C’è una struggente raccolta di canzoni napoletane in un CD intitolato Mandulinata a Napule, che raccoglie le splendide canzoni rese famose nel mondo dalla voce di Tito Schipa. Una di queste è “Torna a Surriento” a proposito della quale c’è un aneddoto famoso, raccontato da Don Giussani:
Durante uno dei primi incontri con i nostri amici bonzi del Monte Koya, capi della più grande e antica setta del buddismo giapponese, il discorso è caduto sul canto e io ho chiesto loro se cantassero, se amassero cantare e che cosa. Il più anziano di loro ha detto con enfasi che cantavano, anche canti italiani. Ci siamo tutti incuriositi di quali canti italiani potesse trattarsi. Noi cantiamo sempre canti napoletani, e uno di loro ha citato “Torna a Surriento“. Istintivamente ho domandato: Come mai, di tutti i canti italiani, preferite quelli napoletani e specialmente “Torna a Surriento”? E il capo dei bonzi, rivolgendosi a me e allargando le braccia, ha detto: Malinconia.
È questa la parola con cui, inconsciamente, ridiceva quello che noi chiamiamo “senso religioso”. In quella parola ci riconosciamo tutti, in questa verità di attesa misteriosa facilmente ci riconosciamo tutti. L’essenza del cuore dell’uomo è rapporto con una felicità attesa, di cui non si conosce né l’ultima natura né il nome. Attesa di un compimento a cui noi diamo un nome: Dio.
Sono andata a cercare le parole di questa splendida canzone ed eccole:
Vide 'o mare quant''e bello!
Spira tantu sentimento,
Comme tu a chi tiene mente,
ca scetato 'o faie sunna'.
Guarda, gua' chistu ciardino;
Siente, sie' sti sciure arece:
Nu prufumo accussì fino
Dinto 'o core ase ne va...
E tu dice: "I' parto, addio!".
T'alluntane da stu core...
Da la terra de l'ammore...
Tiene 'o core 'e nun turna'?
Ma nun me lassa',
Nun darme stu turmiento!
Torna a surruento,
Famme campa'!
Vide 'o mare de Surriento
Che tesoro tene nfunno;
Chi ha girato tutto 'o munno
Nun l'ha vista comm'a cca'
Guarda attuorno sti Sserene,
Ca te guardano 'nacantate
E te vonno tantu bene...
Te vulessero vasa'.
E tu dice: "I' parto, addio!".
T'alluntane da stu core...
Da la terra de l'ammore...
Tiene 'o core 'e nun turna'?
Ma nun me lassa',
Nun darme stu turmiento!
Torna a surruento,
Famme campa'!
Mentre il video con la voce di Mario Lanza è
http://www.youtube.com/watch?v=1r4iDA-iOL4&feature=related
Se poi volete la traduzione cliccate qui
Ho ricevuto ieri la news letter del MPV e CAV di Mistretta che segnalava la riflessione di un invalido totodipendente davanti all’articolo di Francesco d’Agostino inviato in una precedente mail a tutti gli iscritti alla Mailing List.
Ecco l’articolo di D’Agostino tratto da Avvenire del 22 marzo:
Mi hanno lasciato un senso di tristezza e soprattutto di malessere le notizie, riportate diffusamente da tutti i giornali, sulla morte di Chantal Sébire (la signora francese colpita da un devastante tumore al volto) e di Hugo Claus (lo scrittore belga, colpito dal morbo di Alzheimer, che ha ottenuto l’eutanasia, secondo i dettami della legge vigente nel suo paese). Non c’è bisogno di spiegare il perché della tristezza: ambedue i casi sono umanamente drammatici e segno della sconfitta della medicina, nella sua doppia valenza di 'terapia' e di 'cura'. La tristezza che non può non colpire chiunque legga queste notizie è quella che ci avvolge tutti quando riflettiamo sulla nostra fragile caducità, su come vorremmo combatterla o esserle sottratti e su come, inevitabilmente, ad essa dobbiamo piegarci.
Altro discorso, ben più lucido e meno emotivo, bisogna invece fare per spiegare il senso di 'malessere' suscitato in me, più forse che da queste notizie in quanto tali, dalla loro risonanza mediatica. Sia l’una che l’altra morte non si sono verificate in un contesto strettamente privato, silenzioso, appartato, ma sono state offerte alla riflessione pubblica. La signora Sébire aveva formalmente chiesto un intervento eutanasico a suo favore, un intervento che le istituzioni francesi, sia quelle politiche che quelle giudiziarie, le hanno negato. Tanto è però bastato a riaprire in Francia il discorso sulla piena legalizzazione dell’eutanasia, un discorso che sta lentamente facendo passi avanti, pur senza i parossismi ideologici che si riscontrano in Italia. Nel caso di Hugo Claus si è invece proceduto ad eutanasizzarlo nel pieno rispetto della legge e la vicenda ha acquistato mediaticamente la valenza di una conferma della ragionevolezza della legalizzazione della 'buona morte' (soprattutto in questo momento, in cui si discute anche in Lussemburgo in merito all’introduzione di una legge similare).
In apparenza si tratta di due casi di eutanasia 'volontaria' (una richiesta e non concessa, l’altra richiesta e concessa), cioè della forma di eutanasia che con più vivacità viene rivendicata da parte dei suoi sostenitori come un vero e proprio diritto assoluto della persona. Ma proprio la concretezza delle due vicende ci induce con una semplice riflessione a pensare esattamente il contrario, a quanto cioè sia difficile qualificare come autentica e affidabile la volontà di morire di persone chiamate a vivere situazioni assolutamente straordinarie, come quelle di chi è colpito da malattie crudeli e terribilmente invalidanti. L’autonomia, per essere esercitata nella sua pienezza, richiede serenità di giudizio, fermezza d’animo, ridottissima emotività, informazione compiuta in merito al contesto in cui si deve assumere la decisione… è immaginabile che questo possa darsi in un malato di Alzhemeir o in una povera donna distrutta fisicamente e soprattutto emotivamente da un tumore deturpante?
Ma le domande non finiscono qui. I fautori della legalizzazione dell’eutanasia amano portare esempi di alcuni, singoli pazienti, la cui decisione di porre termine alla loro vita appare consolidata e irreversibile. Raramente essi considerano la situazione della stragrande maggioranza dei malati oncologici e terminali, la cui autentica volontà non è quella di morire al più presto, ma si riassume nel semplicissimo desiderio di non essere abbandonati, né da amici e familiari, né dai medici. Ogni legislazione eutanasica – per il solo fatto di essere, come tutte le legislazioni, generale ed astratta – non può che burocratizzare i processi ai quali si riferisce e non può non trasformare singoli casi umani, unici nella loro drammaticità, in casi 'statistici'. Non so se Hugo Claus fosse davvero competente, quando ha chiesto l’eutanasia; il solo fatto che fosse colpito dall’Alzheimer mi induce a dubitarne. Ciò però che so è che la sua richiesta, nella logica burocratizzante della legge, corre il rischio di divenire 'esemplare' e di essere sottoposta a tutti gli altri malati, nelle sue stesse condizioni, come una richiesta meritevole di attenzione o addirittura di elogio.
Abbandonare i malati e poi indurli indirettamente (ma a volte anche esplicitamente: si vada a vedere quel piccolo, recente capolavoro che è il film 'La famiglia Savage') a rinunciare alle terapie o a chiedere di lasciare al più presto questa vita: questo è il rischio più subdolo e più ignobile che si nasconde dietro le innumerevoli pressioni che si stanno moltiplicando in questi anni a favore di un’eutanasia legalizzata. Vorrei sinceramente che chi in Italia ritiene maturi i tempi per un passo avanti in questa direzione spiegasse senza ambiguità come si possa ovviare a questo terribile rischio.
