfortunati nel grigiore di una vita inutile destinata al nulla.
Il nulla eterno.
Penso che molte delle persone che conosciamo vivano più o meno consapevolente questo vuoto abissale e insopportabile.
Ma davanti il dialogo che si è sviluppato mi sono chiesta che attinenza ciò possa avere con la fede.
Ho imparato che la fede non è innanzitutto un sentimento: perché il sentimento è una componente del nostro conoscere ma non è l’unica componente: esiste anche la ragione; e la ragione, sulla base delle sue categorie, è in grado di riconoscere una cosa vera.
Ebbene, la fede che è l’atto di un uomo (non certo di una giraffa o di una gallina), e, come tale, deve essere interamente umano cioè implicare ragione, sentimento e volontà.
Una definizione di fede che mi è sempre piaciuta, perché accessibile anche a chi non è dotato di spiccato sentimentalismo, è “la fede è riconoscere una Presenza” : “Questa è la fede: riconoscere una Presenza, e basta; riconoscere una Presenza che è il significato del sangue che circola, del bambino che si fa nascere, del marito o della moglie che si ha”. (…)la Sua presenza: non esiste nessun’altra alternativa in tutta la storia a tutte le ideologie possibili e immaginabili, che ci sono state, ci sono e ci saranno (perché in fondo i loro fattori fondamentali sono tali e quali per tutte; sono come i legnetti o i pezzetti di ferro di un meccano per i bambini: si possono fare tante forme, ma i pezzetti sono sempre gli stessi). L’unica alternativa, la misura che non è più quella delle nostre cose è l’annuncio di questa Presenza.
Una Presenza la si può riconoscere o rifiutare e così noi possiamo riconoscere che Cristo è il senso, l’origine, la consistenza di tutto, di ogni singola fibra del nostro essere, come della particella più sconosciuta dell’Universo, oppure possiamo non riconoscerlo.
Ma non riconoscerlo è la cosa più triste della vita perché è la solitudine cosmica, il vuoto infinito senza possibilità di salvezza.
Ebbene: chi per qualche tempo ha gioito al “sentire” che Dio non ci lascia mai soli, che Cristo è il significato che rende bella la vita, non credo debba pensare che la mancanza di sentimento nel riconoscimento di Lui sia sintomo del fatto che Lui non c’è.
Il sole dietro le nubi splende sempre (o la vita stessa della terra sarebbe impossibile): il fatto che Dio si nasconda per un tempo più o meno lungo non significa che Lui non c’è.
Occorre aspettare che le nubi si diradino e il tempo necessario può durare giorni o anni. L’importante è sapere aspettare che ritorni il sereno. Anche se dovessimo aspettare la fine dei nostri giorni.
Come per Madre Teresa.
Ermanno lo Storpio
“il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità.”
Nella ricerca della biografia di Sant’Ermanno lo Storpio per Natanaele, mi sono imbattuta proprio nel testo (almeno in gran parte del testo) che diversi anni fa lessi per il pubblico di radio Bonaria. E’ una storia bellissima e commovente e, per quelli che ieri non l’hanno letta benché l’avessi linkata (anch’io non amo leggere quello che si nasconde sotto un link… ehm… per pigrizia…), la ripropongo oggi, anche perché è il 24 settembre del 1054 che il monacello tornò alla casa del Padre:
(…)
Il 18 luglio dell’anno 1013 Eltrude, sposa di Goffredo, conte di Altshausen in Svevia, diede alla luce un figlio maschio. Gli sposi appartenevano entrambi a nobilissime famiglie e nomi di gentiluomini, di crociati e di alti prelati si ripetono continuamente nei loro alberi genealogici. Eppure di nessuno di costoro si è serbata durevole memoria, salvo che del piccolo essere che venne al mondo orribilmente deforme. Fu soprannominato ‘il Rattrappito’, tanto era storto e contratto: non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili ad intendersi.” 2)
Questo è l’inizio della storia, che evidentemente mi colpì molto quando, alla fine degli anni sessanta, ci fu proposta come riflessione in una vacanza di studio. Ma ancora di più, il seguito suscita stupore.
