venerdì, 29 febbraio 2008

"La bussola del cristiano di fronte alla politica"

Ricevo via mail questo prezioso contributo in vista delle scelte politiche che ci attendono. E’ tratto dalla rubrica “Punti di fuga” de “Il Giornale” curata da Giorgio Vittadini, presidente della fondazione per la solidarietà:

 

 

 In questo inizio di campagna elettorale non appare superfluo ricordare alcuni criteri utili (a un cristiano e non) per muoversi di fronte alla politica.
Un vecchio adagio cattolico afferma che
la politica, non solo non può e non deve pretendere di dare la felicità, ma neanche pretendere da sola di costruire il bene comune.

Come ha detto Benedetto XVI, "anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini a una libera adesione all'ordinamento comunitario" (Spe Salvi, 24 a). Infatti, come disse don Giussani nel 1987 a un congresso della DC lombarda tenuto ad Assago, in queste comunità - realtà sociali,  movimenti, mondo associativo - avviene più facilmente quell'educazione al "rapporto con l'infinito che rende la persona soggetto vero e attivo della storia", capace di generare opere e aggregazioni che esprimono la sua libertà e creatività.
 

Allora, in questo contesto, quale è il ruolo della politica?

Come disse ancora don Giussani ad Assago: "Politica vera [
] è quella che difende una novità di vita nel presente, capace di modificare anche l'assetto del potere" in modo da "favorire uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio della vita sociale, secondo il concetto tomistico di bene comune ripreso vigorosamente  dal grande e dimenticato magistero di Leone XIII".

Perciò, occorre evitare in politica ogni atteggiamento utopico che per affermare principi morali e ideali non tiene conto delle condizioni reali in cui la politica si esprime, e perciò finisce per permettere l'avvento di sistemi di potere incapaci di facilitare una convivenza libera e pacifica.

Oggi, ad esempio, questo autogol può avvenire sostenendo iniziative politico-etiche sacrosante nel contenuto ma che, nei fatti, provocano solo un radicalizzarsi dialettico del dibattito e quindi una minor probabilità di poter intervenire in modo ponderato ed approfondito, oggi o in futuro, su temi non negoziabili in quanto legati alla concezione stessa della persona.

Oppure l'errore può esprimersi anche disperdendo i voti e favorendo così involontariamente l'avvento al potere di partiti più lontani dalla propria concezione ideale.
Al contrario, considerando la politica non come strumento di salvezza dell'uomo, ma come arte del compromesso virtuoso per il bene comune, e tenendo conto realisticamente delle forme elettorali e degli assetti istituzionali, è preferibile privilegiare quelle scelte volte a favorire assetti di potere che hanno più probabilità di lasciare spazio al libero operare di famiglie, movimenti, associazioni, iniziative economiche e sociali che animano la società, nell'ottica della sussidiarietà.
Ancora oggi il principio della libertas ecclesiae et societatis è la vera bussola per il cristiano di fronte alla politica.

di Giorgio Vittadini

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Per approfondire:

Voti Binetti e prendi Veronesi

ProgrammammargorP

Il nuovo che avanza

Il "fiat" di Giuliano Ferrara

Lettera aperta a Giuliano Ferrara

postato da AnnaV alle ore febbraio 29, 2008 19:57 | link | commenti (1)
categorie: politica, vittadini
venerdì, 29 febbraio 2008

Poveri figli, ma anche poveri genitori!

      Un caro amico, molto giovane mi ha raccontato della sua prima esperienza nel campo della scuola come insegnante per i corsi di recupero. Era sconcertato, per non dire sconvolto.

Aveva un solo alunno di 15 anni perché gli altri avevano deciso che non avevano voglia di “recuperare”  un bel niente. Era in un’aula senza porta… meglio: la porta era sfondata per cui arrivavano gli altri compagni di scuola nelle scorribande da una classe all’altra e si sedevano sui banchi, si sdraiavano, usavano il cellulare, chiedevano di fumare. Insomma la classe era come la piazza del paese. Gli altri due colleghi di corso, giovani anche loro e con classi di 12, 13 alunni, erano sconvolti e preoccupati.

 

Ieri sera parlavo con degli amici che hanno a che fare con degli adolescenti e raccontavano della grossissima difficoltà a gestire la situazione: raccolgono dei ragazzi che passano le ore libere dalla scuola per strada, anche perché a casa i genitori non li trovano mai, e spesso ne trovano solo uno perché sono separati o divorziati; ma anche quell’uno è quasi sempre assente.

 

Tutto il mondo è paese e, in mezzo a tanto abbandono di quelle che dovrebbero essere le nostre speranze per il futuro, mi torna in mente il richiamo che da più parti si eleva sull’emergenza educativa.

 

A dire il vero non si sa nemmeno da dove cominciare, se dai giovani che, nella maggior parte dei casi, sono sbandati, o dai genitori che hanno smarrito il senso di responsabilità nei confronti dei loro figli.

 

Dei genitori assenti o in tutt’altre faccende affaccendati come possono essere delle presenze amate e autorevoli per questi giovani?

 

E come si fa ad aiutare i genitori, spesso anch’essi privati fin da piccoli di una vera educazione, ad essere genitori?

 

Ma soprattutto a cosa educare? e cosa è l’educazione?

 

Una definizione che mi ha sempre colpito è questa: educare significa introdurre alla totalità del reale, cioè aiutare l’interessato ad affrontare tutta la realtà perché ne conosce il significato e quindi sa come giocarsi in essa, con responsabilità verso essa e verso sé stesso.

 

Ecco la nuova parola il cui significato deve essere recuperato: responsabilità. Se uno è libero, è anche responsabile delle sue azioni e deve accettarne le conseguenze: non è da uomo libero il rifiutare le conseguenze di scelte che si sono fatte.

 

Certo per educare alla responsabilità occorrono delle persone che  già vivono questa responsabilità: non ce ne sono molte, ma se ci sono val la pena di seguirle.

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postato da AnnaV alle ore febbraio 29, 2008 12:09 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni, educazione
giovedì, 28 febbraio 2008

Non bastano le parole vuote per attirare i cattolici

   Io non riesco a capire come si possa credere ai fiumi di parole versati da Veltroni per coprire l'inesistenza di un programma che tuteli realmente la Libertas Ecclesiae, la libertà della Chiesa, che è l'unica vera garanzia per la libertà (non per il libertinismo) di tutti. Mi è piaciuto  questo articolo di C. Panella che sottopongo alla vostra attenzione: 

 

Veltroni sbaglia tutto con i cattolici perché non ha idee, ma solo un patchwork new age, rubacchiato qua e là

 

di Carlo Panella

 

Tratto dal sito di Carlo Panella il 27 febbraio 2008

 

La vera ragione della crisi tra Veltroni e i vertici della Chiesa che in questi giorni aumenta di intensità, è ben più profonda e drammatica di quella emersa dopo la improvvida candidatura dei radicali e di Veronsei.

 

Il punto stridente è che Veltroni non ha idee, e non è una battuta. Non ha un anima, non una ideologia, non una dottrina, non un programma.

 

Veltroni è un patchwork, è un esponente tipico del relativismo new age: un pizzico di Kennedy, un pizzico di Havel, un pizzico di don Milani, un pizzico di Einaudi... Insomma, un caos tenuto insieme solo da quella formidabile spina dorsale che è il controllo della struttura culturale italiana che comprende tutto il giornalismo Rai e tutto il giornalismo della carta stamèata, oltre, naturalmente, tutto il mondo dell'editoria e del cinema (tranne marginali eccezioni).

 

L'egemonia culturale indiscussa di cui Veltroni gode, gli permette di coprire la vergogna del su essere letteralmente senza idee, ma non gli serve a nulla fronte dei prblemi concreti. Lo vedremo di qui a poco sulla scena internazionale (da cui non a caso si tiene ben lontano), lo si vede da subito a per come gestisce -a sproposito- i rapporti con la Chiesa sui temi etici.

Continua qui

postato da AnnaV alle ore febbraio 28, 2008 12:16 | link | commenti (18)
categorie: politica
giovedì, 28 febbraio 2008

Scegli le priorità del Programma

Come vi avevo preannunciato, c'è la possibilità - ora anche via web - di scegliere le priorità del programma politico del PdL: basta andare a questo link  e scegliere gli interventi più urgenti all'interno di questi punti:

Ridare sicurezza alle nostre città

Dare più forza alla famiglia

Creare sviluppo e nuovo lavoro

Possiamo inoltre proporre le altre priorità che riteniamo urgenti nel form apposito (personalmente ho segnalato  la vigilanza sui principi non negozialbili, dettagliandoli).

postato da AnnaV alle ore febbraio 28, 2008 10:11 | link | commenti (2)
categorie: politica
giovedì, 28 febbraio 2008

Al self service dell'eugenetica

      
 In Gran Bretagna "I sordi chiedono il diritto di progettare bambini sordi"

    In modo subdolo e strisciante l’eugenetica si sta insinuando nella nostra cultura e quale miglior metodo di quello di abolire il termine odioso eugenetica nobilitandolo con parole roboanti, come diritto di scelta, diritto al figlio sano?

 

Ma occorre avere il coraggio di dare alle cose il loro vero nome.

Selezionare la specie in modo che tutti siano biondi con gli occhi azzurri e selezionare gli embrioni perché soddisfino a certe caratteristiche fisiche è sempre un tentativo eugenetico (perché eugenetica viene dal greco e significa buona razza), il tentativo di fare l’uomo secondo certi parametri considerati come i migliori.

 

Molto chiare le parole di A. Morresi su un articolo dell’Osservatore Romano del 24 febbraio:

 

 

Se è un genitore a chiedere la selezione per non far nascere un figlio malato, scegliendo l'embrione migliore e scartando quelli difettati, fra i tanti prodotti con le tecniche di fecondazione in vitro, la sua scelta individuale sembra non appartenere più all'eugenetica:  diventa una scelta saggia e "misericordiosa", per evitare future, intollerabili sofferenze al nuovo essere, e per garantire la libertà dei genitori di rifiutare il figlio imperfetto.
La stessa azione, quindi, è considerata eugenetica se stabilita da una norma dello Stato; se la stessa pratica - impiantare gli embrioni sani e scartare i difettati - viene fatta per volontà dei singoli individui, allora la sua natura sembra diversa:  scompare "eugenetica" - parola maledetta - e viene sostituita con "libertà", termine carico di connotazione positiva. Se veramente di "libertà" si tratta, allora tutti devono potervi accedere:  ecco quindi che scegliere il figlio sano diventa un diritto
.

 

    Si tratta di un’operazione culturale terribile, per cui l’odiosa pratica eugenetica viene fatta passare come pietà verso il figlio malato. In realtà a me pare che la madre o i genitori non si rendano conto del fatto che l’amore al figlio non è quello che giunge ad impedirgli di nascere perché il suo dolore è insopportabile per i genitori.

E quindi la scelta dei genitori di eliminare il figlio non è pietà per il figlio, ma rifiuto o paura di affrontare il sacrificio e l’umiliazione di far nascere un bimbo infinitamente più bisognoso di amore e di cure che non un bimbo sano. Situazione questa molto difficile, e degna dell’attenzione e della condivisione di tutta la società, che non deve limitarsi a giudicare o condannare, ma deve offrire tutto il contributo di solidarietà che una famiglia in difficoltà merita.

