Domani inizia novembre con la bella festa di tutti i santi, quasi ad indicare il nostro destino di felicità, prima del mese più struggente dell’anno: il mese dedicato ai nostri cari morti.
Ieri sono andata a sistemare la tomba dei miei cari ed ho provato una profonda commozione: tutti quei fiori, - festosi quasi... anche lontani dalle tombe -, tutto quel silenzio, tutta quella pace.
Eppure quante lacrime versate per il dolore della morte, quante sofferenze…
E’ strano: anche per chi ha fede e sa che la morte dei nostri cari non è un addio ma un arrivederci, la visita al Campo Santo è piena di commozione e di dolcezza. Forse la dolcezza della rassegnazione… non so.
Però sono andata a ripescare una bella riflessione sui nostri cari defunti che ora vi ripropongo:
“Avvenga di me secondo la tua parola”.
Per i nostri morti questo si è attuato definitivamente.
Essi sono nella dolce casa per cui l'uomo nasce,
alla quale l'uomo è chiamato.
Adesso vedono il rapporto che c'è
fra quella dolce casa
definitiva ed eterna
e il segno fragile, ma reale
di essa,
che è la compagnia in cui sono vissuti.
E chiedono a noi,
dopo l'esperienza fatta,
di essere generosi, vigili, sensibili,
impegnati senza paura del sacrificio
nel vivere questo anticipo della dolce casa
a cui siamo incamminati.
Ci supplicano di poter dire
con maggiore verità
quello che cantiamo sovente:
"Troppo perde il tempo chi ben non t'ama".
Essi lo sanno.
Senza paragone più che prima.
E per questo ci incitano che
"avvenga di noi secondo la sua parola".
Ci aiutano a dire l' Angelus
con profondità di attenzione,
(Don Giussani)
Il secolo scorso e il nostro secolo dovrebbero essere i secoli dei diritti umani, ma poche volte nella storia i diritti umani sono stati umiliati e vilipesi come in quest’ultimo secolo e nei primi anni del 2000. Non possiamo chiudere gli occhi davanti alle persecuzioni e al martirio di tanti nostri fratelli per la fede o alla ferocia di tante esecuzioni o torture applicate scientificamente con la connivenza di regimi autoritari.
Ci scandalizziamo e proviamo orrore davanti a certi fatti, a meno che non ci siamo invischiati in certe ideologie che sarebbero disposte persino a giustificare le efferatezze. E forse riusciamo a provare sdegno davanti al disprezzo della vita umana che in qualche modo possiamo a vedere nelle foto , ma, nel caso dell’omicidio della vita custodita nel ventre materno, restiamo quasi indifferenti, come se il tam tam delle pseudobattaglie di certo femminismo e dell’egoismo imperante ci avessero anestetizzati. In ogni caso comunque si tratta di improvvise vampate di sdegno – quando ci sono – e poi ci arrendiamo davanti alla prepotenza di chi è pervicace nel perseguire i suoi progetti di morte.
Eppure anche quella nel seno materno è vita e il disprezzo o l’indifferenza verso di essa stanno raggiungendo livelli intollerabili.
Ma il diritto alla vita non è il diritto umano fondamentale?
Sembra così logico, così vero, ma pare che davanti alle scelte personali -, talvolta drammatiche, ma spesso frutto di egoismo -, conti poco qualunque principio pur buono, come conta poco o nulla un principio astratto.
Quando addirittura non si mette a repentaglio la vita della stessa donna con interventi pericolosi per la sua salute non solo fisica… perché la donna viene lasciata sola davanti al dramma dell’aborto.
Non si capisce perché alcuni siano arrivati ad un grado di ideologizzazione tale da voler inserire l’aborto tra i diritti umani. Ma in base a quale criterio? da quando in qua l’omicidio di un innocente e il dramma di una donna sola davanti all’aborto sono un diritto umano?
Andrej Tarkovskij fa dire a un personaggio del suo Andrej Rublev: "Lo sai anche tu, certi giorni non ti riesce nulla, oppure sei stanco, sfinito e niente ti dà sollievo, e all'improvviso nella folla incontri uno sguardo semplice, uno sguardo umano, ed è come se avessi ricevuto la comunione e subito tutto è più facile" (Antonio Socci - Uno strano cristiano - pag.58)
Dixit Definitivo n.1660/3526 >>
Alcuni in questi giorni accusano i martiri cristiani, beatificati ieri in San Pietro, di esser stati a loro volta degli aguzzini e la cosa mi ripugna, soprattutto se penso a quello che gli aguzzini sanno fare. Però mi è venuto in mente che San Paolo, prima di diventare il grande apostolo che è stato, era uno che perseguitava i cristiani. Certo non li torturava o li ammazzava ma in qualche modo era complice di chi perseguiva i cristiani. Ma lo faceva perché convinto che fosse giusto e sappiamo che era estremamente obbediente alla legge della Bibbia.
