"Forza Nuova e tutto ciò che sa, sia pur da lontano, di neofascismo non mi piace nè punto nè poco. Tuttavia, se una persona responsabile e rispettabile come il Preside della Facoltà si Lettere dell'Università "La Sapienza" valuta che la proposta di un convegno sulle foibe abbia caratteristiche di serietà, è giusto che autorizzi". Sono d'accordo con il professor Giorgio Israel che ha fatto questa affermazione, scritta e apparsa oggi su "Libero" commentando i fatti accaduti qualche giorno fa alla Sapienza.
Qui non si tratta di difendere Forza Nuova, quanto il suo diritto come quello di tutti, indistintamente, di manifestare le proprie idee, promuovere liberamente dibattiti pubblici, nel solco di una civile e corretta discussione. Ma questo a quanto pare non interessa il solito manipolo di studenti-e sarebbe interessante sapere quanti sono veramente iscritti all' università-no-global, dei Centri Sociali Antagonisti che anzi, reputano un dettame della borghesia la convivenza civile e il dialogo con chi non la pensa come loro. Peggio chi non la pensa come loro è solamente fascista. Se provi a discutere o a chiedere i motivi per cui non si devono fare certi dibattiti, se li metti in fila indiana, uno dopo l'altro, come moderni cloni ti ripetono la stessa cosa, come un disco incantato che in "nome dell'antifascismo i fascisti e similari non devono, bla,bla, bla..." Ma l'aspetto inquietante è il carico d'odio che emanano i loro proclami che spaziano su tutto, dal medioriente, all'ambiente, alla politica e alla cultura dove i reazionari sono sempre gli stessi, l'America, Israele, la Chiesa Cattolica, i governi non di sinistra. Una visione manichea e schizofrenica della realtà.
Dispiace che negli ultimi mesi si sia parlato dell'Università "La Sapienza" più per queste "azioni eroiche" di questi ragazzi che invece di frequentare le lezioni dei professori organici dell'Ateneo, frequentano o leggono articoli o testi dei vari Oreste Scalzone, Gianni Vattimo, Odifreddi, perchè quello che affermano e fanno è "roba d'altri" e non loro, cioè di quei "cattivi" maestri che lanciano ipotesi senza stracci di verifica e di confronto. Allora grazie a 67 docenti che firmano una petizione contraria, i giovani "rivoluzionari" occupano gli istituti perchè il Papa non può parlare all'apertura dell'anno accademico. Oppure si impedisce a diplomatici israeliani di parlare di politica internazionale perchè Israele "perpetra un genocidio contro i palestinesi", Una minoranza che con la violenza si arroga il diritto violento di decidere chi parla e chi no. Mi viene da ridere per non piangere, come si dice, se penso che in Italia la sinistra quella democratica s'intende, organizza decine di convegni in tutta Italia con il fior fiore di giornalisti, giuristi e magistrati, sulla legalità, la lotta alla corruzione e alla mafia, e nessuno di questi che dica una parola ferma sulle azioni di questi helzobollah nostrani che hanno a cuore l'annientamento del nemico. Solo espressioni di circostanza come, almeno da quanto ho letto e spero che mi sia sfuggito qualcosa, ad esempio di alcuni esponenti del Pd che si preoccupavano di rimbrottare esponenti del governo del Pdl. E poi se chiedi loro perchè portano la keffiah ti rispondono in solidarietà al popolo palestinese- e va bene- ma contro gli oppessori sraeliani credendo che essere antisionisti è diverso dall'antisemitismo. Ma qualcuno gli ha detto che c'è stata la Shoah e che Israele si difende dal terrorismo? Certo se leggono Vattimo ti saluto! E che il Papa parla di fede e ragione proponendo spunti di dialogo e non imponendo o ingerendo nelle istituzioni pubbliche, ma loro leggono forse Odifreddi e anche qui ti saluto!
L'Università come terreno di scontro e annientamento del nemico. Ha bisogno di questo la minoranza che impedisce che la Urbs Studi sia invece il luogo del confronto e della crescita culturale come è sempre stata. Si pregano i maestriche ancora ci sono nelle aule universitarie di prendere coraggio e alzare insieme agli studenti, la maggioranza, la voce e dire basta!
E Pasolini, con tratti di mestizia, già come ha scritto ne "Poesie in forma di rosa" direbbe che quella di questi giovani ideologizzati è "una generazione sfortunata"
Ho trovato questa vicenda nel web e mi pare utile proporla a tanti che ancora ignorano gli orrori del comunismo attuato e attuale. Si tratta della storia di Harry Wu di cui vi ho già parlato qui:
Diciannove anni nel Gulag cinese
«Improvvisamente la mia mente si riscosse ed ebbi una specie di rivelazione. La vita umana qui non ha valore, pensai amaramente. Non è più importante della cenere di sigaretta sparsa nel vento. Ma se la vita di una persona non ha valore, anche la società che foggia quella vita non ha valore.
Se la gente non è altro che polvere, allora la società non vale nulla e non merita di continuare. E se la società rischia di non continuare, tocca a me fare qualcosa per impedirlo. In quel momento seppi che non potevo morire». Oggi Harry Wu ha settant'anni, diciannove dei quali passati in un lager della Cina comunista. È un signore distinto dall'aria seria e lo sguardo triste, che ha dedicato la sua vita a far conoscere l'inferno nel quale è stato scaraventato e a combattere perché le violazioni dei diritti umani in Cina non passino sotto silenzio.
Il passaggio che abbiano citato è tratto dalle sue memorie (Harry Wu, Controrivoluzionario. I miei anni nel Gulag cinese , San Paolo, Cinisello Balsamo-MI 2008, pp. 424, euro 22), di recente tradotte in italiano e pubblicate in collaborazione con Mondo e Missione , la rivista del Pime. Lo incontriamo a Milano, dove si trova in occasione di un giro di conferenze prima di tornare negli Stati Uniti.
