lunedì, 30 giugno 2008

Amici dietro le sbarre

Da TRACCE di Maggio un articolo di Paola Bergamini:

Nel carcere di massima sicurezza alcuni studenti del Clu aiutano nello studio i detenuti iscritti all’università. Così, da un gesto di carità verso chi vive una circostanza drammatica è nato un rapporto vero. Capace di spingersi oltre i libri. E di cambiare innanzitutto la propria vita

Sabato. Michele e Giacomo faticano a trovare il parcheggio. È giorno di visita al Due Palazzi di Padova, carcere di massima sicurezza con circa 700 detenuti. Scesi dalla macchina, si guardano intorno. «Andrea e Matteo sono in ritardo». «No. Eccoli!». «Michele, passato l’esame di Diritto?». «Ce l’ho fatta. Ora preghiamo che è tardi». Recitano l’Angelus. Da alcuni mesi, come gesto di caritativa, in sei vengono ogni quindici giorni nella casa di reclusione per aiutare nello studio i carcerati che devono sostenere gli esami universitari. Si mettono in coda con i parenti per entrare. Le solite formalità: documenti, cellulare nell’apposito armadietto, tesserino di riconoscimento. Il primo cancello si apre e si richiude alle loro spalle. Michele e Giacomo attraversano il cortile. Altro cancello, altro controllo della guardia, altri corridoi silenziosi dove i loro passi rimbombano. Si fermano alla macchina del caffè. Il tempo di un dialogo che affronta pure i dubbi. «Michele, ho visto che spesso i carcerati da cui andiamo hanno già ricevuto dai loro tutor universitari le risposte che cercano per gli esami, lo studio e via dicendo. Noi dobbiamo essere aderenti all’oggetto della caritativa, che è un bisogno. Ma se questo bisogno è risolto, perché veniamo?». «Giacomo, anche a me era venuto questo pensiero. Proviamo a tenerlo vivo come domanda mentre siamo con i nostri “studenti”. Come domanda per me, per te, per la nostra vita».
Si lasciano. Michele ha appuntamento con Max, nigeriano, trasferito su sua richiesta da Treviso a Padova proprio per poter continuare gli studi a livello universitario, ma non c’era stata ancora la possibilità di inserimento nella sezione del Polo universitario. Le ultime due volte non si erano potuti vedere, perché Max era in isolamento sanitario. Si incontrano in sezione. Max è distrutto: per l’isolamento non ha potuto vedere la sua famiglia e poi è subentrata la paura di essere ammalato, di non poterli più rivedere. Comincia a piangere. A Michele torna la domanda: «A cosa servo io? Signore, come rispondo a quest’uomo?». Prova a rincuorarlo: «Max, cerca di trovare il positivo, ad esempio lo studio può essere il modo con cui tirarti fuori…». Max lo interrompe: «Michele, sono nato molto prima di te, non puoi venirmi a raccontare che c’è un positivo da cercare in questo posto. Se mi fossi ammalato avrei contagiato tutti, compresi i miei cari. Dove è questo positivo?». Michele non sa cosa rispondere, poi di colpo: «Se riesci, prova a offrire questo dolore al Signore. Come Gesù ha offerto la sua croce per noi. Lui ti ha dato questo dolore perché sa che puoi portarlo, offrilo abbracciando questo destino che Lui ti ha dato».
Quante volte quelle parole se le sono ripetute tra loro, per affrontare la fatica dello studio. Ma ora hanno una concretezza che a Michele fa tremare la voce. Max alza lo sguardo e sorride: «Tu oggi sei venuto per darmi questa bella notizia. Grazie». Ecco la risposta. È l’inizio di un cambiamento. Si rivedono dopo due settimane. Due ore di interrogazione. Max è preparatissimo. Alla fine gli dice: «Ti devo ringraziare per quello che mi hai detto l’altra volta, per la fede, perché Gesù vive!».
La caritativa al Due Palazzi è iniziata un anno e mezzo fa. Ma all’interno del carcere da diversi anni alcuni docenti e volontari offrono il loro tempo per aiutare i carcerati a sostenere gli esami. Il 13 settembre 2004, in una sezione del Due Palazzi fino a quel momento non utilizzata, è stato aperto il Polo universitario dove i detenuti - otto attualmente - godono di un regime più aperto: le porte delle celle non sono chiuse e vi è una stanza con computer dove i docenti e i volontari incontrano i carcerati. «Spesso i colleghi rimangono meravigliati per i risultati conseguiti da alcuni carcerati. In fondo vanno allo sbaraglio. Il docente lo conoscono solo quando viene per l’esame», spiega Giorgio Ronconi, professore di Italianistica, vera anima del Polo universitario assieme all’Ocv (Operatori carcerari volontari), che oggi coordina tutta l’attività dei docenti sia all’interno del Polo che in tutte le sezioni del carcere.