Quando però ha incontrato la verità e ha capito quale era la via e la vita, ha testimoniato quanto aveva visto ed è morto martire per la fede, per testimoniare la sua fede e la sua appartenenza a Cristo.
Mi è venuto in mente la bellissima frase di Terenzio, poeta latino ”Homo sum et nihil umani a me alienum puto” e Terenzio non era cristiano.. ma la verità è tale e resta tale chiunque la dica. Tanto è vero che la suprema forma di moralità è amare la Verità più di se stessi.
C’è da dire anche un altro fatto: la Chiesa, che è la continuazione della presenza di Cristo nella storia, non si è mai illusa sulla bontà e cattiveria degli uomini. Siamo tutti un impasto di bene e di male e sta alla nostra libertà, sostenuta dalla grazia, fare le scelte giuste. Perché talvolta può bastare poco per trasformare una persona apparentemente mansueta in un mostro sanguinario. La Chiesa lo sa e infatti non “santifica” nessuno prima della morte. Perché solo dopo la morte si può capire se uno ha meritato o meno la gioia eterna.
Ecco perché i processi per la beatificazione e per la canonizzazione dei candidati alla santità eroica sono spesso assai lunghi.
C’è però una circostanza in cui la Chiesa riconosce senza intoppi la santità di una persona: quando questa è stata uccisa in odio alla fede in Gesù Cristo. I martiri di cui è stata celebrata ufficialmente la beatificazione ieri sono morti tutti in odio alla fede in Cristo, tanto è vero che sono morti gridando “viva Cristo re!”.
I martiri della Chiesa cattolica sono quelli che sono morti per testimoniare che Cristo è Dio.
Come è morto per testimoniarlo l’adolescente Rolando Rivi, che a 14 anni, nel 1945, pur sapendo che portare la tonaca da seminarista l’avrebbe fatto riconoscere dai partigiani anticlericali, non si è vergognato della sua vocazione. Questo gli ha procurato il martirio.
Ecco come si sono svolti i fatti secondo le testimonianze raccolte:
(...) Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché proprio in quelle zone massiccia era la presenza di formazioni partigiane, formatesi dopo la caduta del fascismo e la tragica esperienza dell’8 settembre del 1943, che aveva portato all’occupazione da parte tedesca della penisola.
A parte gruppi minoritari di cattolici democratici, le fila partigiane erano composte da comunisti, socialisti, azionisti, tutti accomunati da una forte ideologia anticattolica.
La frangia più estrema, quella comunista, non si limitava a combattere i tedeschi.
Vedeva nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario.
L’anticlericalismo diventò violento e si fece via via più minaccioso.
Quando nel 1944 i tedeschi occupano il seminario di Marola, tutti i ragazzi dovettero rientrare alle loro case, portando con sé i libri per poter continuare a studiare.
Rolando continuò a sentirsi seminarista: oltre a studiare, frequentava quotidianamente la Messa e la Comunione, recitava il rosario, pregava, faceva visita al Santissimo Sacramento.
Nonostante fosse stato consigliato diversamente, non smise mai di portare il suo abito religioso: i genitori, infatti, gli dicevano: «Togliti la veste nera. Non portarla per ora ...».
Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei momenti, così insicuri.
Replicò Rolando: «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
Un atto d’amore che pagherà con la vita.
A San Valentino dapprima fu preso di mira il parroco don Marzocchini.
Una mattina si venne a sapere che durante la notte precedente, alcuni partigiani l’avevano aggredito e umiliato.
Poiché già altri sacerdoti (don Luigi Donadelli, don Luigi Ilariucci, don Aldemiro Corsi e don Luigi Manfredi) erano stati uccisi dai partigiani comunisti, don Marzocchini fu spostato in un luogo più sicuro e venne sostituito in parrocchia da un giovane prete, don Alberto Camellini.
Il 1 aprile, tuttavia, don Marzocchini volle ritornare in parrocchia a San Valentino, ma al suo fianco rimase il giovane curato don Camellini, verso il quale Rolando aveva dimostrato subito grande simpatia.
Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, il ragazzo era già in chiesa: si celebrava la Messa cantata in onore di san Vincenzo Ferreri e Rolando vi partecipò, suonando l’organo.
Terminato il rito, prima di uscire, prese accordi con i cantori, per «cantare Messa» anche il giorno seguente.
Uscito di chiesa, mentre i suoi genitori si recarono a lavorare nei campi, Rolando, con i libri sottobraccio, si diresse come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa.
Indossava, come sempre, la sua talare nera.
A mezzogiorno i suoi genitori l’attesero invano per pranzo.
Preoccupati l’andarono a cercare.
Tra i libri sull’erba trovarono un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi. I partigiani».
Il papà e il curato don Camellini, in forte ansia, cominciarono allora a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo.