Nato in una famiglia agiata, Harry aveva trascorso l'infanzia in una situazione tutto sommato privilegiata, studiando dai preti cattolici in un contesto molto lontano dalla povertà che affliggeva la Cina degli anni Trenta. La guerra civile e la presa del potere dei comunisti all'inizio non cambiano molto le cose. La gente, racconta Wu, si fidava di Mao, e appoggiava il regime che aveva eliminato la prostituzione, il gioco clandestino e la droga. Lui stesso non si sottrae e all'età di 18 anni si trasferisce a Pechino per studiare Geologia: «Desideravo», scrive nelle sue memorie, «dedicare la mia vita ad aiutare il Partito comunista nella costruzione di un nuovo futuro, di una nuova nazione, in cui gli uomini potessero vivere con dignità, senza essere oppressi dal bisogno e dall'ingiustizia».
Incubi & orrori
Ma Wu aveva un padre «borghese », ed era battezzato: il suo destino è già segnato. Nel 1957, nel corso di uno dei numerosi incontri di indottrinamento politico ai quali tutti gli studenti sono sottoposti, si esprime contro l'invasione sovietica dell'Ungheria. È l'inizio di un incubo: accusato di essere un «controrivoluzionario di destra», vede crearsi rapidamente il vuoto attorno a sé. «Quando sono stato accusato di essere un controrivoluzionario di destra», ci racconta, «a scuola la gente ha smesso di parlarmi. Ero il capitano della squadra di baseball: il giorno dopo ero stato dimenticato. Gli altri membri della squadra mi hanno condannato. All'improvviso ero solo». La pressione su di lui diventa enorme: è costretto a partecipare a infiniti gruppi di discussione durante i quali si elencano i suoi errori e le sue «devianze», deve scrivere una lettera di autocritica dopo l'altra, è sottoposto a continua sorveglianza. Neanche i parenti più stretti lo difendono, anzi lo accusano pubblicamente. Sua madre preferirà suicidarsi piuttosto che rinnegarlo, ma questo Wu lo avrebbe scoperto solo anni dopo. Nel 1960 viene arrestato e condannato all'ergastolo. Nel 1963 fa il suo ingresso nel Laogai, il sistema concentrazionario cinese. Laogai è una sigla che sta per Laodong Gaizao Dui , e significa «riforma attraverso il lavoro». I Laogai sono parte integrante del sistema totalitario cinese, e hanno due funzioni: la prima è quella della rieducazione del prigioniero, che deve riconoscere i propri errori e imparare a comportarsi come un «buon rivoluzionario ». La seconda funzione essenziale è quella di fornire una immensa forza lavoro a costo zero. Se il primo elemento rende in qualche modo il sistema cinese peculiare rispetto a quello sovietico, per il resto leggere le memorie di Harry Wu non può non far tornare alla mente quelle di Alexander Solzenicyn. La vita nei campi è terribile, le condizioni sanitarie inesistenti, il cibo insufficiente e il tasso di mortalità elevato: «lavoravamo 18 ore al giorno, sette giorni a settimana, tutto l'anno», racconta Wu. Ai prigionieri è richiesto di raggiungere una quota di lavoro prestabilita, e il cibo viene fornito in proporzione ai risultati raggiunti.
Nel corso dei 19 anni passati nel Laogai Harry Wu verrà impiegato in diverse mansioni: lavorerà in una industria chimica, in una fattoria, in una acciaieria e in una miniera. Vedrà morire di stenti gran parte dei sui compagni. Ma non sono solo le terribili condizioni di vita che impressionano nelle sue memorie. È soprattutto la completa disumanizzazione dei prigionieri, risultato di un continuo indottrinamento e della fame cui sono sottoposti, che li costringe a rinnegare tutte le più elementari forme di solidarietà umana pur di sopravvivere.
Wu sarebbe arrivato a pesare 36 chili. L'incubo finisce solo nel 1979, dopo diciannove anni, quando viene rilasciato insieme ai vecchi «controrivoluzionari» in seguito alla nuova politica stabilita dal partito dopo la morte di Mao. Wu calcola che di circa un milione di cinesi arrestati come lui con l'accusa di essere dei «controrivoluzionari di destra», solo diecimila sono sopravvissuti. Una volta rilasciato, Harry Wu trova lavoro all'università di Pechino, fino a quando, nel 1985, riesce a raggiungere gli Stati Uniti. Solo in quel momento, ha raccontato poi, si è sentito libero. Con 40 dollari in tasca, ha tentato di ricostruirsi una vita. All'inizio con un solo pensiero: dimenticare quello che era successo. «Nei primi tempi», ci dice, «il mio problema negli Stati Uniti era di procurarmi da vivere. Insegnavo in università e la sera lavoravo in un fastfood. I primi dieci giorni ho dormito per strada. Poi in una stanza con altri cinque studenti cinesi». Ma soprattutto, aggiunge, «il regime comunista era troppo potente e io non pensavo che la gente volesse stare a sentirmi. Avevo quasi cinquant'anni allora, e non volevo mettermi a combattere un regime».
All'inizio degli anni Novanta il Congresso americano gli chiede varie volte di testimoniare sulla sua esperienza nei campi di lavoro cinesi. Harry Wu accetta: da allora è sulla «lista nera» del governo cinese, ma non ha più smesso di combattere per far conoscere al mondo la realtà dei Laogai cinesi. «Anche se avevo trovato rifugio negli Stati Uniti», scrive, «non ero ancora riuscito a trovare pace. Ripensavo continuamente ai volti che mi ero lasciato alle spalle. Ero costantemente preoccupato dal fatto che, nonostante io fossi fuggito, il sistema della riforma attraverso il lavoro continuava a operare, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ignorato su vasta scala, non sfidato e quindi immutato. Sentivo la responsabilità pressante non solo di denunciare, ma anche di rendere di pubblico dominio la verità sui meccanismi di controllo del Partito comunista, qualunque rischio corressi, qualunque disagio mi costasse rivelare la mia storia».