No. Non è pietà per il figlio, ma paura di soffrire, di sacrificarsi per accompagnare questo figlio che, se si sente amato fin dai primi istanti, sarà capace di affrontare anche le difficoltà del proprio limite, come ci dimostrano gli innumerevoli esempi di ragazzi con degli handicap ma che sanno di essere amati.

 

Il problema grave dei nostri giorni è l’aver finito con il credere che l’unica vita che valga la pena di essere vissuta sia quella che non conosce dolore, sofferenza, malattia, senza che ci si renda conto che il dolore, la sofferenza, la malattia non riusciremo mai ad eliminarli dalla vita nostra o dei nostri cari.

 

L’unico modo per eliminarle è… distruggere l’umanità stessa: è questo che vogliamo?

 

O non è preferibile viverla questa vita, così come ci viene data, cercando di dare un senso al dolore, alla malattia, alla sofferenza, e adoperandoci almeno per alleviarli?

 

Ma voglio tornare all’articolo della Morresi che ci rivela una situazione paradossale nella avanzatissima Gran Bretagna:

sul "Sunday Times" del 23 dicembre scorso campeggiava un titolo "I sordi chiedono il diritto di progettare bambini sordi".

All'origine di tutto, la proposta di un articolo di legge per proibire di impiantare un embrione malato o disabile, se contemporaneamente ne esiste disponibile uno sano; contestualmente viene negata anche la possibilità di far nascere una persona disabile rispetto a una sana.

Sono subito insorte le due principali associazioni di sordi inglesi, il Royal National Institute for Deaf and Hard of Hearing People (Rnid) e la British Deaf Association (Bda), che hanno ravvisato, nel suddetto articolo, un limite alla libertà procreativa dei disabili che rappresentano, e anche una potenziale discriminazione della comunità dei sordi in quanto tale.

La Rnid dichiara di temere innanzitutto una forte pressione verso l'aborto nei confronti della comunità dei non udenti. A favore della diagnosi preimpianto, ma contraria all'obbligatorietà dei test genetici, la Rnid in una nota ufficiale riconosce che la diagnosi preimpianto può causare un conflitto fra i medici e la comunità dei disabili.

Alcuni sordi potrebbero voler impiantare embrioni sordi preferendoli a quelli udenti per avere figli simili a sé, che possano vivere nella loro stessa comunità, e condividere la loro stessa vita, e le medesime esperienze.

La Rnid non sostiene la scelta di figli sordi, ma neppure la vuole vietare, se genitori e medici sono d'accordo; "quali embrioni debbano essere scelti per l'impianto deve rimanere una decisione degli individui e dei loro medici". E non accetta neppure nessun divieto ad impiantare embrioni che possono sviluppare con certezza future disabilità, nel caso fossero esclusivamente di questo tipo:  "quando sono disponibili solo embrioni sordi, noi sosteniamo il diritto degli individui a scegliere l'impianto".

 

C’è da inorridire: può capitare che dei genitori sordi possano scartare degli embrioni udenti perché preferiscono dei figli sordi come loroMa l’orrore è comunque nella pretesa di decidere noi come dovranno essere i nostri figli; noi sappiamo solo produrre mostruosità e ingiustizie.

 

 Ecco a cosa porta l’idea, che sta prendendo piede nella nostra civiltà, del diritto al figlio come lo vogliono i genitori. Al self service dell'eugenetica.

postato da AnnaV alle ore febbraio 28, 2008 07:38 | link | commenti
categorie: vita, bioetica
mercoledì, 27 febbraio 2008

Una domanda sull'immigrazione

Una domanda interessante fatta da Elisabetta Gardini:

" Vorremo sapere che ne  pensa  [Veltroni] della dichiarazione fatta da Ferrero sul nuovo decreto flussi che in pratica altro non è che una sanatoria di altri duecentomila immigrati oltre le quote previste.
È questo che intende il leader della ‘nuova sinistra’ quando nel suo programma dice ‘Governare l’immigrazione per non subirla’?
Attendiamo una risposta.
Gli elettori hanno il diritto di sapere."

Anche a me piacerebbe sentire proposte e risposte concrete, non solo slogan o parole generiche.

postato da AnnaV alle ore febbraio 27, 2008 21:42 | link | commenti (2)
categorie: politica
mercoledì, 27 febbraio 2008

E’ possibile ridurre le tasse?

      Sono molti i problemi che il prossimo governo dovrà affrontare: non ultimo quello della riduzione della pressione fiscale su chi le paga già e ha già dato contributo di gran lunga superiori alle proprie possibilità di sopravvivenza; come dimostrano i ripetitivi servizi televisivi di tutti i canali, pubblici e privati, sull’impossibilità di oltrepassare la metà del mese della maggior parte delle famiglie italiane.

 

Non si può ignorare questa situazione davvero intollerabile e mi chiedevo come fosse possibile ridurre le tasse in uno stato che in questi due anni non ha fatto che aumentarle per poter aumentare le spese, non certo a favore dei cittadini.

 

Ma ho trovato questo contributo dell’economista Renato Brunetta sulla strategia per ridurre le tasse per chi già le paga e mi pare confortante sapere che è possibile farlo, solo se si sarà attenti a realizzare un programma meticoloso e attento.
Propongo alcuni passaggi interessanti dell’articolo:

(Vi sono alcune regole da rispettare per poter ridurre le tasse e sono le seguenti)

La prima regola. Se l’equilibrio di bilancio non è ancora stato raggiunto in termini strutturali, la riduzione delle imposte dovrebbe essere accompagnata da tagli compensativi nella spesa, che non solo siano in grado di bilanciare la caduta di gettito (prodotta dal taglio delle tasse), ma che allo stesso tempo garantiscano gli obiettivi a medio termine previsti dal patto di stabilità su deficit e debito.

 

La seconda regola. Le riduzioni d’imposta non devono essere pro-cicliche. In fase di ciclo positivo, infatti, un alleggerimento fiscale, a parità di spesa, produce un effetto espansivo sulla domanda, che può condurre ad un surriscaldamento inflazionistico. È importante combinare riduzioni delle imposte a tagli di spesa nelle fasi espansive del ciclo. In altre parole, se si ammettono «deficit di crescita» quando il ciclo va male, così bisogna continuare ad essere rigorosi quando le cose vanno bene.

 

La terza regola. I Paesi con alti livelli di debito pubblico devono fissare e mantenere obiettivi di bilancio ambiziosi. Prima di tagliare le tasse questi Paesi devono dare concreti segnali di convergenza del debito a medio termine.

Quarta regola. Le riduzioni fiscali dovrebbero far parte di pacchetti di riforme più ampi. Poiché, ad esempio, le interazioni tra i sistemi fiscali e di welfare condizionano fortemente il buon funzionamento del mercato del lavoro, i tagli delle tasse dovrebbero essere realizzati in stretta relazione e in sincronia con altre riforme strutturali rilevanti in questo specifico mercato (scuola, formazione, ammortizzatori sociali). Solo così le riduzioni fiscali si trasformerebbero in maggiore produzione e occupazione.

 

Facciamo, dunque, due conti e un semplice esercizio sul retro di una busta. Nella contabilità della nostra finanza pubblica possiamo vedere come, grosso modo, la spesa corrente per l’anno 2007 ammonti a circa 700 miliardi di euro, con incrementi annui medi variabili di circa 20 miliardi di euro. Parimenti le entrate correnti, vale a dire il totale del gettito (entrate tributarie ed extra-tributarie) appaiono dello stesso ammontare, attorno ai 700 miliardi di euro.

 

Considerando tutto questo, una semplice strategia virtuosa ed europea di finanza pubblica potrebbe partire da una altrettanto semplice equivalenza: tagliare di mezzo punto di Pil all’anno la spesa corrente (circa 7 miliardi di euro), e con questo ammontare di risorse finanziare la riduzione della pressione fiscale che, viste le basi uguali, comporta una riduzione della pressione fiscale di pari ammontare e cioè mezzo punto di Pil. Tutto questo avrà come effetto il controllo della dinamica della spesa corrente e la riduzione tendenziale della pressione fiscale, a parità di altre dinamiche.

 

Ne deriva, anche, che la riduzione della pressione fiscale, incidendo sulla fiscalità tanto delle famiglie quanto delle imprese, porta degli effetti positivi in termini di aspettative, di consumi e di investimenti, il che potrebbe produrre un aumento di gettito conseguente, proprio, alla minor pressione fiscale e al conseguente maggior reddito disponibile. Partendo da questa semplice operazione di chiara visibilità, il prossimo governo dovrebbe impegnarsi a destinare tutto l’extragettito che si dovesse formare unicamente alla riduzione del deficit e del debito. Un circuito virtuoso fatto di taglio e tenuta sotto controllo delle dinamiche della spesa corrente, riduzione della pressione fiscale e riduzione del deficit e del debito. Un circuito virtuoso che non può che migliorare le aspettative interne e internazionali, con in più la riduzione del costo del nostro servizio del debito (gli interessi che paghiamo sulla montagna del nostro debito).

 

Se questo tipo di terapia venisse mantenuta con rigore anno dopo anno per tutti i 5 anni della prossima legislatura, con una crescita del Pil anche non esaltante, avremmo una spesa corrente sotto controllo (pur in aumento), avremmo una pressione fiscale in netta riduzione, avremmo un rapporto deficit/Pil probabilmente azzerato (già nel 2009-2010) e un rapporto debito/Pil sotto la soglia del 100% (sempre nel 2009-2010), con aumento del reddito disponibile (e, quindi, dei consumi) e aumento degli investimenti.

postato da AnnaV alle ore febbraio 27, 2008 06:35 | link | commenti (20)
categorie: politica
martedì, 26 febbraio 2008

Una battaglia culturale e politica

 

 

Attingo abbondantemente dall’intervista ad Eugenia Roccella, candidata nelle liste del Popolo della Libertà, e la sottopongo alla vostra attenzione: 


(…)

E da noi Veltroni  fa entrare i radicali nel Pd. Che significato politico ha?

Qualunque sia l'esito della trattativa con il Pd, Pannella è già riuscito a mettere Veltroni in un angolo. Le candidature proposte dai radicali hanno ciascuna un significato e un obiettivo preciso: Mina Welby, l'eutanasia, Maria Antonietta Coscioni, la ricerca fondata sulla distruzione di embrioni umani, Silvio Viale, l'aborto fai-da-te, Maurizio Turco, la campagna europea contro la Chiesa. Il tentativo del Pd di tenere i temi etici ai margini dalla campagna elettorale è già fallito: non è la presenza dei radicali a rendere la vita difficile ai cattolici del Pd, ma la volontà politica di Pannella, evidente nella proposta delle candidature, di far entrare dalla finestra, attraverso i nomi dei candidati, le questioni che Veltroni ha cercato di chiudere fuori dalla porta. A questo punto, conta poco cosa sarà scritto nel programma: non credo che Mina Welby o Silvio Viale in Parlamento si occuperanno di liberalizzazioni.


Questo a sinistra. Ma ora più che in passato si deve parlare della politica del centro. Tu e Pezzotta dopo il Family Day avete preso strade opposte. Secondo te nel mondo cattolico si continua a pensare a soggetti politici come la Rosa Bianca o l’UdC come interlocutori privilegiati?