E questa la risposta di Luciano (...):
Oggetto: Ci tengo a vivere il più a lungo possibile
Sono del tutto d’accordo.
Ho visto morire di cancro mia madre, una cognata coetanea al tempo cinquantenne, una cugina ventenne, diversi amici da trent’anni in su, oltre a numerosi conoscenti.
Le reazioni di tutti costoro sono state la netta negazione della menzogna spudorata, mascherata di attributi di dignità, umanità, civiltà, ecc. ecc. dei facitori di eutanasia.
In quanto a me, invalido totodipendente, ci tengo a vivere il più a lungo possibile.
E non si creda che l’invalido in quanto tale non abbia problemi, preoccupazioni e peggio ancora, meno dei comuni bipedi umani!
Cosa si può fare per invertire questo tzunami di prepotente idiozia mediatica e istituzionale?
E’ disperante, ma credo solo in apparenza: dalla nostra parte c’è la verità sull’uomo, quella voluta dal Creatore.
Non molliamo.
Grazie! Cordialità
Luciano Rottigni
Ascolta anche:
Ho letto in un blog che, a proposito della data del 24 marzo nella quale la Chiesa ricorda i martiri missionari uccisi per la loro fede in Cristo, ci sarebbe una incoerenza nella politica missionaria della Chiesa in merito alla cristianizzazione, perché sarebbe strano il fatto che si mandino missionari nelle terre lontane quando invece è il nostro Occidente che va cristianizzato.
Apparentemente sembrerebbe un discorso condivisibile, perché la scristianizzazione della nostra società è fin troppo evidente. Ma tale considerazione nasce, secondo me, da uno che capisce ben poco sulla Chiesa e sulla sua missione.
La Chiesa esiste perché è il prolungamento della presenza di Cristo nella storia e, come tale, cerca di realizzare il compito che il capo, Cristo, le ha affidato e le affida nello spazio e nel tempo. Non ha dunque una sua politica, ma ha semplicemente il compito di obbedire a quello che il Capo, attraverso lo Spirito, indica come prioritario. E la politica del Capo è difficilmente programmabile a tavolino, perché è la politica della carità. E la carità – si sa – è multiforme e si fa tutta a tutti!
C’è da osservare che se non fosse esistito san Paolo, l’apostolo dei gentili, noi non saremmo cristiani; se non ci fossero stati Cirillo e Metodio, l’Europa orientale non conoscerebbe il Cristianesimo..
Insomma da quando è stata fondata la Chiesa è sempre stata missionaria e il compito della missione è stato abbracciato per una vocazione che Dio suscitava all’interno del popolo cristiano, che all’inizio era un piccolo gruppo che si riuniva tutti i giorni al Portico di Salomone e poi, via via, si è diffuso in tutto il mondo allora conosciuto, l’impero romano, per poi arrivare ancora più lontano nello spazio e nel tempo e giungere fino a noi.
Attualmente, nei paesi cristianizzati da secoli, alcuni riconoscono per la propria vita la vocazione alla missione in terre dove il cristianesimo non è conosciuto e rispondono a questa chiamata che avviene all’interno della vita della Chiesa. Mentre per ciò che concerne la ri-cristianizzazione nei paesi di tradizione cristiana, tale compito è affidato ai cristiani che sono rimasti fedeli alla Chiesa stessa e non hanno perso l’impeto missionario che, insieme alla carità e alla cultura, è dimensione di ogni vero cristiano.
E in fondo il lavoro della ri-cristianizzazione nei paesi occidentali è altrettanto difficile, rispetto alla missione in terre lontane, per via dei pregiudizi e dell’avversione che periodicamente si riaccende contro i cristiani, supportata da ideologie di vario tipo; ma sarebbe inconcepibile in Occidente l’esistenza di figure missionarie simili a quelle che hanno la vocazione per le missioni estere, per il semplice fatto che sono sufficienti i semplici cristiani. Perché un cristiano che non testimonia – testimonianza e missione coincidono - non è un vero cristiano.
C’è da riconoscere comunque che l’odio anticristiano i nostri missionari lo stanno sperimentando in modo cruento … ma è sempre stato così: solo che le notizie non giungevano o giungevano in ritardo. E comunque dal martirio per la fede fioriscono sempre le conversioni perché sanguis martyrum semen christianorum Sembra una verità dura, ma la sorte dei discepoli, degli amici, non può essere diversa rispetto alla sorte del Maestro che ci ha conquistati al prezzo del suo sangue.
Un’ultima precisazione: la missione non si costruisce a tavolino con un progetto dettagliato: per essere missionari, in patria o altrove, basta essere fedeli alla propria umanità, basta essere sé stessi, basta vivere con gioia e semplicità l’appartenenza a Cristo dentro la Chiesa; basta vivere l’amore a Cristo dentro ogni gesto della giornata.
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Per approfondire:
La giornata dei martiri missionari
di Domenico Bonvegna
Ogni anno la Chiesa il 24 marzo ricorda i martiri missionari trucidati per la fede in Gesù Cristo, quest'anno si celebra la XVI giornata che assume un significato particolare perché cade proprio il giorno dopo la Santa Pasqua, il Lunedì dell'Angelo.
"Questa coincidenza mi sembra significativa - scrive Padre Bernardo Cervellera direttore di Asianews - Anzitutto perché nel pieno dello splendore pasquale, ricorda la necessità del sacrificio, di Cristo e poi dei suoi seguaci. In un mondo che sogna il tutto facile, senza difficoltà, la Croce di Cristo e quella dei martiri è invece il prezzo "necessario"(Luca 24,26) perché brilli la luce di Pasqua. E d'altra parte, in un mondo - e una Chiesa - dove è forte la tentazione del "mettersi d'accordo", del relativizzare, del non calcare le tinte, di un buonismo dolciastro, il sacrificio dei martiri ricorda che la Sapienza della Croce alla fine fa a pugni con la sapienza del mondo".
Del resto Benedetto XVI continua a presentare l'importanza dell'annuncio e del martirio per la Chiesa e per il mondo d'oggi. Recentemente celebrando la messa in ricordo dell'arcivescovo iracheno monsignor Rahho, barbaramente ucciso, Benedetto XVI ha invitato i cristiani iracheni a seguire l'esempio di mons Paul Rahho e "perseverare nell'impegno della costruzione di una società pacifica e solidale sulla via del progresso e della pace"e possano essi, insieme con i musulmani creare una convivenza fondata "sulla fratellanza ed il rispetto" .
Asianews, il giornale online diretto da padre Cervellera, ha pensato di offrire un dono di Pasqua ai lettori: una lista di tutti i martiri cristiani uccisi nel 2007. Essa è una lista ecumenica, comprende anche martiri non solo cattolici, ma anche di altre confessioni cristiane.
E' una lista che abbraccia tutto il mondo.L'Asia però occupa un posto preponderante: le nazioni dove nel 2007 sono avvenute il maggior numero di uccisioni di cristiani sono l'Iraq, con 47 uccisi, e l'India, con 18. Con questo si riafferma la percezione che l'Asia è "il continente dei martiri".
L'iniziativa di ricordare i missionari uccisi è nata nel 1993 ad opera del Movimento giovanile missionario delle Pontificie Opere missionarie italiane. Per ricordare il martirio di mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador.