Difficile battaglia per la verità
Nel
Nel corso di una battaglia che ormai dura da quindici anni, racconta Wu, l'atteggiamento della società occidentale è cambiato. «Non solo il governo americano, ma anche i semplici cittadini mi paiono sempre più interessati a questi temi». Da quando è nata la Fondazione, il suo fondatore ha girato tutti gli Stati Uniti e buona parte dei Paesi europei. «Ma l'Italia », spiega, «è abbastanza indietro. Negli anni Novanta quando giravo l'Europa, da qui non mi è mai venuto nessun invito. Ci sono venuto solo come turista». Soltanto nel 2006 la casa editrice l'Ancora del Mediterraneo ha tradotto il libro Laogai. I gulag di Mao Zedong , che era uscito in inglese nel 1992. Nel 2006, peraltro, la forte resistenza di natura ideologica a questi temi presente nella cultura italiana si manifestò nella sua forma peggiore, quando una cinquantina di attivisti dei centri sociali impedirono la presentazione del libro a Roma. Anche il volume pubblicato ora dalla San Paolo è uscito nella sua edizione originale inglese nel 1994, e ha quindi dovuto aspettare oltre tredici anni per essere reso accessibile al pubblico italiano. Ma Harry Wu non si scoraggia, e prosegue la sua battaglia contro l'indifferenza e il realismo politico di chi preferisce non toccare certi temi per timore di ripercussioni di natura commerciale. «Non posso fare a meno di pensare», ha scritto sulla scelta di assegnare a Pechino le Olimpiadi del 2008, «che mentre a Hitler le Olimpiadi del 1936 furono assegnate senza immaginare gli orribili avvenimenti che sarebbero poi accaduti, a Pechino sono state concesse pur conoscendo l'efferatezza dei crimini che la Cina tuttora commette».
di Tommaso Piffer
Tratto da Studi Cattolici, aprile 2008
Fonte
Non resisto alla tentazione e vi propongo un esperimento di alta cucina sarda: ci sarà il cuoco che vi chiede di porgergli i vari ingredienti (tutto rigorosamente in sardo, ma con traduzione in francese!) e voi dovrete cercarli per tutta la cucina, anche dentro il frigo e dentro la credenza. Ma soprattutto, alla fine, dovrete portare le sei lumache dentro il pentolone senza che cadano nel lavello e che il coltello malefico le faccia a pezzettini o che il sale le distrugga... ah... ricordate anche di togliere il coperchio alla pentola altrimenti i poveri animali, invece che in salsa, finiscono arrostiti alla fiamma del gas!!!!
Cliccate qui e buon divertimento! ![]()
(io sono riuscita nell'impresa grazie ai suggerimenti di mio figlio!)
Non conoscevo questa incisione di cui parla Politicus nel post che segue. Così l'ho cercata ed ora potete vederne una copia:
Melencolia di di Albrecht Dürer
Credo che Albrecht Dürer, pittore del '500, quando immortalò allegoricamente il ritratto della Malinconia, non avesse idea di quante copertine, citazioni e studi avrebbero preso spunto dalla sua opera. E' il sentimento dell'"afflizione dell'anima", come dicevano gli antichi della Malinconia. Certa pubblicistica filosofica e spirituale mette questo sentimento come un elemento negativo dell'esistenza umana. Niente di più sbagliato. La malinconia paradossalmente è l'aspetto più "creativo" dell'animo umano in quanto non può prescindere dal cuore. Per questo ha ispirato, direi, in tutta la storia umana poeti, filosofi, teologi, piitori, appunto, "indagatori della psiche". Qui non ne faccio un elogio quanto considerarla l'anticamera o della felicità oppure della disperazione. Un amico un a volta mi disse che difronte alle difficoltà è meglio avere una vita malinconica e triste che disperata. Allora ho capito che la malinconia è la sentinella che ti avverte quando la vita attaccata dalle avversità rischia di sprofondare nel niente, nella rassegnazione scettica che qualcosa cambi, infine in quell'inferno che si chiama nichilismo mascherato da una certa gaia baldanza che cerca di evitare il problema della malinconia, anzi, le domande sulla vita che la malinconia inevitabilmente pone attravers,o la moda, la confusione del linguaggio, o di fare quello che si vuole perchè"si vive una volta sola". Sono certo che nessuno, poco o tanto, potrà negare che almeno per un attimo, ammirato da un paessaggio stupendo, dal volto di una bella donna e di un uomo, dal guardare in faccia i propri figli, dai "tempi andati" quando eravamo ragazzi, insomma pur avendo in fondo tutto, è come se mancasse sempre qualcosa. Conforta allora veder geni come Michelangelo, Caravaggio, poeti e scrittori come Novalis, Leopardi, Baudelaire, Montale, Lagerkvist , filosofi come Kierkegaard o Horkheimer, per citarne alcuni, che hanno fatto in qualche modo della loro malinconia la fucina che ha permesso di lasciare pagine indelebili nella storia della cultura occidentale. Questo nobile sentimento è qualcosa di "più", ti rimanda un po' più in "là", se non vuoi cadere nel baratro del nulla, se andiamo a fondo di questa tenera "afflizione dell'anima" la scopriamo amica. L'ho già detto citando un amico, "il temperamento malinconico è definito positivo in quanto è predisposto a intuire più facilmente il limite che ha ciò che sembra ovvio nelle cose". Non blocca, perchè riflettendo su questo in qualche modo dobbiamo rispondere, perchè la malinconia è antitetica alla depressione. Per questo tanto più si hanno soddisfazioni dalla vita, tanto più si ha la percezione che manchi sempre qualcosa. E' il Mistero che bussa alla porta del nostro cuore. Ecco cosa è questa positività. Sempre l'amico che ho citato dice "la tristezza ( similare alla malinconia) è la condizione che Dio ha collocato nel cuore dell'esistenza umana, perchè l'uomo non si illuda mai tranquillamente che quello che ha gli può bastare". La risposta semmai, comunque la si pensi, o che si creda in qualcosa o no, non è questo il problema, ha la faccia di un amico che parte dalla stessa domanda del cuore perchè la vita abbia senso e sia felice.