Frattanto Rolando, trascinato via dai partigiani in un loro covo nella boscaglia, iniziava la sua «via crucis».
Venne spogliato della veste talare che li irritava, insultato, percosso con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
Rimase per tre giorni nelle mani dei suoi aguzzini, ascoltando bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e contro il sacerdozio.
Secondo alcuni testimoni sarebbe stato frustato e avrebbe subito altre indicibili violenze.
Tra i rapitori pare che qualcuno si commosse, proponendo di lasciarlo andare.
Ma altri si rifiutarono, minacciando di morte chi aveva fatto la proposta del rilascio.
Prevalse l’odio per la Chiesa, per il sacerdote, per l’abito che lo rappresenta e che quel ragazzino non si era mai voluto togliere.
Decisero di ammazzarlo: «Avremo domani un prete in meno».
Lo portarono, sanguinante, in un bosco presso Piane di Monchio (in provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata.
Rolando capì che stava per morire, pianse, chiedendo di essere risparmiato.
Con un calcio lo scaraventarono a terra.
Allora chiese di pregare un’ultima volta.
Si inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella buca.
Venne coperto con poche palate di terra e di foglie secche.
La veste del «pretino» divenne un pallone da calciare; poi sarà appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina.
Era venerdì 13 aprile 1945, ricorrenza del martirio del giovane sant’Ermenegildo (585 dopo Cristo). Rolando aveva quattordici anni e tre mesi.
Per tre giorni i genitori e don Camellini lo cercarono lungo tutto quel tratto del crinale appenninico, finché alcuni partigiani li indirizzarono a Piane di Monchio.
Qui incontrarono un capo partigiano comunista, cui chiesero: «Dov’è il seminarista Rivi?»
Quello rispose: «È stato ucciso qui, l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo».
E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.
Don Camellini domandò ancora al partigiano: «Ha sofferto molto?».
Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: «Con questa non si soffre molto. Non si sbaglia».
Era la sera di sabato 14 aprile 1945.
Oggi sono stati dichiarati beati 498 martiri, uccisi in Spagna negli anni '30 del secolo scorso, durante la guerra civile spagnola e la persecuzione anticristiana; alcuni giovani romani hanno inscenato una manifestazione con uno striscione che conteneva una frase vera, ma assolutamente fuori luogo: ''Chi ha ucciso, torturato e sfruttato non puo' essere beato”. Evidentemente i giovanotti sono anche abbastanza ignoranti e non sanno come sono andate le cose. Per saperlo mi rifaccio ad un articolo di Socci che ci dà delle informazione su questi martiri cristiani:
si tratta di “2 vescovi, 24 preti, 462 religiosi e religiose, 2 diaconi, 1 seminarista e 7 laici, tutti vittime di quella persecuzione. Sarà l’occasione per conoscere una delle più sanguinarie tempeste anticristiane scatenate nell’Europa del nostro tempo ad opera dei rivoluzionari repubblicani (una miscela di comunismo, socialismo, anarchia e laicismo). “Mai nella storia d’Europa e forse in quella del mondo” ha scritto Hugh Thomas “si era visto un odio così accanito per la religione e per i suoi uomini”. Chiese e conventi (con una quantità di opere d’arte) furono incendiati e distrutti. In pochi mesi furono ammazzati 13 vescovi, 4.184 sacerdoti e seminaristi, 2.365 religiosi, 283 suore e un numero incalcolabile di semplici cristiani la cui unica colpa era portare un crocifisso al collo o avere un rosario in tasca o essersi recati alla messa o aver nascosto un prete o essere madre di un sacerdote come capitò a una donna che per questo fu soffocata con un crocifisso ficcato nella gola.
Molti vescovi o sacerdoti sarebbero potuti fuggire, ma restarono al loro posto, pur sapendo cosa li aspettava, per non abbandonare la loro gente. Non colpisce solo l’accanimento con cui si infierì sulle vittime, inermi e inoffensive (per esempio c’è chi fu legato a un cadavere e lasciato così al sole fino alla sua decomposizione, da vivo, con il morto).
Ma colpisce ancora di più la volontà di ottenere dalle vittime il rinnegamento della fede o la profanazione di sacramenti o orribili sacrilegi. Qua c’è qualcosa su cui non si è riflettuto abbastanza. Faccio qualche esempio. I rivoluzionari decisero che il parroco di Torrijos, che si chiamava Liberio Gonzales Nonvela, data la sua ardente fede, dovesse morire come Gesù. Così fu denudato e frustato in modo bestiale. Poi si cominciò la crocifissione, la coronazione di spine, gli fu dato da bere aceto, alla fine lo finirono sparandogli mentre lui benediva i suoi aguzzini. Ma è significativo che costoro, in precedenza, gli dicessero: “bestemmia e ti perdoneremo”. Il sacerdote, sfinito dalle sevizie, rispose che era lui a perdonare loro e li benedisse. Ma va sottolineata quella volontà di ottenere da lui un tradimento della fede. Anche dagli altri sacerdoti pretendevano la profanazione di sacramenti. O da suore che violentarono. Quale senso poteva avere, dal punto di vista politico, per esempio, la riesumazione dei corpi di suore in decomposizione esposte in piazza per irriderle? Non c’è qualcosa di semplicemente satanico?
