Aderisco all’iniziativa dell’amico La penna che graffia che propone di postare in questo ultimo dell’anno il post più significativo del 2007.
Trovo un po’ di difficoltà a scegliere, ma alla fine ne propongo uno che ha trovato il consenso di molti, ma sinceramente non so se sia il più significativo. Eccolo:
Non smetterò mai di chiedermi perché.
Chiedersi perché significa essere umani: è il nucleo della condizione umana.
A quelli che mi dicono di tacere, di accettare le cose senza chiedermi perché, rispondo: "Perché? Perché? Perché? Perché? Perché?"
(Lorenzo Albacete)
Insieme a questo piccolo post vorrei augurare a tutti gli amici e anche a quelli di di oknotizie, che ho avuto modo di conoscere in questo 2007, un nuovo bellissimo anno in cui ogni desiderio più segreto e più bello sia esaudito e lo faccio con le parole che mi ha inviato un amico, Gianni Mereghetti, e che sono anche l’editoriale del sito Samizdatonline:
SIAMO CERTI, SARA’ UN BUON ANNO !
In queste ore in cui un anno declina per lasciare il posto ad uno nuovo mi sorprendo a cercare dentro il tempo trascorso ciò che fa guardare con speranza a questo passaggio, altrimenti destinato ad essere un momento in cui da una parte vi è lo scetticismo di chi pensa che niente di nuovo accadrà, dall'altra l'affanno della festa per distrarsi dalla condanna del nulla.
E' dentro il tempo passato la speranza, dentro la presenza tenera e discreta del mistero che ogni giorno ha fatto capolino nella mia vita inventando numerosi modi per farsi riconoscere, dentro la Sua insistenza ad arrivare al mio cuore, a destarlo, a liberane le energie, dentro la Sua vigile presenza così che non mi perdessi nei tanti fallimenti, non mi ripiegassi sul dolore prodotto dalle ferite che lacerano la carne, non mi fermassi alla mia pochezza.
La speranza sta tutta nella iniziativa che il Mistero durante quest'anno ha preso su di me, una iniziativa quotidiana che conservo dentro il cuore con la gratitudine di chi ha imparato a riconoscere un po' di più il suo vero "io".
Per questo "BUON ANNO" non è una formula vuota, quasi cinica, ma è il comunicarsi di una certezza, la certezza di chi sa che le redini della vita le tiene una Presenza Buona, e per questo non c'è nulla di cui avere paura, perché ogni evento è l'occasione per esserne abbracciati in modo sempre più forte e decisivo, fino a sentirne la totale tenerezza.
Allora BUON ANNO lo dico a tutti coloro che secondo la genialità del Mistero sono entrati nel mio nascondiglio e con la ricchezza della loro umanità hanno fatto sì che alzassi lo sguardo a riconoscere questa Presenza che unica mi corrisponde.
Grazie a loro BUON ANNO oggi è poter ripartire da un Dio che mi ha abbracciato dentro le condizioni belle e brutte della vita portandole con me così che il mio cuore diventasse più vero!
BUON ANNO
Carissimo Eugenio Scalfari,
nel suo ultimo editoriale definisce il 2007 "l'anno del distacco" e accusa noi italiani di essere diventati "amorali e asociali" per aver vissuto separando la dimensione privata da quella pubblica. Detto questo ci sfida ad uscire da questo stato larvale, affermando con forza che "sta a noi farlo, a ciascuno di noi, per ritrovare socievolezza, creatività, allegria. Fiducia in se stessi e negli altri. Amore di sé e amore del prossimo. Credetemi, non c'è altro modo per uscire dall'apatia della volontà, dalla bulimia delle richieste corporative, insomma dal pantano".
Carissimo Scalfari, non è stato il
E' dentro la nostra condizione di amorali e asociali che il Mistero Presente ha iniziato una storia di liberazione, così che possiamo guardare al 2008 pieni di speranza. Ed è speranza, non utopia, perché di una novità umana già facciamo esperienza, di una unità dell'io già siamo ricchi.
Per questo augurarsi Buon Anno non ha dentro lo scetticismo che si percepisce nel tono di voce di molti, ma la certezza di poter continuare nel solco già tracciato di un bene, che un Altro, Dio ne sia lodato, sta costruendo per ciascuno di noi e attraverso l'umanità di ciascuno di noi.
E' con questa intensità che le auguro BUON ANNO
Gianni Mereghetti
Chi l’ha detto?
Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.
(…) l'eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l'umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio. Ovviamente c'è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà, la « vita »? E che cosa significa veramente « eternità »? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe propriamente questo – la « vita » vera – così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo « vita », in verità non lo è.
Un’amica mi ha segnalato un bellissimo video sulla cappella degli Scrovegni, sulla quale il prof. Roberto Fipippetti ha scritto un interessantissimo libro L’Avvenimento secondo Giotto. Ne copio e traduco dal francese la breve presentazione:
Sette secoli fa, tra il 1303 e il 1305, Giotto, su commissione del banchiere padovano Enrico Scrovegni, affrescò la cappella consacrata a Santa Maria della Carità. Questa piccola chiesa, romanica e gotica, concepita dapprima per accogliere lui stesso e i suoi discendenti dopo la morte, è al giorno d’oggi considerata un capolavoro della pittura del Trecento italiano ed europeo e una delle più alte espressioni dell’arte occidentale.