Stavo riflettendo su queste affermazioni della lettera di san Giacomo:
Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio. Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via? Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta. (Giacomo 2, 14-26)
e mi dicevo che ci sono diverse posizioni sbagliate. Ci sono quelli che dicono di avere la fede ma non compiono le opere e ci sono quelli che compiono le opere ma non hanno la fede.
Ebbene il cristianesimo cattolico consiste nell’ esprimere la fede con le opere. E tutto è opera per il fatto stesso che viviamo e respiriamo, ma l’importante è vivere tutti i momenti della quotidianità con la consapevolezza di appartenere a Cristo, perché questo è l’aspetto più interessante della fede: l’appartenenza a Cristo.
E allora tutto c’entra anche la politica, l’economia, la scienza... tutto.
Per il cattolico la fede deve esprimersi con le opere, tutte le opere, non solo la liturgia o il rapporto personale con Cristo.
Quindi sbagliano coloro che, se da un lato accusano i cattolici di non essere abbastanza caritatevoli, dall’altro decidono che la carità deve essere ristretta ad alcuni settori che i severi giudici degli altri ci vogliono assegnare.
NO, la fede per un cattolico deve investire tutta la giornata e tutte le attività che come cittadino svolge.
Lo stesso “potere” può essere investito dalla fede che lo trasforma in servizio, perché la fede ha questa incredibile possibilità: di rendere buono e giusto tutto, in modo reale, non certo a parole.
Questa è la libertà religiosa che innanzitutto va vissuta e poi va rivendicata. E non è detto che questo aspetto relativo a fede e opere sia molto chiaro anche agli stessi cattolici, mi pare.
Ma il discorso potrebbe andare lontano, mentre quello che ha suscitato queste riflessioni è stato un articolo di Gabriella Sartori tratto da Avvenire del 29 maggio. Eccolo:
Essere cattolici è credere nella carità verso tutti
Ma che vuol dire essere cattolici? Si continua a parlarne, e non sempre benevolmente. A leggere le ultime di cronaca, c’è chi vede i cattolici come quegli ottusi individui che vorrebbero far diventare «cattolico» perfino Dio.
E c’è chi, dall’alto di questa o quella «laica» cattedra, si ritiene autorizzato a raccomandare alla Chiesa cattolica di star lontana dalla «demoniaca tentazione » del potere. Raccomandazione valida in sé. Però non si vede come e perché un laico doc (che, tra l’altro, per sua natura, al «demonio» non dovrebbe credere) senta il bisogno di rivolgerla solo o principalmente alla Chiesa cattolica e non anche a qualunque altra umana istituzione che a tale tentazione, effettivamente demoniaca, è pure soggetta. Come abbondantemente insegnano la cronaca, la storia, il mito, la letteratura e via elencando.
E dunque, che significa esser cattolici? Proviamo a rispondere partendo non da quello che i cattolici «sono» (o si pensa che siano), bensì da quello che fanno. Sta scritto: «Dai loro frutti li riconoscerete». Ed è una regola di valore universale, funziona anche per i non cattolici. Prendiamo, per esempio, un tema sociale attualissimo, quello dell’integrazione degli immigrati. E facciamo parlare non un cardinale o un vescovo ma il professor Ilvo Diamanti, uno dei più accreditati sociologi italiani, che è anche uno dei più apprezzati editorialisti di Repubblica. In un’intervista uscita non su Avvenire ma su L’Espresso, il 23 maggio scorso, Diamanti citando i dati di un’indagine condotta da Caritas e Migrantes per il Cnel, rileva che le regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia – dove le percentuali di cittadini stranieri presenti sul territorio sono fra le più alte d’Italia, vantano anche il maggior grado di integrazione degli stessi. Perché, spiega Diamanti, «dove c’è oggi la Lega, una volta c’era la Dc. E, come allora, c’è un esteso tessuto di associazionismo cattolico che ha sempre avuto una grande capacità di organizzare la società». Se poi le regioni «rosse » non raggiungono gli stessi brillanti risultati di integrazione dei lavoratori stranieri, è perché «il modello di integrazione comunista non è fondato sulla carità, ma sulla classe; l’altro (cioè il 'prossimo', ndr) conta in base alla sua posizione nei rapporti di produzione piuttosto che come persona».
Fin qui il professor Diamanti. Si potrebbe aggiungere che le sue osservazioni sono perfettamente sovrapponibili, per esempio, alla situazione della Baviera e di altre regioni d’Europa non «progressiste», non socialiste anzi cattoliche e «conservatrici» eppure più progredite delle altre (sul piano sociale, economico, culturale, scolastico). Discorsi analoghi sono emersi nel corso del recente incontro nazionale a Roma delle sezioni locali di Scienza& Vita. Parlando da femminista, un’esperta aveva detto che, negli anni Settanta, quando divampava la moda della vita nelle «comuni» e molte militanti rimanevano incinte, magari senza nemmeno sapere di chi, alcuni di quei bambini riuscirono a nascere per l’aiuto fattivo che arrivò loro dalle altre compagne, in nome della «sorellanza » femminista. Sì, ma perché non vi è venuto in mente di fondare un Centro Aiuto alla Vita come hanno fatto i cattolici? ha osservato un giovane dalla platea. Ecco: perché? Perché la «sorellanza femminista» è anch’esso un concetto riconducibile alla «classe» e non alla «carità» cristiana. Perché chi crede alla «classe» aiuta solo chi ad essa appartiene, il «proletario », il compagno di partito o di militanza, femminista o meno. Invece, per chi crede nella «carità » cristiana, tutti sono «prossimo », perché in Cristo non c’è più né maschio né femmina, né gentile né ebreo, né cattolico né musulmano, né compaesano né straniero.