E il giovane Juan Duarte Martin, diacono ventiquattrenne, torturato con aghi su tutto il corpo e, attraverso di essi, con terribili scariche elettriche? Pretendevano di farlo bestemmiare e di fargli gridare “viva il comunismo!”, mentre lui gridò fino all’ultimo “viva Cristo Re!”. Lo cosparsero di benzina e gli dettero fuoco. Qua non siamo solo in presenza di un folle disegno politico di cancellazione della Chiesa. C’è qualcosa di più. A definire la natura e la vera identità di questo orrore ha provato Richard Wurmbrand, un rumeno di origine ebraica che in gioventù militò fra i comunisti, nel 1935 divenne cristiano e pastore evangelico, quindi subì 14 anni di persecuzione, molti dei quali nel Gulag del regime comunista di Ceausescu.
Anch’egli aveva notato – nei lager dell’Est – questo oscuro disegno nella persecuzione religiosa. In un suo libro scrive: “Si può capire che i comunisti arrestassero preti e pastori perché li consideravano contro rivoluzionari. Ma perché i preti venivano costretti dai marxisti nella prigione romena di Piteshti a dir messa sullo sterco e l’urina? Perché i cristiani venivano torturati col far prendere loro la Comunione usando queste materie come elementi?”. Non era solo “scherno osceno”. Al sacerdote Roman Braga “gli vennero schiantati i denti uno ad uno con una verga di ferro” per farlo bestemmiare. I suoi aguzzini gli dicevano: “se vi uccidiamo, voi cristiani andate in Paradiso. Ma noi non vogliamo farvi dare la corona del martirio. Dovete prima bestemmiare Iddio e poi andare all’inferno”. A un prigioniero cristiano del carcere di Piteshti, riferisce Wurmbrand, i comunisti ogni giorno ripetevano in modo blasfemo il rito del battesimo immergendogli la testa nel “bugliolo” dove tutti lasciavno gli escrementi e costringevano in quei minuti gli altri prigionieri a cantare il rito battesimale. Altri cristiani “venivano picchiati fino a farli impazzire per obbligarli a inginocchiarsi davanti a un’immagine blasfema di Cristo”.
Un'altra testimonianza importante mi pare quella dell'Arcivescovo di Barcellona che, intervistato da ZENIT, così si esprime:
Tra i martiri che verranno beatificati, ha ricordato, c’è un alunno del Seminario conciliare di Barcellona, Josep Casas Ros, primo figlio di una famiglia operaia del villaggio di Ordal. Suo fratello Francesc Xavier è attualmente sacerdote diocesano di Barcellona, rettore emerito della parrocchia di San Paciano.
Quando sono avvenuti i fatti del 1936, Francesc Xavier aveva sette anni. Nei ricordi che ha scritto di quegli avvenimenti della sua infanzia, afferma: “Non ho mai sentito da parte dei miei genitori alcuna parola di odio o di vendetta”, e aggiunge che hanno sempre trattato come un vicino qualsiasi una persona che sicuramente aveva denunciato il fratello.
“I miei genitori non gli hanno mai manifestato alcun risentimento; parlavano con lui come un normale vicino del villaggio, e lo hanno anche aiutato quando a causa di una malattia ne ha avuto bisogno”, ha scritto il fratello del martire.
“La lezione di perdono dei miei genitori è sempre stata per me un punto di riferimento che mi ha aiutato e non ho mai voluto dimenticare”, ha continuato nella parte delle sue memorie intitolata “Il perdono dei nostri genitori”.
“Questa testimonianza di perdono e di fraternità è quella che deve essere sempre presente nei nostri cuori in occasione della beatificazione di questi 498 martiri che hanno donato la loro vita per Cristo, amando e perdonando"
Ultimamente ho avuto modo di discutere con un amico sulla malinconia e mi sono ricordata di un canto struggente di molti anni fa “Mandulinata a Napule”.