”In un mondo pagano egli sarebbe stato, senza esitazione di sorta, lasciato morire all’atto stesso della nascita. I pagani d’oggi, soprattutto quando si dica loro che il piccolo Ermanno era uno dei quindici figli, dichiareranno che non avrebbe mai dovuto nascere; se poi diventano ancor più razionali, affermeranno che un simile aborto avrebbe dovuto essere eliminato senza dolore. E lo ripeterebbero con calore ancora maggiore quando aggiungerò che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche‚ deficiente.” Martindale scrive intorno al 1950. E noi cosa diremmo?...
“Che cosa fecero quei poveretti ancor sommersi in quelle che abbiamo la faccia tosta di chiamare le ‘tenebre del medioevo’? Lo mandarono in un monastero e pregarono per lui.”
La salvezza
Considerata con occhi superficiali, questa decisione sembrerebbe assurda, ma vediamo come prosegue la storia. Dobbiamo intanto tener presente che “erano stati i monasteri a raccogliere e a sviluppare tutto quanto era stato possibile dell’antica cultura. In Germania la cultura del passato veniva non soltanto dal sud latino, ma anche dall’Inghilterra e, certamente dall’Irlanda. Inoltre essa era largamente diffusa tra il popolo. (...) C’erano traduzioni in tedesco dei vangeli, nelle chiese si predicava in tedesco e si può dire che tutti i grandi nomi delle letterature latina e greca giungevano, attraverso il pulpito, all’orecchio di tutti. Le fonti erano sempre (occorre dirlo?) i monasteri, - quali San Gallo, Fulda, Reichenau, che raccoglievano grandi biblioteche, nonché le scuole che seguivano l’imperatore. (...) Fu in uno di tali monasteri che venne mandato il mostriciattolo deficiente.”
“Reichenau sorgeva in una deliziosa isoletta nel lago di Costanza, dove il Reno corre impetuoso verso le sue cateratte.
Il monastero era stato fondato prima di Carlo Magno - esisteva cioè da più di duecento anni. Sulla strada maestra, sulla riva di fronte, transitavano continuamente viaggiatori italiani, greci, irlandesi e islandesi. Le sue mura ospitavano dotti famosi e una scuola di pittura. (...) Qui il ragazzo crebbe. Qui il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva.3)
Neppure per un solo istante, durante tutta la sua vita, egli può essersi sentito ‘comodo’ o, per lo meno, liberato da ogni dolore: quali sono tuttavia gli aggettivi che vediamo affollarsi intorno a lui nelle pagine degli antichi cronisti? Li traduco dalla biografia in latino: piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione - ah, ecco una parola di difficile traduzione - di essere galantuomo con tutti, mi pare che sarebbe il nostro modo di esprimerci, oggi. Con il risultato che tutti gli volevano bene.4)
Gli studi nel monastero: scienze...
E frattanto quel coraggioso giovinetto - che, ricordate non era mai comodo, né seduto su una sedia, né sdraiato su un letto - imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica5). Scrisse un intero trattato sugli astrolabi (...) e nella prefazione scrisse: ‘Ermanno, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca (...) è stato indotto dalle preghiere di molti amici (già, tutti gli volevano bene!) a scrivere questo trattato scientifico’. Aveva sempre cercato di risparmiarsi lo sforzo, con ogni sorta di pretesto, ma, in realtà, soltanto a causa della sua ‘massiccia pigrizia’; tuttavia finalmente poteva offrire, all’amico al quale il libro è dedicato, la teoria della cosa, e aggiungeva che, se l’amico l’avesse gradito, avrebbe cercato, in seguito di svilupparlo su linee pratiche e più particolareggiate. E, lo credereste, con quelle sue dita tutte rattrappite, l’indomabile giovane riuscì a fare astrolabi, e orologi e strumenti musicali. Mai vinto, mai ozioso!
...musica ...
In quanto alla musica - magari i nostri coristi d’oggi leggessero le sue parole! - egli afferma che un buon musico dovrebbe essere capace di comporre un motivo passabile, o almeno di giudicarlo, e poi di cantarlo. In generale i cantori, egli dice, si curano del terzo punto soltanto, e non pensano mai. Essi cantano, o, per meglio dire, si sgolano, senza rendersi conto che nessuno può cantar bene se la sua mente non è in armonia con la sua voce. Per tali cantanti da strapazzo una voce forte è tutto ciò che conta. Il che è peggio di ciò che fanno i ciuchi i quali, dopotutto, fanno assai più rumore, ma non alterano mai un raglio con un muggito. Nessuno tollera, egli dice, gli errori di grammatica; tuttavia le regole della grammatica sono artificiali mentre ‘la musica sgorga diritta dalla natura’ e in essa non soltanto gli uomini non correggono gli errori che commettono, ma giungono fino al punto di sostenerli... Come si vede, l’allegro piccolo storpio sapeva, all’occorrenza, usare un linguaggio assai caustico! È peraltro quasi certo che egli fu il compositore dello stupendo inno Salve Regina (con quella sua caratteristica melodia in canto fermo che ancor oggi si canta in tutte le chiese cattoliche del mondo), dell’Alma Redemptoris e di alcuni altri.6)
... storia.
