giovedì, 31 gennaio 2008

L ’embrione che chiede giustizia al giudice. Un Guareschi censurato nel 1967

Quando quel diotifulmini di Giovannino Guareschi invia il racconto all’attenzione del direttore di Oggi, Vittorio Buttafava, quello lo legge e gli scrive: Giovannino questo no, proprio non si può, tu mi vuoi inguaiare con la magistratura. Il direttore risponde al suo collaboratore: “Mi spiace usarti una scortesia proprio a Pasqua (quell’anno si celebrò il 26 marzo, ndr), mentre dovrei mandarti centomila auguri e ringraziamenti, ma come posso rischiare così? Il settimanale è sotto milioni di occhi spesso malevoli; i più malevoli (detto tra noi) sono all’interno della stessa Rizzoli”. E così un cassetto nella soffitta dell’Incompiuta, la casa nella Bassa nebbiosa del curioso scrittore anarco-resurre-zionalista, ha conservato il racconto censurato. Solo adesso, passati trentasette anni, dopo che Avvenire l’ha per primo pubblicato nel 1997, Rizzoli espia la colpa e lo presenta, inedito in volume, assieme ad altri nella raccolta “Baffo racconta”.

Quel diotifulmini di Giovannino in vita sua ne ha pestati di piedi, s’è fatto i campi di concentramento in Germania e in Polonia, se l’è presa con il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e con quello del Consiglio Alcide De Gasperi, s’è mangiato le arance in galera evitando di ricorrere in appello perché “per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”. Le ha date e le ha prese, sempre rivendicando la libertà di dire la sua, perché, amava dire, “tanto non muoio neanche se mi ammazzano”. Ma stavolta no, l’amico Buttafava lo ammonisce a malincuore in quella stessa missiva: “Caro Guareschi, al momento di impaginare il tuo ultimo pezzo mi è mancato il coraggio. Figurati se non condivido le tue opinioni, ma come posso pubblicare su questo giornaletto per famiglie un attacco così provocatorio verso i magistrati?”.

Giovannino, tu mi vuoi mandare al camposanto dei giornalisti. Manco nel 2004 si troverà un direttore che pubblica un racconto che s’intitola “L’embrione”.

Quel diotifulmini di Giovannino riporta nel racconto un episodio scovato tra la nera dei giornali, lo presenta come “un caso di normale amministrazione”. Tale Esterina con l’amico di lenzuola Salvatore ha messo le corna al marito Nazzareno Spillino. Questi, sospettoso, s’è acquattato in solaio attendendo i fedifraghi. Li coglie in fallo nell’oltraggiato talamo nuziale e poi svuota loro nelle budella i colpi della sua pistola. Il Nazareno, mentre manda al Creatore la peccatrice, sa che lei aspetta un bambino non suo e, al fumo delle pallottole, accompagna l’imprecazione: “Crepa anche tu, figlio di malafemmina”. Poi, quieto quieto, va dai carabinieri e si costituisce. Il giudice istruttore, accorgendosi che si tratta di una regolare e legalissima azione ispirata da nobili “motivi d’onore”, fa scarcerare il buon Nazzareno.

Passano tre anni, lo Spillino si rifà una vita e una fidanzata che gli regala un “florido bambino la cui foto viene pubblicata sui giornali assieme alla solenne dichiarazione della madre: ‘Sono orgogliosa di avere per fidanzato un uomo che ha saputo sì virilmente tutelare il suo onore ammazzando la moglie traditrice’”. Il Nazzareno è condannato a due anni, ma dopo l’appello “uscì liberamente dall’aula con un sorriso trionfante e fu accolto nel corridoio con applausi dal pubblico numeroso che aveva seguito il processo”.

(...)

 Guareschi immagina che quel frutto del peccato mai nato, dopo la scarcerazione del padre, chieda ragione all’unico uomo in toga che trova ancora in tribunale.
 Gli tira l’orlo del vestito e quello, scomodato, si volta e vede “un bambino piccolo piccolo, che pareva fatto d’aria”. “Che cerchi?”.
 “Cerco giustizia”.
 “E vieni a cercare giustizia proprio qui? – ridacchia quello – tu devi davvero essere piovuto giù da un altro mondo”.
“Io sono il figlio dell’Esterina. Ammazzando mia madre, mio padre ha ammazzato anche me. E di questo si doveva pure tenere conto!”.
 “No, ragazzino. Non si può uccidere chi non è nato. Se un individuo non è nato, legalmente non esiste. Il codice parla chiaro: ‘La capacità giuridica si acquista nel momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito, sono subordinati all’evento della nascita’”.
Il piccolino sfoglia i codici, prova ad obiettare.
Ma l’uomo controbatte: “Tu non hai nessun diritto da accampare perché non sei una persona fisica. Tant’è vero che non sei nato!”.
 “Però sono morto!”.
“E come può morire chi non è nato? D’altra parte se non volevi grane, dovevi sceglierti una madre più onesta”.
“O magari un padre meno cornuto!” replica rosso il piccolino.
 Il vecchio togato perde la calma, Nazzareno non è un becco, anzi è un galantuomo che ha ucciso per difendere il suo onore.
 “Lo dicono – spiega – gli articoli 551, 578, 587 eccetera del codice penale che sono stati creati per consentire a tutti i galantuomini offesi nell’onore di ammazzare la moglie infedele!”.
L’embrione non ne può più, “ma signor giudice!” sbotta.
“Io non sono un giudice”, l’uomo in toga rivela di non essere un magistrato ma un semplice usciere del tribunale appartatosi per studiare gli ambi ritardati del lotto. La toga sulle spalle se l’è messa per respingere il freddo. E conclude: “Comunque anche un giudice non avrebbe potuto risponderti diversamente. Credi, non c’è niente da fare: dura lex sed lex. Oltre al resto, io non capisco come tu ce l’abbia tanto con quel bravo giovanotto di tuo padre. Alla fine, che t’ha fatto di male?”.

Imbronciato l’embrione “si infilò in una fessura del pavimento e scomparve”.
Il vecchio scosse il capo: “Che gioventù, non sono ancora nati e già accampano dei diritti! E si erigono a giudici del padre!’”.(...)

Emanuele Boffi

Tratto da IL FOGLIO dell'1 dicembre 2004

postato da AnnaV alle ore gennaio 31, 2008 08:17 | link | commenti (17)
categorie: vita, 194 , guareschi
mercoledì, 30 gennaio 2008

Libertà.

Oh freedom, oh freedom,
oh freedom over me!

And before I'll be a slave
I'll be buried in my grave
and go home to my Lord and be free.

No more mourning over me!
No more shouting over me!
No more crying over me!

 

O libertà, sopra di me! E piuttosto che diventare schiavo sarò seppellito nella mia tomba e andrò a casa del mio Signore e sarò libero. Non più lamenti sopra di me! Non più grida sopra di me! Non più pianti sopra di me!

         

    GRAZIE A HOMBRES NUEVOS!                                             

postato da AnnaV alle ore gennaio 30, 2008 15:54 | link | commenti (3)
categorie: canzone, libertà
mercoledì, 30 gennaio 2008

La passione per la ragionevolezza della fede è quello che ci anima

 

Ecco la lettera che don Julián Carrón, responsabile di CL, ha mandato a ciascuno di noi dopo i fatti de "La Sapienza" e l'Angelus di domenica 20 gennaio in Piazza San Pietro. Ve la faccio conoscere come un amico mostra ai suoi amici le cose più care.

 

 

Cari amici,

                    domenica 20 gennaio tanti di noi si sono recati per un moto spontaneo, come sorto  dall’intimo del cuore, a Piazza San Pietro in segno di comunione col Vescovo di Roma, che per le note vicende aveva rinunciato a partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico all’università La Sapienza, dove era stato invitato. Non c’è dubbio che questa vostra mossa è stata il frutto dell’educazione del Movimento a rispondere alle provocazioni della realtà.

                  La prontezza nella risposta è qualcosa di cui dobbiamo ringraziare Dio, perché è segno dell’incidenza che ha su di noi «quella forma d’insegnamento alla quale siamo stati consegnati» (J. Ratzinger). Infatti non c’è altra spiegazione di questa mobilitazione spontanea, se non la consapevolezza del valore che la figura del Papa ha per la nostra vita. In lui il Signore risorto comunica la Sua vittoria nel tempo e nello spazio della storia umana. Senza la testimonianza autorevole del Successore di Pietro noi saremmo smarriti come tanti nostri contemporanei: l’udienza del 24 marzo dello scorso anno ne è stata una documentazione imponente e segnerà la nostra storia per sempre. Perciò la sequela al Papa coincide con la sequela al contraccolpo della Sua presenza. Ed esige da noi l’impegno di ragione e libertà.

                 Noi l’abbiamo potuto toccare con mano quando è stato reso pubblico il mancato discorso di Benedetto XVI all’università. In lui risplende quel «compito di mantenere desta la sensibilità per la verità». È la sua testimonianza incrollabile che costituisce per noi la speranza di non soccombere al pericolo del mondo occidentale, da lui denunciato, di arrendersi «davanti alla questione della verità», perché noi sappiamo bene che «se la ragione diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita». E in questo modo la ragione «perde il coraggio per la verità» e si rassegna.