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postato da AnnaV alle ore giugno 30, 2008 16:24 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, solidarietà, conoscere la realta
lunedì, 30 giugno 2008

Un gruppo italiano ha scoperto il modo di frenare Aids e tumori. Ecco a voi il micro-Rna

Le scienze biomediche continuano a rivelare il loro volto ambivalente, alternando notizie di manipolazioni sconsiderate ad altre che raccontano di risultati insperati e promettenti. In questa seconda serie si inserisce la notizia dei primi risultati di una  ricerca avviata quattro anni fa dall'Istituto Superiore di Sanità (Iss) sotto la guida di Cesare Peschle: secondo quanto pubblicato nei giorni scorsi sull’autorevole rivista Nature Cell Biology, il gruppo italiano ha scoperto le straordinarie proprietà di una piccola molecola, detta micro Rna, capace di agire come interruttore in grado di spegnere le metastasi tumorali e l'attività del virus Hiv e di svolgere utili funzioni nella produzione delle piastrine del sangue. La scoperta apre nuove prospettive terapeutiche ed è oggetto di un’intensa attività di sviluppo da parte dei ricercatori dell’Iss, ma è anche al vaglio delle società biotech che ne intravedono le potenzialità industriali.
Per cogliere meglio queste prospettive, abbiamo incontrato Marco Pierotti, Direttore scientifico della Fondazione Irccs Istituto Nazionale Tumori di Milano, attuale Presidente della Organization of European Cancer Institutes (OECI), che raggruppa tutti i più importanti istituti oncologici europei impegnati nella lotta contro il cancro.

Leggi l'interessante intervista e gli approfondimenti ne
IlSussidiario.net

postato da AnnaV alle ore giugno 30, 2008 07:37 | link | commenti (1)
categorie: genetica
lunedì, 30 giugno 2008

Vittadini: flessibilità e fiducia nelle imprese liberano il lavoro da vincoli inutili

Un articolo di Giorgio Vittadini per IlSussidiario.net:

Negli ultimi giorni la polemica sull’indebolimento del potere d’acquisto dei salari scatenata dalla Cgil ha quasi completamente oscurato, nell’opinione pubblica, le grandi novità in termini di semplificazione e di deregolazione delle politiche sul lavoro avanzate dal ministro Sacconi all’interno della manovra economica triennale.

Il governo Prodi e in particolare il ministro Ferrero avevano appesantito la vita quotidiana delle piccole imprese senza dare nessuna tutela reale ai lavoratori (basti pensare all’obbligo del lavoratore di certificare le dimissioni volontarie su modulo del Ministero del lavoro presso gli ispettorati del lavoro o le sedi del sindacato, misura che, nell’idea di verificare l’eventuale presenza di pochi casi di ricatto con dimissioni preformate, introduceva l’ennesimo meccanismo di controllo formale che penalizzava tutti senza rendere giustizia a chi vive sotto ricatto).
Le nuove norme incoraggiano la propensione delle imprese ad assumere attraverso una "deregulation" e una semplificazione della gestione dei rapporti di lavoro e, nel complesso, sottendono una fiducia nella libertà e nella responsabilità degli attori del mercato del lavoro: un conto è sanzionare chi commette illeciti, un conto è diffondere una mentalità pseudo luddista e vetero classista nel sospetto preventivo della volontà truffaldina delle imprese. Questa rinnovata fiducia e l’abrogazione di regolamenti inutili ed inefficaci dovrebbero aiutare a ripristinare lo spirito iniziale della legge Biagi capace di favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Chi ha attaccato in questi anni la presunta precarizzazione del lavoro dovuta alla flessibilità, continua a misconoscere il fatto che gran parte dei contratti interinali che escono dalla precarietà (secondo una ricerca del Crisp, centro di ricerca con sede presso l’Università Bicocca di Milano, in Lombardia lo diventa il 68% entro 2 anni) e che c’è stato in questi anni un decremento del tasso di disoccupazione (5,3 punti percentuali nel decennio 1998-2007) quasi miracoloso in una fase di recessione con un limitatissimo incremento del Pil.
Le prime scelte fatte dal ministro del lavoro sottendono, quindi, una visione positiva di uomo e società. Ci auguriamo che prosegua su questa strada, valorizzando, secondo il principio di sussidiarietà, le esperienze virtuose in atto.