No, non lo credo affatto: la diaspora dei cattolici nei vari partiti è ormai un dato acquisito. La CEI bada piuttosto che i cattolici impegnati in politica siano fedeli alla dottrina sociale della Chiesa, senza interpretarla con eccessivo margine discrezionale. L’essenziale è che i candidati che si richiamano al cattolicesimo non siano poi disposti a transigere sui valori non negoziabili: che non lascino correre sui temi eticamente sensibili, su quelli sociali, sull’emergenza educativa. Non vedo un’ingerenza della Chiesa sui partiti, piuttosto una preoccupazione reale sulle questioni di riferimento, quelle che le stanno più a cuore.

 

Berlusconi ha detto che la battaglia di Giuliano Ferrara doveva restare fuori dalla campagna elettorale. Qual è invece la tua battaglia, e perché nel PdL è stata la benvenuta?

In realtà anche Ferrara sarebbe stato il benvenuto, se avesse voluto condurre la sua battaglia nel Pdl.  Ha preferito presentare una lista di scopo, con parlamentari eventualmente eletti per un mandato preciso. Ma è una separazione parziale: la nostra è una battaglia “sorella”, come l’ha definita lui, e ci ritroveremo nei fatti. Per me la questione dell’aborto è una parte della battaglia: quando ho lanciato la campagna per le linee guida della legge 194 volevo anzitutto che l’invito ad applicarla nella sua interezza diventasse una proposta articolata. Per questo non ho nulla da dire a quanti (la Federazione degli ordine dei medici, ndr) affermano che quella legge è una legge che va ancora bene purché venga attuata in tutte le sue parti.


Quali parti, in particolare?

Penso soprattutto alla prima parte della legge, che parla di prevenzione; penso al sostegno alle maternità difficili; penso all’applicazione dell’art. 7, che prevede il divieto di abortire quando  il feto  abbia ormai “possibilità di vita autonoma”,. Saggiamente, la legge non esplicita qual è il limite temporale, per poter seguire le acquisizioni scientifiche sulla sopravvivenza dei neonati prematuri; ma questo non può voler dire che ogni regione interpreta la cosa a suo modo, serve un’indicazione ministeriale centralizzata che preveda un limite unico per tutte le strutture che praticano l’interruzione di gravidanza.

D’altro canto, c’è il complesso dei temi eticamente sensibili, sui quali credo la politica non possa e non debba tacere. Vorrei che sull’aborto si inneschi un dibattito pubblico in cui emerga forte e chiara la voce delle donne; d’altra parte, l’aborto è solo una delle questioni in gioco, il problema è molto più vasto. I temi sono molto più che etici: preferirei chiamarli temi di biopolitica, perché ormai c’è in ballo una vera e propria manipolazione dell’umano, impossibile da fronteggiare armati della sola libertà di coscienza, come vorrebbe chi invita a lasciarli fuori dalla campagna elettorale. Problemi simili implicano una visione antropologica, che riguarda l’uomo com’è e come vogliamo che sia. La questione dei confini della vita e della morte, che pure c’è, si staglia su una domanda di fondo: fin dove si può spingere la manipolazione delle relazioni primarie che fondano la convivenza degli uomini? Ormai in molti paesi è legale avere due madri; tecnicamente è possibile persino avere tre madri (una donatrice di ovocita, una che affitta l’utero e la cosiddetta “madre sociale”) oppure nessuna. La terminologia genitoriale è del tutto cambiata: i tradizionali “madre e padre”, dopo essere scomparsi dai testi degli organismi internazionali, come l’ONU e l’Unione Europea, sono spinti ai margini anche nella prassi dei singoli paesi: dalla Spagna che introduce i concetti di “genitore A” e “genitore B”, alla Gran Bretagna dove si parla di “guardian” e “tutor”. La stessa sperimentazione sul concepimento di bambini con due madri è una novità solo dal punto di vista tecnico: di fatto esistono già bambini portatori del patrimonio genetico di due donne, che non prestano l’una l’utero e l’altra l’ovocita, ma forniscono entrambe il loro corredo genetico, grazie alla manipolazione dell’ovocita.  Dove vogliamo arrivare?


Ma una politica davvero liberale può occuparsi di questioni simili e tuttavia restare tale?

La politica liberale deve anzitutto sapere cos’è l’individuo. Pensiamo a quello che è accaduto nel parlamento inglese, in occasione del dibattito sulla questione delle “chimere” - embrioni interspecie umani al 99%, ibridati con ovociti di mucca -. Per stabilire le competenze delle varie Authority sulla faccenda, i parlamentari sono giunti a discutere di cosa fosse l’umano. Finendo per impantanarsi, com’è logico: perché una volta abbandonata l’evidenza originaria, legata alla procreazione naturale e ai concetti di padre e madre, trovare una definizione tecnica soddisfacente di “umano” diventa impossibile. In generale, quando si sente il bisogno di ricorrere a una definizione – vale per il concetto di “genitore” come per quello di “embrione umano” – si è già in un vicolo cieco. Non tutto può essere ridotto a convenzione: anche se abbiamo difficoltà culturali nei confronti dell’ancoraggio naturale dell’identità umana, non possiamo abbandonarlo senza rinunciare alla stessa prospettiva liberale. L’approccio dei diritti individuali di fronte a questo scenario si rivela insufficiente, se il concetto stesso di individuo umano è in discussione. La selezione genetica operata nei confronti delle generazioni future svela un enorme problema di potere, che oltrepassa di gran lunga i limiti del diritto individuale, tracima la categoria della “libera scelta”: un pensiero autenticamente liberale non può permettersi di ignorarlo.


Di quali iniziative sarà fatta la tua politica liberale in Parlamento?

Prima di tutto, di iniziative per la famiglia. A partire dall’equità fiscale: oggi c’è una vessazione nei confronti delle famiglie, in particolare quelle con più figli, che tradisce il mancato riconoscimento del ruolo che le famiglie rivestono, sostituendosi di fatto allo Stato sociale. Il risparmio che l’organizzazione familiare consente allo Stato è incalcolabile, e va quantificata concretamente. In secondo luogo, di provvedimenti per la valorizzazione culturale e sociale della maternità: dal sostegno alle maternità difficili, all’organizzazione di servizi di supporto psicologico e pratico per le puerpere, che dopo il parto restano inevitabilmente sole. Con la scomparsa delle antiche famiglie allargate, di fatto, si è lacerato il tessuto connettivo che permetteva di fare affidamento sulle altre figure femminili – dalle nonne alle zie -, specialmente in un momento delicato come quello che coincide con i primi giorni di vita del bambino. In Francia a questa mancanza sopperisce un servizio di assistenza domiciliare qualificata, a disposizione delle donne che ne abbiano bisogno: penso a qualcosa di analogo anche per il nostro paese. Infine, gli interventi sulla dimensione lavorativa: oggi nel nostro paese, che conosce a malapena il part-time, le donne devono costruirsi una flessibilità fai da te, specialmente se hanno bambini da allevare o anziani da accudire. Io stessa ho fatto questa scelta anni fa, a discapito di un lavoro stabile e dei contributi: è la via obbligata per chi di noi voglia dedicarsi anche al lavoro extradomestico, nell’ottica di un mondo lavorativo ancora largamente orientato al maschile, nel quale le donne si adeguano, o restano a casa. Le donne sono alla ricerca di una flessibilità che non sia penalizzante, con tempi e modi compatibili con la maternità: che non deve, non può essere un lusso privato, come accade oggi in Italia, dove la maternità si paga, sia in termini di reddito che di carriera. Infine, mi occuperò dei temi biopolitici, tra i quali rientrano la legge 40, la selezione genetica, l’applicazione della legge sull’aborto. In realtà sono tutti strettamente interconnessi: se l’obiettivo è ridurre il numero degli aborti, il sostegno alle maternità difficili diventa imprescindibile.

(da L'Occidentale)

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APPENA LETTI e DA RILANCIARE:

Interessante informazione di... costume

Là dove non poté Silvio, riuscì Famiglia Cristiana

QUELL'IMBARAZZATA OMERTA'

postato da AnnaV alle ore febbraio 26, 2008 14:29 | link | commenti
categorie: politica, roccella
lunedì, 25 febbraio 2008

Con gli elettori non si scherza (il nuovo editoriale di SamizdatOnLine)

Il nuovo editoriale di SOL:

      Abbiamo scherzato! E sì, sembra dire proprio questo Veltroni agli italiani dopo che per settimane aveva detto e ridetto che il suo PD, alle urne, si sarebbe presentato da solo tentando così di esprimere una vocazione maggioritaria. “La gente vuole semplificare, vuole chiarezza e io voglio dargliela” aveva detto e noi, forse ingenuamente, c’avevamo quasi creduto. Beh, forse è il caso di risvegliarsi da questo sogno perché la semplificazione, a parte l’inevitabile esclusione della estrema sinistra, è più nelle parole più che nei fatti, mentre la chiarezza della proposta politica risulta di là da venire. Anche se dalle ultime scelte di Veltroni qualcosa inizia a trasparire circa la connotazione che si intende dare al PD.

In tal senso se l’accordo con Di Pietro, come spiega il prof. Panebianco, “
è giustificato dalla volontà di «coprirsi» rispetto agli umori antipolitici che circolano nell'opinione pubblica”, quello con Pannella e i Radicali evidenzia, proprio per il carico culturale che sottende, lo sforzo di voler definire un'identità che tuttora risulta fin troppo magmatica.
Se questo è l’obiettivo che Veltroni si è prefigurato imbarcando i radicali, forse anche erroneamente pensando che la Chiesa ormai guarda altrove, il contributo che essi apporteranno al PD sarà sicuramente nei termini
descritti da Pasquino su L’Unità: “Chi vuole effettivamente un partito plurale che sia laico e che rappresenti una opinione pubblica che pensa che le tematiche etiche fanno concretamente parte di un esauriente dibattito elettorale […] non può che rallegrarsi che, con i Radicali, il confronto interno al Partito Democratico si arricchisca e che esista un contrappeso a posizioni teo-dem fino ad oggi persino troppo preminenti e premiate”.
Un contrappeso che diventa ogni giorno più evidente, basti pensare alla candidatura, come capolista al Senato, di Veronesi in Lombardia o alle strategie che i Radicali stanno mettendo a punto
in Piemonte nella scelta dei candidati da proporre nelle liste del PD. Veltroni chi sceglierà fra la Binetti o la Bonino?

In tale contesto politico allora sarebbe quanto mai leale esporre agli elettori i programmi e i progetti ai quali si intende far riferimento. Invece su temi di vitale importanza per la società si sta facendo a gara per coprirli di ombre, reticenze e ambiguità. Eppure la storia di alcuni candidati è quanto mai esplicita ed è “impossibile ignorare ad esempio – come scrive Francesco D’Agostino su Avvenire - la visione libertaria (e non liberale, come viene spesso arbitrariamente presentata) di chi ha sempre militato nel Partito Radicale. È impossibile ignorare quale sia l’antropologia di Umberto Veronesi. […] Da visioni antropologiche 'riduzionistiche' (come quella radicale o come quella di Veronesi), derivano inevitabilmente ampie conseguenze sul piano delle scelte politiche, non solo per quel che concerne i temi che oggi vengono definiti 'eticamente sensibili' (dalla procreazione assistita all’eutanasia), ma anche per temi di ancor più ampio rilievo sociale, primi tra tutti quelli del matrimonio, della famiglia e delle adozioni”.
Forse è proprio per questi motivi che le scelte del segretario del PD vengono avvertite come un pugno nello stomaco dalla Chiesa italiana, il timore è che venga influenzata, “
non tanto e non solo la definitiva stesura del programma elettorale, quanto e soprattutto le sue concrete declinazioni nelle sedi legislative".