Secondo i dati in possesso dell'Agenzia Fides , nel decennio 1980-1989 hanno perso la vita in modo violento 115 missionari. Tale cifra però è senza dubbio in difetto poiché si riferisce solo ai casi accertati e di cui si è avuto notizia. Il quadro riassuntivo degli anni 1990-2000 presenta un totale di 604 missionari uccisi. Mentre nel 2001-2006 il totale degli operatori uccisi è di 152 persone.
Quest'anno, il tema scelto dal movimento giovanile missionario e dalle Pontificie Opere è "…per voi e per tutti". Le parole sono la citazione delle parole che il sacerdote dice nella messa, alla consacrazione del calice e riprendono quelle di Gesù nell'Ultima Cena.
AsiaNews segue con passione le situazioni di persecuzione della Chiesa in Asia. Fra i lettori e corrispondenti del sito vi sono alcuni martiri, come don Andrea Santoro (Turchia) e p. Ragheed Ganni (Iraq).Il sito ( www.asianews.it ) pubblica una lista di martiri che hanno pagato con la vita la loro fedeltà, complessivamente sono 123 vittime.Nella lunga lista si distinguono l'Iraq e l'India per il numero di cristiani uccisi. I martiri ripropongono il dono di Gesù al mondo ("…per voi e per tutti"). Questa lunga lista è segno di dolore, ma anche di speranza: essa ci dice che il dono di Gesù è vivo e presente fra le pieghe oscure del nostro pianeta.
Eppure questi martiri danno fastidio, scriveva qualche tempo fa, Gerolamo Fazzini , direttore della rivista Mondo e Missione del PIME. Nella cultura odierna impregnata di relativismo, il martirio trova una scarsa audience addirittura suscita avversione. Il martirio, altro non sarebbe che l'effetto collaterale di una fede troppo sicure di sé. I martiri sarebbero gente incapace di 'mediare', di accettare e di farsi accettare nello scenario di pluralismo religioso odierno. In definitiva: se la sono cercata.
Secondo la concezione relativista, il martire non è l'elemento adatto per dialogare, il martire sarebbe uno che, non sapendo 'dialogare', ha voluto chiudersi nel bozzolo del suo fanatismo, andando perciò incontro all'incomprensione e, in definitiva, all'ostilità, che poteva essere evitata solo se non fosse stato così fondamentalista.
Del resto ogni cristiano, ogni volta che va controcorrente rispetto alla cultura dominante, può diventare per certi versi un "martire", si mette in condizione di estrema vulnerabilità, una condizione che da ostilità latente diventa aperta persecuzione.
In pratica appare evidente che in certi ambienti la semplice testimonianza, o presenza dei cristiani può dare fastidio.
Fonte
L’associazione Medicina e Persona di Cagliari ha invitato il giornalista Massimo Pandolfi, caporedattore del Resto del Carlino, a presentare il suo ultimo libro L’inguaribile voglia di vivere. Dopo i saluti e l’introduzione del presidente di Medicina e Persona, Giovanni Caocci, medico ematologo, la parola è passata al secondo ospite di riguardo, il presidente dell’Ordine dei Medici di Cagliari Mondino Ibba, che prendendo spunto dalle pagine del libro, dopo aver rimarcato la necessità di una maggiore vicinanza e sostegno delle istituzioni non solo sanitarie alle famiglie con problematiche come quelle generate dalla sla (sclerosi laterale amiotrofica), ha ribadito come in qualsiasi essere umano esista una voglia di vivere indipendente anche dalle peggiori condizioni di salute. Ha preso poi la parola Massimo Pandolfi, che con la sua simpatia, la sua carica umana, la sua verve romagnola ha letteralmente affascinato i presenti, mostrando come la sua opera di comunicazione delle storie dei malati di sla sia andata ben oltre la mera professione fino a trapassarne l’umanità, cambiandogli la vita. Portandolo persino a diventare amico fraterno di alcuni malati sardi, delle cui famiglie nel breve soggiorno nell’isola è stato ospite: la famiglia del geniale Eugenio Cocco e della moglie Giuliana di Gonnosfanadiga, e quella del lottatore – così lo ha soprannominato il settimanale Tempi - Carlo Marongiu e della moglie Mirella di Narbolia, la cui storia raccontata nel libro Pensieri di uno spaventapasseri è stata l’impulso iniziale per il nuovo libro del giornalista. Foltissima la partecipazione all’incontro, come testimoniato dalle foto: la pur ampia sala di Villa Muscas si è presto riempita oltre le capacità: molti studenti – qualcuno prendeva appunti -; molti i medici e gli operatori sanitari, tra di essi anche alcuni volontari dell’associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica (AISLA) e il presidente della sezione sarda Giuseppe Lo Giudice. In prima fila, accompagnate dai familiari, alcune persone affette da questa incredibile malattia che toglie progressivamente ogni capacità motoria mantenendo intatte sensibilità e capacità mentali, attentissime come dimostrato dall’intervento finale di una di loro. A questo proposito Massimo Pandolfi ha auspicato che il clamore della battaglia per il testamento biologico e per l’eutanasia non facciano dimenticare l’urgenza di sperimentare e scoprire nuove cure per migliorare le condizioni di vita di chi è affetto da sla, affinchè possa mantenere la speranza di essere sempre curato appropriatamente, e, speriamo in un futuro non troppo lontano, guarito.
Qui anche le foto dell'incontro
Si parla spesso di una scuola “prima” e “dopo” il Sessantotto: ma in cosa consiste veramente questa rivoluzione che avrebbe travolto il nostro sistema scolastico?
La scuola prima del Sessantotto era pensata per le elite; dopo, invece, è nata la scuola di massa. La scuola di prima era meritocratica; quella dopo non lo è più. Dovendo esprimere un giudizio, il problema è proprio che la scuola dopo il Sessantotto non è più né di classe, né meritocratica. Si sono affondate entrambe le cose, di cui però una, la meritocrazia, era decisamente positiva. Io ho ancora impresso il ricordo di insegnanti di liceo che a fine trimestre chiedevano a noi che voto mettere in pagella. Un atteggiamento come questo implica la distruzione dello studio, del merito e dell’autorità. Tre cose importantissime, che sono cadute proprio dopo il Sessantotto. Il problema del merito viene affrontato da molti, in questo periodo.
Ma ci può essere una scuola di massa che sia anche scuola che premia il merito?
Effettivamente va un po’ di moda, adesso, dire che si è meritocratici. Non so se sia un’utopia, ma a me piacerebbe una scuola che avesse un livello molto alto, che chieda moltissimo ai giovani (molto studio, molto impegno, molta concentrazione) e che chieda molto anche agli insegnanti, in termini di preparazione e di passione. Una vera grande scuola. Fissato questo, allora sì mi piacerebbe che si aiutassero i deboli, soprattutto i deboli economicamente. Quello che mancava nella scuola di una volta era l’aiuto a quei ragazzi meritevoli, che avessero però alle spalle famiglie non all’altezza. Se noi aggiungessimo questo, senza però abbassare il tiro, avremmo fatto molto. Una strada evidentemente molto lunga.
In un suo intervento lei ha criticato uno dei “mostri sacri” del Sessantotto: don Lorenzo Milani, e la sua Lettera a una professoressa. È ancora convinta di quel giudizio?
Io ho attaccato le conseguenze del messaggio di Don Milani. Credo che quarant’anni fa il libro di don Milani Lettera a un professoressa fosse necessario, e non voglio sminuirlo. La mia polemica è sull’oggi, e su come ancora oggi si segua quel modello, che, secondo, me nemmeno lo stesso Milani seguirebbe più. Le cose sono cambiate, e non ci sono più i figli dei contadini di cui parlava Milani. Noi a scuola abbiamo altri problemi: abbiamo i figli viziati dal nostro benessere, figli a cui abbiamo dato tutto, a cui non abbiamo insegnato nulla e che non studiano più. Figli che non aprono più un libro. Tanto di cappello a quello che ha detto e che ha fatto don Milani, ma adesso i problemi sono altri.