Ma oltre a questo, Ermanno, dotato di un cervello straordinariamente attivo e vigoroso, e che era a conoscenza di tutte le tradizioni delle più importanti famiglie del suo tempo ed aveva accesso a molti libri antichi che noi non conosciamo a causa delle distruzioni che in anni successivi dispersero e rovinarono le biblioteche degli antichi monasteri, scrisse un Chronicon di storia del mondo, dalla nascita di Cristo al tempo suo. Si sa che l’opera si meritò le lodi dei competenti del tempo, che la giudicarono straordinariamente accurata, fondata naturalmente sulle tradizioni, ma tuttavia obiettiva e originale. Eccovi dunque il monacello storpio, chiuso nella sua cella, ma desto, vivo, con gli occhi spalancati a seguire la scena del mondo esterno eppure non mai cinico, non mai crudele (è così frequente il caso che la sofferenza generi crudeltà) e capace di tracciare un quadro completo delle correnti della vita in Europa.”
Ci avviamo verso la conclusione di questa sorprendente storia, che racchiude in sé il contrasto tra la concretezza e la sofferenza da una parte e la bellezza e l’apertura verso l’infinito dall’altra: una vita reale.
Venne il momento di morire
Lascio al suo amico e biografo Bertoldo di parlarci di questo.
‘Quando alfine l’amorevole benignità del Signore si degnò di liberare la sua santa anima dalla tediosa prigione del mondo, egli fu assalito dalla pleurite e trascorse quasi dieci giorni in continue e forti tribolazioni. Alfine un giorno, nelle prime ore del mattino, subito dopo la santa messa, io, che egli considerava il suo più intimo amico, mi recai da lui e gli chiesi se si sentisse un poco meglio: <>’. Riferisce poi il cronista che il paziente gli disse che la notte precedente gli era parso di essere intento a rileggere quel famoso Hortensius di Cicerone con le molte sagge osservazioni sul bene e sul male, e gli erano ripassate per la mente tutte le cose che egli stesso aveva avuto in animo di scrivere su quello stesso argomento. ‘E sotto la forte ispirazione di quella lettura, tutto il mondo presente e tutto ciò che ad esso appartiene - questa stessa vita mortale era divenuta meschina e tediosa e, d’altra parte, “il mondo futuro, che non avrà termine, e quella vita eterna, sono divenuti indicibilmente desiderabili e cari, così che io considero tutte queste cose passeggere non più dell’impalpabile calugine del cardo. Sono stanco di vivere”. All’udire queste parole di Ermanno, Bertoldo non seppe più trattenersi e, dice ‘ruppi in grida scomposte e pianti! Ma Ermanno dopo un poco tutto indignato mi rimproverò, tremando un poco per l’ira e guardandomi di sottecchi con aria di meraviglia: “Amico del mio cuore, diss’egli, non piangere, non piangere per me!” Dopo di che chiese a Bertoldo di prendere le tavolette per scrivere onde annotare alcune ultime cose. “E, aggiunse il morente, ricordando ogni giorno che anche tu dovrai morire preparati con ogni energia per intraprendere lo stesso viaggio, poiché, in un giorno e in un’ora che tu noi sai, verrai con me - con me, il tuo caro, caro amico.” E furono queste le sue ultime parole.
Ermanno morì, circondato dagli amici, dopo aver ricevuto il corpo e il sangue di Cristo nella santa comunione, il 24 settembre del 1054 e fu seppellito - oscuro monacello ch’egli era stato - ‘in mezzo a grandi lamenti’ nei suoi possedimenti di Altshausen ai quali aveva rinunciato da così lungo tempo.”