Nella pittura di Giotto, tutto partecipa dell’“Avvenimento” di dio che si fa uomo.
Un fatto storico che Giotto “ha messo in scena” in modo che, attraverso i colori e le immagini, i fedeli possano meditare sulla vita di Maria e di Gesù, sulla Sua Morte e Risurrezione e sul loro personale destino di libertà in vista del Giudizio Universale.
Ed ecco il link del bellissimo video:
http://www.filippetti.eu/archivio_video/Cappella_Meraviglie.html
Roberto è un giovanotto di trent’anni, piccolino di statura e simpaticissimo: è sempre allegro e con la battuta pronta. Ha una grave malattia genetica molto frequente in Sardegna, l’anemia mediterranea, che lo costringe a frequenti trasfusioni e a certe limitazioni.
Quando i genitori decisero di avere un figlio, ricordo l’apprensione con cui speravano che quella piccola percentuale di probabilità che nascesse sano si realizzasse. Invece è nato malato. I primi tempi sono stati difficili, ma poi i genitori e gli amici non hanno trovato strano questo ragazzino bisognoso di tante cure, studente di ingegneria poi ed ora impegnato nella redazione di un giornale.
Il padre due mesi fa mi diceva che sa che Roberto non ha molti anni di vita davanti a sé e che, se un tempo l’idea lo spaventava, ora capisce che comunque la vita che ha garantito al figlio non è stata inutile, perché Roberto è sereno e vive bene.
Al tempo del referendum per la legge 40 Roberto era instancabile nella lotta per difendere quella legge, senza la quale altri ragazzi come lui, che è ben lieto di avere la vita, non sarebbero nati.
Una volta i colleghi discutevano animatamente con lui di eugenetica e non si rendevano conto che lui era in fondo chiamato in causa. A un certo punto ha detto: “Ma insomma, vi rendete conto che se si ammette l’eugenetica, se fosse stata legale l’eugenetica, io non sarei nato?”. Dopo un certo periodo di silenzio imbarazzato un collega ha timidamente aggiunto: “Che c’entra? la tua è una situazione diversa!”
Insomma nel prossimo futuro, se diamo retta ad un giudice che probabilmente si considera al di sopra della legge al punto da autorizzarne la trasgressione, non avremo più ragazzi come Roberto.
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Per approfondire:
L'eugenetica della Turco mette in crisi i cattolici di sinistra
di Assuntina Morresi
Il Ministro della Salute Livia Turco ha dichiarato che le nuove linee guida della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita terranno conto di recenti sentenze giudiziarie: la diagnosi preimpianto degli embrioni – cioè quella tecnica con cui si prelevano una o due delle otto cellule di un embrione prodotto con la fecondazione in vitro per verificarne eventuali malattie genetiche – potrebbe quindi diventare in qualche modo lecita in Italia.
I fatti sono noti: lo scorso settembre il Tribunale di Cagliari ha stabilito che una coppia di sardi, portatori sani di talassemia, potesse effettuare la diagnosi preimpianto di un embrione crioconservato. La sentenza del tribunale di Firenze di una settimana fa va nella stessa direzione, consentendo la diagnosi preimpianto ad una coppia portatrice di una malattia ereditaria, stabilendo però anche la parziale inapplicabilità ed illegittimità delle linee guida della stessa legge 40, rafforzando quindi il provvedimento.
E’ bene ricordare che non sono le linee guida a proibire la diagnosi preimpianto: la legge 40 consente di accedere a tecniche di procreazione assistita solamente a coppie sterili o infertili – e in quanto infertili le due coppie protagoniste delle sentenze sono soggette alla legge 40 - e non a coppie malate o portatrici di malattie ereditarie. La legge 40 dà alle coppie con problemi di sterilità un’opportunità di diventare genitori, ma non vuole consentire la scelta di quali figli essere genitori. La legge 40 non permette di scegliere le caratteristiche dei bambini di cui diventare genitori, non rende possibile scartare i figli “difettati” e scegliere quelli sani, non ammette che si dica “tu si, tu no, tu sei adatto, tu non lo sei”. Tanto è vero che nell’art. 13 della stessa legge è esplicito il divieto a “ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni”, dei quali viene permessa la manipolazione solamente per tutelarne la salute e lo sviluppo.
E la diagnosi preimpianto per distinguere gli embrioni sani da quelli malati, cosa ha di diverso da una selezione a scopo eugenetico? Non è forse un modo per individuare i sani, e sceglierli, e scartare i malati e i disabili?