Questo significa essere cattolici. Se poi essere cattolici sia così disdicevole e/o pericoloso per la società, per la democrazia, per il progresso, lo si giudichi, per favore, senza ignorare tutto ciò: tanto più che si tratta di fatti, non di parole.
Sapete che non sopporto la violenza, né le dittature di destra o di sinistra. Sapete anche che guardo alla realtà con attenzione e disincanto per poter capire ciò che è buono, ciò che è giusto, ciò che è bello, ciò che è vero è ciò che non lo è. E, sinceramente, credevo di essere l’unica a provare un po’ di disagio in questa rinnovata caccia alle streghe, pardon al fascista, di questi giorni; sport che, più che caccia al fascista mi pare il desiderio di mantenere la conflittualità che aveva caratterizzato certi comportamenti durante la campagna elettorale, per carità, abbastanza soft, ma segno, secondo me, di un fuoco sotto la cenere pronto a riesplodere in tutta la sua virulenza alla prima occasione propizia per delegittimare chi invece è stato delegato dagli Italiani a governare.
Ha perciò attirato la mia attenzione l’articolo di Barbara Mennitti per Ideazione.com in cui si fa, tra l’altro questa amara considerazione:
… fra gli eventi luttuosi e criminali degli ultimi giorni, l’unico che ancora non sia stato attribuito all’ondata travolgente di fascismo che starebbe spazzando l’Italia, è lo straripamento dell’Aniene a Castel Madama. Ma ci sono ancora speranze. Per il resto su tutti i giornali, su tutte le reti, in tutti i dibattiti, è un continuo fiorire di “dagli al fascista”, tutto un vivisezionare situazioni, dichiarazioni, moventi alla ricerca del dettaglio che giustifichi il ricorso alla valanga di parole d’ordine da anni Settanta. Da Verona a Ponticelli, dal Pigneto alla Sapienza, a qualsiasi atto di criminalità e di teppismo viene attribuita senza alcuna esitazione la matrice politica, anche quando gli stessi inquirenti la escludono con decisione. Ma tanto non importa, sono i fascisti, tornati fuori dalle fogne, perché il centrodestra ha vinto le elezioni.
Se volete leggere il tutto andate a questo link
Ecco il nuovo editoriale di SOL scritto da Berlicche:
"Buongiorno. Come avrete sentito dai titoli, il ministro dell'Interno ha fatto oggi quello che possiamo definire un annuncio storico: la sconfitta della mafia"
[servizio filmato: il ministro che tra i flash dei fotografi, circondato dai massimi gradi delle forze del'ordine, dichiara "Posso oggi affermare a tutti gli italiani che sconfissimo la mafia definitivamente."]
Voce fuori campo: "I maggiori esponenti mafiosi sono stati arrestati stanotte in una operazione che ha coinvolto migliaia di agenti."
[Immagine di un gruppo di uomini mascherati con passamontagna che fa irruzione in una cappella durante una messa, a mitra spianati. Il sacerdote viene prelevato dall'altare e ammanettato. Due vecchine sono ammanettate anch'esse. Immagine di uomini vestiti di nero e porpora scortati da agenti dentro vetture che partono a sirene spiegate.]
"Sono in corso gli interrogatori, ma gli inquirenti fanno sapere che ci sono riscontri di pentiti e intercettazioni telefoniche che accuserebbero gli imputati, tra cui anche alcuni insospetttabili. Ma come nasce l'inchiesta?"
[Immagini di repertorio. Carabinieri che mostrano una Bibbia, foto segnaletiche di anziani capimafia]
"Da molto tempo le forze dell'ordine sapevano della presunta religiosità degli esponenti mafiosi e camorristici. Ma l'inchiesta parte solo nel 2008 da un'inchiesta del quotidiano Repubblica. All'indomani della caduta del colluso governo Berlusconi finalmente gli inquirenti hanno potuto approfondire le indagini su quella che si è rivelata essere una struttura di potere con ramificazioni internazionali. "
[immagini di preti in Africa e in America]
"Queste filiali estere servivano a riciclare il denaro proveniente dalla raccolta del pizzo,... "
[immagine di una telecamera nascosta. Si vedono delle persone sedute ai banchi di una chiesa che mettono del denaro in un cestino che un'anziana fa circolare]
" ...dallo sfruttamento minorile... "
[una suora con alcuni bambini in grembiulino in quella che sembra un'aula di asilo]
"...e dal traffico di stupefacenti e alcolici... "
[un sacerdote porge l'ostia ad un fedele e poi lo fa bere dal calice]
" ...in quella che sembra essere una gigantesca piovra con ramificazioni in tutto il paese."
[immagine di suore negli ospedali, un prete ad un funerale, una chiesa con un sacerdote sulla soglia]
" La mole delle prove accumulate è enorme: dal fatto che ai battesimi intervenissero spesso i padrini... "
[immagine di un sacerdote che versa l'acqua sul capo di un bimbetto]
"...e che preti talvolta celebrassero matrimoni ed esequie di mafiosi... "
[la celebrazione di un matrimonio]
"...per non parlare dei rapporti con il mondo della prostituzione e dello sfruttamento."
[prostitute, barboni con un prete malvestito accanto].
"Tutto questo ha portato agli arresti di oggi, tra cui quelli di esponenti di spicco di questo mondo malavitoso."
[un sacerdote vestito di bianco viene condotto ammanettato tra due ali di giornalisti e gente che insulta e sputa, tenuti indietro a forza da un cordone di poliziotti]
[Il primo ministro parla al microfono, circondato dal resto del governo]
"L'operazione di oggi è stata epocale perchè finalmente ha liberato il nostro paese da questa cricca di malaffare che per troppo tempo, con il pretesto della religione, ha tenuto sotto scacco la società civile.
Da oggi finalmente il cristianesimo, liberato dalle sue pastoie, potrà svilupparsi liberamente ed è già partito il programma statale per la creazione di diecimila nuovi sacerdoti governativi che prendano il posto di quelli arrestati.