Esiste una collana che raccoglie brani di musica classica, “Spirto gentil”, e nel 2004 usciva il CD “Mandulinata a Napule” di cui fu fatta la presentazione al Meeting di Rimini di quell’anno. Ecco l’articolo che ne parla di Roberto Andreoni:
«Come mai la canzone napoletana in una collana classica come “Spirto Gentil”?» esordisce Pier Paolo Bellini. Don Giussani ci ha tante volte ricordato quanto essa abbia a che fare con il “non essere mai tranquilli” come lo intende lui; ha a che fare con “le cose grandi” per cui la vita è fatta; persino i monaci buddisti del Monte Koya gli confidarono di cantare Torna a Surriento come archetipo della malinconia umana: una tristezza mai astratta, bensì amorosa e stringente. Massimo Bernardini per il libretto del cd ha intervistato Renzo Arbore, che ha consolidato la propria popolarità rendendo omaggio alla canzone napoletana, esattamente come alcune decine di anni prima capitava al leggendario Tito Schipa, interprete delle preziose incisioni storiche presenti in questa Mandulinata a Napule. Bernardini è colpito dalla lettura che Giussani dà di quello struggimento e di quella malinconia. Laddove il boom della “musica popolare”, che aveva contagiato tutti negli anni 60 e 70, aveva origini e fini essenzialmente ideologici, don Giussani la ama perché riguarda l’io.
Nostalgia e letizia festosa
È una vera rivoluzione culturale che ci svela il motivo antropologico per cui possano appropriarsene legittimamente perfino i bonzi giapponesi! Giuseppe Corigliano, al di là della sua veste di portavoce ufficiale dell’Opus Dei, è un partenopeo verace e profondo amante della musica, e per questo è stato coinvolto in quell’idea editoriale elementare, ma efficace e duratura, che è “Spirto Gentil”. Il beato Escrivá de Balaguer affermava che «tutto è sentiero per Dio» e in questo senso «anche le canzoni d’amore sono ottime orazioni perché più una cosa è umana e più porta a Dio». Nei napoletani - dice Corigliano - non c’è dualismo fra gioia e tristezza. Proprio la parola “malinconia” esprime alla perfezione quel misto inscindibile e pur complesso di nostalgia e letizia festosa.
Categoria drammaturgica
Infine il contributo dell’ospite principale: Tito Schipa jr., musicista, figlio d’arte e di sangue del celebre cantante. Lui stesso è un colto musicista e affascinante comunicatore, che associa all’innata teatralità una voce suadente e radiofonica. Si definisce: «Melomane coi rockettari e rockettaro con i puristi classici». Sgombrato il campo dai pregiudizi, si accanisce contro la mancanza di educazione all’ascolto nei giovani. Mentre fu proprio l’ascolto di Tu ca, nun chiagne a introdurre suo padre - leccese di nascita - alla «napoletanità intesa non come genere, ma come categoria drammaturgica». Comunque è nei brani famosi, cantati da tutti, che emerge il grande interprete. L’attenzione di tutti si acutizza, mentre Junior ci propone la voce di Senior in Marechiare, guidandone appassionatamente l’ascolto: note pulite, solide anche nel vibrato o in echi de-timbrati, senza prendere fiato. Dopo averlo descritto e ascoltato, ecco la sorpresa finale: Tito Schipa anche in video in un breve estratto dal film Chi è più felice di me del
Tutto è iniziato con questo post.
Sarcastycon, provando interesse per l’accostamento della tristezza al nulla, ha preparato una riflessione nel suo blog, che mi pare molto interessante.
Dal mio canto ho replicato con questa riflessione:
Il nulla che tenta di ghermirci quando siamo in preda alla paura, alla sofferenza, al non senso, mi viene da paragonarlo più che alla malinconia, (che è un sentimento positivo perchè ti richiama al tuo desiderio di infinito) al Nulla eterno senza volto e senza voce.
Quasi una realtà demoniaca.
Se volessi usare un linguaggio filosofico direi che il nulla è equivalente al non essere. Mentre l’Essere, l’esistente, di per sé, è il Mistero che io, cristiana, chiamo Dio.
Non ricordo più attraverso quale processo filosofico logico si sia arrivati ad identificare il demonio al nulla…
Sinceramente penso che l’eternità infernale, che prosegue l’inferno di questa terra, sia qualcosa di peggio del nulla… è meno, molto meno del nulla: è il nulla punito per il suo aver scelto di essere nulla, perché si è voluto privare della gioia dell’essere.
In fondo, tornare nel nulla dal quale siamo venuti sarebbe una liberazione: se siamo nulla non possiamo soffrire.
Ma se quel nulla, una volta chiamato all’essere, non può essere più distrutto ed ha la sua “ricompensa”?
Durante un incontro tra amici ci siamo detti e abbiamo cercato di capire questo punto:
La vita cristiana è esperienza di soddisfazione.
Naturalmente ci sono state discussioni sull’esperienza di soddisfazione, per comprendere la quale si parte solo da certe esperienze limitate che non aiutano a capire.
Rita per esempio diceva che per lei l’esperienza di soddisfazione corrisponde al compiacimento perché un certo lavoro o un certo impegno che le stava a cuore è riuscita a realizzarlo in modo adeguato.