Approfondisci:

Saglia, prevenzione e opportunità al centro del nuovo welfare
postato da AnnaV alle ore giugno 30, 2008 07:29 | link | commenti (1)
categorie: lavoro, sussidiarietà, vittadini
lunedì, 30 giugno 2008

Piacenza, marocchina finge sequestro per evitare matrimonio combinato

Un articolo per L'Occidentale di Souad Sbai deputata del Parlamento italiano per il Popolo della Libertà:

Ha simulato un sequestro di persona per sfuggire a un matrimonio combinato dai genitori con un uomo molto più anziano di lei. La sconvolgente storia della giovane marocchina che a Piacenza ha inscenato un rapimento con richiesta di riscatto, per sottrarsi al destino che la sua famiglia le voleva imporre, è balzata immediatamente alle cronache e ha attirato l’attenzione dei mass media italiani e dell’opinione pubblica. Purtroppo non è il primo, né sarà l’ultimo caso. 
Come ha sottolineato sul quotidiano “Il Messaggero” la collega giornalista Marida Lombardo Pijola, in Italia, con il tempo, si è creata una vera e propria zona franca in cui la legge non conta. A determinare questa situazione aberrante sono le ideologie del multiculturalismo e del relativismo. Dietro ad un fittizio rispetto per le tradizioni d’origine sta emergendo pericolosamente una terra di nessuno in cui silenziosamente tutto è permesso: dagli stupri alle umiliazioni, dalla segregazione alle violenze. Nel nostro paese solo nel 2006 è stata vietata la pratica dell’infibulazione con una legge.  

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postato da AnnaV alle ore giugno 30, 2008 07:22 | link | commenti
categorie: immigrazione, integrazione
domenica, 29 giugno 2008

Horror e cultura di morte: ecco come combattere la "moda" del nichilismo

C’è nello “spirito del tempo” che stiamo attraversando, una inquietudine ed una perdita di fiducia nel futuro, che corrisponde all’affermarsi di una cultura, per certi aspetti esteriori, edonistica e vitalista, per aspetti più profondi legata al tema della paura e della morte. Elementi rielaborati da mode che si affacciano nei diversi campi (musica, arte, letteratura) oltre che negli stili di vita, soprattutto giovanili, alludono in maniera più o meno esplicita ad una cultura horror. Nel campo educativo stranamente alla paura che serpeggia nelle coscienze degli educatori, spesso sfiduciati e purtroppo dominati dalla convinzione che ormai non abbia senso educare, corrisponde nelle mode ed interessi giovanili una cultura dell’horror che pervade vissuti e stili di vita. Tratto comune di questa stessa paura - ben documentata nel dibattito culturale sul nichilismo- è di fatto l’assenza di un fine di bene, che dia senso e che giustifichi con positività il senso dell’agire e dell’educare. È il pensiero debole che affacciandosi nell’educazione, riduce a moralismo (che sappiamo valere zero) il senso della relazione, del bene, del bello, del giusto.
Se nulla infatti ha senso cosa resta? Un Ego da risarcire e da affermare, anche se nelle forme più assurde e perfino a volte disperatamente spietate (vedi le tante Bestie di Satana e Meredith). È così che nel mondo delle esperienze giovanili tendono sempre più a svilupparsi e a fondersi i fenomeni della droga, del bullismo, della banalizzazione della sessualità, del disprezzo delle relazioni e della vita, revival di paganesimo e di occultismo. Si sottovaluta il significato di queste componenti dell’immaginario giovanile che poi non è tanto distante da quello dell’uomo d’oggi. Di un uomo apparentemente razionale, che rimuove sempre più le dimensioni dell’ignoto e del mistero salvo poi farle riemergere in forme irrazionali (a volte esoteriche) nelle infinite contraddizioni dei suoi vissuti. Da due secoli circa, (e oggi con intensità mai prima sperimentata, attraverso l’eugenetica di massa) si riaffaccia il mito dell’uomo che si fa da solo e che può dare e togliere (oppure darsi e togliersi) la vita. E’ il mito frankensteiniano, quanto mai attuale, che ripropone oggi un uomo oscillante tra “disperazione del non senso” e “delirio di onnipotenza”: dalle emozioni delle pasticche in discoteca alla dolce morte.
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postato da AnnaV alle ore giugno 29, 2008 18:45 | link | commenti (14)
categorie: educazione
domenica, 29 giugno 2008