E non è uno scherzo. Non fa ridere neanche un pò.

Censurarossa socio di SamizdatOnLine

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Aggiornamento:

La parola data di Veltroni

[Piemonte] Strategie radicali

L'imbarazzo di Veltroni

postato da AnnaV alle ore febbraio 25, 2008 20:44 | link | commenti (6)
categorie: politica
lunedì, 25 febbraio 2008

Possiamo anche noi dire la nostra l'1 e il 2 marzo…

 

     Non era mai successo che i partiti ci consultassero sul loro programma ed oggi scopro che, all’interno del programma del PdL, ci vien chiesto di esprimere quelle che riteniamo le priorità.

Il programma è accettabile secondo me, perché è un programma che riguarda la famiglia, la sicurezza e la tassazione e si possono anche proporre i punti non esplicitati che ci stanno a cuore.

Penso perciò che valga la pena che noi cittadini ci facciamo sentire con quelle che sono le nostre indicazioni.

«È un’iniziativa - argomenta Lupi - che si incardina sull’idea stessa dalla quale è nato il Pdl dove la gente è protagonista». Una differenza sostanziale, conclude, con il Pd di Veltroni dove i cittadini sono chiamati a ratificare il fatto compiuto e «non sono mai protagonisti».

Leggi:

Referendum per il programma del Pdl
e

Il programma del Popolo della Libertà: le misure a sostegno della Famiglia e dei giovani 

postato da AnnaV alle ore febbraio 25, 2008 16:35 | link | commenti (17)
categorie: politica
lunedì, 25 febbraio 2008

Una buona idea progettata male

Ricevo via mail questo articolo scritto da Davide Rondoni per IL TEMPO : mi sembra un utile contributo per la riflessione in vista delle elezioni.

Una buona idea progettata male

Ferrara sbaglia lotta se fa tattica sull'aborto

Peccato, ma le buone idee non bastano. La grande moratoria lanciata dal Foglio, che ha svegliato tanti che già la pensavano allo stesso modo [...]

 

[...] e ha instillato una sana inquietudine in tanti altri che sull'aborto sonnecchiavano, speriamo che continui e avanzi. Purtroppo la volontà del suo inventore, Giuliano Ferrara, di trasformarla in sfida partitica sta svelandosi un errore. Perché finisce per dividere, invece che unire, su un tema su cui c'è bisogno di unire invece che dividere ancora. L'aborto costituisce una grande questione privata e pubblica, dunque non può non avere una discussione pubblica e politica.
Ma il "come" si fa politica è importante. Al di là delle buone intenzioni, infatti, una lista è una lista. Cioè una cosa che chiede preferenze, che divide da altri, e che entra in una competizione dove i motivi sono tanti altri e non solo quello della faccenda morale che sollecita. Insomma uno strumento sbagliato per una cosa giusta.
Il che, in politica, è proprio un errore, e doppio poiché finisce per intorbidare anche le acque già così agitate intorno a una faccenda che, va ricordato, prima di riguardare Fini o Berlusconi o il campo politico, riguarda la vita reale, il dramma reale di tanta gente, di tante donne, e di tanti padri.
E per il cosiddetto mondo cattolico, la lista significa l'andarsi a contare su un tema che è sentitissimo, ma appunto l'andarsi a contare in una partita dove non c'è solo quel tema e dove dunque per tanti cattolici sarà legittimo andare a votare tante liste.
Significa che chi voterà quella lista sarà più contro l'aborto di altri?
O chi la voterà lo farà per disistima rispetto alle altre?
E poi cosa c'entrava la candidatura a sindaco o meno con la faccenda dell'aborto?
solo tattica politica?
Ma quanto è lecito fare tattica intorno a una faccenda così?
E pure la non presentazione della lista in Lombardia "perché lì c'è Formigoni" non suona, al di là della stima, come una furba desistenza elettorale, che però stranamente non vale là dove pure ci sono tanti che la pensano come Formigoni?

Questi sono a mio modesto avviso gli errori che emergono in superficie in queste ore.
Ma c'è n'è uno, più profondo, che ne è come la matrice. Un errore non nel senso dell'intelligenza, poiché Ferrara è intelligentissimo. C'è un fatto però. Che egli, per temperamento e per cultura, non riesce a pensare che possa esistere un fenomeno sociale, culturale, o anche morale, che non trovi una immediata rappresentazione politico-partitica in chiave di lotta. Come se questa fosse la necessaria condizione della sua permanenza o della sua crescita. Mentre ci sono movimenti (e quello di coscienza intorno al rispetto della vita lo è) che crescono, si sviluppano e allargano la propria area di consenso non nella lotta politica ma secondo altri percorsi.
Lo stesso Ferrara dovrà ammettere che a certe conclusioni
è giunto non nel fuoco di una faziosa battaglia politica, ma grazie a certi incontri, a certe letture, a certi silenzi.


Ed ecco cosa dice AVVENIRE:

(...) Tutti, e non solo i nostri lettori, sanno che 'Avvenire' ha condiviso da prima di subito la battaglia culturale ingaggiata da Giuliano Ferrara, e dal suo 'Foglio', per una moratoria dell'aborto.

Tutti, e non solo i nostri lettori, sanno che un incessante e sereno impegno pro-life cadenza e qualifica da decenni la vicenda del giornale dei cattolici italiani che -come scrivevamo il 13 gennaio scorso -si è fatto «puntualmente specchio di quel grande laboratorio spirituale e culturale che sono le Giornate per la Vita promosse dalla Cei e delle splendide e concretissime esperienze del Movimento per la Vita».

Tutti, e non solo i nostri lettori, hanno avuto anche la possibilità di sapere che a noi di 'Avvenire' -e a qualche nostra bella firma più di altre -sembra che la presentazione di una specifica lista anti-aborto alle prossime elezioni politiche sia strada non indovinata per contribuire ad affermare maggiormente la cultura della vita. La scelta di Ferrara è una scelta che merita rispetto -averne di opinion leader come lui... -, ma continuiamo a ritenere che più partiti politici, e non uno solo, debbano mettere a tema, con chiarezza d'intendimenti, la capitale questione dell'accoglienza e della tutela della vita nascente. E farne bandiera. Li invitiamo a impegnarsi.

Così come -con accenti diversi, da angolazioni differenti e con identica passione -in questi giorni chiedono, con tre distinti appelli ai vari candidati premier, il Movimento per la Vita, il Forum delle famiglie e l'associazione Scienza&Vita.

Qualcuno, a quanto pare, fa finta di non sapere che le cose stanno così. O come prevedeva qualche giorno fa, su queste colonne, Domenico Delle Foglie certi 'seminatori' di cattivi sentimenti si sono messi all'opera. E pensano di poter impudentemente saccheggiare la schietta opinione di un intellettuale -il poeta Davide Rondoni -a proposito del dibattito a distanza sull'aborto tra altri due intellettuali, Claudio Magris e lo stesso Ferrara, per distillare la presunta valutazione della Cei a proposito di un'iniziativa politica.

Nessuno boccia nessuno, insomma.

Tanto meno per procura. Anche se chi legge solo 'Repubblica', probabilmente, non saprà mai la verità. E cioè che semplicemente, seriamente e liberamente sulla questione dell'opportunità di una nobile 'lista di scopo' noi di 'Avvenire' -e, lo ripetiamo, qualche nostra bella firma più di altre -abbiamo un diverso parere da quello del direttore del 'Foglio'. Che lo sa, non si scandalizza e -secondo la sua indole -tira diritto. Lui ama la vita. Noi pure. Questo conta.

postato da AnnaV alle ore febbraio 25, 2008 06:52 | link | commenti (3)
categorie: politica, ferrara
domenica, 24 febbraio 2008

Possiamo parlarne, oppure tutto passa nell’indifferenza più totale?

     Mi sembra urgente tornare sul Trattato di Lisbona perché non possiamo permettere che sia l’UE a decidere sulle leggi che regolano la nostra convivenza. Ne parla l’editoriale di Samizdatonline che invita anche ad una mobilitazione per la difesa dei valori che ci stanno a cuore.

Ma vediamo questo articolo pubblicato da culturacattolica.it di Giorgio Salina, Direttore del Dipartimento Politiche Europee: 

 

Parlando a Trento, il Presidente Napolitano oggi (11 febbraio, ndr) ha raccomandato la ratifica del nuovo Trattato europeo, che passa sotto il titolo di Trattato di Lisbona, o Trattato modificativo del Trattato costituzionale europeo, oppure mini - Trattato.

Il Presidente della Repubblica ritiene che anche a Camere sciolte si possa e si debba procedere alla ratifica del Trattato di Lisbona, che deve essere ratificato entro il 31 dicembre 2008, per consentirne l’entrata in vigore prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, previste nella tarda primavera del 2009; sino ad ora è stato ratificato da Slovenia, Malta, Romania e Francia.

 

Il Trattato è un insieme di 231 articoli, incluso l’Atto Finale della Conferenza intergovernativa che lo ha approvato, molto complessi e di difficile interpretazione, perché frutto di laboriosi compromessi.

 

Altre volte abbiamo ricordato che numerosi Deputati europei si esprimono pressappoco così: non è il miglior Trattato possibile, ma meglio questo che nessun trattato.

 

Ma ciò che qui vogliamo evidenziare è che il Trattato recepisce, con valore vincolante, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea; valore vincolante che Regno Unito e Polonia hanno rifiutato, ottenendone l’esenzione.

 

In Italia tutto ciò rischia di accadere senza che il Popolo sia messo al corrente e ne possa discutere, anzi che ne sia neppure informato, complice anche il periodo elettorale, che invece, parlando dei problemi reali, potrebbe essere un’ottima tribuna per un tema così rilevante.

 

Certamente l’Europa è un ideale sperato e per il quale hanno lavorato tanti grandi Uomini, che ci ha garantito, per la prima volta nella storia, 60 anni consecutivi di pace, che può rendere possibile agli Stati europei affrontare i grandi temi mondiali mentre il baricentro del mondo si sta spostando ad est, certamente tuttavia è necessario che si sia coscienti di ciò che sta accadendo.

 

Proprio in fase di ratifica per via parlamentare, mentre la Francia aveva bocciato il precedente Trattato con un referendum popolare, un Vescovo francese, S. E. Mons. Dominique Rey, cinquantaseienne, già stimato collaboratore del Cardinal Lustiger, dal 2000 Vescovo della Diocesi di Fréjus-Toulon (Var), venerdì 1 febbraio 2008 ha pubblicato un documento dal titolo inequivocabile: «Problemi etici sollevati dalla carta europea dei diritti fondamentali.»

 

Scrive tra l’altro Mons Rey, «Questa “Carta” rappresenta in molti punti una rottura intellettuale e morale con le altre grandi formulazioni giuridiche internazionali, presentando una visione relativistica ed evolutiva dei diritti dell’uomo che mette in causa i principi del diritto naturale.» Sono parole assai gravi!

 

È sufficiente questa affermazione per chiedere almeno di conoscere che cosa c’è in gioco, e su che cosa il nostro Stato si accinge ad vincolare tutti noi, ratificando la Carta.