Ma l’esperienza di soddisfazione che offre il cristianesimo non è questa, non è solo questa. Perché subito dopo aver realizzato quel tuo progetto, è inevitabile che ci sia un altro obiettivo da raggiungere in una ricerca sempre rinnovata di qualcos’altro, di qualcosa di più. Perché siamo fati così. Siamo fatti per l’infinito e non ci stanchiamo mai di desiderare qualcosa di più.
L’esperienza di soddisfazione che offre il Cristianesimo non sta in quello che riusciamo a fare anche di buono, ma nel fatto che Dio vuole te come un Padre vuole il figlio; e la gioia più grande e completa è il rapporto con il Mistero cui puoi dare del TU, anche semplicemente per protestare o per fargli presenti i tuoi desideri, le tue aspirazioni.
Un famoso scrittore diceva: “Io davanti alla morte avrò paura certo, ma lo dirò a Gesù”. E il grande Sant’Agostino diceva “ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in Te”.
Il culmine della religiosità è poter dire TU al Mistero. E’ potersi rapportare con il Mistero che ci fa con confidenza. In questa confidenza rinnovata in ogni istante della giornata sta la vera soddisfazione, qualunque cosa accada, perché ogni situazione è segno della presenza del Mistero che si fa incontro a te.
Se non c’è questo rapporto con il Mistero cui poter dire in ogni momento “Io sono tu che mi fai” c’è solo il lamento.
Il lamento è il segno inequivocabile che non viviamo la religiosità, cioè il rapporto personale con il Mistero.
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Dall'Ufficio Stampa del Movimento Per la Vita Italiano a proposito del Manifesto della Toscana:
«Non c´è alcuna discriminazione contro gli omosessuali» commenta così Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, la scelta del manifesto che la Regione Toscana vuole utilizzare per la “campagna contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere” promossa col patrocinio del ministero per le Pari opportunità. «Non c’è alcuna discriminazione da parte nostra quando affermiamo, insieme a tanti altri, che l’unione tra omosessuali non può essere assimilata ad un’unione matrimoniale tra un uomo ed una donna che, in quanto tale, ha rilevanza sociale al punto da costituire la "cellula fondamentale della società e dello Stato”.
«Troviamo invece che sia fortemente discriminatorio qualificare omosessuale un bimbo che non ha alcuna possibilità di manifestare tendenze sessuali. Anzi: più che una discriminazione è una inaccettabile violenza sui più piccoli e più deboli.
«E che venga utilizzato come testimonial contro la inesistente discriminazione verso agli omosessuali un bimbo appena nato, superstite della vera, grande discriminazione che ha ucciso a milioni con l’aborto e la sperimentazione distruttiva tanti suoi simili prima della nascita, è estremamente urtante.
Quale occasione migliore di questa per ribadire che operare per un giusto ordine nella società è immediatamente compito proprio dei fedeli laici? Come cittadini dello Stato tocca ad essi partecipare in prima persona alla vita pubblica e, nel rispetto delle legittime autonomie, cooperare a configurare rettamente la vita sociale, insieme con tutti gli altri cittadini secondo le competenze di ognuno e sotto la propria autonomia e responsabilità. Nel mio intervento al Convegno ecclesiale nazionale di Verona, l’anno scorso, ebbi e ribadire che agire in ambito politico per costruire un ordine giusto nella società italiana non è compito immediato della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici. A questo loro compito della più grande importanza, essi debbono dedicarsi con generosità e coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo. Per questo sono state sapientemente istituite le Settimane sociali dei cattolici italiani e questa provvida iniziativa potrà anche in futuro offrire un contributo decisivo per la formazione e l’animazione dei cittadini cristianamente ispirati» [Messaggio di Benedetto XVI a mons. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, per la 45 Settimana sociale, 12 ottobre 2007].
Questa l'esortazione di Benedetto XVI per tutti i fedeli laici; e una prima interessante risposta la possiamo trovare in questo articolo di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà:
In un momento così tragico come quello che stiamo vivendo, dominato dall’orgoglio e dal tornaconto come unici criteri di affronto della realtà, mi giungono, attraverso una Mailing List, le parole amiche che parlano della bellezza della vita, della semplicità della verità: la vita c’è, è uno splendido dono e va servita e aiutata.
Ma lascio a voi il Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 30a Giornata nazionale per la vita (3 febbraio 2008):
I figli sono una grande ricchezza per ogni Paese: dal loro numero e dall’amore e dalle attenzioni che ricevono dalla famiglia e dalle istituzioni emerge quanto un Paese creda nel futuro. Chi non è aperto alla vita, non ha speranza. Gli anziani sono la memoria e le radici: dalla cura con cui viene loro fatta compagnia si misura quanto un Paese rispetti se stesso.