Un nuovo sito: SAFE

SAFE, Movimento per la Salute Femminile, è un’organizzazione senza fini di lucro, il cui scopo è stimolare la consapevolezza e la capacità critica delle donne nei confronti di farmaci e pratiche mediche che riguardano la procreazione, attraverso un’informazione chiara, libera, e il più possibile completa.
Lo sviluppo delle tecnologie riproduttive, dell’ingegneria genetica,e in generale della tecnoscienza e della medicina, pongono oggi nuovi problemi alle donne sulla propria salute e su quella dei propri figli. Dopo secoli di controllo patriarcale sul corpo femminile, il rischio che corriamo oggi è quello di un affidamento cieco nelle mani degli esperti, che indebolisca e sgretoli le nostre capacità di valutazione e decisione. La libera scelta, a molte di noi non sembra più un criterio sufficiente, perché pesantemente condizionata da troppi fattori diversi. Alcuni sono facilmente identificabili, per esempio le leggi, la cultura di appartenenza, l’organizzazione sanitaria di un paese; altri sono più sfuggenti, come le politiche di marketing, la diffusione di informazioni parziali o manipolate, l’influenza delle ideologie, il particolare rapporto di affidamento che si instaura tra medico e paziente. Orientarsi da sole è sempre più difficile, prima di tutto perché si è interrotta quella catena dei saperi femminili che passava di donna in donna e costituiva un terreno di conoscenze verificate dall’esperienza, e poi perché le nuove tecnologie e la vastità, insieme alla specificità del sapere tecnico-scientifico, impedisce una reale padronanza delle informazioni.
In questo campo agiscono, sia sul piano politico che su quello del mercato, interessi e poteri (grandi centri di ricerca, aziende farmaceutiche, organismi internazionali del controllo demografico, tanto per fare qualche esempio) che fanno pesare la propria immensa forza di pressione. Riteniamo che il primo strumento per cercare di bilanciarne l’influenza sia la costruzione di una rete informativa in grado di mettere in circolazione notizie, dati e fatti verificati il più possibile direttamente. (leggi tutto)

Grazie a Natanaele!

postato da AnnaV alle ore giugno 29, 2008 10:57 | link | commenti (2)
categorie: 194 , roccella, difesa della vita umana, morresi, safe
domenica, 29 giugno 2008

Verso il "Pianeta delle scimmie"

Ricevo questa mail dal MPV di Mistretta:

Fa discutere un provvedimento che invita il governo spagnolo a riconoscere i diritti umani anche alle scimmie

 Gorilla sarà lui

D
iritto alla vita e alla libertà anche per i gorilla, come per gli uomini. La risoluzione che il Governo spagnolo è chiamato ad accogliere sembra a prima vista ecologista, in linea con quel rispetto della natura oggi tanto diffuso. Ma forse non è il caso di entusiasmarsi. E non solo per questa premura nei confronti delle scimmie, mentre milioni di uomini nel mondo ancora muoiono di fame. Non solo perché nella stessa Spagna che parla di diritti degli oranghi si usano embrioni d’uomo (cioè le prime cellule della vita umana) per la ricerca scientifica, ed è permessa la selezione fra embrioni, per fare nascere i sani e buttare via i figli malati. Fate caso alla motivazione della risoluzione fornita dal presidente spagnolo del Progetto Grandi Primati: «In fondo, siamo tutti grandi scimmie», ha dichiarato. Come se l’intento di fondo fosse, più che tutelare gli scimpanzé, negare l’unicità dell’uomo, con cui, ci ripetono, condividiamo ben il 95 per cento del patrimonio genetico.
Oranghi e uomini la stessa cosa, dunque? No.
Occorre non farsi ingannare dal fascino facile di certo ecologismo, che considera l’uomo un animale fra gli altri, e anche il più dannoso. Per i cristiani, l’uomo non è un animale: è creatura a «immagine e somiglianza» di Dio. In quel 5 per cento di Dna diverso c’è un mondo: coscienza e libertà, cioè la capacità di distinguere il bene dal male. A un bambino può sembrare buona l’idea di equiparare le scimmie, che sono così simpatiche, e poi magari anche i cani e i gatti all’uomo, quanto a diritti. Ma è il presupposto che è falso. «Non» siamo tutti grandi scimmie.
  E anzi questa confusione rischia di aumentare l’indifferenza con cui si abortisce un figlio o si usa un embrione per la ricerca. Dimenticare la unicità dell’uomo è la premessa per ogni disumanità.
 

Popotus del 28-6-2008

postato da AnnaV alle ore giugno 29, 2008 09:12 | link | commenti (4)
categorie: il sonno della ragione
sabato, 28 giugno 2008

Il caldo non ha avuto la meglio

La fede e le opere: il miracolo dell’accoglienza

 

 

E’ stato un po’ imprudente programmare un incontro con le famiglie per l’accoglienza  a fine giugno: non avevamo fatto il conto con il caldo, ma è stata comunque una bellissima occasione.