E Martindale così conclude: “La prima volta che mi venne tra le mani questa sua Vita in un veccchio testo latino tutto accartocciato, nella biblioteca di Oxford, fu, per me, come se una ventata di aria purissima fosse penetrata a disperdere l’atmosfera stagnante della stanza (...). Poiché la Vita, come la scrisse Bertoldo, è così piena di vita pulsante, Ermanno ne esce veramente vivo! Non perché sapesse scrivere sulla teoria della musica e della matematica, né perché seppe compilare minuziose cronache storiche e leggere tante lingue diverse, ma per il suo coraggio, la bellezza dell’anima sua, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare e a fare a botta e risposta, la dolcezza dei suoi modi che lo resero ‘amato da tutti’. (...) Senza dubbio allevare bene il corpo è cosa importante, tuttavia subordinata; l’educar bene la mente è la cosa principale - e questa educazione, credetemi, deve essere fondata su due elementi essenziali: l’amore e la religione - e le due cose sono strettamente unite. In questo povero, contorto ometto del medioevo, brilla il trionfo della fede che ispirò l’amore e dell’amore che fu leale alla fede professata. Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità.”
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(…)
2) Tutte le notizie sono tratte da MARTINDALE, Cyril - Santi - Milano, Jaca Book 1976/2000 (pp. 55-60)
3) Vorrei fare qui un collegamento con l’esperienza contemporanea di Reuven Feuerstein, professore di psicologia dell’educazione e ricercatore in Israele. Egli valorizza molto il contesto culturale nel quale i bambini crescono, sono “portati” e ricevono sollecitazioni naturali, condividendo con gli adulti i rituali religiosi, i ritmi liturgici, le consuetudini e i gesti molto concreti che accompagnano le varie festività, in questo caso della tradizione ebraica. D’altra parte un principio fondamentale di Feuerstein è: “non accettarmi come sono” che è anche il titolo di un suo testo teorico-pratico di intervento con bambini e ragazzi con difficoltà anche gravi di apprendimento. Un altro interessante riferimento all’attualità può essere Jean Vanier, fondatore di comunità basate sull’esperienza cristiana, che accolgono persone disabili in ambiti di convivenza e condivisione totale. Quest’esperienza è descritta nel libro “La comunità, luogo del perdono e della festa”, edito da Jaca Book.
4) Qui troviamo quella che si può chiamare capacità di rapporto e che in psicologia determina il confine tra normalità e patologia, dove per normalità non si intende una normalità statistica, ma la competenza ad agire in modo da ottenere dall’altro il proprio beneficio, che si può identificare anche con il termine di felicità, e la seconda è il deragliamento della prima.
5) Nel sistema scolastico medievale le sette arti liberali erano divise in trivio e quadrivio. Il trivio comprendeva grammatica, retorica e dialettica. Il quadrivio comprendeva le scienze naturali (aritmetica, geometria, musica e astronomia) e si basava ampiamente sugli autori antichi. Per alleviare il compito ai propri allievi (”propter caritatem discipulorum”) Notkero il Germanico tradusse testi dal latino nella lingua madre.
6) Nell’abbazia medievale di San Gallo la musica era considerata particolarmente importante quale parte costituente della liturgia, centro e scopo principale della vita benedettina. San Gallo divenne famosa per i suoi neumi (sistema di notazione medievale), diffusi in quasi tutto l’occidente.
Chimere e triste realtà (ma cerchiamo almeno noi di contribuire)
In un articolo di ieri (Altro che embrioni. Le cellule staminali si ricavano dai testicoli ) Assuntina Morresi ci aggiorna sulla ricerca sempre più promettente relativa alle cellule staminali adulte e ci riferisce come Nell’ultimo numero di “Nature” 16 ricercatori, fra cui i due italiani Pier Paolo Pandolfi e Ilaria Falciatori, appartenenti a sei differenti istituti di ricerca americani, spiegano di aver trovato cellule staminali con le stesse proprietà di quelle embrionali, cioè capaci di generare tutti i tessuti del corpo (pluripotenti); inoltre, a differenza di quanto dovrebbe essere fatto con la clonazione, in questo caso non c’è bisogno di manipolarne il Dna, evitando quindi conseguenze non prevedibili, come ad esempio la possibilità di degenerare in tumori.
Utilissimo è anche ricordare che in Italia abbiamo un illustre genetista, Angelo Vescovi, condirettore con Giulio Cossu dell’ Istituto di Ricerca per le Cellule Staminali (SCRI) del san Raffaele di Milano.