 

Chi è interessato può leggere qui il documento di S.E. Mons. Rey. Tuttavia mi pare che ci sia materia per discuterne e valutare se e quali salvaguardie è possibile adottare in fase di ratifica, per non consegnare acriticamente la nostra cultura e le nostre tradizioni, ad altre culture ed altre tradizioni, o addirittura ad emergenti effimere mode relativistiche. (…)

 

Aggiungo alcuni esempi, proposti da SOL, di come il trattato possa essere usato  in modo che molti di noi italiani non approverebbero:

 

Alcuni esempi.

La Carta afferma che "il diritto di sposarsi e di costruire una famiglia è garantito". Una frase ragionevole, a prima vista, ma che omette - subdolamente - di specificare il sesso dei coniugi. Di questi tempi è facile capire a cosa porterebbe questa implicita separazione del concetto di matrimonio da quello di famiglia: gli stati "vincolati" da tale "Carta dei diritti" sarebbero costretti - da qualche sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, vincolante per i Paesi membri - a introdurre nella propria legislazione l'istituto matrimoniale tra persone dello stesso sesso. Uno dei capisaldi della propaganda gay. Seguirebbe logicamente il diritto di adozione per coppie omosessuali.


Sempre in questa "Carta dei diritti" si vieta esplicitamente solo la clonazione a scopo riproduttivo, lasciando libera quindi la clonazione dell'embrione a scopi di ricerca. Una regressione rispetto alla Convenzione di biomedicina del Consiglio d'Europa approvata nel 1997, per cui "è vietato qualsiasi intervento per creare un essere umano geneticamente identico a un altro essere umano, morto o in vita".


E la scomparsa del "divieto d'infliggere intenzionalmente la morte a chiunque", riconosciuto dalla Convenzione europea dei diritti umani del 1950, aprirà inevitabilmente la strada alla imposizione dell'eutanasia attiva nelle legislazioni degli Stati membri.


Tuttavia Regno Unito e Polonia hanno rifiutato il valore vincolante attribuito dal Trattato di Lisbona alla "Carta dei diritti", ottenendone l'esenzione. Sarebbe auspicabile che l'Italia chiedesse - almeno temporaneamente - la stessa esenzione.


Ma per fare questo bisogna che venga svolta un'opera di sensibilizzazione presso i parlamentari, l'opinione pubblica e lo stesso Presidente della Repubblica, affinché non si prendano decisioni precipitose, ma si consenta ai cittadini di sapere verso quale futuro i nostri politici intendono imbarcarci.(…)

 

S C R I V I A M O perciò chiedendo una pausa di riflessione, e di confronto pubblico a:

 

Presidente della Repubblica Napolitano
presidenza.repubblica@quirinale.it

Partiti:
AN info@alleanzanazionale.it
FI www.forzaitalia.it/pdf/siti-senatori.pdf - www.forzaitalia.it/pdf/sitiDeputatiAzzurri.pdf
UDC info@udc-italia.it
LEGA NORD www.leganord.org/dilloallalega/default.asp
MARGHERITA sede@margheritaonline.it
ITALIA DEI VALORI redazione@italiadeivalori.info

Giornali:
IL FOGLIO ildirettore@ilfoglio.it
AVVENIRE lettere@avvenire.it
IL GIORNALE segreteria@ilgiornale.it
LIBERO lettere@libero-news.eu
IL GIORNO redazione@Ilgiorno.it
REPUBBLICA rubrica.lettere@repubblica.it
IL CORRIERE DELLA SERA lettere@corriere.it

postato da AnnaV alle ore febbraio 24, 2008 06:56 | link | commenti (9)
categorie: trattato di lisbona
sabato, 23 febbraio 2008

L’aborto chimico ha seri problemi con la 194

È la legge a dire no all'adozione «ufficiale» in Italia della Ru 486, la pillola abortiva attualmente al vaglio dell'Agenzia italiana del farmaco per il via libera ministeriale La sperimentazione di Torino, sulla quale si è appena chiusa un'inchiesta penale, ha mostrato che chi la usa finisce col violare l'obbligo fissato per legge di praticare l'aborto «presso un ospedale generale». E non a casa

 

L’aborto farmacologico ha problemi di compatibilità con la 194, la legge che regola l’aborto in Italia: lo abbiamo sempre sostenuto. Adesso che le indagini a Torino si sono chiuse e si avvicina il processo per quattro medici coinvolti nella sperimentazione della Ru 486 all’ospedale Sant’Anna, i fatti emergono in tutta la loro chiarezza.

 

Silvio Viale, il ginecologo radicale che ha guidato quella sperimentazione, potrebbe essere processato per violazione della legge 194, perché ben 38 donne – su 332 che hanno usato la Ru 486 fra agosto 2005 e luglio 2006 – hanno abortito al di fuori dell’ospedale, contrariamente a quanto stabilisce la norma italiana, secondo la quale gli aborti debbono avvenire all’interno delle strutture sanitarie pubbliche. Mario Campogrande, primario, Marco Massobrio, docente universitario, e Gianluigi Boveri, direttore generale all’epoca, potrebbero rispondere davanti ai giudici di eventuali violazioni della legge solo per il primo periodo della sperimentazione.

 

Con il metodo farmacologico il rispetto della 194 è possibile solamente se le donne si ricoverano per almeno tre giorni, a causa delle modalità stesse dell’aborto con la Ru 486. Il protocollo prevede infatti che il primo giorno le donne assumano la prima pillola, la Ru 486 vera e propria, che uccide l’embrione nel ventre della madre. Dopo 48 ore c’è un secondo farmaco, il misoprostol, che induce le contrazioni e provoca l’espulsione dell’embrione. Dopo due settimane c’è la visita di controllo per verificare che l’aborto sia avvenuto completamente e l’utero si sia svuotato.

 

Ma dal momento in cui assume la Ru 486, la donna non sa quando, dove, come e se abortirà: il 5% circa espelle l'embrione fra il primo e il secondo farmaco. L'80% lo espellerà entro 24 ore dal secondo farmaco, cioè entro i primi tre giorni dall'inizio della procedura, e un 12-15% nei quindici giorni successivi. Le altre avranno bisogno di un intervento chirurgico per aborto incompleto o perché la gravidanza è continuata. Dunque per essere certi che si abortisca in ospedale, come richiesto dalla legge, è necessario predisporre un ricovero di almeno tre giorni.

 

Gran parte delle donne sottoposte alla sperimentazione invece sono tornate a casa dopo l'assunzione della prima pillola, contrariamente a quanto previsto anche dal protocollo di sperimentazione. E per ben 38 di loro l’aborto è avvenuto al di fuori della struttura ospedaliera.

 

«Avevo uno spettacolo – ha spiegato una di loro, ballerina di tango – e mi sono sentita dire che non ci sarebbero stati problemi. Però, qualche ora dopo l’esibizione, ho abortito a casa». «Ero sola in casa quando, all’improvviso, ho cominciato ad avere un’emorragia. Non sapevo come comportarmi e ho dovuto chiamare un’amica prima di precipitarmi in ospedale». Sono due delle testimonianze raccolte dagli inquirenti torinesi, e danno la misura di cosa avviene quando si sceglie la procedura abortiva farmacologica, se non si è in ospedale. Oltre a essere più pericolosa (una mortalità dieci volte maggiore di quella per aborto chirurgico) e avere una maggiore quantità di effetti collaterali, oltre che più duraturi, la Ru 486 rende l’intera procedura abortiva più lunga rispetto a quella chirurgica attualmente usata, ed estremamente incerta nei tempi.

 

Il Consiglio Superiore di Sanità si è già pronunciato a riguardo: perchè l’aborto farmacologico si possa effettuare con le stesse garanzie del normale metodo chirurgico per la salute della donna, è necessario il ricovero ospedaliero fino ad aborto concluso, cioè fino a espulsione dell’embrione. Eppure Massobrio, uno degli indagati, ha dichiarato: «Quando l’aborto farmacologico entrerà nell’uso comune, se mai succederà, non si potrà certo prevedere di farlo in ricovero ordinario di tre giorni. Sarebbe assurdo». Assurdo rispettare la legge?

 

L’alternativa è modificare la 194, come è accaduto in Francia, dove si è prima variata la definizione di aborto, facendolo coincidere con l’assunzione della pillola e non con l’espulsione dell’embrione. Questo non è bastato. Dopo qualche anno è stato introdotto l’aborto a domicilio: le francesi possono scegliere di abortire a casa, dopo aver assunto la prima pillola davanti al medico. Da sole, dopo 48 ore, assumeranno la seconda, con in tasca gli antidolorifici e il foglietto delle istruzioni, insieme al numero di telefono dell’ospedale più vicino nel caso in cui le perdite di sangue – solitamente molto abbondanti – diventino una vera e propria emorragia, eventualità che a volte rende necessaria anche una trasfusione.

 

Che i problemi della Ru 486 non fossero dettati dalla politica ma dal metodo stesso è anche evidente dal fatto che la sperimentazione è iniziata con il ministro Sirchia, del centro-destra, sospesa e poi ripresa con il nuovo ministro Francesco Storace, ed è stata definitivamente sospesa con un governo di centrosinistra (ministro Livia Turco) dall’assessore alla Sanità piemontese Mario Valpreda, di Rifondazione Comunista.

 

di Assuntina Morresi

 

Tratto da Avvenire del 21 febbraio 2008

postato da AnnaV alle ore febbraio 23, 2008 12:16 | link | commenti
categorie: salute, ru486
sabato, 23 febbraio 2008

Verso le elezioni: dove, oggi, si difende la famiglia?

Propongo alla riflessione l’interessante intervista a Eugenia Roccella:

 

«Solo il Pdl può difendere la famiglia»

di Vittorio Macioce

 

   

L’appuntamento è alle quattro del pomeriggio. Eugenia Roccella, in questi giorni, entra ed esce da strane riunioni con vecchi amici. È un’abitudine che deve avere qualcosa a che fare con la dura vita del candidato.

 

È un lavoro anche questo. Parlare con Eugenia significa camminare nei sentieri più affascinanti della fantascienza, solo che lei di solito non legge Philip Dick e, probabilmente, non sa nulla dell’ultima graphic novel di Neil Gaiman o di un qualsiasi numero di Nathan Never. Tutto ciò che ti racconta lo scova nelle riviste tecno-scientifiche, sul Times o sul Guardian e nelle news che si scambiano i ricercatori.

 

Roba seria. La realtà, di questi tempi, corre in fretta verso il futuro. Tu le dici: «Pensa se uno potesse cancellare i brutti ricordi». E lei risponde: «Ci stanno provando. Nel marzo del 2007, il neuroscienziato Joseph LeDoux ha detto che i ricordi si possono manipolare, magari cancellando quelli molesti, tipo uno stupro o una violenza infantile». E tutto potrebbe accadere come in Se mi lasci ti cancello, il film con Jim Carrey e Kate Winslet.
A te queste storie fanno brillare gli occhi, lei pensa siano tutti passi affrettati verso il post-umano: «Prima o poi ci perderemo».

 

È ormai una decina d’anni che Eugenia Roccella si occupa di bio-politica, dei limiti della scienza, delle questioni che hanno a che fare con l’etica e con l’uomo. Il suo passato parla di un padre, Franco Roccella, che con Pannella ha fondato il Partito radicale. Ci sono le battaglie femministe degli anni ’70, l’impegno con quella banda di visionari che come simbolo avevano una rosa nel pugno. Le delusioni per una politica che non riconosceva più sua. La scelta di dedicarsi all’Università, alla sociologia della letteratura, l’impegno in una rivista d’area come Ideazione e poi la politica. E poi il family day, la battaglia per difendere i valori della famiglia.