                 Questa grande testimonianza del Santo Padre costituisce per ognuno di noi un eccezionale richiamo a usare la ragione così. Egli ce l’ha offerta in contemporanea con l’inizio della nuova Scuola di comunità sul libro di don Giussani Si può vivere così?, le cui prime pagine trattano della fede come “metodo di conoscenza”. Noi siamo i primi a sentire il bisogno di un’educazione che ci consenta di conoscere la realtà fino in fondo, ad avvertire l’urgenza di cominciare un cammino di conoscenza che ci renda familiare il Mistero. A tre anni dalla sua morte, domandiamo a don Giussani di continuare a farci compagnia sulla strada che ci ha tracciato.

                È seguendo la proposta fatta a noi dalla Scuola di comunità che potrà diventare sempre più nostro quello sguardo totalmente spalancato al reale che ammiriamo nel Papa. Soltanto percorrendo quella strada possiamo veramente conoscere, attraverso il testimone, la realtà di cui parla la fede cristiana.

              Questa passione per la ragionevolezza della fede ci è tanto familiare perché don Giussani non ha mai barato con noi, incoraggiandoci ad andare verso la verità in modo tale che la nostra adesione di fede sia dignitosa per la nostra natura di uomini.

               Uniti più che mai in questa avventura

                                                                   
don Julián Carrón

postato da AnnaV alle ore gennaio 30, 2008 15:18 | link | commenti
categorie: carron
mercoledì, 30 gennaio 2008

Dai frutti li riconoscerete: il fallimento del dossettismo

     Anche se qualche amico si infastidirà,  ritengo interessante proporre la lettura di una riflessione* sulla recente crisi di governo: mi è piaciuta l’analisi che parla del bisogno di un nemico esterno da combattere e demonizzare, per avere un collante che è venuto meno nel momento in cui Veltroni  e Berlusconi hanno tentato di accordarsi su delle regole che favorissero la governabilità del paese.


Veltroni non mi piace (questione di gusti!), ma non ho una particolare simpatia nemmeno per Berlusconi anche perché, se c’è, è la simpatia che istintivamente provo per tutti coloro che vengono considerati aprioristicamente responsabili di qualunque disastro… nel senso che mi pare impossibile che un’unica persona possa essere responsabile di tutti i guasti dell’Italia (un tempo c’era Andreotti, risultato, dopo decenni di processi, innocente di tutte le false accuse, ora c’è Berlusconi). Senza contare che anch’io mi tengo informata e sono a conoscenza di altre  responsabilità, veramente gravi, ma sapientemente occultate, e un innato senso di giustizia mi rende insopportabili come calunnie anche le accuse che potrebbero essere fondate (ma non ho le prove di nulla se non il chiasso e le urla o l’apparente ipocrita equilibrio di chi ripete quel che dicono certi mass media pilotati).

 

In tutta questa serie di circostanze, che l’articolo prende in esame, è stato evidente come il dossettismo alla Bindi e Prodi, che si definiscono cattolici adulti, ha dimostrato il suo totale fallimento.

Interessante è comunque la conclusione propositiva dell’analisi che serve, unicamente, per affrontare in modo realistico la grave situazione in cui versa l’Italia: “Dalla presa d’atto di questo fallimento ideale [del dossettismo] bisogna comunque partire per ripensare, fuori da schemi consumati, il ruolo dei cattolici, dei liberali ed anche della sinistra riformista nel futuro della democrazia italiana”.

*********

 

*Il governo Prodi è caduto in Parlamento. Non è caduto perché travolto da una forza maggiore dell’opposizione. È caduto per decomposizione della maggioranza. In un certo senso il governo inizia a morire nel momento in cui Veltroni e Berlusconi si parlano e cercano di delineare un sistema di regole, scritte e non scritte, che consentano un funzionamento “normale” della democrazia italiana. Nel momento, però, in cui viene meno la pregiudiziale antiberlusconiana, cioè l’identificazione surrettizia di berlusconismo e fascismo, viene meno anche il collante della coalizione di governo ed emergono tutte le sue esplosive contraddizioni interne. In altre parole, la coalizione di governo, per resistere, ha bisogno di una sorta di coazione esterna, di un clima di emergenza.

 

Veltroni pensava, giustamente, che il paese avesse bisogno di uscire da questo clima di bipolarismo barbaro, che usa un linguaggio da guerra civile ed in cui la competizione politica sui programmi e sui valori è sostituita dal dileggio dell’avversario e dalla sua demonizzazione. La coalizione di centrosinistra si rivela però incapace di realizzare questa transizione. È davanti alla esplosione della coalizione che Veltroni si vede costretto a correre da solo e, di conseguenza, a costruire un sistema elettorale che gli consenta di correre da solo, capovolgendo la posizione tradizionale dei Ds.

 

Esplode la coalizione di centrosinistra, finisce l’Ulivo. Non ci si faccia ingannare dalle apparenze. Se non fossero stati i centristi a far cadere il governo lo avrebbe fatto di qui a poco la sinistra. La ragione è semplice: questo centro e questa sinistra non possono governare insieme, sono reciprocamente incompatibili. Non è solo il fallimento di un governo e di una coalizione. È il fallimento di una cultura politica, la cultura politica azionista e dossettiana di cui Prodi è stato la espressione politica. 

 

Non è riuscito l’incontro dei cattolici e dei comunisti. Gli azionisti ed i dossettiani erano convinti che nella Resistenza italiana si fosse realizzato un incontro storico dei cattolici, dei comunisti e dei liberali che generava una forma culturale e politica superiore sia al comunismo che alle democrazie occidentali. Questa sintesi superiore imponeva una revisione radicale ed anche una abiura parziale del comunismo tradizionale, del liberalismo tradizionale e del cattolicesimo tradizionale.

 

Avrebbero potuto incontrarsi fra loro solo un nuovo comunismo, un nuovo liberalismo ed un nuovo cattolicesimo. Da questo presupposto discende, fra l’altro, la interpretazione dossettiana del Concilio ecumenico Vaticano II come rottura assoluta con il passato cattolicesimo, bollato in blocco come integrista. La novità politica avrebbe avuto bisogno, per realizzarsi compiutamente, di una riforma religiosa e teologica. È in questa luce che si comprendono anche alcune sorprendenti affermazioni degli onorevoli Bindi e Castagnetti secondo i quali i vescovi italiani sarebbero teologicamente in ritardo rispetto alla novità non solo politica ma anche religiosa dell’Ulivo.

 

Questa idea azionista e dossettiana conquista negli anni post-conciliari quella che Del Noce chiamava la Repubblica della Cultura. Dopo la caduta del muro di Berlino azionismo e dossettismo (il dossettismo è la variante cattolica dell’azionismo) giungono anche alla conquista del potere politico con l’Ulivo e con l’Unione. Il Partito democratico avrebbe dovuto essere il frutto maturo di questa lunga gestazione politica.

 

Era necessario che il dossettismo godesse il suo momento di successo politico perché solo in questo modo era possibile arrivare alla dimostrazione evidente del suo fallimento. Così è stato. Diceva Del Noce che comunismo e cattolicesimo sono essenze irriducibili, non mediabili. E così infatti è stato.

 

I comunisti sono rimasti fuori dal Partito democratico, hanno rifiutato di lasciarsi riassorbire nella sintesi prodiana. Anche la maggioranza dei cattolici è rimasta fuori e, comunque, la Chiesa italiana si è rifiutata di attribuire ai cattolici dossettiani nel Partito democratico quel ruolo di sua rappresentanza laica che essi si erano attribuiti. La grande sintesi che avrebbe dovuto abbracciare tutti gli italiani ricostruendo l’unità morale della nazione finisce con l’avere il consenso, nel migliore dei casi, di un po’ meno di un terzo dell’elettorato.

 

In effetti dopo il crollo del comunismo diventa difficile proporre una sintesi di comunismo ed economia di mercato. Si pone, se mai, il problema di come coniugare libertà e solidarietà, ma questa è altra cosa, che appartiene, se mai, all’ambito della dottrina sociale cristiana e del pensiero liberale.

 

Il comunismo, a livello mondiale, si è dissolto davanti ad una opposizione intellettuale, religiosa e morale, non è stato riassorbito in una sintesi di ordine superiore che ne conservi alcuni elementi. Dossettismo ed azionismo sono disarmati davanti all’emergere di una globalizzazione che ridimensiona il ruolo dello stato ed il potere della politica ed impone di ripensare in modo del tutto nuovo il rapporto fra stato e società e fra libertà e solidarietà.

 

Egualmente disarmato è il dossettismo davanti all’emergere delle questioni della bioetica, in una fase storica in cui l’uomo acquisisce capacità inaudite di manipolare se stesso. Qui si delinea per i cattolici un nucleo di valori non negoziabili che resiste al primato assoluto della mediazione politica che è invece proprio della ideologia dossettiana. Per giungere all’incontro cattolici e comunisti devono rinunciare, ciascuno per suo conto, al proprio orizzonte di riferimenti ideali. Si incontrano dunque sul terreno di un pragmatismo assoluto e di un primato della politica che si stacca da ogni riferimento vincolante di valori che la preceda.

 

Cessano, in tal modo, di essere popolari. Rinunciamo a mostrare (ma il lettore vi arriva facilmente da solo) in che modo le singole tappe del fallimento del governo Prodi si lasciano ricondurre alla insufficienza di questi suoi presupposti ideali. Dalla presa d’atto di questo fallimento ideale bisogna comunque partire per ripensare fuori da schemi consumati il ruolo dei cattolici, dei liberali ed anche della sinistra riformista nel futuro della democrazia italiana.

(R. Buttiglione)

postato da AnnaV alle ore gennaio 30, 2008 07:05 | link | commenti (4)
categorie: politica, conoscere la realta
martedì, 29 gennaio 2008

Ancora sulla 194 e sulla moratoria chiesta da Ferrara

Ho appena ricevuto la news letter di Assuntina Morresi che riferisce della trasmissione "Otto e mezzo" in cui il card. Ruini ha esposto chiaramente la posizione della Chiesa sulle recenti vicende relative alla 194.