I giudici dovrebbero aiutare a rispettare le leggi, non a stravolgerne il senso e le finalità, specie di quelle come la 40, legittimate dal referendum di due anni fa, che ha registrato l’astensione più elevata della storia del nostro paese. Un’astensione con un significato politico ben preciso, e cioè che il 75% degli aventi diritto non ha ritenuto opportuno neppure andare a votare, cioè non ha giudicato degni di nota i quesiti proposti, dopo una campagna in cui tutti i media – con l’eccezione dei quotidiani Avvenire e il Foglio – si erano compattamente schierati per il voto, e per i quattro sì: basti ricordare il numero dell’Espresso con i “cento sì”, “ecco l’Italia che dice no alla legge
Cercare di cambiare la legge forzandone le linee guida è una furbata che, se sarà veramente realizzata come annunciato dal ministro, pagherà un altissimo prezzo politico: come potranno i cattolici presenti nel partito democratico convincere i loro elettori di poter essere rappresentati in quello schieramento? E come risponderanno i cattolici del centro sinistra attualmente in parlamento, quando i loro elettori chiederanno conto del comportamento del governo da loro eletto riguardo la legge 40, difesa così strenuamente e compattamente dal mondo cattolico?
E tutti coloro che si sono astenuti al referendum di due anni fa, credenti e non, come giudicheranno uno schieramento politico che non mostra rispetto per la volontà popolare, e non avendo forza per cambiare una legge né in parlamento né con una consultazione popolare, si nasconde dietro le sentenze dei giudici?
Se veramente si cambiassero le linee guida introducendo la diagnosi preimpianto, avremmo la prima norma eugenetica del post-fascismo introdotta – surrettiziamente – da un governo di centro sinistra. Una beffarda nemesi storica.
Se si legittima il principio della scelta del figlio da parte dei genitori, si verranno inevitabilmente a creare anche situazioni apparentemente paradossali. Ci permettiamo ad esempio di suggerire al Ministro Turco e ai membri della commissione che sta aggiornando le linee guida della legge 40, l’istruttiva lettura di un articolo del Sunday Times dello scorso 23 dicembre: Jackie Ballard, a capo del Royal National Institute for Deaf and Hard of Hearing People (RNID, la più grande associazione inglese che cura gli interessi dei non udenti, con nove milioni di affiliati) ha chiesto al parlamento inglese la possibilità, per i genitori sordi, di scegliere, fra gli embrioni prodotti in fecondazione in vitro, quelli affetti da sordità, e non quelli sani. Ballard ha spiegato di non aver intenzione di incoraggiare la scelta di embrioni malati, ma che “noi vogliamo rispettare, per quanto possibile, la scelta dei genitori, purché fatta insieme ad un medico in modo che si sappia esattamente cosa si sta scegliendo”.
Se scelta dev’essere, perchè questa no?
“Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima,/
Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce;/
Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via” (T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”, BUR, Milano 1994,p.99)
Mi sono imbattuta in questi versi di T.S. Eliot che mi hanno fatto riflettere:
Siamo così tutti. E’ inutile negarlo. Credo che l’inizio della libertà sia nel riconoscere questa nostra umanità così meschina. Umanità che riusciamo a guardare in faccia in tutto il suo limite, perché sappiamo che questo limite non ci definisce: noi siamo molto di più del nostro limite e ce lo rivelano i nostri desideri sconfinati.
Ecco: quello che ci definisce è molto più il desiderio di infinito che ci insegue dovunque andiamo senza darci tregua, che non i nostri miseri errori.
Spiego: è vero, ieri ho ignorato un povero che tendeva la mano, stamattina ho mandato a quel paese mio marito, poco fa me la sono presa contro il bambino che mi fa perdere le staffe. Oppure: ieri ho tradito un amico, la settimana scorsa ho calunniato un conoscente, ho pestato un rivale...
E' terribile... ma questo non può definirmi, non può dire chi sono io; questo non deve scandalizzarmi, perché posso riconoscere che è un errore e posso decidere di cambiare: la mia libertà inizia nel momento in cui guardo in faccia il mio limite, il mio errore, la mia cattiveria, li riconosco e decido che voglio cambiare, perché voglio essere molto di più che non questi errori, più o meno gravi, della mia giornata.
Non è un discorso moralistico o doveristico: provate a chiedervi se dopo averne combinata una delle vostre, il vostro desiderio di amare ed essere amati, di giustizia, di verità, di bellezza. di bontà sono annullati dalla vostra mancanza.
No! ci sarà un senso di mortificazione, di rabbia contro il proprio limite, ma quei desideri, appena hanno uno spiraglio, rinascono intatti e non c’è alcuna vostra cattiveria che può annullarli. Perché il cuore non inganna mai.
In fondo siamo definiti non dai nostri errori, ma da quello che, più di tutto, desideriamo.
Alcuni di noi conoscono certamente Edith Stein, Santa Benedetta Teresa della Croce, martire dell’ebraismo e del cristianesimo, morta in un lager tedesco durante la seconda guerra mondiale.
Ricordo di averne letto la vita per una radio locale e di essere rimasta impressionata da questa illustre studiosa, che, convertitasi al cattolicesimo, ha approfondito i suoi studi e le sue riflessioni estendendole anche alla nuova religione abbracciata; e, tra gli altri argomenti, ce n’era uno che non ha potuto concludere perché è stata arrestata dalla Gestapo per essere internata nel lager di Auschwitz.
L’argomento era “Scientia Crucis” (la conoscenza della Croce). Il biografo sottolineava che di tale argomento non avrebbe più scritto perché era chiamata a conoscerlo direttamente per esperienza.