 

Dove, oggi, si difende la famiglia?

«Dove c’è l’incontro tra cattolicesimo e liberalismo. Rompere questa alleanza è un errore. Non tutti lo hanno capito»

 

Ma alla politica interessa davvero parlare di bioetica?

«Preferisco parlare di bio-politica».

 

La differenza?

«La biopolitica è il potere esercitato sui corpi, sulla vita e sulla morte. E io credo che si debba mettere un limite a questo potere. È un discorso libertario».

 

Forse serve qualche esempio.

«In Belgio e in Olanda l’eutanasia psichica è legale. È previsto il suicidio assistito per chi è patologicamente infelice».

 

I suicidi, comunque, ci sono sempre stati.

«Ma qui si fa qualcosa di più. È istituire per legge la spintarella al suicidio. È l’ufficiale giudiziario o l’infermiere che ti dicono: ma sì, ammazzati, che campi a fare. Ma c’è di peggio».

 

Tipo?

«In un documento dei ginecologi inglesi si propone l’eutanasia per i bambini non sani».

 

È uno scherzo?

«No. Fanno questo ragionamento. Le diagnosi prenatali sono probabilistiche. E capita, abbastanza spesso, di uccidere feti “normali”. La soluzione? Eliminare i bimbi down appena nati».

 

Come a Sparta.

«Appunto. Ormai è possibile fare la diagnosi pre-impianto non solo per malattie gravi, come il tumore al colon, ma anche per sapere se il futuro essere umano avrà il colesterolo alto o lo strabismo. Qual è il limite?».

 

La difesa della vita?

«No, molto di più. La difesa dell’uomo. In Inghilterra hanno dato il via libera alle cellule chimera, agli ibridi. Anche questa è vita. Ma è un po’ meno umana».

 

È umana al 99 per cento.

«Siamo arrivati all’umanità a tasso variabile».

 

Cosa pensa della scelta di Ferrara?

«Ferrara ha riportato al centro del dibattito la questione dell’aborto. E lo ha fatto a suo modo, mettendosi in gioco. Non si può non subire il suo fascino. Ma non deve giocare da solo. Credo che in questo momento sia giusto assecondare la tendenza al bipolarismo».

 

Ha senso mettere in discussione la legge 194?

«Non va abolita, ma serve un tagliando. Il problema non è solo l’aborto. Se una donna si trova senza soldi, con un figlio che non sarà sano, alla fine che fa? In Italia la percentuale di aborti terapeutici è diventata altissima. Questo non accade invece in Svezia, dove è più facile crescere un figlio down. Lì c’è un welfare che funziona per le mamme sole o con figli disabili».

 

Cosa ha detto Pannella?

«Niente. Non lo vedo da anni».

 

Chiusi i rapporti anche con Emma Bonino?

«Non è più capitato di incontrarci. Neppure come ospiti in tv».

 

Cosa direbbe Franco Roccella?

«Mio padre? Sarebbe d’accordo».

Tratto da Il Giornale del 22 febbraio 2008

postato da AnnaV alle ore febbraio 23, 2008 07:37 | link | commenti (12)
categorie: politica, famiglia, roccella, family day
venerdì, 22 febbraio 2008

PIU' PADRE CHE MAI

Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo


Nella semplicità del mio cuore lietamente ti ho dato tutto


Tre anni fa ci ha lasciati il caro don Giussani. Potete sentire le testimonianze di alcuni che l’hanno conosciuto cliccando qui.

Riporto ora la sua testimonianza durante l’incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità in Piazza San Pietro il 30 maggio 1998. 

Tento di dire come è sorto in me un atteggiamento – che Dio avrebbe benedetto, come ha voluto – che io non potevo prevedere né tanto meno volere.

1. «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?». (Sal 8,5). Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa. C’è stato solo un Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendo una nuova domanda: «Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?» (Mt 16,26).
Nessuna domanda mi sono sentito rivolgere così, che mi abbia lasciato il fiato mozzato, come questa di Cristo!
Nessuna donna ha mai sentito un’altra voce parlare di suo figlio con una tale originale tenerezza e una indiscutibile valorizzazione del frutto del suo seno, con affermazione totalmente positiva del suo destino; è solo la voce dell’Ebreo Gesù di Nazareth. Ma più ancora, nessun uomo può sentire se stesso affermato con dignità di valore assoluto, al di là di ogni sua riuscita. Nessuno al mondo ha mai potuto parlare così!
Solo Cristo si prende tutto a cuore della mia umanità. È lo stupore di Dionigi l’Areopagita (V secolo): «Chi ci potrà mai parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace?». Mi ripeto queste parole da più di cinquant’anni!
Per questo la Redemptor Hominis è entrata nel nostro orizzonte come bagliore in piene tenebre avvolgenti la terra oscura dell’uomo di oggi, con tutte le sue confuse domande.
Grazie, Santità.
È una semplicità del cuore quella che mi faceva sentire e riconoscere come eccezionale Cristo, con quella immediatezza certa, come avviene per l’evidenza inattaccabile e indistruttibile di fattori e momenti della realtà, che, entrati nell’orizzonte della nostra persona, colpiscono fino al cuore.
Riconoscere che cosa sia Cristo nella nostra vita investe allora la totalità della nostra coscienza del vivere: «Io sono la Via, la Verità, la Vita» (Gv 14,6).
«Domine Deus, in simplicitate cordis mei laetus obtuli universa» («Signore Dio, nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto»), recita un’orazione della Liturgia ambrosiana. Che il riconoscimento, poi, sia vero si vede dal fatto che la vita, così, ha un’ultima, tenace capacità di letizia.

Continua qui

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Un breve video su don Giussani qui

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DOMENICA 24 FEBBRAIO
ORE 14: RETE4 ripropone
VITE STRAORDINARIE dedicato A DON GIUSSANI

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Alcuni video con Don Giussani qui

postato da AnnaV alle ore febbraio 22, 2008 07:04 | link | commenti (11)
categorie: don giussani, fede e politica, fede e società, fede e ragione, fede e scienza, fede e vita, fede e cultura, fede e storicità
giovedì, 21 febbraio 2008

Sapete in cosa consiste il trattato di Lisbona e cosa comporta?

Allarmata per il silenzio che vorrebbe coprire certe decisioni importanti, copio direttamente l'editoriale di SOL preparato dall'amico Gino:

Trattato di Lisbona? Parliamone, please!

E' preoccupante il silenzio che (causa la campagna elettorale) è calato sulla ratifica del Trattato di Lisbona.

A quanto pare il presidente Napolitano ritiene che il Parlamento italiano debba ratificare tale trattato al più presto, anche prima delle elezioni, e quindi senza un vero dibattito nel merito delle questioni.

Ma di questioni cruciali da discutere ce ne sono tante, soprattutto per quanto riguarda la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, che il Trattato recepisce con valore vincolante per i Stati Membri.
I motivi di preoccupazione sono stati bene riassunti da un Vescovo francese, S. E. Mons. Dominique Rey, venerdì 1 febbraio 2008, in un documento dal titolo inequivocabile: «
Problemi etici sollevati dalla carta europea dei diritti fondamentali»

Scrive tra l'altro Mons Rey: «Questa "Carta" rappresenta in molti punti una rottura intellettuale e morale con le altre grandi formulazioni giuridiche internazionali, presentando una visione relativistica ed evolutiva dei diritti dell'uomo che mette in causa i principi del diritto naturale».

Alcuni esempi.
La Carta afferma che "il diritto di sposarsi e di costruire una famiglia è garantito". Una frase ragionevole, a prima vista, ma che omette - subdolamente - di specificare il sesso dei coniugi. Di questi tempi è facile capire a cosa porterebbe questa implicita separazione del concetto di matrimonio da quello di famiglia: gli stati "vincolati" da tale "Carta dei diritti" sarebbero costretti - da qualche sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, vincolante per i Paesi membri - a introdurre nella propria legislazione l'istituto matrimoniale tra persone dello stesso sesso. Uno dei capisaldi della propaganda gay. Seguirebbe logicamente il diritto di adozione per coppie omosessuali.

Sempre in questa "Carta dei diritti" si vieta esplicitamente solo la clonazione a scopo riproduttivo, lasciando libera quindi la clonazione dell'embrione a scopi di ricerca. Una regressione rispetto alla Convenzione di biomedicina del Consiglio d'Europa approvata nel 1997, per cui "è vietato qualsiasi intervento per creare un essere umano geneticamente identico a un altro essere umano, morto o in vita".

E la scomparsa del "divieto d'infliggere intenzionalmente la morte a chiunque", riconosciuto dalla Convenzione europea dei diritti umani del 1950, aprirà inevitabilmente la strada alla imposizione dell'eutanasia attiva nelle legislazioni degli Stati membri.

Tuttavia Regno Unito e Polonia hanno rifiutato il valore vincolante attribuito dal Trattato di Lisbona alla "Carta dei diritti", ottenendone l'esenzione. Sarebbe auspicabile che l'Italia chiedesse - almeno temporaneamente - la stessa esenzione.
Ma per fare questo bisogna che venga svolta un'opera di sensibilizzazione presso i parlamentari, l'opinione pubblica e lo stesso Presidente della Repubblica, affinché non si prendano decisioni precipitose, ma si consenta ai cittadini di sapere verso quale futuro i nostri politici intendono imbarcarci.
Di queste cose se ne dovrebbe parlare anche in campagna elettorale, visto che ormai in campi come l'economia, le infrastrutture e la sicurezza i programmi dei partiti in lizza sono speculari.
Decisive saranno le scelte in tema di valori fondamentali (vita umana, famiglia, educazione...).

Gino socio di SamizdatOnLine

postato da AnnaV alle ore febbraio 21, 2008 14:57 | link | commenti (3)
categorie: europa, trattato di lisbona
giovedì, 21 febbraio 2008

Prove di sussidiarietà

 

    Si può costruire un mondo più umano, ma occorre rimboccarsi le maniche e partire dal proprio ambito e dalle proprie possibilità.
Tempo addietro ho affrontato il tema della sussidiarietà  come criterio per un affronto realistico dei problemi della società ed oggi ho trovato un esempio significativo offerto da Giorgio Vittadini, presidente della fondazione sussidiarietà.
Si tratta di un esempio di come il farsi carico dei problemi di chi ha bisogno, quando se ne abbiano le capacità e la possibilità, può rendere la vita migliore per molti.

Certo, spesso sembra si tratti di gocce in un oceano, ma se le gocce si moltiplicano…

 

Ma ecco l’articolo trovato nel mensile TRACCE di gennaio:

 

 

RETE MANAGER

 

Tra i drammi silenziosi che provoca una concorrenza “darwiniana” in cui un uomo sul posto di lavoro, al massimo, viene considerato una risorsa umana o, peggio, una commodity come il petrolio, c’è il licenziamento sistematico di manager e dirigenti ancora giovani - 40, 50 anni -, ma lontani dall’età pensionabile. Ci sarebbe molto da dire sulle conseguenze negative di questo modo di fare sul sistema economico nel suo complesso e sulle singole aziende, ma in questa sede si vuole porre l’attenzione sul percorso umano e professionale di chi si trova in questa situazione. Non bastano alcuni mesi di stipendio e una congrua liquidazione a ridare speranza e prospettiva a chi si trova improvvisamente per la strada. Poiché, in molti casi, il problema più grave è la difficoltà a reagire, il più grande aiuto per questi manager, improvvisamente disoccupati, è l’esempio, il suggerimento e la compagnia di persone che, mentre li aiutano a trovare un nuovo lavoro, li stimolano a recuperare motivazioni profonde per ricominciare a lottare.