Quindi potremmo dire che, per mantenere veramente fede all’essenza del messaggio di don Milani, bisogna ora applicarlo in maniera diversa?
Sì, anche se in realtà c’è un altro punto del messaggio di don Milani che non è più assolutamente attuale: il fatto che egli dicesse «non studiamo più Foscolo, non insegniamo più l’Iliade del Monti», cioè non facciamo le cose difficili e incomprensibili. Oggi invece bisognerebbe dire esattamente il contrario: «insegniamo le cose difficili e incomprensibili». Oggi, in un clima di appiattimento generale, dobbiamo semmai combattere il linguaggio televisivo, e quindi a maggior ragione far studiare l’Iliade del Monti. Potremmo dire che oggi il Monti è l’antidoto che abbiamo contro la Tv. Tra l’altro, devo anche aggiungere una cosa che constato nella mia esperienza di insegnante: quando insegno l’Iliade del Monti, gli studenti sono tutti molto felici, e la trovano molto più bella di tutte le infinte traduzioni prosaiche che abbiamo fornito loro. Il messaggio quindi è: i ragazzi non sono stupidi, siamo noi che li abbiamo resi stupidi.
La degenerazione che ha subito la scuola dopo il Sessantotto è stato frutto di un tradimento di ideali buoni, o erano quegli stessi ideali ad avere in sé il germe di questa negatività?
È stato purtroppo l’insistere su quei principi che erano buoni, ma che sono inattuali oggi. Ci sono molti miei colleghi che dicono: «dobbiamo portare i ragazzi al sei, portare tutti alla sufficienza, dobbiamo facilitare i compiti e le lezioni, perché i ragazzi non tornino sulla strada». Questo è un messaggio pericoloso. La scuola del Sessantotto ha voluto giustamente portare tutti a scuola; però il problema è che io non dovevo abbassare così tanto il livello scolastico con lo spauracchio che altrimenti i ragazzi tornano in strada. Questo è una specie di ricatto, di auto-ricatto, molto ideologico. L’ideologia, secondo me, è proprio una delle ragioni dello sfascio della scuola oggi; e, paradossalmente, continua ad esserlo oggi che le ideologie sono morte.
Eppure uno degli obiettivi che deve prefiggersi la scuola non è proprio quello di evitare la dispersione, aiutando coloro che trovano difficoltà nel proprio percorso?
Il vero problema è che si continua a dire, sull’onda dell’ideologia “sessantottesca”, che la scuola deve difendere i deboli. Ma chi sono oggi i deboli? Secondo me, e ho cercato di dirlo con i miei libri, forse sono i “bravi” i veri deboli, gli indifesi della scuola di oggi. Adesso, da una decina d’anni, c’è una scuola basata sul concetto di recupero, e con il ministro Fioroni lo è stato ancora di più. Tutte le scuole italiane stanno facendo una doppia scuola: quella del mattino, e quella del pomeriggio per il recupero. Tutto questo è stare dalla parte di chi non studia, di chi non apre un libro, ed è invece a tutto svantaggio dei bravi, che si sentono ripetere sempre le stesse lezioni. Questa è proprio una gran brutta eredità del Sessantotto!
È dunque attuabile il progetto di una scuola per tutti, che non sia una scuola abbassata al livello dei cosiddetti “lavativi”? Può essere un progetto, o è semplice utopia?
Io mi limito a dire questo: può esistere in astratto una scuola per tutti? Io posso dire che quando ho di fronte almeno un terzo di ogni classe di ragazzi che non hanno la minima voglia di studiare, me lo chiedo. Stiamo facendo la cosa giusta? Anche il fatto di innalzare l’obbligo, siamo convinti che sia una cosa giusta? Siamo convinti che dobbiamo forzare tutti a studiare? E se lo studio fosse invece una cosa, non dico per pochi, ma non per tutti? Direi che non c’è alcun male se qualcuno si dedica ad arti pratiche.
Basterebbe, ad esempio, riconoscere alla formazione professionale il valore di assolvimento dell’obbligo scolastico…
Certamente. Io penso che siamo entrati in una strada senza uscita se pensiamo per i nostri figli che l’unica scuola, la “migliore”, sia il liceo classico. Noi dobbiamo arrivare, cambiando la nostra mentalità (e qui la scuola non c’entra, c’entrano le famiglie) a pensare che un figlio può essere una persona stupenda e avere una carriera professionale, sia che faccia il liceo, sia che faccia un’altra strada. Tra l’altro, studiare contro la propria volontà è fonte di infelicità e di frustrazione. In nome del mitico obbligo, la scuola sta forzando la natura degli esseri umani.
La volpe e la maschera
Personam tragicam forte vulpes viderat:
«O quanta species, inquit, cerebrum non habet!»
Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam
fortuna tribuit, sensum communem abstulit.
(Fedro)
Traduzione
Per caso una volpe aveva visto una maschera tragica:
«Oh quanta bellezza, disse, ma non ha cervello!».
Ciò è stato detto per coloro ai quali
la sorte ha concesso onore e gloria
ma ha tolto la comune intelligenza.
Già.
Non sempre onore, gloria, bellezza, fortuna si coniugano con il sensum communem, con il buon senso comune che è indice di intelligenza.
Intelligenza, dal latino intelligere cioè intus legere (leggere in profondità) significa comprendere il significato profondo della realtà.
E questo non è scontato per nessuno.
Una bella notizia! I nati prematuri hanno lo stesso diritto degli adulti ad essere rianimati e questo non in nome di un’idea alla moda o in base al parere di qualche gruppo di pressione, ma semplicemente perché ogni essere umano ha diritto ad essere curato
Un’altra bella notizia è che le linee guida proposte dal Ministro Turco, che sembrano inneggiare più alla prevenzione della maternità che dell’aborto, sono state depennate dall’agenda degli ordini del giorno della Conferenza Stato-Regioni perché la regione Lombardia e la Sicilia si sono opposte.
E questo è il commento del vicepresidente del Movimento per la vita:
«Nel documento presentato dal ministro Turco si parla molto di metodi anticoncezionali – afferma Lucio Romano, vice presidente del Movimento per la vita e ginecologo all’Università Federico II di Napoli – ma non si menziona la prevenzione post-concezionale. I problemi che siamo chiamati a risolvere riguardano una donna che si trova in difficoltà a causa di una gravidanza: è il momento post-concezionale quello più delicato, in cui è necessario offrire assistenza psicologica, umana ed economica». Ed è il lavoro che il Mpv, attraverso i Centri di aiuto alla vita, cerca di realizzare dal ’78, fornendo sostegno a chiunque vi si rivolga. Un ruolo riconosciuto anche dalla 194, che però nelle linee guida ministeriali non viene mai menzionato: «Mi chiedo perché si tende sempre a disattendere il ruolo dei Cav – prosegue Romano –, come se la loro azione fosse invasiva, non rispettosa della donna. In realtà, si pongono sempre con un atteggiamento di umile e competente disponibilità». E la prassi sembra darne una conferma: «Più di 100 mila bambini sono nati grazie al lavoro dei volontari, che si fanno carico della madre e del bambino a livello globale. Se consideriamo solo l’aiuto economico che i Cav forniscono alle madri in difficoltà – 160 euro mensili per 18 mesi a ciascuna – otteniamo una somma che supera qualsiasi cifra che potrebbe essere stanziata dal governo». Una risposta a 360 gradi, e che invece nel documento ministeriale manca del tutto: «Non possiamo dare risposte di tipo esclusivamente tecnico, anche perché queste potremmo trovarle tranquillamente in qualsiasi reparto ospedaliero di ginecologia, ma anche di tipo antropologico ed etico, sulle quali la 194 ci interpella. Le soluzioni contenute nelle linee guida ministeriali lasciano trasparire una cultura che favorisce la deresponsabilizzazione; non rispettano la complessità della materia. Un’autentica cultura della vita si fa carico dell’essere umano già concepito, non soltanto della prevenzione anticoncezionale. Tutti parlano di cultura della vita, e le linee guida potrebbero essere un’occasione per tradurre queste parole in politica». (Fonte)
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Per approfondire ecco la posizione della Lombardia:
Perchè la Lombardia dice no alla Turco
La Turco pensa che abbiamo l’anello al naso e da buon vecchio comunista falsifica la realtà.