 

Ieri sera ci siamo incontrati nel mio paese con due amici delle famiglie per l’accoglienza, Sergio, direttore del settimanale diocesano e padre adottivo di tre bei bambini e Sebastiano, giovane ingegnere che attualmente ha con la moglie l’affidamento di un quattordicenne. C’era un gruppo di persone interessatissime che hanno rivolto loro delle domande perché l’esperienza dell’accoglienza del bisogno dell’altro, comunque esso si manifesti, è sempre qualcosa che muove le corde del cuore.

 

Ma procedo con ordine. Sergio ha brevemente spiegato come l’associazione “Famiglie per l’accoglienza” sia nata nell’82 in Italia e come si sia costituita anche in Sardegna nel ’93 e in cosa consista l’accoglienza che questa associazione di famiglie realizza nelle situazioni più diverse, dall’accoglienza dei minori in difficoltà con adozione e affido, all’accoglienza di un parente malato, all’accoglienza di una ragazza madre, e così via; ma sempre all’interno di un nucleo familiare unito e disponibile a lasciarsi trasformare la vita in una bellezza e in un’intensità sconvolgente, sostenuta da tante altre famiglie amiche che fanno la medesima esperienza.

 

L’aspetto più significativo, che Sebastiano e Sergio hanno più volte fatto notare è che non si tratta di famiglie eccezionali o particolarmente dotate: si tratta di famiglie normalissime che sono arrivate al gesto sconvolgente dell’accoglienza   dalle circostanze più diverse. Anche se il comune denominatore è stato lo scorgere la gioia e la serenità di famiglie amiche che si erano avventurate già nell’accoglienza di un down cardiopatico (per esempio) o perché una famiglia di amici ha prospettato il bisogno di una signora che doveva stare vicino al proprio marito ricoverato in una struttura ospedaliera di Cagliari (è un altro degli esempi che ieri sono stati riportati)

 

Insomma l’occasione dell’accoglienza è stata offerta dentro una trama di rapporti di amicizia e di sostegno; amicizia e sostegno che hanno aiutato a scoprire il grande valore dell’accoglienza che diventa dimensione anche nella nostra società così egoista se  si è immersi in un’esperienza, come quella cristiana, che considera l’uomo nella sua integralità.

L’aspetto più coinvolgente  di quell’oretta insieme è stato il racconto di Sebastiano cui è stato affidato due anni fa un dodicenne proveniente da una famiglia difficile. L’episodio più simpatico è stato quello che ha segnato, sia per il ragazzo che per Sebastiano e Monica, la nuova nascita (così Seb l’ha definita)

Il ragazzo appena accolto nella nuova famiglia ha chiesto: "Ma perché mi avete accolto?"

Il che ha costretto Sebastiano e Monica a rendere ragione a quel ragazzino ferito e sospettoso per la sua breve e difficile storia; non ci avevano nemmeno pensato con piena consapevolezza, ma la domanda di Marco esigeva un a risposta. E così hanno raccontato il fatto che ha dato origine all’avventura. Delle persone avevano chiesto a Seb e Monica se erano disponibili a prendere un bambino (“ma ero proprio io?” chiede Marco) e loro hanno detto di sì. Poi una sera Monica torna a casa e chiede al marito: “Che dici? prendiamo in affido Marco?” e Seb: “Sì”. E il bambino di rincalzo: “ma dove era Monica quando ti ha fatto la domanda e tu Seb dov’eri? fatemi vedere!” E così Sebastiano e Monica hanno dovuto ripetere quella scena tante volte per il piccolo Marco.  Non ci avevano pensato, ma in quel gesto semplicissimo e familiare aveva avuto origine la grande avventura; come l’avventura di avere un figlio: tu non sai come sarà, non puoi programmare nulla, non puoi sapere se si prenderà un raffreddore o una polmonite o che carattere avrà, ma sei aperto a una nuova vita e l’accogli per quello che è.

Un altro aspetto sottolineato da Sergio è stato il grande insegnamento appreso dall’esperienza dell’adozione di tre bambini: uno, davanti alla diversità di questi bambini (ma anche i nostri figli carnali sono diversi d acome ce li aspettiamo!) non può che arrendersi all’evidenza che ognuno è diverso e va accolto per quello che è e non come noi vorremmo che fosse, e soprattutto impara che questi figli non sono una proprietà privata, ma un dono da custodire e accompagnare nell’esperienza della vita. Esattamente come per i figli carnali dei quali noi genitori siamo solo i custodi e gli educatori: ma la vita è solo loro e hanno diritto ad essere quello che il buon Dio ha progettato per loro.

postato da AnnaV alle ore giugno 28, 2008 06:55 | link | commenti (4)
categorie: esperienze, testimonianza, famiglie per laccoglienza
giovedì, 26 giugno 2008