L’esperienza della croce è comune a tutti i martiri cristiani; un’esperienza tutta particolare perché caratterizzata dall’accettazione, dall’accoglienza, dall’abbraccio della stessa sofferenza del loro Maestro, Gesù Cristo, che si è offerto per la salvezza di tutti, anche dei suoi aguzzini.
Da quel primo sacrificio di un Uomo-Dio è iniziata la lunga serie di sacrifici liberamente accettati per suo amore e per amore dell’umanità da parte di una lunga schiera di martiri: il primo è stato ricordato oggi , Santo Stefano; gli altri si sono snocciolati nel corso dei secoli, in una lunghissima teoria destinata a non interrompersi, finché durerà il mondo. Ce ne ha parlato il Papa e, anche se non ha citato direttamente il fatto, sappiamo che proprio a Natale, in India, nell’Orissa ci sono i martiri di questi giorni: tre persone uccise; 13 chiese bruciate; 2 case parrocchiali distrutte; decine di feriti, molti dei quali in gravissime condizioni; un orfanotrofio cristiano vandalizzato; treni bloccati per ore; auto della polizia bruciate… e questo è il bilancio provvisorio
Di questo siamo informati grazie ad Asianews e sono certa che nessuno di noi occidentali approvi queste nefandezze. Però, quando leggo la violenza verbale con cui alcuni si scagliano contro i cristiani, esseri umani come tutti, non posso fare a meno di pensare che certi fatti potrebbero accadere anche da noi se solo si trovasse una giustificazione legale o ideologica all’assassinio di chi è credente.
Ma in tutto questo ci sostiene il richiamo fatto ieri dal Papa: “Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, ‘accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita’ (Omelia a Marienfeld - Colonia, 20 agosto 2005). Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte”.
E poiché la cosa spaventa non poco, possiamo però sempre mendicare da Cristo la grazia per essere capaci di seguirlo dove Lui ci conduce.
E seguiamo l’invito del Papa: “Preghiamo per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità”.
Carissimo direttore,
il “Controcorrente” di Claudio Magris, pubblicato oggi sul Corriere della Sera, mi ha commosso. Magris ci porta al cuore del Natale, tra le righe di uno dei quotidiani più importanti d’Italia annuncia che “il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l'estremo abbattimento del Getsemani” e denuncia il “sorriso giocondo e soddisfatto” di Babbo Natale che con “il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Sì, Magris ha ragione, il falso ottimismo di Babbo Natale è quanto di più contrario vi sia al Natale, che non è una fiaba costruita appositamente per dimenticarsi della vita e delle sue domande, ma è un Dio che si fa carne ed va incontro ad ogni uomo, qualunque sia la condizione in cui si trovi a vivere, per trarre a sé il suo cuore, per iniziare con lui una storia in cui possa ritrovare se stesso, il suo destino, la felicità.
Leggere un articolo come quello di Magris aiuta a riscoprire il vero senso del Natale, c’è da augurarsi di sentirlo letto in tante omelie, di sentirlo citato in tanti discorsi, perché lo scampanellio di Babbo Natale è forte, ma ancor di più la certezza che quel Bambino che nasce a Betlemme, lui sì c’entra con il nostro desiderio umano e nasce proprio per abbracciarlo totalmente.
Grazie e BUON NATALE
Gianni Mereghetti
Due passaggi mi hanno colpito delle parole del Papa ieri a Natale. Il primo sottolinea che questo miracoloso evento interpella da duemila anni uomini e donne che difficilmente riescono ad ignorarlo se ne hanno sentito parlare. Infatti la festa è rimasta celebrata dal consumismo in moltissimi casi, ma è rimasta anche se il consumismo non è un motivo valido per continuare a considerarla festa. C’è solo da riappropriarci del vero significato del Natale senza svuotarlo del tutto in nome degli interessi del commercio.
Sempre nel primo passaggio viene detto che l’annuncio della nascita del Salvatore dell'uomo, di ogni uomo, immerso nelle tenebre del male e del non senso, raggiunge e salva soltanto gli umili: Maria una quindicenne fiduciosa, Giuseppe un uomo giusto, i poveri e anonimi pastori… Perché il Natale è il grande annuncio di salvezza solo per gli umili, per i piccoli, per i poveri, i veri poveri che sono le persone umili e semplici. E, se ciò ci consola, può anche inquietare; perchè, se non riusciamo a consegnarci a questo grande mistero, è evidente che non siamo nè semplici, nè umili, e questo evento si ripete inutilmente per noi:
“Questo è il Natale! Evento storico e mistero di amore, che da oltre duemila anni interpella gli uomini e le donne di ogni epoca e di ogni luogo. E’ il giorno santo in cui rifulge la "grande luce" di Cristo portatrice di pace! Certo, per riconoscerla, per accoglierla ci vuole fede, ci vuole umiltà. L’umiltà di Maria, che ha creduto alla parola del Signore, e ha adorato per prima, china sulla mangiatoia, il Frutto del suo grembo; l’umiltà di Giuseppe, uomo giusto, che ebbe il coraggio della fede e preferì obbedire a Dio piuttosto che tutelare la propria reputazione; l’umiltà dei pastori, dei poveri ed anonimi pastori, che accolsero l’annuncio del messaggero celeste e in fretta raggiunsero la grotta dove trovarono il bambino appena nato e, pieni di stupore, lo adorarono lodando Dio (cfr Lc 2,15-20). I piccoli, i poveri in spirito: ecco i protagonisti del Natale, ieri come oggi; i protagonisti di sempre della storia di Dio, i costruttori infaticabili del suo Regno di giustizia, di amore e di pace.”