Riporto un passaggio secondo me importante:

Che cosa ha detto Ruini?

1. Che la legge sull'aborto è "intrinsecamente cattiva".
Certamente. Ogni legge che regolamenti l'aborto, anche la più restrittiva, non può che essere di per sé, intrinsecamente cattiva, ingiusta, perchè autorizza la soppressione di un essere umano vivente.
Così come ogni omicidio, anche se per legittima difesa, è sempre un omicidio.
Su questo c'è differenza con Giuliano Ferrara, che nell'intervista che ha rilasciato al settimanale "Grazia" ha definito la 194 una legge "sacrosanta", e che in uno speciale del TG1 condotto da Riotta ha ribadito per due volte che il mondo è migliore da quando c'è la 194. Ma d'altra parte fin dall'inizio Ferrara lo ha sempre detto e ripetuto, in tutte le lingue e in tutte le salse, che non aveva nessuna intenzione neanche di parlare della 194, e che la sua iniziativa era tutt'altro (poi ne parliamo).
Chi ha aderito alla moratoria di Ferrara pensando di attaccare la legge 194, quindi, ha aderito alla moratoria sbagliata.

2. Ruini ha spiegato che "Il punto su cui insistiamo è l'attuazione della legge 194 almeno nella parte che riguarda la difesa della vita, che si faccia di tutto per aiutare le donne ad accogliere il proprio figlio". Questo la Chiesa lo sta chiedendo da anni, e su questo c'è accordo con Giuliano Ferrara, ma non solo, anche con tanta altra gente che giudica positivamente la legge.
Questo è un grande punto di lavoro.

3. Che lui, il Card. Ruini, personalmente, non usa la parola "omicidio" quando si parla di aborto, perchè ha connotazione di ostilità. Parla di soppressione di essere umano vivente. "E per essere chiari e non confondere la realtà non si deve nemmeno parlare di interruzione volontaria di gravidanza. Il linguaggio non deve occultare la realtà. La Chiesa non ha un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole. L'aborto è un dramma per la donna, per il marito, per tutta la famiglia ed è questo il modo  corretto di porsi di fronte a ciò". Un gioco di parole? No, un loro uso consapevole e cristiano, che dovrebbe far riflettere.
Ruini ha ripetuto mille volte la parola "accoglienza", ha parlato di "famiglie", dicendo che tutti sono coinvolti, in un aborto (nella ferita come nella colpa). Ruini descrive limpidamente l'atto - la soppressione di un essere umano vivente - ma non colpevolizza le donne.
Ferrara usa toni più accesi, dice che l'aborto è un omicidio ma che le donne non sono assassine, si è definito - sempre nell'intervista a Grazia - contemporaneamente pro-choice e pro life (io sono "pro-life", contrario all'aborto. E sono anche "pro choice": spetta alla donna scegliere. Ma quando bisogna decidere, ritorno "pro life" - ha detto). Anche qui,  chi ha aderito alla moratoria pensando che le donne che abortiscono dovrebbero essere sanzionate, dovrebbe fare qualche comunicato per spiegare che si è sbagliato.

Il Card. Ruini usa un linguaggio e un tono cristiani - ovviamente - ed è limpido nel giudizio: giudica l'atto, esclude la condanna.
Ferrara usa parole ed espressioni più forti, ma poi, come molti, giudica positivamente la legge.

Io sono d'accordo con Ruini: non credo che la 194 sia sacrosanta, e non penso che potrà mai esistere una legge "giusta" sull'aborto. Potranno esistere leggi migliori e peggiori, se paragonate fra loro, a seconda di quanto siano orientate a minimizzare il numero degli aborti. In questo senso si parla di leggi più o meno buone, sull'aborto: non certo come valore in sé, ma nel loro paragone. Basta non essere in malafede, per capirlo.

3. La moratoria di Giuliano Ferrara. La moratoria proposta da Giuliano Ferrara, partita come battaglia della ragione, è diventata una proposta rivolta all'Onu, e guarda soprattutto a quei paesi dove l'aborto è un mezzo di controllo delle nascite, spesso reso  obbligatorio da una legge dello stato. Ferrara chiede un cambiamento nella formulazione della dichiarazione dei diritti dell'uomo, inserendo il diritto alla vita fin dal concepimento. Come si fa a non essere d'accordo? Qua ci siamo tutti.
******

Ecco il Video dell'incontro con Ruini di cui si parla nel post:
http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=ottoemezzo&video=8277



Per chi abita a Ferrara e vicinanze un importante appuntamento:
 


1978 - 2008 TRENT'ANNI DI SERVIZIO ALLA VITA

Domenica 3 febbraio

Ferrara - Sala Estense (Piazza Municipale)
h. 15,30

 Il valore sacro ed inviolabile della persona umana, in particolare di quella più piccola e indifesa come il bimbo non ancora nato, ci interroga riguardo agli impegni da assumere per difenderne i diritti, in particolare di quello primario ed inalienabile: il diritto alla vita.
 
Proprio cercando di dare una risposta a questo interrogativo nel 1988 è nato il Servizio di Accoglienza alla Vita: un’associazione cattolica di volontariato che opera per la difesa della vita umana nascente, attraverso la diffusione di una cultura rispettosa del valore inviolabile della vita umana e attraverso un’azione di sostegno materiale, psicologico, medico e spirituale alle madri in difficoltà, cercando di rimuoverne quegli ostacoli che spesso si frappongono tra il concepimento e la nascita.
A vent'anni di distanza vengono presentate le attività del SAV ed i problemi inerenti l'aborto.

Relatori:
Assuntina Morresi
  membro del Comitato Nazionale di Bioetica e autrice di pubblicazioni anti-abortiste e
Renzo Puccetti di Scienza e Vita, medico, che saranno intervistati da Chiara Mantovani; ci sarà inoltre un pubblico dibattito.

organizzatore: 
Servizio Accoglienza Vita - Ferrara
postato da AnnaV alle ore gennaio 29, 2008 07:22 | link | commenti (11)
categorie: vita, ragione, aborto, 194
lunedì, 28 gennaio 2008

IL VERO PROBLEMA DEL NOSTRO PAESE

Ecco l'ultimo editoriale di SOL:

La realtà è testarda e così, forse nell’intento di ammonire la gente di dura cervice, dieci anni dopo il copione si ripete, ed esattamente come allora il paese tira un sospiro di sollievo. Protagonista, ancora una volta, è quel Prodi che tra il ’96 e il ’98 non esitò un attimo a mettere economicamente in ginocchio il paese, quando si trattò di farlo entrare nell’area euro, e che oggi, con la caparbietà che lo contraddistingue, lo ha voluto letteralmente soffocare con uno spropositato e insostenibile aumento delle tasse.

Venti mesi (sembra incapace ad andare oltre il professore), dall’aprile 2006 ad oggi, di totale caos politico e sociale che ha visto il più affollato governo (ben 102 tra ministri e sottosegretari) raggiungere il minimo storico di consensi presso l’opinione pubblica, tanto da divenire, a destra così come a sinistra, il più contestato che la storia repubblicana ricordi. Un governo che è entrato in contrasto con il paese su tutto, dalle questioni eticamente sensibili a quelle economiche, facendo sì che si raggiungessero livelli di scontro come mai prima si erano registrati e causando il moltiplicarsi di episodi d’intolleranza. L’esplodere dell’emergenza rifiuti in Campania, poi, ha definitivamente assestato un duro colpo alla credibilità e all’immagine dell’Italia nel mondo, tant’è che l’autorevole Financial Times pochi giorni fa ha scritto che “l’Italia ha la peggiore classe politica”.

Le cause di tale disastro, come ha ben evidenziato Il Foglio, sono la risultanza dell’incapacità di governo evidenziata da Prodi alla cui base c’è un’azione di logoramento che negando la sostanza dei problemi punta a farli marcire in una indistinta marmellata presentata come soluzione tecnica.

Quella che si è aperta la scorsa settimana è una crisi politica molto delicata ma il problema dell’Italia non è, come vogliono farci credere, la legge elettorale: il problema del nostro paese, nel particolare momento storico che stiamo vivendo, si chiama “emergenza educativa”: un potere che cessa di diventare servizio, risposta ai problemi e ai bisogni della gente diventa inevitabilmente un potere autoreferenziale. E come tutti i poteri autoreferenziali si pone solo ed esclusivamente il problema della propria sopravvivenza facendo divenire scopo ultimo dell’agire politico il proprio tornaconto e prestigio personale.

Non abbiamo bisogno di questo tipo di politica, vogliamo persone che sappiano farsi carico dei problemi e che sappiano aiutare tutti noi a sviluppare e a far produrre, in modo libero e secondo il singolo temperamento, i talenti di cui disponiamo.
Questo chiediamo al prossimo Governo: speriamo solo che finalmente sappia realizzarlo!

CENSURAROSSA socio di SamizdatOnLine

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Il compito urgente dell'Educazione

postato da AnnaV alle ore gennaio 28, 2008 15:05 | link | commenti (10)
categorie: sol
domenica, 27 gennaio 2008

Grazie Enzo!

      Non ti ho conosciuto personalmente,  ma ho sentito molto parlare di te perché sei stato un grande!