Come si sa, ultimamente va di moda la clonazione è l’impossibile creazione di ibridi umani-animali, con il pretesto di poter trovare (chissà quando!) una cura per delle gravi malattie che già da anni diversi genetisti italiani tra cui Vescovi sanno lavorando con risultati apprezzabili.
Ma le mode si sa, se non sono sostenute da contributi finanziari consistenti restano pii (o empi a seconda dell’oggetto) desideri e in Italia assistiamo, per la disorganizzazione totale delle finanze pubbliche, al ritardo di almeno sei mesi rispetto alle usuali scadenze del bando per il finanziamento dei "Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale" (i cosiddetti Prin) - «principale fonte per il finanziamento della ricerca pubblica», secondo lo stesso ministro Fabio Mussi:; il che sta portando letteralmente al collasso “il sistema ricerca” nel nostro paese come dice A. Vescovi.
Nel frattempo i malati continuano a nutrire speranze vane su possibili ricerche anche sugli ibridi che comunque in Italia non hanno alcuna possibilità, allo stato delle cose. Ma questo sarebbe il danno minore in quanto sappiamo che si tratta di esperimenti con possibilità di successo e utilità nulle.
La cosa grave è che ricercatori seri con un discreto curriculum alle spalle e con notevoli successi nella ricerca sulle staminali adulte non hanno i finanziamenti adeguati in un mondo, quello della ricerca, in cui chi è favorito non è certo chi merita di più e può ottenere maggiori risultati, ma chi è scelto per motivi che non sono affatto meritocratici.
Per un veloce aggiornamento suggerisco di andare a leggere qui e qui .
E propongo la preziosa lettura di questo articolo di Avvenire:
Appello Per scarsità di finanziamenti, il genetista Angelo Vescovi non può avviare la sperimentazione di una cura con staminali cerebrali a Terni
Vescovi: possibile una rivoluzione E siamo senza fondi
L'ha detto più volte nelle ultime settimane, replicando a chi spinge per il via libera agli ibridi uomo-animale, le cui discutibilissime prospettive, se mai saranno concrete (e ci sono molti dubbi), si misurano in anni. È invece a portata di mano nel Centro Brain Repair di Terni, diretto da Angelo Vescovi, la sperimentazione di una cura per patologie neurodegenerative oggi inarrestabili e letali. Si tratta di iniettare cellule staminali cerebrali, tratte da feti abortiti in modo spontaneo, direttamente nel cervello dei malati. Ma per un'importantissima sfida scientifica e medica, che vede l'Italia all'avanguardia mondiale assoluta, mancano incredibilmente i fondi. E non si tratta di milioni, bensì di duecentomila euro, necessari a far partire l'attività della banca delle staminali ormai completata, seppure con grande fatica, proprio per la carenza di finanziamenti, assicurati fino ad ora principalmente dalla Cei e dal Comune di Terni. Uno sfiancante lavoro di capillare fund raising è condotto direttamente da Vescovi, che sottrae tempo alla ricerca per presenziare a eventi in giro per l'Italia. Ospite qualche giorno fa di una trasmissione tv, non si è trattenuto dal lanciare un appello pubblico. «Mi rivolgo alle persone di buona volontà - dice ad Avvenire -, in particolare agli operatori economici che hanno tale disponibilità economica: dateci gli strumenti per provare a contrastare il destino segnato di migliaia di persone».
Professor Vescovi, che cosa si potrebbe fare a Terni già domani, come ha più volte ribadito?
Siamo pronti a mettere a punto un protocollo per l'impianto, attraverso microaghi, di cellule staminali cerebrali, già oggi in coltura, nella corteccia e nel midollo spinale di alcuni volontari, malati senza speranza di guarigione. In particolare, persone colpite da Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Abbiamo fondati motivi, provenienti anche dalla ricerca su animali, per credere che l'innesto di cellule totipotenti sane potrebbe contribuire a fermare la neurodegenerazione. Siamo ragionevolmente sicuri che tale intervento non sia comunque dannoso. Il rischio è solo che risulti ininfluente, tuttavia la sperimentazione si fa proprio per testare un'ipotesi, non si possono avere certezze prima della prova.
Ma siete bloccati...