Se bastasse una frasetta per salvaguardare l’autonomia regionale il federalismo già trionferebbe in Italia. Non è così ed è per questo che diciamo no al documento della Turco che in cambio di un paio di dolci paroline vuole annullare le specificità regionali.
Come ogni buon vecchio comunista poi la Turco pensa di farsi dare ragione perchè offende l’interlocutore: il documento di cui parla il ministro Turco (dalla sala stampa del Ministero) lo abbiamo letto bene ed è per questo che abbiamo detto no. L’assenso tecnico dato in un primo momento dall’assessorato era appunto tecnico e non politico. Regione Lombardia ha emanato delle proprie linee guida lo scorso mese di gennaio in piena e unanime condivisione con i medici dei propri ospedali, dopo un periodo di sperimentazione lungamente condotto alla Mangiagalli e al San Paolo di Milano. Un documento condiviso da primari e medici di diverso orientamento culturale e politico (tra cui Alessandra Kustermann, responsabile del Servizio Diagnosi Prenatale della Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena, Luigi Frigerio, direttore di Ostetricia dei Riuniti di Bergamo, Fabio Mosca, direttore della Neonatologia e Terapia intensiva neonatale della Mangiagalli, Basilio Tiso, dirigente medico della Mangiagalli e Patrizia Vergani responsabile del Servizio di Medicina materno-fetale del San Gerardo di Monza).
Solo dopo il nostro documento il ministero della Sanità si svegliò dal sonno dei giusti che lo aveva fino ad allora contraddistinto e realizzò un documento - che pretende ora di imporre a tutte le Regioni - in cui c’è una scarsissima accentuazione del valore della maternità, nonché la quasi imbarazzante sottovalutazione dell’enorme lavoro svolto in questo campo dal volontariato che in un documento di 11 pagine è liquidato con 7 parole. (Roberto Formigoni)
Ho appena scoperto che l'amico che stimo, Raffaello Vignali, ha aperto un blog e ne approfitto subito per proporvi un suo post molto interessante perchè parla dell'Associazione Cometa di Como:
Dopo l’invito che gli avevo fatto nei giorni precedenti, domenica 16 marzo Silvio Berlusconi ha visitato “Cometa” a Como, una opera di straordinario valore, dove quattro famiglie accolgono 24 minori in affido in un contesto che favorisce l’educazione al senso e alla bellezza della vita.
Berlusconi è rimasto molto colpito da quella visita, da come i ragazzi sono accolti, dall’atmosfera di comunione che si respira, dalla bellezza del luogo, dall’umanità di chi la guida…
Ha scambiato tante battute con i ragazzi che lì sono ospitati, ha fatto felici soprattutto i piccoli tifosi rossoneri, in particolare uno a cui ha regalato l’orologio celebrativo del Milano realizzato in sole cento unità.
Ma la presenza di una leader politico in un luogo come Cometa ha un valore ancora più alto dell’inaspettata commozione che ha colto Berlusconi, e della pur preziosissima contentezza di qui bambini: il valore più alto sta nel fatto che l’esistenza di queste opere possa interrogare la politica, possa porsi come punto di giudizio e di provocazione. Lì non si incontrano strategie e progetti sociali, ma esperienze in atto, pezzi di realtà già cambiati.
La politica non può non partire da qui: sostenere le opere che già si fanno carico del bisogno, e favorire quell’assetto di sussidiarietà che rappresenta il miglior terreno dove opere di questo genere possano crescere e diffondersi.
Oggi sono a corto di idee e così ho pensato di farmi un giro tra i blog amici per vedere se potevo saccheggiarne
qualcuno e così mi sono divertita a leggere e a copiare di sana pianta la storia di una preparazione alla Via Crucis tutta particolare:
Durante la Via Crucis del venerdì il parroco viene chiamato d'urgenza al capezzale di una vecchina che sta morendo. Si rivolge al sagrestano e lo prega di prendere il suo posto alla guida delle celebrazione
- Senti, io devo andare, ma cerco di fare in fretta e di tornare per la benedizione finale, che la gente ci tiene... Tu vai avanti e cerca semmai di tirare un po' per le lunghe; ma vedrai che torno in tempo, è la signora Maria, ha 98 anni, vedrai che mi sbrigo... mi raccomando, eh? Io vado.
La signora Maria però malgrado l'età non vuole partire tanto in fretta...
- Signora Maria, adesso io vado ...
- Ma io muoio! e lei mi lascia sola?
- Ma ha avuto l'olio santo, e la comunione, ed io ho la Via Crucis in chiesa, la gente aspetta...
- Ma la Via Crucis c'è tutti i venerdì, io muoio solo questa volta qui!
Come darle torto? Ed il parroco, un po' dispiaciuto per la gente che andrà via senza benedizione, si rassegna a far compagnia alla signora Maria fino al momento cruciale.
Tornato in canonica, si sorprende però a sentire ancora un brusio di preghiere... Non è possibile, è passata quasi un'ora e mezza! Si affaccia alla porta della chiesa e sente la voce del sacrestano che proclama:
- Cinquaseiesima stazione: il cireneo sposa la veronica... Padre Nostro...
Grazie Nihilalieno!
Il mio viaggio in Israele
di Roberto Formigoni
Sono andato in Israele e in Palestina. Sono andato convinto più che mai perché quella è una delle terre dove si gioca il nostro futuro di italiani e di europei.
Mentre in Italia si sentono gli slogan del ministro degli Esteri D’Alema che vuole dialogare con i terroristi di Hamas, mentre l’Europa continua a tacere mostrando assenza di strategia, ho voluto, come Presidente della Regione Lombardia, dare un segnale forte, in linea con iniziative peraltro già assunte da tempo.
Noi italiani e noi europei dobbiamo assumere un ruolo da protagonisti in Medio Oriente e farlo sulla base di riferimenti precisi, tutti rivolti al raggiungimento di una pace vera. Non è più il tempo di strumentalizzazioni, di azioni solo legate alla ricerca di un effimero consenso: basta parole, ora sono necessari i fatti.