Grazie a Factum, ho scoperto un articolo 
che raccontava un episodio della tua vita di medico chirurgo e sono felicissima di riproporla qui:

 


“C'é un passaggio [in una conversazione con  degli universitari] in cui Enzo parla di un paziente da lui operato più volte e che, alla fine non é andato bene.
E parla di paure ed incertezze, di dolore e di rimorsi, di notti che non lasciano mai dormire; ma anche di una formidabile via d'uscita, frutto di quel confronto continuo e dell'amicizia che lo legava così profondamente a Luigi Giussani :

(...) Giussani si avvicina e dice: "Come va?". Io dico: "Non c'é male".

Lui si ferma: "Come, non c'é male ? Cosa c'é ?".

Dico: "No, stupidaggini... dai andiamo, non importa".

Lui si é fermato di colpo, era stanchissimo, si é fermato di colpo: "Ma scusami, Enzo, con tutte le stupidaggini che ci diciamo, quando c'é una cosa che conta davvero non ne parliamo ?".

Io rimango inchiodato e dico: "Scusami, guarda, non volevo, ma m'é successo questo e mi dò un po' di colpe, insomma non riesco più a dormire (...) ".

Lui mi guarda e mi dà una risposta che era la più impensata in assoluto, non potevo neanche immaginarla. Mi guarda e mi fa: "Ma Enzo, proprio tu", ma con una faccia delusa: "Proprio tu ti comporti come se Cristo non ci fosse ? E' come se tutto dipendesse dalle tue mani: ma come credi di poter andare avanti così ? Non farai mai più niente di quello che fai, farai come tutti: cercare quello che meno ti ferisce, che ti mette a posto. Non rischierai più".
Poi fa: "Comunque, in ogni caso, io ne voglio riparlare. Puoi venire appena puoi ?".
Figurati !

Due giorni dopo ero su. Così ci vediamo a pranzo e dice: "Allora, racconta di nuovo".
Allora ho accennato, però gli ho detto: "Senti, Giussani, guarda io non voglio rubarti del tempo, perché poi adesso ho capito. Guarda, da me c'é una cappellina e adesso io prima di andare in sala operatoria vado lì e dico una preghiera e le cose si rimettono insieme. Sono più tranquillo".

Lui scatta: "Enzo, ma che pregare e pregare! Il problema non é pregare, é che tu non sai offrire. Il tuo problema é che non sai offrire, e offrire significa che la realtà non é una cosa che hai in mano tu, non é tua, e che tutto quel che si fa é come se avesse dietro la domanda che il Signore, padrone di questa realtà, si riveli, perché é così che si vive, e tu, guarda - te l'ho detto, ma te lo ridico un'altra volta - smetterai di fare quel che fai e avrai paura di rischiare". (...)

Poi, continuando nella discussione, mi dice: "Ma sai che cosa vuol dire offrire, riconoscere che la realtà non é tua, che non l'hai fatta tu, che non sei padrone delle cose ? Vuol dire che tu stai di fronte alla realtà con una povertà che é il modo più vero, più autentico di starci di fronte: sei seriamente più realista, prendi in considerazione le cose, ti accorgi del limite che hai, se non sai chiederai e chiederai, e non dovrai difendere la tua immagine, la tua posizione"

******

Per la vita e le opera andate al sito della fondazione Enzo Piccinini  

postato da AnnaV alle ore gennaio 27, 2008 19:59 | link | commenti (28)
categorie: piccinini
domenica, 27 gennaio 2008

27 gennaio: giornata della Memoria

                     

    
                                                        Luce della memoria di Samuel Bak


Non possiamo dimenticare quello che ha fatto l’uomo. Potrebbe riaccadere. Ma neppure possiamo ricordare solo ciò che ha fatto l’uomo: se morisse nel cuore la luce della fede e della preghiera, riaccadrà. Ricordiamo sì, l’antico dolore, ma per tenere desta in noi la memoria dell’Onnipotente. Fra gli edifici della morte ce ne sarà sempre uno in cui si custodisce fedele il fuoco della vita. E la speranza ci salverà.

 

 

Oggi è la giornata della memoria dell’olocausto. Ringraziamo il cielo perché ancora si celebra questa giornata in ricordo dell’orribile strage che non deve ripetersi. E ci vorrebbe una celebrazione al giorno per non dimenticare le continue stragi che si sono perpetrate e ancora vengono attuate nei confronti di milioni di innocenti.

Per il momento desidero tributare il ricordo a questa terribile pagina della nostra storia non tanto lontana, nella speranza che sia di monito per coloro che ancora non si sono macchiati di tale infamia.

Traggo spunto da un articolo di culturacattolica.it scritto dalla mia cara amica, Suor Maria Gloria Riva  (autrice insieme a Fabio Cavallari dello splendido libro “Volti e stupore”). In esso si parla di un pittore ebreo, rimasto muto in seguito alle nefandezze di cui è stato testimone da bambino, ma capace di esprimere il dolore del suo popolo attraverso la pittura. Ma leggetelo per intero perché mi pare davvero molto bello:

 

 

Il ricordo dell’uomo e la memoria dell’Onnipotente

 

Nel nome nasconde la radice dello shemà: Samuel Bak, un ebreo, un polacco, uno dei tanti che ha avuto il torto d’esser nato negli anni trenta del Novecento. Samuel è del 1933, nella sua cittadina di Vilna ha ascoltato i canti yiddish, si è lasciato cullare dal dondolio dei rabbini, si è riempito il cuore e gli occhi del candore dei talledot, delle loro frange, della magia dei tefillin. Poi una data: 1940 e la sua città diventa ostile, il cristiano della porta accanto un possibile nemico, la stella di David un marchio infamante. E poi, ancora, la vita del ghetto, la perdita di tutto, ma non della memoria.

Quanto si è fatto doloroso lo shemà! Il ricordo del cuore s’imprime a fuoco nell’anima, in tal misura da restare muti.

Samuel non riuscirà più a parlare di quei giorni, di quel dramma. Resta muto ma non può dimenticare. Parlano per lui i suoi dipinti, le sue tavole. Il pennello pesca i suoi colori nella tavolozza della memoria e le tele si popolano di antichi inverni, di bambini di carta, di case solitarie e dolenti.

 

Un dipinto s’intitola proprio così: la luce della memoria.

Samuel ti introduce di colpo dentro alle case del ghetto di Vilna. Senti sotto i piedi il tondeggiare dell’acciottolato, respiri l’aria umida del mattino e sei invaso dal silenzio.

Percepisci subito qualcosa di strano, ma non riesci a realizzare. Ti guardi attorno e vedi case, e tetti, e finestre e ancora case. Ed ecco, ora comprendi. Non c’è l’uomo. Il villaggio è deserto e sono le dimore stesse ad essere umane.

Quelle case sono vive, hanno visto il dolore, vi hanno partecipato. Sono la memoria perenne dell’indicibile. Sono case senza abitanti, perché sterminati.

Ritta, in piedi, nel cuore del villaggio, una candela. Arde silente, viene da lei l’unico calore del dipinto. Arde e pare vegliare ostinata sopra una casupola abbattuta, la più piccola del villaggio. È l’ostinazione della speranza accanto a una casa, che potrebbe sembrare una bara, una bara implorante davanti alla porta di un altro edificio.

Ed è cosi che ci si accorge che il camino di questo grande edificio è in realtà il calco della candela che si erge solitaria nella piazzetta del villaggio. Qui, in questo edificio vive la memoria, arde la speranza e, forse, anche la preghiera.

Viene alla mente il racconto di un sopravvissuto che, internato ad Auschwitz, aveva presso di sé una candela, prezioso grasso di cui nutrirsi, succhiandolo adagio giorno dopo giorno senza farsi scorgere dagli altri compagni per non essere derubato. Poi, d’improvviso, uno, forse rabbino, che aveva tenuto il computo del tempo, che non si era lasciato inghiottire dal fango e dal fumo dell’anonimato, che aveva celebrato nel cuore le feste e la preghiere, quest’uno si accorge che è giunta la festa di Channukkà. Come celebrarla? È un lampo e la squallida baracca del campo si anima. Imprevedibilmente anche i più sopiti, i più tragicamente abbandonati alla morte si ridestano, raccolgono le forze per escogitare un modo degno di festeggiare Channukkà. Il nostro deportato tremante di dolore e di incertezza, fissa con gli occhi del cuore la memoria delle feste antiche celebrate nel calore della famiglia e dell’amicizia. Fissa gli occhi là e incurante di sé e della sua sopravvivenza estrae la preziosa candela e la porge ai compagni. Nessuno la ruba per sedare almeno un poco i terribili morsi della fame. No, un altro prigioniero trova un fiammifero ed ecco nel buio della baracca arde il fuoco della speranza. Quel fuoco ha riacceso la preghiera, nessuno più si abbandonerà alla morte. Tutti sopravvivranno.

Forse pensa a questo racconto, Samuel, quando dipinge la sua candela. O forse, pensa a sé e sua madre che sfuggirono la morte rifugiandosi in un Monastero, dove la luce delle candele e la preghiera li ha tenuti in vita, nonostante il ricordo amaro di quanti, a loro cari, venivano inghiottiti dal fumo.

Samuel Bak non può ricordare, la sua memoria vive nei quadri. Ma da essi si leva per noi una voce possente: non possiamo dimenticare quello che ha fatto l’uomo. Potrebbe riaccadere. Ma neppure possiamo ricordare solo ciò che ha fatto l’uomo: se morisse nel cuore la luce della fede e della preghiera, riaccadrà. Ricordiamo sì, l’antico dolore, ma per tenere desta in noi la memoria dell’Onnipotente. Fra gli edifici della morte ce ne sarà sempre uno in cui si custodisce fedele il fuoco della vita. E la speranza ci salverà.