La Ru486 fa un’altra vittima in Gran Bretagna

Una ragazza di 18 anni è morta nel 2005 (ma è stato reso noto solo ora) in seguito a un'emorragia dopo aver assunto la seconda pillola abortiva. Come prevedono i protocolli era a casa e non in ospedale
di Assuntina Morresi

Tratto da Avvenire del 26 giugno 2008


Manon Jones aveva 18 anni quando è morta all’ospedale Southmead di Bristol, in Gran Bretagna, dopo aver abortito con la Ru486. Era il 27 giugno del 2005, ma abbiamo dovuto aspettare ben tre anni per conoscerne la storia, pubblicata il 13 giugno scorso sul Daily Mail. Manon aveva deciso di abortire perché temeva che la gravidanza avrebbe reso conflittuale il rapporto con la famiglia del suo ragazzo, di religione musulmana.
Aveva preso il primo dei due farmaci abortivi, la vera e propria Ru486 che provoca la morte dell’embrione in pancia, a sei settimane di gravidanza, il 10 giugno 2005, e due giorni dopo aveva assunto il secondo farmaco, quello che induce l’espulsione dell’embrione. Ad una visita di controllo all’ospedale di Southmead di Bristol, il 15 giugno, le era stato detto che tutto procedeva normalmente. Quattro giorni dopo, Manon era partita per una vacanza, che però ha dovuto interrompere prima del previsto: il 23 giugno è tornata in ospedale, perché si sentiva troppo male. Quando sua madre l’ha raggiunta, Manon era già in terapia intensiva, dove è morta quattro giorni dopo per 'ipovolemia', cioè una diminuzione di volume del sangue circolante, probabilmente dovuta ad una perdita eccessiva di sangue, un’emorragia per la quale si è aspettato troppo per effettuare la trasfusione. Il giudizio dei medici però non è concorde: alcuni parlano di assistenza inadeguata, altri invece scagionano il servizio sanitario, e ritengono che la ragazza si sarebbe salvata se si fosse ricoverata prima.

Il fatto certo è che questa procedura abortiva, oltre che le misteriose morti per infezione da Clostridium Sordellii, può indurre perdite di sangue improvvise e abbondanti anche dopo diversi giorni dall’espulsione dell’embrione, emorragie impreviste che diventano fatali se non c’è un ricovero immediato in un ospedale attrezzato per trasfusioni.
Ma a questo punto dobbiamo chiarire: quante sono le donne morte per aborto chimico in Gran Bretagna? Nel gennaio 2004, in seguito ad un’interrogazione parlamentare, il ministro della Salute ha riferito di due donne morte in seguito all’aborto con la Ru486. Il decesso di una cittadina britannica dopo l’assunzione della pillola abortiva è stato anche segnalato pure all’Fda, l’ente di farmacovigilanza americano, ma finora non è stato possibile sapere se coincide con uno dei due rivelati dal ministro inglese. Nel gennaio 2006, nel corso di un’indagine del Parlamento australiano, si è poi saputo di un’altra donna inglese morta nelle stesse condizioni, a cui si aggiunge la vicenda di Manon, avvenuta però tre anni fa. Quindi le donne inglesi morte per Ru486 sono almeno tre, o forse quattro, o addirittura cinque. Il totale delle donne di cui si conosce la morte per aborto farmacologico nel mondo occidentale, a questo punto, è almeno 16, o forse anche 18.

E mentre la stampa inglese, con tre anni di ritardo, rende noti il nome e la storia di una donna morta per aborto chimico, senza però chiarire niente delle altre, le autorità sanitarie inglesi promuovono la versione casalinga della pillola abortiva, consentendone la diffusione al di fuori dell’ospedale, e spingendo le donne all’aborto fai-da-te a domicilio. Il conto delle donne morte non sembra interessare l’opinione pubblica inglese. Donne che muoiono per aborto: perché dovrebbero fare notizia, quando l’aborto è legale? Un’indifferenza e un’inerzia intollerabili. Ma non è tutto.
È di poche settimane fa la pubblicazione di un articolo sulla rivista scientifica ' the Journal of Immunology', nel quale un gruppo di ricercatori americani ha indagato il legame fra il misoprostol, cioè il secondo dei due farmaci abortivi, e l’infezione mortale da Clostridium Sordellii. In diversi topi – non in gravidanza – è stata indotta un’infezione da Clostridium Sordellii, e si è poi somministrato il misoprostol sia per via intrauterina sia per via intragastrica. Si è verificata una mortalità decisamente maggiore nel caso della somministrazione intrauterina, e il fatto è stato spiegato con l’interferenza del misoprostol con le naturali difese immunitarie dell’organismo, che avviene in misura maggiore se il farmaco viene somministrato nel tratto riproduttivo, anziché per via orale. È noto che in molte delle donne morte per infezioni da Clostridium – a seguito di aborto chimico – la somministrazione del misoprostol è avvenuta per via vaginale, e in quantità doppia rispetto alla dose indicata dal protocollo ufficiale adottato negli Stati Uniti, che invece prevede solamente la somministrazione orale.
Ma le indicazioni a proposito non sono uniformi: è proprio l’Organizzazione Mondiale della Sanità nelle sue guide ufficiali a spiegare che «è stato dimostrato che il misoprostol somministrato per via vaginale è più efficace e meglio tollerato di quello per via orale» ( Safe abortion, Geneva 2003, WHO), ed è noto che nella maggior parte delle cliniche americane e inglesi si pratica questo tipo di somministrazione.