Ho detto chiaramente al Presidente dello Stato di Israele Shimon Peres e a tutte le autorità ebraiche che ho incontrato (dal Rabbino Capo Yona Metzger, ai rappresentanti delle forze politiche di governo e dell’opposizione, ai leader delle principali associazioni ebraiche, sino agli straordinari italkim, gli italiani di Israele che tengono in vita la nostra cultura in quella terra) che il diritto all’esistenza nella sicurezza dello Stato Ebraico è punto irrinunciabile di ogni trattativa. I nemici di Israele sono i nostri nemici perché Israele rappresenta una parte della nostra identità. Lo Stato Ebraico è l’espressione della vitalità di valori e di ideali essenziali per tutti, quali la democrazia, la laicità, la centralità della persona e dei suoi diritti inviolabili. Difendere Israele vuole dire quindi difendere noi stessi, offrendo al Medio Oriente una reale chance di pace e a ognuno di noi la certezza di un futuro migliore. Ho voluto chiarire questa posizione anche di fronte al Primo Ministro palestinese Fayad. La Palestina deve credere nella pace, deve lottare per combattere il terrorismo e deve pensare ad Israele, non come un nemico da distruggere, ma come un partner, riconosciuto e legittimato, in un cammino comune.
Roberto Formigoni
Non è lo stesso leggere un articolo o un resoconto e vedere e sentire.
Questo ho pensato ieri al vedere Magdi Cristiano Allam durante la trasmissione de La7, Otto e mezzo.
In fondo conoscevo la sua posizione, ma vedere il suo sguardo sereno e deciso mentre affermava, senza tentennamenti o distinguo, che la sua è stata una scelta legittima in Italia dove c’è la libertà religiosa contemplata dalla carta costituzionale, mi ha veramente impressionato. Non era la posizione di uno che ha una pretesa ideologica e la vuole imporre: voleva solo ricordare a tutti quello che in Italia stiamo dimenticando: che siamo un paese libero nel quale non è consentito perseguitare o ammazzare alcuno per le sue convinzioni.
Da questa certezza del diritto che un egiziano ci ha proposto, credo sia utile ripensare a quello che è la nostra storia di libertà, conquistata a duro prezzo, e non permettere che concezioni intolleranti e totalitarie invadano la mentalità di tutti: è possibile in un paese dove c’è libertà di religione che dei cattolici si convertano all’Islam senza nessuna conseguenza, mentre diventa motivo di paura per un islamico la sua conversione al Cristianesimo?
A rischio della sua vita, Magdi Cristiano ha voluto ricordarci che siamo liberi e che la paura, la più grande nemica della libertà, non può avere la meglio nella vita.
Per approfondire leggi qui, qui e qui
Milano – Una politica che abbia al centro l’uomo e il suo desiderio. Questa la premessa da cui muove il discorso svolto dal presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, introducendo l’incontro dal titolo «Una politica al servizio della persona e del bene comune», organizzato da Compagnia delle Opere, svoltosi martedì sera al Palalido di Milano (GUARDA IL VIDEO)*. Punto di riferimento costante per un autentico impegno in politica, secondo Vittadini, è il discorso di don Luigi Giussani ad Assago nel 1987, dove è indicato il fondamento dell’azione politica: il senso religioso come «elemento dinamico che, attraverso le domande fondamentali, guida l’espressione personale e sociale dell’uomo». Senso religioso che è il desiderio che muove ogni azione dell’uomo, come dice sempre don Giussani in un altro testo: «Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. […] E allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che ha dentro e che la Bibbia chiama globalmente “cuore”». Da qui un’idea di costruzione della società dal basso, secondo il principio di sussidiarietà, guardando anche alcuni esempi di politica virtuosa, già visti in questi anni, e su cui basare l’impegno per le prossime elezioni.
Le testimonianze di una politica in atto – Nelle parole di Maurizio Lupi e di Roberto Formigoni sono poi emersi esempi concreti di cosa significa mettere in atto questa concezione della politica: l’esempio dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà che, come ha detto Lupi, è stato un punto di incontro e di lavoro comune per politici di diversa estrazione; l’esempio invece delineato da Formigoni dell’esperienza di governo della Regione Lombardia, con un’attuazione del principio di sussidiarietà nel sistema dell’accreditamento e dei voucher, e con una costante difesa dei valori della vita e della famiglia. Anche le esperienze di imprenditori capaci di costruire opere, sia profit che non profit, utili a sé e alla società, di cui ha parlato Raffaello Vignali, sono esempi di costruzione della società dal basso cui la politica deve guardare con attenzione.
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*Ascoltate in particolare l'intervento di Vittadini che tra l'altro cita una bellissima canzone di Chieffo:
La nuova Auschwitz
Parole e musica di Claudio Chieffo
Io suonavo il violino ad Auschwitz mentre morivano gli altri ebrei,
io suonavo il violino ad Auschwitz mentre uccidevano i fratelli miei,
mentre uccidevano i fratelli miei, mentre uccidevano i fratelli miei...
ci dicevano di suonare, suonare forte e non fermarci mai,
per coprire l’urlo della morte, suonare forte e non fermarci mai,
suonare forte e non fermarci mai, suonare forte e non fermarci mai...
Non è possibile essere come loro,
non è possibile essere come loro...
Nel mondo nuovo che ora abbiamo creato
c’è la miseria, c’è l’odio ed il peccato,
c’è l’odio ed il peccato, c’è l’odio ed il peccato...
Ora siamo tornati ad Auschwitz dove c’è stato fatto tanto male,
ma non è morto il male nel mondo e noi tutti lo possiamo fare
e noi tutti lo possiamo fare e noi tutti lo possiamo fare...
Non è difficile essere come loro
non è difficile essere come loro...
Ora suono il violino al mondo mentre muoiono i nuovi ebrei,
ora suono il violino al mondo mentre uccidono i fratelli miei,
mentre uccidono i fratelli miei, mentre uccidono i fratelli miei...
Quando si vuole lo scontro o una giustificazione alla propria prepotenza, ogni pretesto è valido, compresa l’interpretazione arbitraria e offesa di un gesto il cui significato è stato spiegato nelle motivazioni non offensive da chi l’ha compiuto.
L’aveva capito Fedro 2000 anni fa, ma ancora oggi non lo capiscono in tanti…
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus.
Tunc fauce improba latro incitatus iurgii causam intulit:
"Cur - inquit - turbulentam fecisti mihi aquam bibenti?"
Laniger contra timens :
"Qui possum - quaeso - facere quod quereris, lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor."
Repulsus ille veritatis viribus:
"Ante hos sex menses male - ait - dixisti mihi".
Respondit agnus:
"Equidem natus non eram!"
"Pater, hercle, tuus - ille inquit - male dixit mihi!"
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec propter illos scripta est homines fabula qui fictis causis innocentes opprimunt.
Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, giunsero allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, più lontano, in basso, stava l'agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
"Perché - dice - mi hai fatto diventare torbida l'acqua che sto bevendo?
E l'agnello, tremando:
"Come posso – di grazia - fare quello che lamenti, lupo? L'acqua scorre da te alle mie sorsate!"
Quello, respinto dalla forza della verità:
"Sei mesi fa - aggiunge - hai parlato male di me!"
Rispose l'agnello:
"Ma veramente... non ero ancora nato!"
"Per Ercole! Tuo padre – dice il lupo - ha parlato male di me!"
E così, lo afferra e lo uccide dandogli una morte ingiusta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.
Tra i vari blog* che ho avuto modo di vedere in occasione della Pasqua, mi sono sorpresa a cogliere l’immagine della Maddalena che vorrebbe trattenere Gesù dopo la Resurrezione. Ma Lui si ritrae “perché non è ancora tornato al Padre”.
Mi chiedevo perché mai Gesù fosse ansioso di tornare al Padre e per quale motivo avesse voluto che tale episodio giungesse fino a noi. Deve esserci un significato teologico per il quale cercherò di interpellare qualche amico esperto.
Ma provo ad arrivarci con l’intuizione.
Dopo la Risurrezione l’urgenza più grande è tornare al Padre, cioè tornare al cuore del significato di tutte le cose, che sono state fatte per mezzo di Lui e in vista di Lui, per renderle finalmente più belle nella loro verità per la nostra ragione assetata di significato.