La vita ai suoi esordi, la vita verso il suo epilogo. La civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita. I primi a essere chiamati in causa sono i genitori. Lo sono al momento del concepimento dei loro figli: il dramma dell’aborto non sarà mai contenuto e sconfitto se non si promuove la responsabilità nella maternità e nella paternità. Responsabilità significa considerare i figli non come cose, da mettere al mondo per gratificare i desideri dei genitori; ed è importante che, crescendo, siano incoraggiati a “spiccare il volo”, a divenire autonomi, grati ai genitori proprio per essere stati educati alla libertà e alla responsabilità, capaci di prendere in mano la propria vita.
Questo significa servire la vita. Purtroppo rimane forte la tendenza a servirsene. Accade quando viene rivendicato il “diritto a un figlio” a ogni costo, anche al prezzo di pesanti manipolazioni eticamente inaccettabili. Un figlio non è un diritto, ma sempre e soltanto un dono. Come si può avere diritto “a una persona”? Un figlio si desidera e si accoglie, non è una cosa su cui esercitare una sorta di diritto di generazione e proprietà. Ne siamo convinti, pur sapendo quanto sia motivo di sofferenza la scoperta, da parte di una coppia, di non poter coronare la grande aspirazione di generare figli. Siamo vicini a coloro che si trovano in questa situazione, e li invitiamo a considerare, col tempo, altre possibili forme di maternità e paternità: l’incontro d’amore tra due genitori e un figlio, ad esempio, può avvenire anche mediante l’adozione e l’affidamento e c’è una paternità e una maternità che si possono realizzare in tante forme di donazione e servizio verso gli altri.
Servire la vita significa non metterla a repentaglio sul posto di lavoro e sulla strada e amarla anche quando è scomoda e dolorosa, perché una vita è sempre e comunque degna in quanto tale. Ciò vale anche per chi è gravemente ammalato, per chi è anziano o a poco a poco perde lucidità e capacità fisiche: nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita non merita più di essere vissuta. Deve, invece, crescere la capacità di accoglienza da parte delle famiglie stesse. Stupisce, poi, che tante energie e tanto dibattito siano spesi sulla possibilità di sopprimere una vita afflitta dal dolore, e si parli e si faccia ben poco a riguardo delle cure palliative, vera soluzione rispettosa della dignità della persona, che ha diritto ad avviarsi alla morte senza soffrire e senza essere lasciata sola, amata come ai suoi inizi, aperta alla prospettiva della vita che non ha fine.
Per questo diciamo grazie a tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educatori e agli insegnanti, ai tanti adulti – non ultimi i nonni – che collaborano con i genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni, che comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li incoraggiano; a chi – ginecologo, ostetrica, infermiere – profonde il suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell’aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse, altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li assistono con un supplemento di generosità e dedizione. Grazie: voi che servite la vita siete la parte seria e responsabile di un Paese che vuole rispettare la sua storia e credere nel futuro.
Ragione e Mistero
L’altro giorno si parlava tra amici di senso religioso, di religiosità e ci si diceva che il culmine della ragione è il riconoscimento del Mistero. Il mistero alle soglie della nostra ragione in ogni fatto della nostra giornata.
Perché quell’incidente di cui vi dicevo ieri? Come mai la concomitanza di tutti quei fatti che hanno impedito che ci schiantassimo?
Come mai invece altri incidenti si risolvono in modo tragico?
Certo può essere un caso, ma questo non mi impedisce di chiedermi “perché?”
La risposta a questo “perché?” io non la conosco. La ragione non arriva a conoscerla, ma non vuol dire che non ci sia. C’è, ma io non la conosco. Come la più lontana stella dell’universo: c’è, ma non la conosco.
E’ ragionevole negare l’esistenza di ciò che non conosco?
A me pare di no.
Ecco, si parlava appunto di questo e si diceva che il culmine della ragione è proprio il riconoscimento del Mistero all’origine di tutte le cose.
Se la ragione non si inchina all’insondabile mistero, è come rattrappita, china su di sé, costretta, tarpata.
Ebbene, sempre partendo dal mistero dell’incidente che si è risolto bene, è evidente che il mistero non è accanto alla vita, accanto all’esperienza, ma dentro la vita, dentro l’esperienza.
Ecco, la sfida del Cristianesimo è proprio questa: non di risparmiarci la fatica del vivere, ma di andare al fondo del Mistero dentro le circostanze quotidiane, ci aiuta a scoprirne il significato.
E quando uno capisce il perché e il significato delle cose riesce a camminare più spedito (In spe erectus direbbe San Paolo)
La morte in agguato (San Francesco la chiamerebbe Sorella Morte)
Lunedì, come di consueto mi recavo con due mie amiche in piscina.
Eravamo appena partite ed io parlavo con entusiasmo di quel che avevo sentito il giorno prima…
Sedevo nel sedile posteriore e quindi ero esentata dal fare il… copilota.
A un certo punto un botto pazzesco sul fianco sinistro, un urlo di Angela e subito dopo un’imprecazione di Mercedes, che, in un millesimo di secondo, aveva governato la macchina in modo che non uscisse fuori strada.