I colpevoli saranno puniti con la massima severità consentita dalle nostre leggi, anzi, stiamo valutando la reintroduzione per i casi più efferati di quella pena di morte che l'opinione pubblica ci domanda a gran voce. Possiamo comunque dire che da oggi la Cupola è stata finalmente smantellata."
[immagine di una macchina per demolizioni che fa crollare San Pietro. Intorno, una folla vociante applaude.]
Davanti a una mala-informazione così smaccata, non riusciamo a fare a meno di farci due risate, ma torneremo sull'argomento con fatti e dati reali...
Berlicche socio di SamizdatOnLine
"Il temperamento malinconico è definito positivo in quanto è predisposto a intuire più facilmente il limite che ha ciò che sembra ovvio nelle cose. Tutte le cose sono limitate. Dal Settecento in poi si è avuta l'idea che l'uomo poteva risolvere tutto. E da questa presunzione orgogliosa-da rana rupta e bos come come diceva Esopo della rana che si pompava per diventare grande come un bue- siamo passati al Novecento in cui è successo esattamente l'inverso: dopo la Prima Guerra mondiale tutti hanno visto che l'uomo è un disastro: e da allora siamo sempre peggiorati.
E' soltanto l'affermazione certa di una positività ultima che permette all'uomo di affrontare tutti i problemi, di riscoprire e riaffrontare tutti i problemi e di tendere a risolverli fino a quando ha trovato la soluzione.
Per questo la gente sentendo parlare Gesù diceva: "Questo sì che parla con autorità".
Cosa vuol dire un uomo che parla con autorità? Un uomo che parla sapendo quel che dice e avendo le ragioni di quel che afferma, e con lui tu sei sicuro di attraversare il guado della vita"
(Luigi Giussani "Si può vivere così", Rizzoli)
Sono davvero disgustata dall’uso indegno che si fa delle notizie. Non è importante il fatto in sé, quanto l’audience che può procurare.
E questo è intollerabile, perché ormai non si rispetta più nulla e nessuno, in nome di una curiosità morbosa o di un moralismo impietoso fatti passare per trasparenza.
Così si getta in pasto, a scansafatiche o nulla facenti che non sanno come passare il tempo, delle notizie, talvolta vere solo in parte, che amareggiano, se non addirittura distruggono, la vita di chi ne è protagonista.
Se poi l’oggetto dell’attenzione sono i bambini la cosa è ancora più intollerabile. Così si arriva addirittura a far passare per razzisti dei bambini, fornendo una relazione incompleta dei fatti.
Mi riferisco alla notizia gridata da tutti i mass media sui bambini di Ponticelli commentata da un articolo di Rossana Sisti che, su Avvenire di oggi, ci informa sugli aspetti volutamente trascurati della vicenda:
Un bambino altruista nessuno se lo fila, un bambino violento è degno di una notizia in cronaca. Un bambino violento e razzista, che sul raid al campo nomadi dice «abbiamo fatto bene», è un caso a cui dedicare titoli di testata e pagine di giornale.
Siamo sulla notizia: se anche i bambini cominciano a ragionare sui rom come i grandi – peggio dei grandi – la cronaca si fa sfiziosa. Fanno testo i disegni dei bambini di Ponticelli 'incastrati' dai fogli in cui si vedono fiamme che inghiottono le baracche e omini di profilo che dentro ai fumetti gridano aiuto aggrediti da altri omini che urlano andate via. Eppure il giorno dopo il diritto di replica alla classe di Ponticelli qualcuno deve pur tributarlo, con tante scuse. E non solo perché quei bambini discretamente e senza piagnistei hanno ristabilito la verità dei fatti.
«È vero – hanno scritto in una lettera aperta dopo aver visto i giornali – che alcuni di noi la pensano così ma sono in pochissimi, la stragrande maggioranza di noi bambini sa che non è la violenza la strada che dobbiamo intraprendere per cambiare le cose». Che non si tratti della retromarcia del giorno dopo – quel 'siamo stati fraintesi' in cui si rifugiano spesso gli adulti – lo dicono gli stessi disegni. I tanti che un posto in pagina non l’hanno meritato perché pieni non certo di buonismo ma di buon senso. Perché, sotto i disegni delle stesse baracche inghiottite dalle fiamme e degli omini che lanciano bottiglie incendiarie, gran parte dei bambini ha fatto riflessioni evidentemente più imbarazzanti.
Hanno scritto «Abbiamo sbagliato! Aiutiamoli!», «Purtroppo il fuoco uccide anche la speranza», si sono chiesti «Se succedesse a noi? Bé, non ne saremmo contenti». E alla propria gente hanno chiesto di immaginare «di essere voi tra quelle fiamme». «Non si deve bruciare la spazzatura, figuriamoci le vite umane!».
Insomma, il rispetto e la solidarietà nei disegni c’erano ma nessuno ha voluto vederli. E due proclami, due casi isolati, hanno trasformato sulla stampa i bambini di Ponticelli in un piccolo branco di razzisti assatanati.
Complici, non se ne tirino fuori, anche quelli che – forse ingenuamente ma non per questo innocentemente – i temi li hanno dati in pasto alla stampa. Far parlare i bambini attraverso il disegno di eventi violenti e scabrosi è doveroso e meritorio se aiuta a capire la loro realtà e il loro cuore ma dare pubblicità a pensieri e riflessione che dovrebbero restare dentro la scuola è superficiale e scorretto. In questa storia tutti hanno perso una buona occasione. I maestri per insegnare il valore della discrezione oltre che per capire i meccanismi più elementari di difesa e attacco dettati dalla paura. I giornalisti che spesso non resistono a truccare le carte pur di raccontare storie un po’ raccapriccianti, appetibili a un pubblico che le storie di mostruosità cerca e gradisce. E infine quegli adulti di Ponticelli che a dar fuoco agli accampamenti c’erano e ci sono tornati anche la scorsa notte. E che nella loro incontrollata follia non hanno riguardo per nessuno: non per i rom ma neppure per i propri figli. Che quello spettacolo indecente hanno visto e in parte condiviso.