Sì. E siamo in ritardo di anni. È uno dei frutti della drammatica situazione della ricerca scientifica in Italia. Il centro per le staminali cerebrali si poteva realizzare in tempi assai più stretti, mi sono però scontrato con miopia, gelosie e ostilità di accademici e istituzioni. All'inizio in pochi credevano nel progetto, qualcuno ha cercato di appropriarsene e altri l'hanno poi ostacolato per ragioni ideologiche, dato che io, in virtù di scelte etiche dalle quali non voglio assolutamente prescindere, mi oppongo alla distruzione di embrioni umani. Oggi il laboratorio per la coltura delle linee cellulari secondo le norme europee è completato e operativo presso l'ospedale Santa Maria di Terni. Io non ho nemmeno un contratto, gli scarni rimborsi spese mi sono garantiti per iniziativa del vescovo Paglia.
Non ci sono fondi pubblici a disposizione di un'iniziativa così all'avanguardia?
Per la realizzazione della struttura non è nemmeno prevista la possibilità di una richiesta di finanziamenti. Avere muri e strumenti è considerato un prerequisito per fare ricerca.
È come se un programma a favore dei viaggi spaziali pagasse solo il carburante, il razzo resta a carico degli astronauti...
Esattamente. Solo ora possiamo fare domanda per avere sostegno a progetti di ricerca. Pare che l'Istituto superiore di sanità ne abbia approvato uno da 300mila euro, ma i tempi sono lunghi.
E nel frattempo siete sostanzialmente fermi.
Purtroppo sì. Dovremmo pagare il personale, in particolare un certificatore che metta a punto i protocolli obbligatori per la sperimentazione. È una figura altamente specializzata, che non si trova a livello di volontariato, come quello che sostanzialmente sto facendo io.
Qualcuno si chiederà come mantiene la famiglia.
Sono professore di Biologia cellulare all'Università Bicocca di Milano, insegno anche in Australia e partecipo a una società di biotecnologie, che però non si occupa di staminali per evitare ogni tipo di conflitto di interesse. A Terni ho portato io anche i reagenti, faccio tutto questo per i pazienti, che mi scrivono a centinaia.
Il suo progetto iniziale risale al 1999. Com'è possibile che oggi si sia ancora a questo punto?
È lo specchio della realtà italiana, in cui burocrazia, personalismi e la chiusura al merito frenano i migliori. Se poi si aggiunge la scarsità di investimenti, il quadro, sconfortante, è completo.
Andrea Lavazza
In conclusione mi pare estremamente urgente, visto che non lo fa lo stato che ne ha il dovere, contribuire liberamente a favorire una ricerca la cui garanzia di risultato positivi sta nella storia delle ricerche già fatte fin dal 1999 con esito soddisfacente. Per questo vi invito a prendere visione di questo appello tratto da Avvenire :
I numeri Per contribuire
Per contribuire al progetto di Angelo Vescovi si può utilizzare
il conto corrente numero 10146 della Banca Popolare Commercio e Industria - Agenzia di Bresso (Milano)
intestato all'Associazione Neurothon Onlus , codice Abi 05048, codice Cab 32620, codice Cin T.
Il sito Internet è www.neurothon.it,
l'email è info@neurthon.it,
il telefono 02.58014369.
L’amicizia salverà il mondo 2
“Come posso davvero avere tanta certezza che Lui è con me nonostante la mia pochezza?”
Così Natanaele conclude il suo post di ieri.
E mi ricorda quando 32 anni fa incontravo io, insegnante, degli studenti cattolici fantastici.
Ve l’immaginate una baldanzosa insegnante di 27 anni, madre di due frugoletti, che dice a degli studenti di 16, 17 anni che non si sente all’altezza della bellezza che essi testimoniano e vivono?
Se ci penso mi vien da ridere! da ridere e da commuovermi.
E sì, perché davanti alla bellezza, al fascino, alla bontà, alla tenerezza di Cristo che ci dice : “Vieni e seguimi” è un po’ difficile sentirsi in grado di seguirlo. Chi mai può essere all’altezza?
Ci vuole davvero un bel coraggio, ma in genere l’attrattiva per la bellezza è tale che uno si sente coinvolto nonostante la sua pochezza.
Anzi! pare che Lui, Cristo, abbia una particolare predilezione per i poveri. E chi è più povero di chi sente di non essere all’altezza della cosa più bella che c’è?
Col tempo ho imparato che Dio sceglie ciò che nel mondo è povero e disprezzato per fare grandi cose. Mi viene in mente in questo momento un esempio tra le centinaia che potrei enumerare: Ermanno lo Storpio che “Fu soprannominato ‘il Rattrappito’, tanto era storto e contratto: non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili ad intendersi.”