Pensavo che, nella breve parentesi della sua vita tra noi, è come se il significato delle cose sia rimasto … dormiente, perché c’era Lui tra noi e bisognava che gli sguardi fossero rivolti a Lui, significato presente. Ma il privilegio e la responsabilità di guardarlo era riservato al cuore di chi lo poteva incontrare nelle assolate strade della Palestina. Non avrebbe potuto, una volta chiuso e limitato in un corpo in un tempo e in un luogo, raggiungere tutti gli uomini per i quali era venuto.
Solo tornando al Padre, arricchito dal dono dell’umanità abbracciata con l’Incarnazione, poteva riprendere il possesso reale e totale della realtà.
Nel silenzio della morte, il segno della Sua presenza sollecita, affettuosa, instancabile veniva a mancare a coloro che avevano avuto il privilegio di conoscerlo e allora occorreva che la realtà non fosse privata del suo significato: occorreva confortare i suoi con le inattese apparizioni e poi, una volta rassicurati, poteva tornare al trono del significato della realtà.
Ma torno all’immagine della Maddalena che vorrebbe trattenere Gesù: come mai in diversi abbiamo scelto l’immagine di quell’episodio pasquale?
Forse c’ è anche in noi un segreto desiderio di trattenerlo, perché sia tutto nostro e in fondo per noi è quel che conta?
Ma Lui, con l’invito a non attardarsi per la Maddalena (e per noi), ci ricorda che sì, è tutto per noi, ma non per questo si lascia da noi possedere e definire: Lui solo può possedere tutto e lo può fare se ritorna alla profondità dell’essere…(e, forse, l’unica cosa che possiamo fare noi è quella di lasciarci possedere da Lui).
Mi interrogavo anche su quella strana coincidenza (la scelta della medesima immagine per gli auguri pasquali)… E’ forse questo il tempo in cui dobbiamo lasciare Gesù libero di spaziare nel cuore di tutta la realtà, non solo nelle nostre sagrestie e nelle nostre comunità, o nel nostro misero cuore geloso, dove lo avevamo imprigionato?
Magdi Cristiano Allam, con il suo gesto coraggioso, ci ricorda che il Cristianesimo è per tutti e perciò non dobbiamo aver paura di testimoniarlo a tutti, anche a costo della vita.
Si è forse aperta una nuova fase nella storia del cristianesimo, una fase in cui non c’è più posto per le titubanze, le prudenze, i distinguo, ma per la testimonianza di quello che ci è accaduto: un Dio ha condiviso la nostra condizione umana e ha vinto la morte e, da allora, le cose non sono più le stesse.
Ora è forse il tempo della speranza certa e affidabile che il pontificato di Benedetto XVI provvidenzialmente ha inaugurato?
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*Cfr qui, qui, qui , qui e naturalmente il mio post
La notizia di stamattina (che trovate subito dopo questo post), mostrava cosa può arrivare ad immaginare la disonestà di alcuni ricercatori che non hanno remore a intervenire sul bambino ancora vivo nel seno materno, quasi che fosse un animale da laboratorio (per i quali comunque credo ci siano norme precise che intimano di operare in anestesia in modo che la cavia non provi dolore).
E lo faceva in seguito alla richiesta del Policlinico di Milano che ha proposto di usare dei feti abortiti ai fini della ricerca,
secondo il progetto ideato dall'ematologo Paolo Rebulla che prevede la nascita di una banca di cellule fetali.
Tale pratica, in sé non immorale perché equivale alla ricerca medica che normalmente viene fatta sui cadaveri, è invece rischiosa in vista del diffondersi di una mentalità per cui l’’aborto potrebbe finire con l’essere giudicato un gesto benefico per la ricerca scientifica. E - ormai mi pare doveroso sottolinearlo – una ricerca scientifica fatta ai danni dell’uomo non è ricerca scientifica perché la scienza è stata inventata dall’uomo per migliorare le condizioni dell’uomo, non per usarlo come strumento in mano ai suoi simili.
Una scienza che vada contro l’integrità fisica o psichica dell’uomo è gravemente immorale e qualunque persona dotata di un minimo di razionalità dovrebbe essere in grado di comprenderlo.
Ma ormai esiste il nuovo totem cui sacrificare tutto, anche la vita (degli altri).
E la fanno passare per scienza.
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Per approfondire: Policlinico di Milano: usare feti abortiti a scopo di ricerca
Milano – Usare feti abortiti a fini di ricerca. Questa la proposta che arriva da scienziati del Policlinico di Milano in un documento discusso nei giorni scorsi dal Comitato di bioetica.
Un'ipotesi destinata ad aprire un dibattito con forti ripercussioni etico-scientifiche. Sul modello della legge sulla ricerca biomedica approvata in Spagna lo scorso luglio, il progetto ideato dall'ematologo Paolo Rebulla prevede la nascita di una banca di cellule fetali.
Lo stop del comitato di bioetica e il commento di Assuntina Morresi – Il comitato di bioetica ha al momento bloccato l’iniziativa: «Il rischio è che la donazione possa venire considerata dalle donne una sorta di compensazione del disvalore morale legato alla scelta di abortire – spiega l’avvocato Rocco Mangia, presidente del Comitato di bioetica –. Il pericolo è di finire di fatto con l'incentivare, o quanto meno con il non disincentivare, le interruzioni di gravidanza». Ciononostante l’ematologo Rebulla, promotore dell’iniziativa, si dice pronto a portare avanti il proprio progetto, rivedendolo alla luce dei problemi bioetici emersi. «Il punto etico è esattamente quello di evitare che ci sia istigazione all’aborto – spiega a ilsussidiario.net Assuntina Morresi –. Il fatto in sé che si faccia ricerca sui feti non pone problemi, perché, come è stato per altro rilevato anche da mons. Sgreccia, equivale alla ricerca medica che normalmente viene fatta sui cadaveri». Ma il paletto fissato dal Comitato di Bioetica è da salvaguardare: «bisogna evitare che la donna venga informata prima dell’aborto sulla destinazione del feto, per far sì che non ci sia l’equivoco di una sorta di compensazione “morale”, se non proprio di incitamento». «Il problema – conclude Morresi – è che rimane comunque difficile stabilire che questo non accada, quindi sarà complesso fare norme in questo senso».
No all'istigazione all’aborto – Non è l’unico caso di attualità in cui viene sollevata la questione di incitazione all’aborto. Anche la Regione Lombardia sta cercando di bloccare in questi giorni le linee guida diramate dal ministro della Sanità Livia Turco sulla legge 194, perché difinite «troppo abortiste». «Nel documento – spiega l’asseossore lombardo Romano Colozzi – è totalmente assente il principio della vita fin dalla sua prima fase. Invece che prevenire l’aborto questo documento finisce per istigare a commetterlo». Livia Turco al momento replica solo dicendo che «le altre Regioni e l’Anci, che rappresenta i comuni, sono d’accordo». Al momento il risultato è che la Conferenza Stato-Regioni, che ne doveva discutere, è stata rinviata di una settimana, e il tutto dovrebbe comunque slittare al prossimo governo, dal momento che comunque, per l’approvazione del documento, è necessario il voto unanime di tutte le Regioni. (Il Mascellaro)
Cari amici, non me la sento di commentare quello che leggerete: vi dico solo che appena l’ho letto in un blog, ho invitato l’autore a documentare la cosa perché era incredibile, ma poi ho scoperto che si trattava di un articolo de “Il Foglio” e così lo ripropongo a voi in tutto il suo orrore:
Roma. “In Svezia è in auge una procedura per cui una donna incinta viene addormentata. Il feto, localizzato, viene condotto fino all’utero per consentire al dottore di perforare il cranio del piccolo vivo, aspirando dal cervello i tessuti che serviranno alle vittime del morbo di Parkinson e di Alzheimer. La stessa procedura è usata con bambini vivi, sul loro pancreas e la loro pelle, una pelle che servirà per i cosiddetti i grandi ustionati. I bambini vengono spellati vivi”.