L’altro passaggio mi è piaciuto perché nulla del dolore umano viene dimenticato in questo giorno di salvezza per ogni uomo: così il Papa ci ricorda i grandi drammi che si svolgono attualmente nel mondo. La salvezza di Cristo è venuta anche per loro e l’unico pesante ostacolo alla sua realizzazione è l’egoismo dei potenti.
Agli umili non resta che supplicare l’Onnipotente perché porti il sollievo della pace che ci vuol donare anche in quelle situazioni che l’uomo nella sua libertà ha reso disumane.
“In questo giorno di pace, il pensiero va soprattutto laddove rimbomba il fragore delle armi: alle martoriate terre del Darfur, della Somalia e del nord della Repubblica Democratica del Congo, ai confini dell'Eritrea e dell'Etiopia, all'intero Medio Oriente, in particolare all'Iraq, al Libano e alla Terrasanta, all'Afghanistan, al Pakistan e allo Sri Lanka, alla regione dei Balcani, e alle tante altre situazioni di crisi, spesso purtroppo dimenticate. Il Bambino Gesù porti sollievo a chi è nella prova e infonda ai responsabili di governo la saggezza e il coraggio di cercare e trovare soluzioni umane, giuste e durature. Alla sete di senso e di valore che avverte il mondo oggi, alla ricerca di benessere e di pace che segna la vita di tutta l’umanità, alle attese dei poveri Cristo, vero Dio e vero Uomo, risponde con il suo Natale. Non temano gli individui e le nazioni di riconoscerlo e di accoglierlo: con Lui "una splendida luce" rischiara l’orizzonte dell’umanità; con Lui si apre "un giorno santo" che non conosce tramonto. Questo Natale sia veramente per tutti un giorno di gioia, di speranza e di pace!”
E’ finita la corsa affannosa al regalo, la preoccupazione di non escludere nessuno dai nostri auguri di Buon Natale... dovremmo essere finalmente in pace.
E no! no che non siamo in pace. C’è un tarlo, una malinconia, una tristezza che ci fa capire che qualcosa manca.
Il fatto è che dopo l’ultimo regalo fatto e ricevuto, dopo l’ultimo affettuoso augurio, dopo la grande abbuffata, c’è qualcosa che manca.
C’è un disagio, una nostalgia, una malinconia che si trasforma in delusione: avevamo atteso tanto questa festa! ci eravamo affannati tanto per prepararla, c’era un’attesa in tutti che aveva contagiato anche noi.
Doveva arrivare qualcosa di bello… che cosa? Non lo sapevamo. Ma quell'attesa doveva trovare compimento. Ma il compimento non c'è stato.
Ora sappiamo che era un vago sentimento, forse anche religioso, o forse soltanto un’attesa speranzosa che è caratteristica della nostra umanità affamata di felicità.
Ma la festa viene, finisce e cosa resta?
“Io sono ciò che manca in tutto ciò che tu cerchi”: ci ha detto Uno che è il solo che può compiere questa attesa senza fine; e lo sperimentare questo vuoto è un dono che ci ricorda che quel che attendiamo, quel che desideriamo è un Bene infinito ed eterno, quel Bene, quella Tenerezza, quella Gioia che il Mistero ha preparato per coloro che lo riconoscono.
Fortunati coloro che non si arrendono nell'attesa.
Che il Mistero,
che ha creato il mare, il cielo stellato, le montagne, i fiori,
abbia deciso di diventare bambino (un bambino!)
per chinarsi su noi uomini e per farsi compagno della nostra fragile e difficile umanità,
è la notizia più commovente
per un cuore umano esiliato e solo in questo mondo spesso così ostile e impietoso.
Abbiamo bisogno della tenerezza di un Dio,
che è fedele ed eterno;
e, che ci venga così sorprendentemente donata,
ci riempie di stupore e di gratitudine senza fine.
Buon Natale!

C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti
Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486. (Continua a leggere qui)
Ricordo l’impressione incredibile che mi fece un vero “maestro” il giorno della prima lezione di filologia romanza all’università. Impressione sempre più confermata col proseguire delle lezioni.
Non so cosa abbia fatto scattare in me l’ammirazione, so solo che imparai ad amare quella materia ostica a molti al punto da volerla approfondire per la tesi di laurea.
Ora mi rendo conto che ciò che mi appassionava e può appassionare un discente è non solo la competenza del maestro, ma la passione con cui sa comunicare la bellezza dell’argomento.
Ecco perchè Benigni sarebbe un ottimo “maestro”: perché oltre alla conoscenza della Divina Commedia e della cultura del tempo di Dante, possiede quella passione della comunicazione di una cosa bella e amata che non hanno certo i più illustri accademici.
Insomma dello sfoggio di erudizione (ammesso che ci sia sempre anche l’erudizione) i ragazzi non se ne fanno niente (hanno altri idoli da osannare!), ma di persone appassionate a ciò che comunicano hanno davvero bisogno per imparare ad amare il sapere.