Ebbene, lui, vissuto nel buio Medioevo, che aveva rispetto per la vita di ciascuno, è ricordato anche per lo splendido canto “Salve Regina” che tutti i cattolici di tutto il mondo conoscono e dell’"Alma Redentoris”. Ma leggete la sua bellissima storia.
Per dire che non c’è alcuna meraviglia che la debolezza sia debole; e lo stesso Gesù dice: “Senza di me non potete fare niente” e non faceva una battuta di spirito: perché chi non costruisce con Lui finisce per rovinare tutto. Solo ciò che è fatto con Lui è destinato a durare sempre.
Per cui la constatazione della propria pochezza può certo “bruciare” un po’, ma è la verità del nostro essere, della nostra vita. Perché tutto quello che abbiamo è dato (solo il male che facciamo è esclusivamente nostro…) e la più grande saggezza è rispondere come Maria: “Eccomi, si compia in me il tuo progetto buono”.
Sta’ tranquillo, Natanaele, che Dio non se lo lascia dire due volte, se il cuore è sincero. E farà cose così sorprendenti che tu sarai il primo a stupirti!
AGGIORNAMENTO:
Vai a "Un'amicizia che richiama all'altro la presenza di Cristo"
A proposito del "Piccolo ateo"
Ggraceffa mi fa notare come l'intero universo degli atei razionalisti si sia scatenato contro Andrea Tornielli per averci informati dell'esistenza di questo catechismo ateo. Vi invito perciò ad andare nel suo blog a leggere "le perle di saggezza" dei suddetti e possibilmente ad intervenire; e aggiungo la preziosa intervista al Vescovo Luigi Negri sull'argomento de Il giornale di ieri:
"Operazione grossolana per aggredire la fede cristiana"
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«Si aggredisce brutalmente la tradizione cristiana, disprezzandola per il puro gusto di disprezzarla». È preoccupato il vescovo di San Marino e Montefeltro, monsignor Luigi Negri, dopo aver scorso il manualetto del piccolo ateo che si cerca di diffondere nelle scuole.
La prima reazione?
«Siamo di fronte a un anti cristianesimo becero e alla non volontà di dialogare e di discutere anche mettendo in campo ipotesi alternative a quella cattolica ma suffragate con una consistenza culturale. Mi è sembrata la traduzione stupida e grossolana dell’Enciclopedia degli Illuministi: ha la stessa presunzione, ma con due secoli di usura e un livello infinitamente più basso. Ricordo che Voltaire usava per la sua corrispondenza della carta con stampato in cima al foglio “Distruggete l’infame”. E si riferiva alla Chiesa».
L’autore vuole «convertire» all’ateismo le giovani generazioni...
«Lo stile è quello di chi si rivolge ai bambini, è lavolontà di distruggere la fede inun momento in cui c’è attesa e accoglienza. Proprio in un momento in cui sono cadute le ideologie e viviamo una situazione di debolezza nelle motivazioni e di domanda fortissima da parte dei giovani di esperienze vere e grandi, quella persona non ha saputo fare altro che proporre un surrogato trash di scientismo fai-da-te».
Il Gris sostiene che questa pubblicazione si sta diffondendo nelle scuole del Nord. Perché, secondo lei, questo avviene? «Queste bassezze si diffondono perché non abbiamo ancora trovato il modo di ridar forza a una tradizione popolare che ha formato la nostra gente e che oggi ci si può permettere di trattare come meno di niente. Il manuale del piccolo ateo è la prova di un disastro antropologico. Oggi trattano così il cattolicesimo, domani potrebbero farlo con qualsiasi altra tradizione religiosa».
Ieri l'amico Natanaele esprimeva nel suo blog un dubbio, il dubbio più triste della vita, quello di poter perdere una cosa bella (già a suo tempo dicevo che il primo moto dell'anima è lo stupore per la realtà e subito dopo interviene la paura di perdere la bellezza che è stata anche per pochi minuti a portata di mano),
Ma non ricordava che la risposta a quel dubbio era presente in una delle conversazioni conviviali che riporto:
L’amicizia salverà il mondo
Dostoevskji ha avuto una straordinaria intuizione quando ha affermato che “la bellezza salverà il mondo”
Cosa infatti può affascinare di più della bellezza? cosa può coinvolgere di più?