 

Per questa ragione due anni fa l’ingegnere brianzolo Alberto Sportoletti, insieme ad alcuni dirigenti e manager, convinti che nessuno può stare tranquillo se un amico è senza lavoro, hanno costruito Rete Manager. Tale iniziativa non è un’altra struttura impersonale a cui scaricare “la pratica”: è innanzitutto la testimonianza di uomini di fede che cercano di comunicare a chi è meno fortunato che la sua dignità non sta nel successo, ma nella sua dignità di uomo, sempre amato in modo unico e irripetibile.

 

Ciò avviene non con dei discorsi, ma in una reale condivisione che responsabilizza e accompagna chi deve reinserirsi nel mercato del lavoro. Un tutor segue passo passo la persona e la introduce nella rete dei riferimenti, tenendo traccia dei colloqui e dei feedback ricevuti. In questo contesto nasce un confronto schietto e leale sulle scelte da fare, sulle valutazioni di competenze e percorsi professionali più adatti nei diversi casi, ma anche sull’atteggiamento personale nei confronti del lavoro. Inoltre, in Rete Manager, una o più persone per settore aziendale fungono da centro di competenza (counselor) a riguardo della posizione attuale e potenziale del candidato, di possibili contatti utili al ricollocamento, della messa a punto degli strumenti (cv e altro) utili a una maggior efficacia nella ricerca del posto. Nella rete ci sono anche società di head hunting (ricerca diretta di candidature per posizioni molto elevate o con esperienze molto specialistiche) e di outplacement (supporto alla ricollocazione di lavoratori in uscita da un’azienda) che, in rapporto con tutor e counselor, vengono interpellate per i loro servizi o nell’ipotesi che possano offrire loro stesse un’occupazione.

 

Inoltre, il curriculum del candidato viene inserito nell’apposita area riservata del sito CdO persona e messo in collegamento con le altre realtà di ricerca lavoro dell’orbita CdO (Cso, CdO-Persona, Piazza del Lavoro, Centri di solidarietà, ecc…). Degli ottanta manager che hanno contattato la rete, quaranta hanno trovato lavoro: una goccia nel mare, non la risoluzione del grave problema, ma un esempio contagioso di come, in ogni ambito della vita, la carità - il dono di sé commosso - sia sempre necessaria e sia l’inizio di un mondo più umano…

postato da AnnaV alle ore febbraio 21, 2008 07:31 | link | commenti (10)
categorie: sussidiarietà, vittadini
mercoledì, 20 febbraio 2008

Si può e si deve discutere, senza isterismi

Ecco la riflessione di un caro amico:

La campagna elettorale del 2008 ha assunto caratteri di originalità assoluta, rispetto al passato. Pur nella cornice di una legge discutibile e contrastata, pur nella complessità del quadro politico, stiamo assistendo ad un confronto concentrato sulla scelta tra due grandi partiti e non più tra due coalizioni frastagliate al loro interno.
Ma questa non è l’unica novità. Un’altra importantissima, consiste nella presenza di una lista formata con un unico grande obiettivo: la difesa della vita.
Lo scioglimento delle Camere è avvenuto nel momento in cui Giuliano Ferrara lanciava sul suo giornale, “il Foglio”, l’iniziativa di una moratoria internazionale sull’aborto.
E le polemiche si sono scatenate, con l’immediatezza di un riflesso condizionato.
Il vecchio fronte dell’abortismo libertario si è ricomposto subito, con volti e contenuti grigi e polverosi. Si è parlato di una nuova caccia alle streghe, di criminalizzazione della donna e ovviamente di attentato alla legge 194.

Ma se gli alfieri, sempre più tristi e appesantiti, del diritto all’aborto, avessero letto i documenti e ascoltato le parole di Ferrara e anche quelle degli stessi vertici della Chiesa italiana, avrebbero evitato la pessima figura di una reazione isterica.
Lo scopo dichiarato dalla moratoria ed anche quello della lista pro-life non è quello di cancellare la 194, ma semplicemente di porre un problema di fronte a cui non si possono chiudere gli occhi
: da trent’anni, da quando è stata approvata la 194 e da quando poi si è iniziato a proporre l’eutanasia e la libera sperimentazione genetica, la società italiana è stata invasa progressivamente da una vera e propria cultura di morte.

Siamo un paese in cui è venuto meno “l’Amore e il Buon Umore” come ha detto Papa Ratzinger. Sempre più sazi e sempre più disperati, oltre che sempre più pochi e soli. Si nasce sempre meno e sempre più si ha voglia di morire.
E non è una questione che divide i laici dai cattolici.

La caratteristica del confronto in questo periodo, in cui è stata proposta una moratoria sull’aborto paragonandola a quella sulla pena di morte, è che non può essere descritto come uno scontro tra laici e cattolici
.

E questo è un bene.

Significa che non c’è uno scontro tra fede e ragione, ma un confronto deciso, forte (non fanatico) sulle ragioni della vita, della persona, dei diritti della persona.

La domanda è: ci rendiamo conto che sta crescendo nella nostra modernità una civiltà della morte? Una civiltà che ha perso la speranza e si rifugia nella comoda indifferenza tra bene e male, tra vita e morte, tra giusto e ingiusto.

Non condanniamo nessuno, non siamo moralisti, non crediamo di essere migliori di altri.

Anzi, proprio perchè abbiamo ricevuto tanto nella vita, sappiamo di dover rendere conto a un giudice giustamente esigente, anche se buono e misericordioso.

Ma è proprio in nome di chi è stato ed è meno fortunato di noi che poniamo queste domande.

E ben venga la lista “pro life”!

postato da AnnaV alle ore febbraio 20, 2008 21:29 | link | commenti
categorie: politica, 194
mercoledì, 20 febbraio 2008

I cattolici e la 194

E’ ora di sedersi attorno a un tavolo e cominciare a parlare, tutti quanti.

Negli anni 70 ero abbastanza giovane e sicuramente contraria all’aborto: ho fatto la mia battaglia a favore della vita ma non certo con certi toni isterici di qualunque parte, che mi sono sempre stati estranei.

L’altro giorno una giovane mamma, collega di piscina, non so perchè,  mi ha chiesto se ero cattolica: lo ho risposto di sì e lei spalancando gli occhi ha replicato: “Allora sei di quelli che sono contro l’aborto!”

Inutile dire che nel tono ingenuo e per niente accusatorio di Francesca c’era più che altro meraviglia e cordialità, però la sua obiezione mi ha spinto a riflettere: il fatto che i cattolici siano “quelli contro l’aborto”, cioè per la vita, mi sembra una cosa bella e triste in un certo qual modo, perché è come se solo i cattolici avessero a cuore la difesa della vita umana: il che sarebbe tragico…  e meno male che ci sono anche dei laici che difendono la vita!

D’altro canto pensavo che è un po’ riduttivo dire che i cattolici sono “quelli che difendono la vita del nascituro” per il semplice fatto che basta usare la ragione per capire che la vita va difesa. Mentre essere cattolici significa ben altro. E lo dicevo a Francesca.

Il cattolico, il cristiano è colui che ha abbracciato tutta la bellezza della proposta di Cristo e non fa altro che assecondare il fascino di una Presenza amata da seguire.

Ma lasciando da parte questo aspetto pur importante dell’essenza del cattolicesimo e del Cristianesimo, mi pare tornare al discorso sull’aborto e sulla legge 194.

Propongo perciò l’articolo di Assuntina Morresi che mi sembra sereno ed equilibrato:

Riparliamo di aborto ma non come negli anni '70

L’hanno scritto in tanti: era un clima da anni ’70 quello respirato l’altro ieri in alcune piazze italiane, dove centinaia di donne sono scese a manifestare in difesa della legge 194 dopo il blitz delle forze dell’ordine al Secondo Policlinico di Napoli, per una telefonata che segnalava una donna chiusa in bagno che stava uccidendo il figlio appena nato.

Quella donna invece in bagno aveva appena abortito: un aborto tardivo, alla ventunesima settimana di gravidanza, perché, secondo il certificato medico, la malformazione diagnosticata al feto avrebbe procurato gravi problemi di salute psichica alla mamma. La diagnosi era quella della sindrome di Klinefelter, che in Italia colpisce un uomo ogni cinquecento nati, per un totale di 60.000 persone, “persone non drammaticamente malate, persone che stanno bene”, come ha dichiarato il Prof. Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova.

Ma se gli accertamenti da parte delle forze dell’ordine erano dovuti, vista la gravità del fatto segnalato, sicuramente è stato un errore interrogare la donna uscita da poco dalla sala operatoria. Come tutte le leggi anche la 194 va rispettata e fatta rispettare, ma non certo mandando la polizia nelle corsie d’ospedale a interrogare chi  ha appena abortito.

E se la questura precisa che tutto è stato fatto regolarmente, e che a parlare con la donna è stata una poliziotta in borghese che ha usato tutte le cautele del caso, la protesta per l’interrogatorio in corsia non è venuta solo dal mondo pro-choice, ma anche da persone come la senatrice Paola Binetti, e poi Vincenzo Saraceni, Presidente dell’Associazione Italiana dei Medici Cattolici, e anche Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita: tutti hanno dichiarato quanto meno inopportune le domande poste alla donna, in un momento tanto particolare.

Dopo trent’anni l’aborto è tornato con prepotenza al centro del dibattito pubblico, e nonostante tutti i principali leader politici, da Berlusconi a Veltroni a Casini e anche lo stesso Giuliano Ferrara, promotore addirittura di liste pro-life, abbiano dichiarato di non avere nessuna intenzione di modificare la 194, c’è da scommettere che questo sarà il tema che occuperà buona parte della prossima campagna elettorale.

Ma come mai dopo trent’anni gli animi si accendono subito, quando si comincia a parlare di aborto?

Innanzitutto perché la sua regolamentazione, trent’anni fa, non è mai stata accettata fino in fondo da chi vi si opponeva, anche  se i contrari alla 194 hanno dovuto prendere atto della dura sconfitta referendaria del 1981, che ha reso più forte la legge, rendendola intoccabile. Per il mondo pro-life, identificabile con larga parte di quello cattolico, la legge 194 non è mai stata vista come il male minore, come un compromesso doloroso ma inevitabile, come invece è accaduto con la legge 40, che regola la procreazione medicalmente assistita. La regolamentazione dell’aborto in Italia è stata sempre percepita da questo mondo come quanto di peggio potesse capitare. Una legge integralmente iniqua, questo si dice, e solo da pochi anni i pro-life hanno iniziato a parlare di una sua piena applicazione come obiettivo minimale ma primario.

E d’altra parte in trent’anni una vera discussione pubblica sull’ aborto non c’è mai stata: una volta approvata la 194, e consolidata con un referendum popolare, sull’argomento è calato il silenzio.

Gli interventi della Chiesa e dei cattolici in generale a riguardo non sono mai diventati un reale argomento di riflessione dell’opinione pubblica nel suo insieme: è considerato da tutti ovvio e scontato che Papa e vescovi si pronuncino contro ogni pratica abortiva, ed è chiaro a tutti che se la proposta di moratoria anziché essere lanciata da Giuliano Ferrara fosse nata nel mondo pro-life, non sarebbe stata ripresa dai media, e probabilmente neppure dai cattolici stessi, che a quel silenzio si erano rassegnati.