È anche vero, d’altra parte, che almeno in un caso l’infezione da Clostridium ha ucciso una donna che aveva assunto i due farmaci abortivi esclusivamente per via orale: la modalità di somministrazione dei farmaci abortivi – vaginale od orale – potrebbe essere quindi una delle cause, ma sicuramente non l’unica, di mortalità per questo tipo di aborto. È anche possibile che i due farmaci – Ru486 e misoprostol – agiscano entrambi sul sistema immunitario, alterandolo e rendendolo vulnerabile a questo tipo di infezione, magari attivando meccanismi differenti.
Una commissione tecnico scientifica interna all’Aifa, l’ente di farmacovigilanza italiano, ha recentemente espresso parere positivo sulla Ru486. Ma la bufera giudiziaria che ha investito l’ente nelle ultime settimane – che ha portato alla sospensione cautelare del direttore in carica Nello Martini e alla nomina di uno pro-tempore – impone cautela, e suggerisce che almeno le pratiche più recenti, compresa quindi anche quella relativa alla Ru486, vengano riprese interamente in esame con la massima trasparenza e pubblicizzazione di dati e documenti.

Leggi anche qui,  qui
  e qui
postato da AnnaV alle ore giugno 26, 2008 22:29 | link | commenti
categorie: bioetica, ru486
giovedì, 26 giugno 2008

La battaglia contro la droga si può vincere. Ecco come

L'amico Gino mi segnala questo importante avviso:

Oggi è la Giornata mondiale contro la droga, lo sapevate?
Beh, adesso lo sapete... e io vi segnalo
questo commento di Antonello Vanni alla Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, presentata ieri a Palazzo Chigi dal sottosegretario Giovanardi.

DA LEGGERE BENE E DIFFONDERE IL PIU' POSSIBILE (soprattutto tra genitori e ragazzi). Grazie.

Leggete QUI

postato da AnnaV alle ore giugno 26, 2008 11:06 | link | commenti (2)
categorie: lotta alla droga
giovedì, 26 giugno 2008

L'informazione: ci interessano i fatti o le riflessioni dell'articolista sui fatti?

Un gustoso post che mette il dito nella piaga e interroga sulla funzione dell'informazione: ci interessano i fatti o le riflessioni dell'articolista sui fatti? domanda che non è molto distante dall'altro inquietante dilemma: è più importante la verità o l'opinione? 

Cognomi e soggetti, please!

Giorni d'esame. Siccome io non sono in Commissione, sono in segreteria a fare il supporto tecnico ( la carta delle fotocopie? E' finito il caffè. Non ci sarebbe qualcosa di fresco? S'è inceppata la fotocopiatrice. La Presidente dice se abbiamo la copia dell'anno scorso. Affiggere questo all'albo, grazie. Si può avere un ventilatore?...).

Abbruttita dal caldo (anche perchè il mio ventilatore l'hanno preso loro) giaccio più o meno esanime davanti al mio computer. Avrei delle cose da fare, ma richiedono l'uso dei neuroni. Applicazione. Non mi posso applicare quando ogni due minuti salta fuori qualcuno a chiedermi qualcosa.

Così occhieggio la mia barra google, con le news, e leggo:

"Con lei è vera vacanza, mi ricorda gli anni '60"

"Quante liti con Federico. Ma una volta mi scrisse, senza di te sarei perduto"

Lei chi? Federico chi?

Ieri ho letto una intervista. Nel titolo si citava "Go go tales", dall'intervista si evinceva che l'intervistato era il regista. In tutta l'intervista non c'era il nome.

Chi autorizza i giornalisti a dare per scontato che tutti capiscano che il primo articolo parla della sdraio (io pensavo si trattasse di una donna)? Siamo proprio sicuri che di Federico esista solo Fellini? Siamo tutti obbligati a sapere come si chiama il regista di "Go go tales", ed in ogni caso, visto che mi dici le sue idee politiche, non potresti incidentalmente dirmi anche il suo nome?