Ci si arrabatta perché i nostri studenti sono i più scarsi d’Europa. Ma ci si è chiesto cosa comunicano e come comunicano certi insegnanti? Ieri la mamma di una tredicenne molto brava in italiano e latino (sì, fa anche latino in terza media) si lamentava perché vorrebbe mandare la figlia al liceo classico, ma un’insegnante continua dire che il liceo è difficilissimo perchè c’è il Greco…
ma come è possibile tarpare le ali così le ali ad una ragazza che avrebbe la capacità di affrontare gli studi classici?
Può un insegnante comunicare ai suoi alunni la sua paura di affrontare le difficoltà o non è meglio che incoraggi la verità dell’alunno a venir fuori in tutta la sua originalità?
E’ inutile che il ministro istituisca corsi di recupero per gli studenti perché i ragazzi acquisiscano almeno le nozioni fondamentali, se poi non si chiede agli insegnanti di amare il destino e la libertà di essere se stessi fino in fondo degli studenti.
I ragazzi non sono dei computer in cui immagazzinare il maggior numero di nozioni possibili, ma delle persone da amare e da accompagnare nella difficile strada della crescita e dell’affronto di tutta la realtà a partire “anche” dalle nozioni che devono essere insegnate...
L’altro giorno parlavo con la mamma di un ventenne che mi diceva della sua indolenza, del suo scarso impegno nello studio e nel lavoro, del suo disamore... ed era davvero costernata e impotente. Per non parlare di un’altra mamma di un ventiduenne che mi parla disperata, tutte le volte che siamo sole, di questo figlio che ondeggia tra il buon umore e la depressione, tra la voglia di lavorare e la voglia di starsene a letto tutto il giorno, ed ha scoperto che si droga…
Non credo che la responsabilità sia tutta dei nostri giovani: in gran parte siamo noi che abbiamo costruito questo mondo senza ideali e senza valori. Ecco perché mi hanno colpito le frasi appena lette, che trascrivo:
“Nel 1968, i giovani incarnavano la speranza, il futuro, la liberazione, l’utopia. I giovani di adesso mi appaiono tanto spesso come l0’avanguardia della paura, dell’angoscia davanti al futuro. sono vittime, secondo me, di un asorte di “sindrome di Peter Pan” (…) “Sono bambini, adolescenti che si rifiutano di crescer (..). la paura e l’angoscia sono legate ad una sorta di irresponsabilità e di vittimismo(…). Tutti hanno paura di vivere senza le stampelle dello Stata, per entrare nella vita adulta” (L. Ferry)
“I giovani, anche se non sempre lo sanno, stanno male: e non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde oi loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui” (U. Galimberti)
“(I giovani) preferiscono restare passivi (...) vivono avvolti in un misterioso torpore”. (P. Citati)
“Un esempio vale più che mille parole: mi hanno raccontato che durante un pranzo in famiglia si parlava della situazione del mercato del lavoro e della fatica che fanno in tanti a trovare occupazione. Di fronte al commento del padre di come è brutto e umiliante per un adulto dipendere da un sussidio di disoccupazione, il figlio, al primo anno di università, ha detto dal divano su cui era sdraiato: “Io il sussidio di disoccupazione lo prenderei volentieri”
(brani tratti da “Alle sorgenti della gratuità”, editoriale di TRACCE di Dicembre)
Prende forma il presepe
nelle mani
che hanno plasmato la cera,
la Madonna
con lo sguardo al bambino,
la culla finemente tramata
e una palma protesa alle stelle.
Nel presepe
che illumina il giorno
c'è il tocco di chi l'ha plasmato,
e Gesù mentre nasce a Betlemme
rende vivo questo intreccio di cera.
(Gianni Mereghetti)
Eppure sappiamo che il padre della pecora Dolly ha riconosciuto l’inutilità scientifica della clonazione terapeutica, ma Hwang Woo-suk, il falso “pioniere della clonazione umana”, non si rassegna. Caduto in disgrazia dopo che la comunità scientifica internazionale e l'Università di Seoul hanno smascherato i risultati delle sue ricerche sulle cellule staminali embrionali, (del tutto falsificati in laboratorio per dare l'impressione di essere riuscito a clonare cellule sane da malati affetti da patologie al momento incurabili), ha avuto la sfrontatezza di chiedere ancora la governo dei finanziamenti per le sue ricerche.
Mi chiedo: ma perché non segue l’indirizzo approvato dalla comunità scientifica internazionale?
Forse perché il suo era ed è ancora tutto un bluff?
Ecco la notizia diffusa da AsiaNews
Il falso “pioniere della clonazione” vuole rimettere le mani sulle staminali
Hwang Woo-suk, che aveva falsamente dichiarato di essere riuscito a clonare cellule sane da malati affetti da patologie al momento incurabili, chiede al governo il permesso di effettuare nuove ricerche sulle staminali. L’amministrazione si dice “perplessa” dalla richiesta.