La moratoria proposta da Giuliano Ferrara, quindi, ha voluto significare riprendere qualcosa interrotto bruscamente dal referendum di quasi trent’anni fa, e i cattolici si sono sentiti in un certo senso sdoganati, autorizzati a parlare d’aborto al di fuori dei recinti: non solo in piazza San Pietro, insomma, ma al mondo, tramite la redazione del Foglio, vista come un varco che permetteva di superare quel recinto.

In questo senso invece, bisogna riconoscere che la stampa cattolica – Avvenire in primis - in questi trent’anni anni ha svolto un lavoro prezioso, continuando a proporre documenti del magistero della Chiesa da un lato, ma anche raccontando quello che stava accadendo nei Centri di Aiuto alla Vita, riportando storie di volontariato e accoglienza, e ricordando ogni anno la celebrazione della Giornata per la Vita, senza sottrarsi a battaglie come quella sul referendum sulla legge 40 ma anche sulla pillola abortiva Ru486.

Sarebbe utile, adesso che il “caso aborto” è scoppiato, approfittarne per portare all’attenzione alcune questioni che l’aborto trascina inevitabilmente con sé: la prima di tutte è senz’altro quella dell’eugenetica. Il rifiuto del figlio malato, nell’aborto, si intreccia con la scelta dell’embrione “migliore” a discapito di quello “difettato”  nel caso delle tecniche di fecondazione in vitro.
E se né la legge 194 né la 40 contengono norme eugenetiche, è altrettanto vero che la “richiesta” del figlio sano, da legittimo desiderio di qualsiasi genitore si è trasformata in un diritto da esigere. E anche per il caso dell’aborto di Napoli la parola “eugenetica” è spuntata, da più parti.

Ma nel riparlare di aborto dopo trent’anni e soprattutto dopo il referendum sulla legge 40, faremmo tutti un pericoloso salto all’indietro se si ritornasse al clima degli anni ’70, al muro contro muro di quegli anni, che non aiuta certamente al dialogo e soprattutto alla comprensione di quello che significa una maternità difficile, un figlio disabile, e di tutti quei problemi, più o meno materiali, più o meno risolvibili, che porta con sé una gravidanza non voluta.

Niente guerre frontali, insomma, basta urlare. E’ ora di sedersi attorno a un tavolo e cominciare a parlare, tutti quanti.

Assuntina Morresi – L’Occidentale

postato da AnnaV alle ore febbraio 20, 2008 07:07 | link | commenti (3)
categorie: vita, aborto, attualità, cattolici, 194
martedì, 19 febbraio 2008

«I cattolici scelgano chi difende i loro valori. I simboli non contano»

 

Intervista al vescovo di San Marino Luigi Negri: «Servono politici che abbiano come criterio ultimo la dottrina sociale cristiana» • «Sono gli uomini che difendono i valori, non i simboli». Il vescovo di San Marino monsignor Negri torna sul voto dei cattolici.

 

 

«Il problema per i cattolici oggi, di fronte alle vicende politiche del nostro Paese, è innanzitutto un problema di cultura. Ci devono essere uomini e donne che sappiano impegnarsi avendo come criterio ultimo i valori non negoziabili e la dottrina sociale della Chiesa».

 

Così Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, sintetizza la sfida che si presenta di fronte al mondo cattolico. Ieri il quotidiano Avvenire, in un editoriale firmato da Marco Tarquinio, faceva il punto sulla presenza (e sulle difficoltà) dei cattolici negli schieramenti della politica italiana, parlando di «un problema di compatibilità tra visioni antropologiche» per quanto riguarda il Partito democratico, «un nodo che negli ultimi anni è emerso a più riprese (si pensi solo ai temi della famiglia e della tutela della vita), fino a farsi stringente».

 

Che rischia di «diventare soffocante - si legge ancora nell’editoriale del quotidiano cattolico -, se davvero si realizzasse un ulteriore e definitivo avvicinamento con il gruppo di Pannella e Bonino». A destra, invece, Avvenire vede un problema di «omologazione» dovuto al «subitaneo assemblaggio di soggetti differenti» che hanno come «solo connotato ben definito», per il momento, il «profilo» del Cavaliere. Infine, al centro, nell’area dove si colloca l’Udc, secondo Avvenire c’è il «problema chiave» della «qualità» degli uomini che incarnano il progetto.

 

Monsignore, una situazione un po’ confusa, non crede?

«Vorrei innanzitutto dire che a me il problema appare culturale, non di formazione politica o di schieramento partitico: un ragionamento sugli schieramenti sarebbe tra l’altro del tutto fuori luogo nelle parole di un vescovo. Parlo di cultura perché questa è un’emergenza per il nostro Paese. Si tratta infatti di recuperare i principi e i valori fondamentali, quelli che Papa Benedetto XVI ha definito non negoziabili – vale a dire vita, famiglia ed educazione – e su questi costruire ad ogni livello e in ogni campo ciò che la dottrina sociale della Chiesa ha formulato in un secolo e mezzo di magistero».

 

Oggi i cattolici militano nel centrodestra, nel centro, nel centrosinistra...

«Il problema è che esistano oggi in Italia uomini decisi a impegnarsi nella vita sociale e politica affermando che i valori non negoziabili sono e saranno il criterio in base a cui verificare la loro stessa militanza politica».

 

Che cosa pensa della decisione di Pier Ferdinando Casini di non aderire al Pdl mantenendo il suo simbolo e correndo da solo?

«Non mi trascinerà in considerazioni relative agli schieramenti e ai partiti. Non sono un politico, non intendo pronunciarmi su questo. Faccio notare soltanto che sono gli uomini che difendono i valori, non i simboli. E la dottrina sociale della Chiesa, per il cattolico che s’impegna in politica, dovrebbe essere il criterio operativo, non soltanto l’ispirazione ideale tirata in ballo nei discorsi per poi fare le scelte concrete sulla base delle convenienze o delle ideologie o della disciplina di partito. Se politici così scarseggiano, ci vuole un’esperienza educativa che ne faccia rinascere, perché non possiamo accettare l’idea che la Chiesa non sia più in grado di educare».

 

L’unità politica dei cattolici è una fase chiusa, impraticabile la via del partito unico. Nessuna nostalgia?

«A dire il vero un po’ di nostalgia io ce l’ho. Ho appena detto che la difesa dei valori la fanno gli uomini, non i simboli, però il partito unitario dei cattolici era un ambito di riferimento. Adesso tutto è lasciato alla singola persona. Ogni cattolico, al momento del voto, dovrà guardare là dove i valori della dottrina sociale sono non tanto affermati, ma almeno non contrastati».

 

Può fare degli esempi?

«Non credo che una certa legislazione sulla famiglia che si è cercato di portare avanti negli ultimi due anni sia in linea con quel riconoscimento della famiglia naturale così come è sancito dalla nostra Costituzione. Così come faccio fatica ad avvertire una qualche consonanza con chi ostentatamente contrasta qualsiasi discorso di autonomia scolastica e di libertà di educazione. Mi sembra difficile che un cattolico possa votare per chi è contro la sacralità della vita, l’unità della famiglia, il rispetto della libertà di educazione».

 

di Andrea Tornelli - Il Giornale,  18 febbraio 2008

*******

Leggi anche l'editoriale di SOL con le riflessioni sulla situazione politica

Come promesso, lo trascrivo:

Sull'attività umana detta "politica" (oggi, in Italia)

Caro cattolico o aspirante tale o cercatore della verità che tu sia, l'intento delle righe che seguono è quello di dare uno sguardo alla ingarbugliata situazione politica italiana, cercando di iniziare a sbrogliare un po' la matassa e a fissare qualche paletto, che possa essere utile poi per arrivare ad un giudizio il più possibile 'illuminato' sulla vicenda italiana.
Già 'illuminato', ma non da qualche ufo o da qualche lampadina sovrannaturale, no, ma dall'unica cosa che veramente ci stia a cuore: l'infinita dignità dell'uomo, la quale è roba delicata, delicatissima e tutt'altro chescontata, come credo concorderai.
Ecco spiegato perché l'invocazione iniziale era necessaria: proprio perché la cosa più grande dell'uomo - cioè il suo misterioso "essere libero" e mendicante della Libertà con la maiuscola - non è qualcosa che possa essere dato dalle "mani degli uomini" e allo stesso tempo è l'unica cosa su cui una buona politica possa fondarsi.

Non ci interessa, insomma, la politica se non per l'uomo e non ci interessa l'uomo se non tutto intero, nel suo valore incommensurabile all'uomo stesso. Se pensi che la politica sia meno di questo, quindi, puoi abbandonare qui la lettura.
Se invece ti riconosci in questa "pretesa", eccoti qualche sparpagliata riflessione sull'attuale panorama politico italiano, da completarsi nel futuro e nella coscienza di ognuno di noi.

1) Il valore più prezioso e più grande che la politica deve custodire e far fruttare è quello della "libertà", come detto. Ma come riconoscere se tale valore è declinato positivamente o se è solo uno specchietto dietro cui si nasconde l'ennesima riduzione dell'uomo (come nel caso della libertà sessuale mal intesa, o della droga libera o della libertà di eliminare la vita nascente e morente)? Papa Benedetto ha indicato 3 principi irrinunciabili che sottoponiamo alla tua attenzione critica e che saranno i "paletti" decisivi per decidere in che senso la libertà sia un valore: la difesa della possibilità stessa della libertà, ovvero della vita di ogni uomo, dall'embrione iniziale alla qualsivoglia decrepita vecchiaia finale; la difesa dell'amore misterioso e unico fra uomo e donna, cioè della famiglia aperta alla generazione della vita; la libertà di educazione e di religione.

2) Poiché la realizzazione dell'obiettivo di cui sopra è la stella polare di riferimento, ne discende che le varie formazioni politiche devono essere giudicate sotto questa luce e non secondo altri criteri per lo più imposti dalla frenesia dei media, come la simpatia/antipatia dei leader, la più o meno sbandierata "novità", gli "effetti speciali" delle candidature, generiche "speranze" (categoria che non appartiene alla politica) e altre luccicanti distrazioni

3) Altra conseguenza è che è molto importante l'"efficacia" dell'azione politica: è sicuramente preferibile uno schieramento che ha maggiori probabilità di riuscire a realizzare quanto promette rispetto a uno schieramento che prometta quello che non sarà mai in grado di realizzare (ad esempio perché impossibilitato a vincere)

4) In ogni caso occorre estremo "realismo" nella valutazione, per evitare di abboccare a promesse fasulle: importantissimo sarà informarsi sulla storia recente delle formazioni in campo e sulla storia delle azioni politiche dei loro leader. Ad esempio, difficile che uno abbassi le tasse se non l'ha mai fatto in passato o che aiuti la scuola privata se in passato la sua azione è stata contraria.
Al voto manca un po' di tempo, ma non molto: cominciamo fin da ora a pensarci, per non dovercene pentire in futuro

Pepe socio di SamizdatOnLine

postato da AnnaV alle ore febbraio 19, 2008 07:10 | link | commenti (11)
categorie: politica
Rostropovich suona Berlino
mentre il muro sta cadendo



***
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Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)
UN ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO
Padre Aldo Trento a Cagliari

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Accompagniamola attraverso la grande prova


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Forse che il fine della vita è vivere?
Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
Dare in letizia ciò che abbiamo.
Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!
Che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?
(P. Claudel)

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