Naturalmente ci fermiamo ed ecco arrivare il guidatore della macchina, uscita dallo stop e venuta addosso a noi, con una serie di accuse per non so quale freccia, ecc.
Chiamiamo i vigili urbani: parole concitate, arrabbiature varie… poi all’ufficio dei vigili urbani per la deposizione.
Per fortuna la cosa si è risolta bene: l’investitore ha riconosciuto la sua responsabilità, anche se i danni alla nuovissima macchina di Mercedes sono abbastanza consistenti.
Ma la cosa più bella è che noi siamo vive e senza danni conseguenti alla distrazione del compaesano di Mercedes.
Alla fine di tutto ho concluso il racconto sospeso al momento dell'incidente e ho provato un brivido al pensare che quel fatto che avevo iniziato a raccontare era straordinariamente in sintonia con quello che ci era capitato.
A noi la vita era stata risparmiata: avremmo potuto uscire fuori strada, avrebbe potuto venirci addosso un’altra macchina. Potevamo anche morire sul colpo…
Ci ho pensato… in quel momento ero tranquillissima e parlavo con entusiasmo e non ho fatto in tempo ad accorgermi di nulla: e avrebbero potuto anche essere le ultime parole della mia vita, quelle che dicevo alle mie amiche.
Incredibile! uno può morire così, senza nemmeno accorgersene…
Ma torniamo al discorso tra noi: ci chiedevamo perché questo fatto era successo; cosa ci volesse comunicare il Mistero con questo fatto improvviso e imprevisto.
L’unica cosa che siamo riuscite a formulare è stata: “Meritiamocelo!” come Roberto aveva suggerito a Paolo…
Stanchezza, tristezza, noia
(L’amicizia cristiana come compagnia verso il significato dell'esistenza)
Ad una amica, costretta ad affrontare un momento di grossa difficoltà, ho ripetuto quanto ho sentito dire domenica scorsa. Lo metto a disposizione di tutti i naviganti che approdano a questo lido:
La tristezza che Dio permette che ti assalga è come il nulla che voleva ghermire Gesù nell'Orto degli Ulivi.
(Ricordi il film di Gibson e quella notte drammatica?)
Ci sono dei momenti di tristezza, di aridità che il Mistero permette nella nostra vita e sono l'occasione per decidere... per Lui: "Padre, se possibile, allontana da me questo calice; ma se non è possibile, si compia la tua volontà".
Dopo queste parole Gesù si alza e va incontro al suo Destino: quello di morire per noi, per te, per me...
"Padre, non capisco perchè mi dai questa tristezza, questa, noia, questa circostanza insopportabile,... allontanala da me... ma se non è possibile, non la mia, ma la tua volontà si compia.
Prova... ripetilo anche più di una volta... sarà l'inizio della riscossa e ti renderà capace di fare ciò che è meglio.
Ma ricordati LUI vuole te... non quello che sai fare!
Petizione in favore del progetto di legge sulla scuola in Lombardia
Approfitto della generosità di Faramir e vi segnalo una petizione importante per la libertà di educazione, copiandola dal suo blog:
E’ morto per te? meritalo!
Mi ha colpito un fatto narrato da un giovane amico, Roberto, incontrato stamattina.
Un suo amico, Paolo aveva avuto un guasto in piena notte con la macchina ed era in difficoltà: telefona a Claudio che era nel più profondo del sonno e che lascia tutto per andare a soccorrerlo.
Mentre sono in autostrada a cercare di vedere i danno all’auto, arriva a folle velocità un ubriaco e con la sua macchina li falcia.
Una corsa all’ospedale, ma Claudio non ce la fa. Paolo dopo una settimana di semiincoscienza riesce a parlare e a formulare la domanda: “E Claudio?”
Alla fine devono dirgli che Claudio è morto, ma il problema più grosso è aiutarlo a non sentirsi in colpa (problema che ogni buon amico dovrebbe prendere in considerazione).
Arriva anche Roberto e cerca di sostenere Paolo, ma Paolo gli dice: “Tutti cercate di non farmi sentire in colpa e vi ringrazio. Ma questo non basta. Perché nessuno mi può restituire il mio amico”
“ Devi cercare di capire il significato di quel che è accaduto”
“Ma io non lo capisco!”
“Mah! Claudio è morto, ha dato la sua vita per te. Tu avresti fatto altrettanto per lui. Non lo sapeva, ma è stato chiamato a dare la vita per te. E' un fatto che non puoi cambiare. E allora cerca di meritarlo! Meritalo”
Ecco se ad uno capita una cosa così terribile umanamente, il significato più semplice e vero è proprio questo: un amico, ha dato la vita per l’amico; la cosa più cara e più preziosa per un amico.
Che possiamo fare se non cercare di meritare questo immenso sacrificio?