Non so, a me la bruttezza, la cattiveria, la perfidia, l’invidia, l’egoismo… provocano ripulsa e disgusto.
Mentre non c’è niente come una cosa bella, buona, giusta, che mi coinvolga, almeno come partecipazione affettiva.
Durante un dopocena si parlava di questo durante la mia memorabile vacanza tra amici internettiani e tra di noi c’era uno che non ama “intrupparsi” in gruppi o etichette di alcun genere (come lo capisco!), però ha dimostrato di considerarsi nostro amico, per la cordialità, la disponibilità, l’apertura, la simpatia umana..
E allora, ormai resa estremamente disinvolta dal clima di profonda amicizia che vivevamo, ho osato dire un’intuizione che da tempo mi frulla per la testa: “Se non è la bellezza a salvare il mondo, lo è di certo l’amicizia!” perché l’amico lo si porta sempre con sé almeno nel cuore, anche quando ci separano migliaia di Kilometri.
E l’immancabile Graziella ha commentato: “Perché, l’amicizia non è una cosa bella?”.
Aveva ragione lei: una delle cose più belle della vita (se non la più bella) è proprio l’amicizia piena di affezione, rispetto, discrezione, condivisione…
Una bellissima notizia in vista del dialogo ecumenico:
Con trepidazione ho appreso la decisione del Santo Padre di nominare don Paolo Pezzi arcivescovo dell’arcidiocesi Madre di Dio a Mosca.
Assieme ai miei fratelli della Fraternità san Carlo accompagno don Paolo con l’amicizia e la preghiera in questo compito delicato e nello stesso tempo affascinante.
Avendolo conosciuto come mio segretario e poi come mio vicario generale, so che egli si dedicherà con animo intero e appassionato alla vita della Chiesa Cattolica in Russia. Don Paolo conosce bene il popolo russo, per essere stato missionario in Siberia e ora rettore del Seminario di San Pietroburgo.
Nutre un profondo affetto per la Chiesa ortodossa e per la grande tradizione di quel popolo.
Sono certo che don Giussani lo accompagna dal cielo in questo inizio del suo ministero.
Don Massimo Camisasca
21 settembre 2007
Il piccolo ateo
Erano gli anni settanta e avevo scoperto una rivista intitolata CSEO (Centro Studi Europa Orientale), che riportava i samizdat (i testi dell’autoeditoria clandestina russa) giunti in Europa attraverso stratagemmi vari, che riuscivano a ingannare le occhiute spie del regime sovietico. Certo non sempre si riusciva a far arrivare le Bibbie o il materiale religioso oltre cortina oppure ricevere i loro testi, non sempre si riusciva a contattare i dissidenti sovietici che il più delle volte erano chiusi in un lager… ma qualcuno, per un po’ di tempo, riusciva a sfuggire ai severissimi controlli delle spie che custodivano, magari sotto forma di insospettabili portinaie, il comportamento corretto (fedele al regime) degli inquilini del palazzo.
Ricordo ancora come leggessi con interesse quei contenuti, arrivati in Italia chissà attraverso quali stratagemmi, ma testimonianza di un popolo desideroso di libertà e di poter vivere liberamente le proprie convinzioni religiose.
Il Cristianesimo si sa è la religione che esalta al massimo la libertà (al di là di come alcuni lo interpretano e lo usano) e quindi era particolarmente temuto dal regime sovietico che aveva organizzato con cinica saggezza anche le scuole, in cui, fin dalla più tenera età, i bambini venivano educati a fare la spia di quanto accadeva a casa. Il che si faceva al tempo della scuola materna in cui con astuzia i maestri carpivano dall’ingenuità sincera dei bimbi le notizie circa le abitudini familiari, informandosi se mamma e papà pregavano prima di prendere il pranzo, se ricevevano amici, quali amici ricevevano, ecc.
Durante il periodo scolastico poi, cioè dopo la scuola materna, inutile dire che non c’erano insegnanti di religione (di nessun tipo), però c’era sempre la scuola di ateismo.
Ebbene deve essersi ispirato a quell’insegnamento dell’ateismo il professore che ha pensato di preparare un libello di ateismo anche per le scuole italiane. Leggete cosa ci riferisce in merito Mons. Tommaso Stenico qui e leggete anche l’articolo di Andrea Tornelli ne Il Giornale di ieri intitolato “Il piccolo ateo”.
Genitori avvisati…