«Viviamo in un quartiere degradato – hanno scritto ancora i bambini – che non ci dà opportunità di gioco, di svago, di incontro, viviamo blindati nelle nostre case, circondate da sporcizia e spazzatura, la cultura della strada però non sempre ci appartiene». Vero, anche questo.
Eppure, tra omissioni e titoli strillati, anche il rispetto della vera identità dei bambini di Ponticelli è andata in fumo.
Il dibattito innescato sulla laicità dello stato coinvolge diversi intellettuali. Vi segnalo alcune interviste ed articoli:
Pera, Se viviamo in uno Stato libero e laico è grazie alle nostre radici cristiane
Una riflessione di Renato Farina intervistato da IlSussidiario.net:
I fatti dell’Università La Sapienza di Roma sono gravi. D’accordissimo. Bisogna intendersi bene su quali fatti però.
Li riepilogo.
1) Un gruppo di estrema destra, Forza Nuova, chiede di tenere un convegno sulle foibe, dove relatore sarà eurodeputato Roberto Fiore. Il permesso è accordato. Poi – dopo le minacce di alcuni collettivi politici - il rettore ritira il suo consenso e vieta il raduno «per evitare violenze», sostiene.
2) Dopo il divieto, il giorno fissato per la riunione, si scontrano militanti di estrema sinistra e di estrema destra. Gli arresti e i feriti sono distribuiti equamente tra le parti. Le ricostruzioni sulle responsabilità e su chi abbia cominciato i pestaggi si dividono. Certo è che se il rettore voleva evitare incidenti è riuscito invece a innescarli.
3) Veltroni cavalca la vicenda, e vede una minaccia alla democrazia; così Minniti in Parlamento si agita e critica il fatto stesso che in università possa aver chiesto di parlare un signore condannato per attività eversive, e che il centrodestra non eccepisca su questo presunto diritto. Insomma: torna l’allarme e viene teorizzata di nuovo nel linguaggio della sinistra (basti leggere il linguaggio di Repubblica e dell’Unità) la vigilanza antifascista come collante dell’identità sparpagliata del Partito democratico.
Spunti per un giudizio.
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Sollecitata da degli amici ho deciso di sottoporre alla vostra attenzione un brano in cui si parla della povertà evangelica e so che vi stupirete perchè è strettamente connessa con la libertà e la letizia. Ma leggete:
La povertà (…) su cosa fonda il suo valore?
Sulla certezza che è Dio che compie: Cristo compie il desiderio che ti fa nascere: “Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento domani nel giorno di Cristo” (Fil 1,6)
Il fondamento della povertà sta nella certezza che Dio compie quello che ti fa desiderare.
Se Dio, Dio presente, cristo – perché è in Cristo che Dio opera -, se Cristo to dà la certezza di compiere ciò che ti fa desiderare, allora tu sei liberissimo dalle cose; nasce l’immagine della libertà, innanzitutto come libertà dalle cose. Non sei schiavo di niente, non sei incatenato a niente, non dipendi da niente: sei libero. (…) non sei schiavo di quello che usi, perché sei schiavo solo di Colui che ti dà la certezza della tua felicità.
La povertà si rivela come povertà dalle cose in quanto è Dio che compie i desideri, non la certa cosa cui tu miri.
(…)
Dalla libertà dalle cose, che la povertà porta con sé, nasce un sentimento che nessun altro ha se non chi è povero, cioè chi non fissa in determinate cose da lui scelte la speranza della sua vita.
(…)
Da questa libertà dalle cose, che nasce dalla certezza che Dio compie tutto Lui, scaturisce un’altra caratteristica dell’animo povero che è la letizia, di cui la figura di San Francesco è come l’emblema nella storia del Cristianesimo, che ritrova però nel vangelo la magna Charta, il suo statuto: “beati i poveri di Spirito”, beati.
Vi ricordate di quello che dice Mauriac nella Vita di Gesù (…); vi ricordate la pagina sulle beatitudini, dove gesù su in alto alla collina dice “Beati.. beati..” e intanto tutta la gente arriva e gli ultimi che arrivano sono gli sciancati, i down, i vecchi, e siccome arrivano da ultimi stanno in fondo e tendono l’orecchio perchè non sentono bene: L’unica parolea che sentono è una parola che Cristo ripete ogni tanto con un’arsi della voce, alzando la voce: “Beati…” e sentono “Beati… Beati… beati..” E questo li tende ancora di più, li fa tendere con tutta l’anima, ma non sentono il resto.
Da “Si può vivere così?” di Luigi Giussani (pag.258, ss)
Si potranno verificare cedimenti ed errori tra i cristiani, ma il messaggio evangelico resta sempre valido e capace di rendere l'uomo veramente uomo come affermava il retore Vittorino: "Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo" e dopo di lui, nei secoli abbiamo una miriade di persone che hanno scoperto e vissuto la bellezza dell'appartenenza a Cristo, anche in mezzo alle contraddizioni più atroci.
Perciò vorrei che fosse chiaro che i cristiani che ancora seguono Cristo - e sono sempre tanti … e ci sono anche quelli che danno la vita per Lui - non lo fanno perché sono masochisti e perché ciechi davanti agli errori dei loro fratelli, ma semplicemente perché hanno incontrato la bellezza e il fascino del messaggio evangelico incarnato in persone vive.
Il che dimostra che essere cristiani fedeli a Cristo si può ancora; anzi è auspicabile che siano sempre più numerosi perché come dice De Lubac citato anche ieri: “Non è vero che l’uomo, come sembra talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano”.
Solo un mondo conquistato dall’amore di Cristo potrà vivere veramente in pace.
Da questo punto di vista ho trovato interessante e gradevole il post dell’amico Amicusplato che rilancio con il suo permesso:
In qualche situazione storica anche il Cristianesimo ha avuto i suoi momenti di sballo o di depressione. La Chiesa è fatta di persone, e queste sono soggette a ogni genere di debolezza che contraddistingue l’essere umano.