Potete vedere le impressionanti tele di Samuel Bak qui e qui

postato da AnnaV alle ore gennaio 27, 2008 08:17 | link | commenti (6)
categorie: giornata della memoria, shoah, gloria riva
sabato, 26 gennaio 2008

Divina Liturgia in rito bizantino-slavo

Conoscete la liturgia in rito bizantino-slavo? trent’anni fa mi capitò di parteciparvi e ne restai affascinata soprattutto per la bellezza dei canti del coro di Russia Cristiana. Domani chi può e vuole la segua su rete4 a partire dalle 10 del mattino.

Ecco l’avviso che ho trovato in culturacattolica.it:

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani
Divina Liturgia in rito bizantino-slavo

Domenica 27 gennaio 2008 ore 10 - Duomo di Pennabilli (PU)
trasmissione in diretta nazionale su Rete4

A conclusione della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani padre Romano Scalfi celebrerà una Liturgia in rito bizantino-slavo domenica 27 gennaio 2008 alle ore 10 nella cattedrale di Pennabilli (PU). La liturgia, accompagnata dal Coro di Russia Cristiana, sarà trasmessa in diretta su Rete 4.

La celebrazione della liturgia secondo il rito bizantino-slavo «ha un profondo significato ecumenico – afferma padre Scalfi – e costituisce una riscoperta del tesoro comune della tradizione ecclesiale, oltre che un gesto di memoria e di comunione con la Chiesa d'Oriente. L’ecumenismo, infatti, non può essere semplicemente questione di studio e di conoscenza, ma di esperienza: esperienza di unità, di comunità, di comunione».

La settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, cui Russia Cristiana ha attivamente partecipato proponendo Liturgie in rito bizantino-slavo in numerose chiese d'Italia (il calendario completo è disponibile sul sito www.russiacristiana.org), riveste quest'anno un particolare significato: l'iniziativa festeggia infatti il suo primo secolo di vita.

Il primo «Ottavario per l’unità della Chiesa» venne promosso nel gennaio 1908 da padre Paul Wattson, anglicano statunitense convertitosi al cattolicesimo, vero e proprio pioniere dell’ecumenismo.

Come ha ricordato Benedetto XVI nell'Angelus di domenica 20 gennaio, «durante questa settimana cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti, coscienti che le loro divisioni costituiscono un ostacolo all’accoglienza del Vangelo, implorano insieme dal Signore, in modo ancora più intenso, il dono della piena comunione». Il Papa ha definito l'Ottavario una «provvidenziale iniziativa», anche perché – come sottolineato nell'udienza generale di mercoledì 23 gennaio – «i cristiani, con le loro divisioni, non sono in grado di offrire un'accessibilità credibile alla speranza e alla fede in Cristo».

postato da AnnaV alle ore gennaio 26, 2008 13:04 | link | commenti
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sabato, 26 gennaio 2008

Vita e eugenetica

La buona salute è il criterio per cui vale vivere?

(...)
L'eugenetica, per molti, è quella che produce figli biondi con gli occhi azzurri, o quella imposta dallo Stato.
Ma scegliere l'embrione sano e scartare quello difettato, dire 'tu sì, tu no', che altro è, allora?
Chiariamo una volta per tutte questo punto: ogni forma di selezione genetica sulle persone, è eugenetica (...)

postato da AnnaV alle ore gennaio 26, 2008 09:35 | link | commenti (2)
categorie: vita, eugenetica
sabato, 26 gennaio 2008

Fuga per la libertà

Carissimo direttore,

                             

               la fiction Fuga per la libertà, ben interpretata da Sergio Castelletto, racconta con una certa intensità, anche se con alcune cadute di tono, la vicenda umana di  Massimo Teglio, un ebreo che mise in salvo tante persone sottraendole alla persecuzione nazifascista.  

Con questa fiction si dà risalto alla dimensione vera della memoria, quella che spinge ad andare a cercare dentro il male gli uomini che seguirono la mossa positiva del loro cuore. Teglio è uno di questi uomini, uno dei tanti che, a rischio della sua vita, ascoltò l'urgenza del bene di cui vive l'umano.
Non solo per la sfida a riconoscere l'apertura alla positività che costituisce la memoria, Fuga per la libertà è significativa, ma anche perché rende alla Chiesa quanto spesso le è stato sottratto con accuse ingiuste e pretestuose.
La fiction infatti documenta quanto sia stata importante l'opera di alcuni sacerdoti cattolici che aiutarono Teglio a salvare tanti ebrei. Questo fu possibile  grazie all'aiuto del tanto criticato Pio XII. Infatti come ha detto la figlia Nicoletta "per mettere in salvo quelle persone servivano organizzazione e soldi. Mio padre li riceveva dal Vaticano, che metteva a disposizione i suoi conventi per nasconderli temporaneamente e i denari che occorrevano per gli espatri. Mio padre si spostava sulle auto con lo stemma bianco e giallo della Santa Sede e alla fine della guerra Pio XII volle incontrarlo in Vaticano per sapere se gli interventi concordati erano andati a buon fine".

 

Una fiction quindi che aiuta a volgere la memoria nella direzione del bene e che rende giustizia a quanto ha fatto la Chiesa per salvare tanti ebrei dalla violenza nazifascista.    

 

Gianni Mereghetti          
postato da AnnaV alle ore gennaio 26, 2008 06:12 | link | commenti (1)
categorie: mereghetti
venerdì, 25 gennaio 2008

Dopo la caduta del governo

 

Sarei ipocrita se fingessi che le vicende politiche italiane mi lascino indifferente. Ma è con fatica che ne parlo.

Perché se è vero che la situazione della nostra povera Italia sono disastrose per via della dissennata politica di questi due anni, è anche vero che quello che ci aspetta non sarà certo facile, dopo tanto disastro.

Si diceva che i conti pubblici erano stati finalmente messi a  posto. Sarà vero? me lo auguro proprio perché le famiglie non ce la fanno più ad andar avanti.

E comunque una politica dei redditi che, per pareggiare il bilancio, gravi su quelli che già pagano le tasse, senza scovare i veri evasori, mi pare gravemente immorale.

Per non parlare di certe situazioni davvero gravissime come quella dei rifiuti in Campania.

Certo ho vissuto con trepidazione tutta la giornata di ieri, nella speranza che questo governo cadesse, ma so che anche il governo che verrà non potrà fare miracoli per risollevare le sorti del nostro popolo.

Posso però pensare alle priorità che il prossimo governo deve affrontare per aiutare l’Italia ad uscire dallo stato miserando in cui si trova.

Per me l’urgenza più grave  sono i rifiuti in Campania; poi una politica dei redditi che non penalizzi chi già paga le tasse e non ce la fa ad arrivare a metà mese. Sarebbe il massimo poi se si garantisse una scuola veramente libera e capace di educare i nostri giovani, sbandati e senza ideali.

Ma vorrei ancora  che si salvaguardasse la salute della donna impedendo la  commercializzazione della RU486, la famigerata Kill Pill.

E mi auguro che l’Italia non debba più fare la miserevole figura davanti al mondo intero impedendo al Santo Padre di poter entrare in una Università.


Ci sono numerose altre cose che chiederei al futuro governo, ma mi accontenterei che almeno queste fossero tenute presenti e affrontate in modo  deciso e definitivo.


Certo, io non posso fare niente per condizionare le scelte del nuovo Governo, però so che posso pregare il buon Dio perché illumini questa gente che si assume la responsabilità di una vita serena nella nostra bella Italia.

Lo farò e invito voi tutti a farlo!

postato da AnnaV alle ore gennaio 25, 2008 18:31 | link | commenti (39)
categorie: politica, attualità
venerdì, 25 gennaio 2008

Il messaggio del Papa per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Liberi da materialismo e relativismo per edificare un mondo più giusto

 I mezzi di comunicazione sociale non devono essere "megafono del materialismo economico e del relativismo etico" ma "strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale". Lo scrive Benedetto XVI nel messaggio per la quarantaduesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebrerà il prossimo 4 maggio. Il Papa mette in guardia i media dai rischi della manipolazione della realtà, dell'asservimento agli "interessi dominanti", della ricerca dell'audience a tutti i costi. La difesa della verità sull'uomo, fondata su un'etica dell'informazione - sottolinea il Pontefice - è "la vocazione più alta della comunicazione sociale".

Leggi il testo del messaggio qui

postato da AnnaV alle ore gennaio 25, 2008 08:08 | link | commenti (2)
categorie: benedetto xvi
giovedì, 24 gennaio 2008

NESSUN VIA LIBERA ALLA DIAGNOSI PREIMPIANTO

Comunicato n° 3 del 23 Gennaio 2008  di Scienza & Vita

SCIENZA & VITA: DAL TAR DEL LAZIO
NESSUN VIA LIBERA ALLA DIAGNOSI PREIMPIANTO

Stupore e ponderata perplessità da parte dell’Associazione Scienza & Vita sulla sentenza del Tar del Lazio che interviene sulle Linee guida della Legge 40. “L’esclusione da parte del Tar del Lazio della cosiddetta diagnosi di tipo osservazionale sull’embrione (assolutamente non invasiva) - precisa l’Associazione – aprirebbe la porta, secondo i sostenitori del ricorso, alla diagnosi genetica preimpianto che, come la letteratura scientifica ampiamente documenta, è essa stessa causa di gravi danni per l’embrione. Va comunque detto che proprio per queste ragioni nella sentenza del Tar non c’è traccia alcuna di un via libera alla diagnosi preimpianto”.
La diagnosi genetica preimpianto - precisa ancora Scienza & Vita - a sua volta finisce con il legittimare la selezione a scopi eugenetici degli embrioni che è espressamente vietata dalla stessa legge 40. Di qui un corto circuito che il legislatore non può consentire”. Questo il giudizio di Scienza & Vita che individua in questa sentenza una sorta di “strategia giudiziaria a sostegno di quei settori politici e associativi che sin dal primo momento non hanno accettato la difesa del concepito come soggetto titolare di diritti e il bilanciamento delle tutele fra la madre e il concepito, principi di straordinaria civiltà”.
A questo punto - conclude Scienza & Vita - è comunque impensabile che il ministro della Salute possa emanare le nuove Linee guida della legge 40 senza attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale, come è espressamente richiesto dal Tar del Lazio”.