Seoul (AsiaNews/Agenzie) – Hwang Woo-suk, il falso “pioniere della clonazione umana”, ha chiesto all’amministrazione coreana il permesso di riprendere le sue ricerche sulle cellule staminali. Il governo, dice un portavoce anonimo, è “perplesso” dalla richiesta e sta valutando se concedere o meno l’autorizzazione. Il veterinario, un tempo “eroe nazionale”, è caduto in disgrazia dopo che la comunità scientifica internazionale e l'Università di Seoul hanno smascherato i risultati delle sue ricerche sulle cellule staminali embrionali, del tutto falsificati in laboratorio per dare l'impressione di essere riuscito a clonare cellule sane da malati affetti da patologie al momento incurabili.
Hwang era considerato uno dei più importanti studiosi al mondo in campo genetico. I risultati delle sue ricerche erano stati pubblicati nel 2004 e nel
Da maggio, Hwang si trova sotto processo per appropriazione indebita di fondi statali e privati per un valore di circa 2,8 miliardi di won [circa 2,5 milioni di euro ndr] e per aver comprato gli ovuli necessari alla sperimentazione, pratica che nel Paese è proibita dalla Legge sulla bioetica. Per questo motivo, il governo gli ha ritirato la licenza di ricercatore. Se ritenuto colpevole, rischia fino a tre anni di carcere.
La nuova richiesta di manipolazione embrionale è stata presentata da un gruppo composto da 8 ricercatori, di cui Hwang non ha assunto la guida. Questi minacciano azioni legali in caso di rifiuto, ma il ministero della Sanità ha richiesto altro tempo data “l’inesperienza” del capo ricercatore.
Al momento, la Corea del Sud ha 6 Centri di ricerca autorizzati a trattare cellule staminali, ma la nuova richiesta è la prima presentata al governo dal fallimento delle ricerche di Hwang.
Vorrei suggerire la lettura di questo interessante articolo di Assuntina Morresi sull’Osservatore Romano di oggi:
«Quell'embrione che somigliava tanto a mia figlia»
di Assuntina Morresi
"L'intuizione può venire in luoghi inaspettati. Il dottor Shinya Yamanaka - professore assistente di farmacologia che faceva ricerche con cellule staminali embrionali - l'ha avuta mentre guardava attraverso un microscopio in una clinica di un amico per la fertilità.
Invitato dall'amico, osservò nel microscopio uno degli embrioni umani conservato in clinica. Quell'occhiata ha cambiato la sua carriera scientifica. "Quando ho visto l'embrione, mi sono reso conto all'improvviso che c'era solo una piccola differenza fra lui e mia figlia" ha dichiarato Yamanaka, 45 anni, due volte padre e attualmente professore all'Institute for Integrated Cell - Material Science all'Università di Kyoto. "Ho pensato, non possiamo continuare a distruggere embrioni per la nostra ricerca. Ci deve essere un'altra strada".
Questo è l'incipit di un articolo uscito l'11 dicembre sul "New York Times": il tempio della cultura liberal americana non è stato mai tenero con la presidenza Bush, che con il suo veto ha bloccato i finanziamenti pubblici alla ricerca che distrugge embrioni umani, ma adesso non ha problemi a raccontare perché Shinya Yamanaka si è dedicato alla ricerca che lo ha reso famoso, facendogli inventare il modo di "ringiovanire" cellule adulte fino a farle diventare molto simili a quelle embrionali. Un esempio di onestà intellettuale che fa onore alla tradizione della libera stampa americana.
Le cellule "ringiovanite" si chiamano iPS - induced pluripotent stem cells, cellule staminali pluripotenti indotte - e la loro produzione è stata salutata in tutto il mondo come la svolta tanto attesa verso la ricerca che non distrugge embrioni umani, né prova a clonarli. Una ricerca che sembrava promettere tanto quella sulle cellule staminali embrionali umane, e che finora non ha prodotto alcuna terapia, neppure a livello sperimentale, ma che, in compenso, ha sollevato gravissimi problemi etici e furiose dispute nazionali ed internazionali che hanno coinvolto politici, scienziati, intellettuali e comuni cittadini, divisi fra favorevoli e contrari all'uso di embrioni umani a scopo di ricerca. Problemi e polemiche che le nuove scoperte potrebbero chiudere una volta per sempre, e che - a questo punto - sappiamo che avremmo potuto evitare: è bene ricordare che il principio su cui si basa tutta la procedura per produrre le iPS è stato scoperto da Yamanaka lavorando sui topi, e successivamente è stato esteso alle cellule umane adulte, a conferma che questo tipo di ricerca si poteva, e si può svolgere con successo, su modelli animali, evitando la manipolazione e l'uccisione di embrioni umani.
(Continua qui)
“Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, non ce la fai più: E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice” (A. Tarkovskij)
Mi ha colpito il punto di vista assolutamente nuovo, nel panorama massmediatico di questi giorni, che si può riscontrare in una lettera al direttore letta qui.
Giustissimo infatti chiedersi che differenza ci sia tra un sindaco che chiede sicurezza per i suoi cittadini e chi chiede più sicurezza in una fabbrica. Si tratta sempre di maggior sicurezza per la vita di cittadini che lavorano e vivono in Italia.
Ed io sinceramente non capisco la differenza tra la sicurezza di alcuni cittadini e la sicurezza di altri cittadini: non abbiamo tutti diritto a vivere e lavorare nella sicurezza?