Si deve stabilire però se si tratta di momenti transitori, o se la sua costituzione è irrimediabilmente danneggiata dall’abuso di sostanze dopanti.
Parliamo di due droghe che oggi vanno per la maggiore.
Il potere politico.
Drogato mentalmente è chi si prostra al signore di turno. La Chiesa, per prima nella storia, ha invitato a distinguere la legittima autorità, da chi pretende di essere considerato ‘signore e dio’ (dominus ac deus). Quando tutti i popoli adoravano come divinità assoluta il loro sovrano, i cristiani dicevano: “L'imperatore è un uomo come me, e io dinanzi a lui sono libero” (Tertulliano, Apologeticon).
La prima terapia disintossicante dal potere politico è stata messa in atto proprio dalla Chiesa, sulle parole di Cristo: “Dai a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Ha smitizzato il potere. Lo ha ridotto entro i confini del buon governo. Per questo quando la Chiesa parla, oggi, come ai tempi dell’impero romano, dà fastidio. Perché prima di tutto si rivolge alle coscienze, senza lasciarsi intimidire dalle minacce, da qualunque parte provengano. “Temiamo Dio, non il proconsole” (Tertulliano, Apologeticon).
La droga degli abusi sessuali.
Oggi si vive spesso una sorta di bulimia sessuale; un insaziabile desiderio di sesso.Una vera rivoluzione è avvenuta in questi ultimi anni. Con tutti i risvolti, anche gravemente negativi o criminali, come prostituzione, stupro, pedofilia, furia omicida…
La Chiesa ha qualche titolo per parlare di queste cose e fare delle proposte? Io credo di sì. È vero che anch’essa, in tanti casi (parliamo dei suoi ministri), si è resa colpevole di gravi abusi, dei quali il più odioso è la pedofilia.
Ma andiamo alla radice del problema. Nella Chiesa chi si comporta così, sa di andare contro i suoi stessi insegnamenti e il Vangelo: “Chi avrà dato scandalo a uno solo di questi piccoli, meglio che sia gettato in mare con una macina da mulino al collo”. Per questo gli abusi possono (e devono) essere eliminati, o quanto meno ridotti ai minimi termini.
Ma chi insegna che il sesso deve essere libero da ogni vincolo, tranne (per ora) quello della minore età, e che l’unico problema è di indossare il preservativo, allora siamo in piena trance da oppio.
Anche in questa sorta di bulimia sessuale, la Chiesa, nonostante i suoi limiti umani, alzerà la sua voce per ricordare che ‘non di solo sesso vive l’uomo’.
L'editoriale di CulturaCattolica.it ci informa sul fatto che in Belgio sono stati presentati quattro progetti di legge che prevedono di estendere l'eutanasia anche a i minori e agli "incapaci mentali" e conclude con la citazione di una frase del grande De Lubac: “Non è vero che l’uomo, come sembra talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano”.
Vi prego di andare a leggere l'articolo che offre anche dei preziosi approfondimenti; dei quali cito quello che mi sembra particolarmente importante per ricordare l'orribile realtà dell'eutanasia infantile in Olanda:
L’eutanasia in Olanda: anche per i bambini!
(Della tristissima vicenda dell'eutanasia infantile in Olanda ho scritto anch'io qui)
La disinformazione e l’ignoranza dei fatti regnano sovrane in questa Italia dove quel che conta non è la realtà dei fatti, ma l’opinione che più fa comodo, come dimostra l’ultimo exploit di Curzio Maltese.
Ecco come stanno le cose in un articolo di Umberto Folena da Avvenire del 23 maggio:
Una «Questua» rimasta a secco
Da che parte cominciare a smontare La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani, il libro del giornalista di Repubblica Curzio Maltese appena giunto in libreria? Ma dall’inizio, e dall’equivoco di fondo che Maltese non nasconde, anzi dichiara apertamente.
La confusione tra Vaticano e Santa Sede di qua, Chiesa italiana e Cei di là. A pagina 31 sbotta: signori, è la stessa zuppa ed è vano perderci tempo. «Una volta scartati il politicamente corretto e il cattolicamente corretto, mi sono concentrato su quello di cui finanche l’autore capiva il senso: il costo della Chiesa, una e trina». In realtà la correttezza non c’entra. Maltese ha bisogno di confondere Santa Sede e Cei perché il mirino è puntato sull’otto per mille, che va alla Cei ma che ai lettori va fatto credere vada al Vaticano, insinuando l’idea che la distinzione sia un cavillo, una pura formalità. Invece è sostanza.
Un libro a tesi
Altra tesi iniziale: la percentuale degli italiani che vanno a Messa (circa un terzo della popolazione) e di quanti firmano per l’otto per mille a favore della Chiesa cattolica coincide. Si tratta insomma delle stesse persone. Sbagliato, e lo dicono i numeri. Primo, il confronto è tra gruppi non omogenei: di qua tutti gli italiani, di là i soli contribuenti. Secondo, a firmare è più del 40% dei contribuenti, ma mal distribuiti: sono il 61,3% di coloro che sono costretti a presentare la dichiarazione (730 o Unico) e una percentuale davvero minima di chi non è obbligato, per lo più pensionati, che invece sono in larga misura praticanti. Un bel pasticcio. Scrive Maltese che questi italiani «dichiarano di andare a messa e di essere influenzati nel voto dall’opinione del papa e dei vescovi». Quale sia la fonte non si sa, ma che un italiano, credente o miscredente, ammetta di essere «influenzato» ha dell’incredibile.
Per Ruini bastava Google
Da pagina
Le cronache di Eva Express, forse. Com’è arcinoto, Ruini, già stimato docente di teologia dommatica a Bologna, si fa apprezzare in particolare come vicepresidente del Comitato preparatorio del Convegno ecclesiale di Loreto (1985), dove ricopre un ruolo di primo piano.
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