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Per approfondire leggete qui

postato da AnnaV alle ore gennaio 24, 2008 15:53 | link | commenti
categorie: bioetica, legge 40, rispetto per la vita
giovedì, 24 gennaio 2008

Cure compassionevoli a chi?


Il Ministro della Sanità, Livia Turco, dà il via alle cure per prematuri da 22esima settimana, forte del contributo di un team di esperti riuniti dal ministro proprio sul tema di «cure e assistenza appropriate dalla ventiduesima alla venticinquesima settimana di gravidanza». Le conclusioni del team sono diverse da quelle della Regione Lombardia, dal momento che a proposito della ventiduesima settimana di gestazione si legge che «al neonato devono essere offerte solo le cure compassionevoli salvo quei casi, del tutto eccezionali, che mostrassero capacità vitali».

 
Davanti a questo 
l’associazione Medicina e Persona giudica giudica l’orientamento del governo «eugenetica di Stato» affermando che «L’indicazione di tentare la rianimazione solo in casi eccezionali - dicono i medici -, è ideologica e coincide con una medicina che decide a priori di non assistere».

A proposito di queste cure compassionevoli, ve la sentite di dire che date ad un essere umano delle cure compassionevoli  e non un'assistenza rispettosa delle sua dignità?

Si può avere compassione laica per un cagnolino  o un gattino abbandonati o moribondi, ma un bambino ha bisogno di esere abbracciato con decisione e salvato a tutti i costi.

Usare il termine cure compassionevoli è veramente umiliante, perchè già ipocritamente rassegnato alla morte del bambino stesso, solo perchè la sua vita non è voluta da nessuno.

postato da AnnaV alle ore gennaio 24, 2008 08:14 | link | commenti (10)
categorie: 194 , rispetto per la vita, difesa della vita umana, disprezzo per la vita, aiuto ala vita
mercoledì, 23 gennaio 2008

Facciamo il punto sul dibattito relativo alla 194

       Il dibattito sulla 194 è davvero molto confuso e mi pare urgente fare il punto della situazione anche per evitare ogni ambiguità.

Come saprete Ferrara ha proposto, sulla scia della moratoria per la pena di morte, anche una moratoria per l’aborto. La cosa non può che farmi piacere anche se so che è una proposta impossibile da attuare data la mentalità abortista a livello mondiale; però penso sia stato un gesto provocatorio per riproporre con forza il dibattito sulla vita umana del concepito. Perché solo se si prende coscienza che il concepito è un essere umano e non una gelatina indistinta che potrebbe evolvere in chissà quale mostro, può realizzarsi la sensibilizzazione della gente nei confronti della vita.

Solo se uno ha chiaro che l’aborto è un omicidio può decidere di essere contrario a tale scelta di morte.

Si tratta quindi di una questione di mentalità e di consapevolezza.

Perché nessuno può consapevolmente fare la scelta dell’omicidio.


Ecco perché per il momento la 194 non è modificabile: prima bisogna che cambi la consapevolezza della gente.


Però vi sono degli aspetti della legge che devono essere valorizzati con la proposta di linee guida più precise riguardo alla prevenzione dell’aborto e al sostegno della maternità.

Per esempio la 194 non consente l’aborto se nel nascituro c’è una probabilità di sopravvivenza. Questa si sta verificando ormai già alla ventiduesima settimana e in tal senso si è orientata la regione Lombardia che ha deciso di non consentire l’aborto terapeutico dopo la ventiduesima settimana.

 

Piange il cuore al pensare che quel bimbo che una mamma porta in seno, quella vita, debba aver bisogno di linee guida per poter essere tutelata, però la 194 prevede che il bimbo possa essere ucciso e chi è per la vita non può che adoperarsi nei confronti di ogni donna con attenzione  e tenerezza per la condizione grande e bella della maternità.

Comunque niente vieta che chi è per la vita si adoperi in ogni modo, sostenendo per esempio i Centri di aiuto alla vita in modo che gli aborti diminuiscano fino allo scomparire del tutto e a rendere inutile anche la 194. Perché si sa le strutture sono sempre le ultime a cedere.

 

Tutto questo per invitarvi a valutare l’intelligente uso delle linee guida della 194 operata dalla Regione Lombardia che, come sapete già aveva stanziato un finanziamento per far nascere i bimbi alla Mangiagalli di Milano  ed ora fa una scelta ancora più interessante come  potrete vedere nell’articolo in calce.


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La Lombardia frena l’aborto: «Vietato oltre le 22 settimane»

di Sabrina Cottone - mercoledì 23 gennaio 2008,

·       

da Milano

La Lombardia stanzia fondi per prevenire gli aborti volontari e detta nuovi limiti all’aborto terapeutico, che non sarà più possibile oltre la ventiduesima settimana (più tre giorni) di gravidanza. Viene anche istituito un Registro regionale degli aborti terapeutici, che (senza fare menzione dell’identità della donna) metterà a confronto la diagnosi prenatale con l’autopsia del feto abortito. Inoltre sarà un’équipe di specialisti (e non un singolo medico), con la consulenza di uno psicologo o psichiatra, ad accertare i gravi pericoli per la salute fisica o psichica della donna che rendono praticabile l’aborto dopo i primi novanta giorni di gravidanza.
Le linee di indirizzo della Regione Lombardia per l’attuazione della 194 (la legge che regola l’interruzione volontaria della gravidanza) introducono numerose altre procedure che medici e ospedali dovranno seguire. I certificati medici (redatti da almeno due ginecologi) faranno poi parte di una cartella clinica inviata alla Direzione sanitaria. Viene inoltre meglio specificata la procedura d’urgenza: la motivazione dovrà essere riportata in chiaro sul certificato. La legge 194 prescrive infatti sette giorni di riflessione tra la richiesta di interruzione volontaria della gravidanza da parte della donna e la programmazione dell’intervento.
Soddisfatto Roberto Formigoni, che nei mesi scorsi aveva anticipato l’intenzione di mettere nero su bianco le linee guida della 194. «Non è una sfida al ministro della Salute, Livia Turco. È vero che la Lombardia prende una decisione mai presa prima ma ci auguriamo che altre Regioni ci guardino in casa e ci imitino. Non sono limiti restrittivi, ma sostegni affinché la libertà della donna non diventi solitudine e abbandono» spiega il governatore, aggiungendo di essere «favorevole alla moratoria sull’aborto proposta da Giuliano Ferrara». La giunta regionale ha stanziato altri 8 milioni di euro (che diventano così 64) a sostegno dell’attività dei consultori familiari. Come obiettivo «sostenere la maternità e in particolar modo le situazioni più fragili e vulnerabili», «che riguardano le donne che non riescono a far fronte alla nascita di un figlio».

La risposta della Turco (sia pure indiretta) arriva attraverso un comunicato del gruppo di esperti riuniti dal ministro proprio sul tema di «cure e assistenza appropriate dalla ventiduesima alla venticinquesima settimana di gravidanza». Le conclusioni del team sono diverse da quelle della Regione Lombardia, dal momento che a proposito della ventiduesima settimana di gestazione si legge che «al neonato devono essere offerte solo le cure compassionevoli salvo quei casi, del tutto eccezionali, che mostrassero capacità vitali».
Posizioni molto diverse da quelle di chi, in Lombardia, ritiene che la ventiduesima settimana sia il limite in cui scientificamente ci si può aspettare la sopravvivenza autonoma del bimbo. E infatti gli ospedali Mangiagalli e San Paolo di Milano si sono già autoregolamentati secondo le linee guida dettate oggi dalla Regione. E Alessandra Kustermann, responsabile del servizio diagnosi neonatale della Mangiagalli (e animatrice dei circoli pro Veltroni) va oltre: «Se i progressi scientifici accerteranno una possibilità di vita autonoma ancora prima, abbasseremo il termine a 21 settimane. Nel 1978, quando è stata scritta la 194, non vi era alcuna possibilità di sopravvivenza fuori dall’utero materno prima della venticinquesima settimana». Altrettanto esplicito sulla possibilità di aggiornare la 194, parlando con Il Giornale, è stato il veltroniano Giorgio Tonini, senatore cattolico del Pd: «Condivido quanto dice Bagnasco. La medicina progredisce e si può cercare consenso seguendo la strada dell’ospedale Mangiagalli che ha escluso l’aborto terapeutico dopo 22 settimane. Una scelta condivisibile».
Non mancano però le polemiche. Silvio Viale, il ginecologo ed esponente radicale che lavora all’ospedale Sant’Anna di Torino definisce il provvedimento della Lombardia «inutile, tutto politico e con l’unico obiettivo di intimidire i medici non obiettori». Sulla stessa linea Gianpaolo Donzelli, professore di Medicina neonatale all’università di Firenze: «Un testo inopportuno, imprudente, non puntuale e affrettato». Formigoni replica con una nota della Regione: «Ci sembrano sentenze sulla base di preconcetti ideologici che non hanno alcuna corrispondenza con la realtà».