Mi piace anche che nella lettera si parli finalmente di buon senso. Perché regole ce ne sono a bizzeffe e nessuno le rispetta, mentre il buon senso è davvero merce rara.
In realtà il problema più grosso per l’Italia è proprio quello del recupero di certi valori fondanti per cui sia logico avere dei comportamenti conformi a giustizia. Da che mondo è mondo non sono mai state le leggi a garantire maggiore giustizia sociale, ma una convivenza fondata su valori consolidati e condivisi. Le leggi arrivano sempre in un secondo momento.
Il problema più vero per l’Italia è davvero una diffusa mancanza di mentalità sana, non solo nelle scuole, ma presso tutto il popolo, perché ormai non si capisce più cosa sia bene e cosa sia male e ognuno è in balia dell’aria che tira oppure è smarrito perché non riconosce più le certezze che un tempo davano sicurezza.
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Ecco la lettera cui facevo riferimento:
Egregio Direttore,
mi spiega perché un sindaco che chiede sicurezza o un politico che ritiene più giusto esportare ricchezza e non importare povertà è un razzista, mentre chi chiede più sicurezza in una fabbrica è un benefattore dell’umanità?
Non c’è un palese controsenso. Se è una ingiustizia morire in una fabbrica ( morire per lavorare) lo è ancor di più morire per strada o in casa propria ( morire per vivere)
In fin dei conti le due strutture a cui faccio riferimento ( Città/stato e Azienda) invero realtà alquanto tristi in questo periodo, necessitano entrambe di meno regole e di più buon senso. Necessitano di decentramento amministrativo, di una cessione di potere dall’alto verso il basso, di una, per usare una parola che oggi sembra “follia e scandalo”, de-burocratizzazione e di una de-contestualizzazione:di una maggiore responsabilizzazione. Non è possibile fare una legge sulla sicurezza che vada bene per tutte le realtà indistintamente. Una fabbrica con 1000 operai è realtà diversa da una che ne ha 4; un cantiere in una abitazione è diverso rispetto a quello dell’Alta Velocità; una mensa che produce 3000 pasti al giorno è diversa da una che ne fa 20. Una metropoli è diversa da una città. Accentrando la questione sicurezza è che i morti ( per le strade e sul lavoro) sono aumentati.
Non serve istruire come si fa tanto per la 626 quanto con la questione cittadinanza; manca il fondamento educativo, la capacità di discernere perché una azione è buona e quindi deve essere fatta ed una no, manca tanto la motivazione quanto la comune-azione.
Ci vuole della sana libertà anche nel mondo del lavoro. Una libertà che rifletta il titolare sul dipendente ed il dipendente sul titolare: è una questione, a mio modo di vedere, preminentemente etica, e, ribadisco, quindi educativa.
La soluzione è semplice: meno stato nella società ( libertà di educazione) e meno sindacato nelle aziende: meno regole e più buon senso; solo così si avrà una vera legalità. Questa è la via migliore per la sicurezza: chi sta su di una seggiola “romana” ceda il potere alla persona ( sia questa un lavoratore, sia questa un cittadino) e non si preoccupi della sua salute e sicurezza, perché le due questioni sono un fatto privato ( relazioni fra persone) e non un fatto pubblico ( relazioni tra istituzioni stato – sindacati-confindustria): sono una questione prima sussidiaria e poi solidale.
C’è bisogno di educazione e libertà…. parole alquanto in disuso in questo periodo di riottosa lotta lobbistica e partitica, ma che debbono essere rimesse al centro di una qualsiasi agenda politica degna di tale nome.
La politica è come ci ricorda Platone “tecnica Regia”, una relazionalità dall’alto in basso ( una ricerca verso la perfezione che si chiama Dio), oggi assomiglia sempre più ad una regìa tecnica…. ma non si vedono in giro adeguati registri: né fra chi i film li “produce” né fra chi in cinema ha una simil-laurea.
Cordialità,
Matteo Dellanoce
Ps D’altra parte nel nome della legalità e nel nome della sicurezza si stanno facendo sempre più potenti il mondo finanziario ed il mondo statalista…. con la silente connivenza di quei no-global che arrivati a Roma ( simbolo del potere) si sono tolti le pezze dai calzoni ( una, se non l’unica cosa giusta detta dal travagliato e complessato Travaglio) e gironzolano, probabilmente) in barca a vela, in compagnia magari di qualcuno che in gioventù tirava molotov: e poi dicono che fare il terrorista non convenga! Mah, mistero ( o ministero?) del….
Una frase bella che ho sentito oggi:
E' molto più bello vivere aspettando qualcuno che amiamo, anziché infischiarsene di tutto perché non aspettiamo nessuno.
Oggi un amico mi ha citato una frase che Baudelaire, morto giovanissimo di sifilide (non certo contratta negli anni della Prima Comunione, diceva il mio amico), ha scritto poco prima che la morte lo inghiottisse. Riporto quello che ho segnato negli appunti:
Calcolo a favore di Dio
Tutte le cose hanno un senso
Dunque anche io ho un senso.
Quale?
Non lo so.
Ma allora conviene che stia dalla parte di chi ha dato un senso alle cose.
Come è evidente è arrivato a scegliere Dio per un calcolo logico, per nient’altro.