Queste parole sono tratte da una testimonianza di Bernard Nathanson, guru delle battaglie abortiste negli Stati Uniti e protagonista pentito della legge di New York sull’interruzione di gravidanza.
La proposta di usare i feti abortiti a fini di ricerca è stata avanzata dal professor Paolo Rebulla, direttore del Centro di medicina trasfusionale e terapie cellulari del Policlinico di Milano. Il Comitato di bioetica dell’ospedale ha però bloccato subito l’iniziativa. Rebulla aveva proposto una “Fetal Cell Bank”, si tratta di una banca in grado di “stoccare” a scopo di ricerca tessuti prelevati da feti per aborto spontaneo o volontario. A guidare l’opposizione al progetto è stato il professor Giorgio Lambertenghi, responsabile dell’ematologia all’ospedale Policlinico milanese. “E’ un progetto contrario allo spirito della legge
“Il progetto è un’incentivazione dell’aborto, la donna abortendo favorisce la ricerca rigenerativa. Poi c’è l’aspetto scientifico: nella letteratura internazionale si spiega chiaramente che le cellule tratte dai tessuti fetali non hanno effettiva multipotenzialità e che sono difficilmente isolabili, tanto da non poter essere sfruttabili in medicina. Le risorse economiche dovrebbe essere rivolte verso le cellule staminali adulte. Ci sono cellule fetali anche nei villi coriali, nel cordone ombelicale, nel sangue della madre e liquido amniotico. E’ inutile tagliuzzare l’essere umano”.
Secondo Lambertenghi il progetto di Rebulla disattende le raccomandazioni del Comitato di bioetica nazionale che si era espresso in materia nel 2005 (raccomandazioni cui si rifà lo stesso Rebullla): “Penso alla non commerciabilità, al problema del rapporto fra ginecologi e ricercatori per avere feti maggiormente conservati e all’accertamento della morte dell’embrione dalla dodicesima alla ventesima settimana”.
Nella Carta degli operatori sanitari redatta dalla Santa Sede nel 1995, si legge che verso i feti abortiti ci sono obblighi particolari. “Al feto abortito è dovuto il rispetto proprio del cadavere umano. Ciò implica che non ci si può disfare di esso come di un qualunque rifiuto. Nei limiti del possibile gli va data adeguata sepoltura. Il feto non può diventare oggetto di sperimentazione e di espianto di organi, se fatto abortire volontariamente. Sarebbe una indegna strumentalizzazione di una vita umana”.
Lo sfruttamento terapeutico dei feti abortiti è uno degli scenari più discussi negli Stati Uniti. Se ne sono occupati gli ultimi cinque inquilini della Casa Bianca. La questione se fosse lecito finanziare ricerche sui feti abortiti risale al 1975, quando un Ethical Advisory Board del dipartimento della Sanità approvò gli esperimenti su bambini in corso d’aborto ma ancora vivi. Il National Research Act redasse le linee-guida per stabilire quali ricerche potevano ricevere fondi federali.
In Italia, la Lombardia ha sancito la sepoltura del feto in quanto “persona”. Ma se è persona, non può essere violato facendo esperimenti senza il suo consenso. Verrebbe infranto il codice di Norimberga, la pietra miliare che dopo i processi ai medici nazisti stabilì il consenso obbligatorio di un essere umano in ogni esperimento medico. Luke Gormally ha parlato di “cooperazione al male” in questo tipo di ricerche biomediche.Ronald Reagan, dopo aver sospeso i fondi alle Nazioni Unite che praticavano il dispotismo demografico in Asia, dopo aver introdotto il tema del dolore fetale, dopo aver emanato leggi che proteggevano i nuovi nati disabili, dichiarò guerra a quest’ennesima forma di sottomissione del non nato all’abuso della medicina. Reagan bloccò ogni finanziamento pubblico della ricerca fetale attraverso una moratoria del “cannibalismo terapeutico”. Nel 1993 Bill Clinton con il Revitalization Act consentì il finanziamento della ricerca con tutti i tessuti fetali ottenuti per mezzo degli aborti.
Il congressman repubblicano Henry Hyde, il più celebre politico pro life d’America, denunciò pratiche di sfruttamento fetale che considerano il non nato come “animale da laboratorio”. Una frontiera ineludibile, perché come ha detto Arthur Caplan dell’Hastings Center, “l’uso dei feti come donatori di organi e tessuti è una bomba a orologeria della bioetica”. Sono tante le compagnie americane che si occupano di “distribuire” le “donazioni fetali”, dalla Anatomic Gift Foundation, che ha sede nel Maryland, alla Opening Lines, Illinois. Sono firms che fanno da tramite fra le cliniche abortiste e i centri di ricerca. Poiché la vendita di parti del corpo umano è bandita negli Stati Uniti, i tessuti fetali sono spacciati come “donazioni” volontarie, come chi acconsente all’espianto di organi di un familiare. “Non è che sia scientifico, è disponibile ed economico” dice il biologo David Prentice. Il 5 giungo del 2005 la Pontificia accademia per la vita, presieduta da monsignor Elio Sgreccia, stabilì l’obiezione di coscienza nei casi di farmaci e vaccini ottenuti mediante il ricorso all’aborto volontario. “Permane il dovere morale di continuare a lottare e di usare ogni mezzo lecito per rendere difficile la vita alle industrie farmaceutiche che agiscono senza scrupoli etici”.
C’è un altro inconfessabile motivo dietro alla richiesta di poter mettere le mani sui non nati. Il grande genetista francese Jérome Lejeune lo giudicava di un realismo vergognoso: un embrione di scimpanzé è molto caro, mentre la vita umana non ha prezzo, è disponibile ogni giorno attraverso gli aborti e gli scarti nei procedimenti di fecondazione artificiale. “La vita umana ha perso qualsiasi valore da quando nazioni, un tempo civili, hanno rinunciato a ciò che per duemila anni e più tutti i medici del mondo avevano giurato”.
Che grande gioia ci ha regalato questa Pasqua! Il nostro fratello Magdi Allam è diventato cristiano proprio all’alba della Risurrezione.
Ora si chiama Magdi Cristiano Allam.
E’ una notizia davvero commovente perché sappiamo cosa comporti per lui questa scelta.
Ed ecco come ce la spiega in una lettera al direttore pubblicata dal Corriere di oggi:
La mia Scelta
di MAGDI ALLAM
Caro Direttore, ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino.
Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: «Cristiano». Da ieri dunque mi chiamo «Magdi Cristiano Allam».
Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del «diverso», condannato acriticamente quale «nemico», primeggiano sull’amore e il rispetto del «prossimo» che è sempre e comunque «persona»; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.
Il punto d’approdo
La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come «nemico dell’islam», «ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare l’islam», «bugiardo e diffamatore dell’islam», legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un «islam moderato», assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.
Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.
La scelta e le minacce
Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei Paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei Paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei Paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.
Basta con la violenza
Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei «casi» che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava «Le nuove catacombe degli islamici convertiti». Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani che in Italia denunciavano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, nella culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura.
Magdi Allam
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