postato da AnnaV alle ore gennaio 23, 2008 17:09 | link | commenti (11)
categorie: 194 , aiuto ala vita
mercoledì, 23 gennaio 2008

Le-Bao-Thin: "Questo carcere è un'immagine dell'inferno eterno"

    La speranza cristiana è una speranza affidabile perché non sarà mai delusa. E’ stata piena di gratitudine e di gioia per Giuseppina Bakhita, fatta schiava a 9 anni e approdata in Italia dove ha recuperato la sua libertà e la speranza; ed è stata piena di luce e di certezza per il martire vietnamita Le-Bao-Thin, che ha conosciuto gli aguzzini e le torture dell’inferno di un lager:

"Vorrei (…) citare alcune frasi di una lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin († 1857), nelle quali diventa evidente questa trasformazione della sofferenza mediante la forza della speranza che proviene dalla fede.
« Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente sono immerso, perché infiammati dal divino amore innalziate con me le vostre lodi a Dio: eterna è la sua misericordia (cfr Sal 136 [135]). Questo carcere è davvero un'immagine dell'inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza. Dio, che liberò i tre giovani dalla fornace ardente, mi è sempre vicino; e ha liberato anche me da queste tribolazioni, trasformandole in dolcezza: eterna è la sua misericordia. In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me [...] Come sopportare questo orrendo spettacolo, vedendo ogni giorno imperatori, mandarini e i loro cortigiani, che bestemmiano il tuo santo nome, Signore, che siedi sui Cherubini (cfr Sal 80 [79], 2) e i Serafini? Ecco, la tua croce è calpestata dai piedi dei pagani! Dov'è la tua gloria? Vedendo tutto questo preferisco, nell'ardore della tua carità, aver tagliate le membra e morire in testimonianza del tuo amore. Mostrami, Signore, la tua potenza, vieni in mio aiuto e salvami, perché nella mia debolezza sia manifestata e glorificata la tua forza davanti alle genti [...]. Fratelli carissimi, nell'udire queste cose, esultate e innalzate un perenne inno di grazie a Dio, fonte di ogni bene, e beneditelo con me: eterna è la sua misericordia. [...] Vi scrivo tutto questo, perché la vostra e la mia fede formino una cosa sola. Mentre infuria la tempesta, getto l'ancora fino al trono di Dio: speranza viva, che è nel mio cuore...
Questa è una lettera dall'« inferno ». Si palesa tutto l'orrore di un campo di concentramento, in cui ai tormenti da parte dei tiranni s'aggiunge lo scatenamento del male nelle stesse vittime che, in questo modo, diventano pure esse ulteriori strumenti della crudeltà degli aguzzini. È una lettera dall'inferno, ma in essa si avvera la parola del Salmo: « Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti [...]. Se dico: “Almeno l'oscurità mi copra” [...] nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce » (Sal 139  8-12; cfr anche Sal 23 ,4). Cristo è disceso nell'« inferno » e così è vicino a chi vi viene gettato, trasformando per lui le tenebre in luce.
La sofferenza, i tormenti restano terribili e quasi insopportabili. È sorta, tuttavia, la stella della speranza – l'ancora del cuore giunge fino al trono di Dio. Non viene scatenato il male nell'uomo, ma vince la luce: la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode". (Spe salvi, 37)


La sofferenza non viene mai eliminata del tutto: lo vorremmo ma non è possibile, nemmeno con tutte le scoperte della medicina, e quando un male è stato debellato ecco che se ne scopre uno ancora più terribile. Ma il male che è proprio impossibile debellare è il male della cattiveria degli uomini che si esprime in fatti così terribili come quelli descritti in questo passo dell’Enciclica, Spe salvi. E allora cosa può sostenere l’uomo e impedire il suo annichilmento? solo la speranza cristiana che si esprime con le parole di questo martire Vietnamita.

postato da AnnaV alle ore gennaio 23, 2008 07:12 | link | commenti
categorie: speranza, martirio, benedetto xvi, martitri cristiani
martedì, 22 gennaio 2008

Cosa sta accadendo in Campania: la mortificazione del popolo

Ecco il nuovo editoriale di SOL

 


Le immagini cui assistiamo mettono in evidenza le brutture che ogni uomo può procurare quando dimentica sé nel rapporto con la realtà.
Immagini di strade piene di immondizia, della rivolta popolare in atto, di visi arrabbiati, rassegnati, esasperati di chi si sente impotente e soffocato da questa condizione.
In tanti nasce la domanda: ma come è stato possibile arrivare a questo stato di cose?
In cosa ha fallito chi aveva la responsabilità politica? Chi doveva fare e non ha fatto?

La risposta a queste domande è nel giudizio espresso, anni fa, da Don Giussani : “Un partito o una istituzione che soffocasse, che non favorisse la creatività sociale contribuirebbe a creare o a mantenere uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si ridurrebbe ad essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al potere e la responsabilità sarebbe evocata semplicemente per suscitare consenso a cose già programmate; perfino la moralità sarebbe concepita e conclamata in funzione dello status quo”.
Perciò di fronte a questo disastro totale, in cui chi aveva responsabilità - non solo locali - cerca con scarso risultato di spiegare o giustificare la propria incapacità, è evidente per tutti la necessità di affrontare finalmente il problema rifiuti in maniera seria e definitiva: rimuovere rapidamente le tonnellate di rifiuti, prima dell’insorgenza di epidemie con gravissime conseguenze per la popolazione, e procedere ad una reale programmazione sul territorio regionale e nazionale.

2. Da dove ripartire veramente: dalla Gratuità il bene comune
E’ troppo comodo credere che la questione rifiuti si risolva con la loro rimozione e magari con quella dei presunti responsabili (Governo, amministratori, politici, camorra, ecc.), e poi con la nomina di un commissario straordinario dotato di super-poteri. Ed è ugualmente ingenuo soffermarsi esclusivamente sull’emergenza rifiuti, che è la punta dell’iceberg dei problemi della nostra regione. Quanto è accaduto chiede a tutti noi un cambiamento radicale, dal cittadino alle istituzioni, e non solo locali: “L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque”.
Il cambiamento non viene dalla politica o dalle strategie fatte a tavolino, ma da una novità di vita che è in grado di rispondere veramente ai bisogni che abbiamo e sfidi la tentazione della rassegnazione. Nessun potere, infatti, anche il più ottuso e violento può estirpare il fiorire desiderato di una speranza che nasce da un incontro integralmente umano e che introduca in una appartenenza a un popolo riscoperto nelle sue radici sacre e nella sua più autentica tradizione civile.
Una umanità grande come quella del nostro popolo perché non muoia sotto il cumulo dei sacchetti di immondizia e l’umiliazione di chi ne sfrutta la fiducia, ha bisogno di un’educazione che riparta sempre dal desiderio di bellezza, dalla umanità dei padri, dagli sguardi carichi d’attesa dei figli.
Non un popolo di miserabili condannati dalle TV del mondo, ma di mendicanti d’infinito!

La vera emergenza per affrontare tutte le altre emergenze è una educazione: L’educazione del popolo alla vera convenienza della vita che, come diceva don Giussani, «è la gratuità fatta penetrare negli interstizi dei nostri calcoli».
Significa la possibilità di accorgersi che nelle nostre piazze, nei vicoli e in tante dimore vivono già trame di amicizie e solidarietà che generano luoghi umani di accoglienza e di bene comune.
Nell’emergenza di questi giorni, i fatti accaduti quest’anno, gli incontri con tanti nuovi amici, ci documentano il miracolo di un cambiamento possibile che ci dà la ragione per ripartire anche dalle macerie. Il compito più urgente è una mentalità nuova che faccia sentire ad ogni persona la possibilità di trasformarsi da spettatore a protagonista della sua vita, per il bene di sé e della sua famiglia.

Che cosa intendiamo per esperienza della gratuità?

In una città, in una regione che va giù per un’incapacità di tenuta ideale siamo chiamati a dare il nostro contributo costruendo opere , esempi di un bene per tutti.
E’ per questo che vogliamo invitare tutti all’evento che si terrà il 25 Gennaio alle ore 20.00 presso la Mostra d’Oltremare - Teatro Mediterraneo dal titolo: “Dalla gratuità il bene comune”, come occasione per proporre a tutti le ragioni di una sfida e di una speranza possibile.

Associazione Compagnia delle Opere Campania

Cultura Cattolica - socio SamizdatOnLine

postato da AnnaV alle ore gennaio 22, 2008 08:30 | link | commenti (8)
categorie: sol
martedì, 22 gennaio 2008

Sarkozy e la vera laicità

Ricevo in una mail questo articolo pubblicato ne “Il Foglio” in questi giorni. Si tratta di alcuni passaggi significativi del discorso che il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha tenuto a Riad il 14 Gennaio:

Sarkozy riafferma le radici cristiane della Francia e non teme il dialogo 


I crimini in nome della religione.

Senza dubbio, musulmani, ebrei e cristiani non credono in Dio allo stesso modo. Senza dubbio non hanno la stessa maniera di venerare Dio, di pregarlo, di servirlo. Ma, in fondo, chi potrebbe contestare che è sempre lo stesso Dio al quale si rivolgono le loro preghiere? Che è sempre lo stesso bisogno di credere? Che è lo stesso bisogno di sperare che fa loro volgere gli sguardi e le mani al cielo per implorare la misericordia di Dio, il Dio della Bibbia, il Dio dei Vangeli, il Dio del Corano? Insomma, il Dio unico delle religioni del Libro. Dio che non assoggetta l’uomo ma che lo libera. Dio che oltre tutte le differenze non cessa di consegnare a tutti gli uomini un messaggio di umiltà e di amore, un messaggio di pace e di fraternità, un messaggio di tolleranza e di rispetto.

Questo messaggio è stato spesso snaturato. Questo messaggio è stato spesso deviato. Molti crimini nella storia sono stati commessi in nome della religione, che non aveva in realtà niente a che vedere con essa. I crimini che sono stati commessi in nome della religione non erano dettati dalla pietà, quei crimini non erano dettati dal sentimento religioso.

 Quei crimini non erano dettati dalla fede, erano dettati dal settarismo, dal fanatismo, dalla volontà di potenza senza limiti. Spesso il sentimento religioso è stato strumentalizzato, spesso è servito da pretesto per raggiungere altri obiettivi e per soddisfare altri interessi.

Ancora oggi, l’affermo davanti a voi, a essere pericoloso non è il sentimento religioso. E’ il suo utilizzo a fini politici regressivi e al servizio di una nuova barbarie. Tutti questi eccessi, tutte queste derive, ci devono portare a condannare la religione? Io rispondo no, perché il rimedio sarebbe peggiore del male. Il sentimento religioso non è condannabile a causa del fanatismo, così come il sentimento nazionale non lo è a causa del nazionalismo


Le radici cristiane della società.


 
In quanto capo di uno stato che si fonda sul principio di separazione tra chiesa e stato, ho il dovere di fare in modo che ciascuno, che sia ebreo, cattolico, protestante, musulmano, ateo, massone o razionalista, si senta felice  di vivere in Francia, si senta libero, si senta rispettato nelle proprie convinzioni, nei propri valori, nelle proprie origini. Ma ho anche il dovere di preservare l’eredità di una grande storia, di una cultura e, oso la parola, di una civiltà. E non conosco paesi la cui eredità, la cui cultura, la cui civiltà non abbiano radici religiose. In fondo a ogni civiltà c’è qualcosa di religioso, qualche cosa che viene dalla religione. Forse ciò che vi è di universale nelle civiltà è l’aspetto religioso. Sono le religioni, malgrado tutti i misfatti che hanno potuto essere perpetrati in loro nome, che ci hanno insegnato per prime i principi della morale universale, l’idea universale della dignità umana, il valore universale della libertà e della responsabilità, dell’onestà e della rettitudine. 

Il dialogo fra le fedi.


 
Il re Abdullah non ha detto altro rivolgendosi ai pellegrini: “Le grandi religioni divine si riuniscono attorno a un certo numero di principi comuni e condividono i grandi valori di tolleranza. Questi valori fanno nel loro insieme lo spirito di umanità e distinguono l’uomo dalle altre creature. Abbiamo tutti il diritto di promuovere questa verità perché è tramite essa che possiamo vincere la barbarie di quei barbari che non danno alcun valore alla vita e alla dignità della persona umana. L’uomo non è sulla terra per distruggere la vita ma per darla. E’ l’essenza di ogni cultura e di ogni filosofia. E’ ciò su cui noi dobbiamo fondare la politica di civiltà di cui il mondo ha un urgente bisogno. Non si tratta di cercare di imporre un modello unico di civiltà. Sarebbe ripetere una volta di più l’errore tragico che in passato ha provocato tante sciagure. Sarebbe negare le identità. Sarebbe fare il gioco di tutti gli estremismi. Sarebbe suscitare non la pace e la fraternità, ma la violenza, la guerra e il terrorismo poiché niente è più pericoloso di un’identità ferita, di un’identità umiliata. Un’identità umiliata è un’identità radicalizzata. 

Le origini del monoteismo.

Ognuno, risalendo alle origini di ciò che è e di ciò in cui crede, ritroverà le origini comuni, ciò che avvicina le religioni al Libro e le civiltà che ne sono derivate, e tutte insieme, dico proprio tutte insieme, eredi del giudaismo, del cristianesimo, dell’islam, facendoci ricordare di nuovo ciò che dobbiamo all’Egitto, alla Grecia e a Roma, avendo tutti insieme nel cuore qualcosa che ci ricollega ad Alessandria, a Gerusalemme e a Cordova, ebbene noi impareremo a parlare con una sola voce a tutti gli uomini di un gran sogno di civiltà più forte della stupidità, più forte della violenza, più forte dell’odio. 


Un incontro riuscito.

 
Quando il re Abdullah incontra il Papa, questo gesto ha più importanza per la pace e per il futuro della civiltà che tante conferenze internazionali. Questo gesto significa per il mondo che, agli occhi del re, non è più tempo per le religioni di combattersi tra loro, ma di combattere insieme contro l’arretramento dei valori morali e spirituali, contro il materialismo, contro gli eccessi dell’individualismo.

postato da AnnaV alle ore gennaio 22, 2008 08:04 | link | commenti (5)
categorie: laicità
lunedì, 21 gennaio 2008

Chi ha detto la verità? chi è bugiardo?

 

Il card. Bagnasco, intervistato alla TV ha affermato che il Papa ha rinunciato alla visita alla Sapienza per suggerimento delle autorità italiane: ritengo di potermi fidare di lui, anche perché una simile notizia non era così indispensabile. Il governo si è affrettato a smentire: quel governo che non ha mai brillato per trasparenza…

Leggete l’articolo:

Sapienza, Bagnasco: rinuncia del Papa spinta dal governo. Palazzo Chigi nega

 

 

Città del Vaticano - Annullando la visita all’università La Sapienza il Papa non si è tirato indietro, ma ha compiuto una rinuncia che "si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell’autorità italiana". Il cardinale Angelo Bagnasco dipinge il ritratto di un Paese "che si presenta sempre più sfilacciato e frammentato al punto da apparire ridotto addirittura a coriandoli".

"Un grave espisodio di intolleranza" Il presidente della Cei torna sul "grave episodio di intolleranza", creato da una minoranza "assolutamente esigua" di docenti e studenti". Secondo l'arcivescovo di Genova, "l'amara soluzione", che "si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell’autorità italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del Papa per la sua città".

"E' l'esito del settarismo illiberale" Bagnasco punta il dito contro l’ateneo capitolino che si è "precluso di fatto ad una presenza di universale autorevolezza e ad un apporto accademico altissimo". "E' l'esito del settarismo illiberale che, assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di Galileo, ha superficialmente manipolato la posizione espressa dal Papa facendone una bandiera impropria per imporre la loro chiassosa volontà".

La replica del governo "Il governo italiano non ha mai suggerito alle autorità vaticane di cancellare la visita di Papa Benedetto XVI all’università La Sapienza. Sia il presidente del consiglio che il ministro dell’Interno, dopo la riunione del comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico alla quale erano presenti anche i responsabili della gendarmeria vaticana, hanno infatti comunicato alle autorità vaticane che lo Stato italiano garantiva assolutamente la sicurezza e l’ordinato svolgimento della visita del Santo Padre". È quanto scritto in una nota diffusa da Palazzo Chigi in replica alle affermazioni del cardinale Bagnasco.

"Guardare avanti con fiducia"Pur dicendosi preoccupato il presidente della Cei applaude il fatto che "l’assenza forzata all’incontro sia diventata una presenza assai più dilatata del previsto". Questo non solo per l'eco che ha avuto il discorso mai pronunciato, ma pubblicato su diversi giornali, ma anche per la folla di persone che hanno partecipato, ieri, all’Angelus in san Pietro. "È la testimonianza fedele dei sentimenti forti che albergano nel popolo italiano. Il che ci induce, nonostante tutto, a guardare avanti e ad avere fiducia".

"No alle unioni civili e al divorzio breve" Bagnasco ha poi ribadito un "no" tondo ai registri delle unioni civili istituiti a livello municipale. "La Chiesa dice sì alla famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna". "Per questo si oppone alla regolamentazione per legge delle coppie di fatto, o all’introduzione di registri che surrogano lo stato civile", ha concluso Bagnasco avvertendo che "la struttura della famiglia non è paragonabile ad un’invenzione stagionale", e questo per "la indubitabile complementarietà tra i due sessi" e per "il bisogno che i figli hanno, e per lunghi anni, di entrambe le figure genitoriali, quanto meno per il loro equilibrio psichico e affettivo". Da qui unh secco "no" al divorzio breve che mina la stabilità della famiglia.

"Aggiornare la 194" Sul tema dell’aborto Bagnasco invita a non escludere "almeno l’aggiornamento di qualche punto della legge 194" non ignorando "il portato delle nuove conoscenze e i progressi della scienza e della medicina" e tenendo conto "che oltre le 22 settimane di gestazione c’è già qualche possibilità di sopravvivenza". E avverte: "Non ci può mai essere alcuna legge giusta che regoli l’aborto".

"I politici cattolici ascoltino la propria coscienza" In tema di aborto e difesa della famiglia, il presidente della Cei torna a raccomandare ai politici cattolici di ascoltare la propria coscienza. "Sui temi moralmente più impegnativi non valgono i vincoli esterni di mandato - spiega - l’unico giudice è la propria coscienza".

postato da AnnaV alle ore gennaio 21, 2008 19:28 | link | commenti (12)
categorie: attualità
Rostropovich suona Berlino
mentre il muro sta cadendo



***
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Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)
UN ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO
Padre Aldo Trento a Cagliari

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Accompagniamola attraverso la grande prova


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Forse che il fine della vita è vivere?
Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
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Che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?
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