Negli articoli sullo scandalo della clinica milanese i dottori implicati sono tutti chiamati col nome proprio, o con un giro di frase che fa riferimento al comune di nascita o alla carriera, o al percorso di studi. Per capire di chi si sta parlando, bisogna suppongo leggere le puntate precedenti e farsi uno schemino, come quando leggi "i fratelli Karamazov".

L'informazione è fatta al 10% di notizie e al 90% di commenti. Risultato: se non becchi la notizia il primo giorno, poi non  riuscirai più a capire cosa è accaduto.

In parole povere: in Italia ci sono al massimo dodici veri giornalisti, che passano le notizie in agenzia. Gli altri vivono di rendita, commentando quello che fanno quei dodici.

Mi ricorda il calcio, non so perchè...

Grazie Nihilalieno! 

postato da AnnaV alle ore giugno 26, 2008 10:27 | link | commenti (3)
categorie: opinioni, informazione, verità
mercoledì, 25 giugno 2008

Emergenza educativa. Che fare?

«In Italia, come in molti altri Paesi, è fortemente avvertita

 quella che possiamo definire una vera e propria “emergenza educativa”.

Quando, infatti, in una società e in una cultura

 segnate da un relativismo pervasivo e non di rado aggressivo,

sembrano venir meno le certezze basilari,

 i valori e le speranze che danno un senso alla vita,

si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti,

 la tentazione di rinunciare al proprio compito,

 e ancor prima il rischio di non comprendere più

quale sia il proprio ruolo e la propria missione».

 [Benedetto XVI ai Vescovi italiani]  




Il libro appena uscito di Mons. Luigi Negri, Emergenza educativa. Che fare? (Ediz. Fede&Cultura) si presenta come uno strumento utile per quella funzione educativa così gravida di difficoltà e su cui la Chiesa, ormai in tutti suoi vertici supremi, cominciando dal Santo Padre Benedetto XVI, ha richiamato e richiama in modo drammatico l’attenzione.
Nel primo capitolo è argomentato del senso di Emergenza educativa: per chi fa del “relativismo il proprio credo” l’educazione oggi non è semplicemente difficile ma impossibile e richiede veramente una nuova evangelizzazione.
Nel secondo capitolo si sviluppa la consapevolezza che educare è la grande sfida per ricondurre l’io alla coscienza di sé e del suo impegno nel mondo cioè di sapere perché ogni persona vive, da dove viene e a cosa è destinata.
Anche il tema Educare: dalla tradizione alla convinzione punta alla consapevolezza che io sono me stesso perché non appartengo solo a me ma implico un altro, un altro come estensione e profondità, e soprattutto come verticalità con il Donatore divino del mio e altrui essere, come tutto il mondo che mi circonda.
Famiglia, Chiesa e società nell’educazione vede la famiglia come il volto della Chiesa nella società, come la cellula che fa nascere uomini nuovi, dove l’uomo e la donna si preparano alle loro responsabilità professionali e sociali, espressione della capacità di conoscere, di amare, di rapportarsi, di creare, di rischiare e anche di sbagliare ed è nell’unità dell’uomo e della donna, nel loro cuore, nella loro libertà che si esprime il Mistero di Cristo, la presenza del Signore.
Chiesa: luogo della pedagogia e della libertà cristiana risponde, con la più grande risorsa che è l’incontro oggi, come in continuità da duemila anni, con la Persona di Gesù Cristo, al che fare? di fronte all’emergenza educativa. E’ la nuova evangelizzazione di un uomo segnato dalla tentazione di autoproclamarsi autonomo, autosufficiente in rapporto al suo Donatore divino sia come tendenza e sia come conseguente scetticismo. L’ipotesi cristiana di chi educa in rapporto a chi viene educato accade in una rinnovata amicizia fra fede e ragione da cui soltanto può nascere quella grande testimonianza di carità che è la forza creativa anche oggi del cristianesimo. Essa sollecita la libertà e la responsabilità dell’uomo a quel profondo processo di assimilazione a Cristo dal quale soltanto nasce l’uomo nuovo cui tutti originariamente aspiriamo.
Gli insegnanti, in una società variegata come la nostra, educano per ciò che sono cioè per la loro cultura che non si aggiunge all’insegnamento ma lo anima, lo forma organicamente interrogando sulla verità del mondo, della storia, del proprio e altrui essere dono del Donatore divino. Tutto questo in uno stretto connubio di fede-ragione-amore destando continuamente la sensibilità per la verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza, invitando continuamente la ragione ad amare la ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino storico, sollecitarla a scorgere le utili luci logiche cioè veritative dell’appartenenza ecclesiale per incontrare il darsi definitivo di Dio nell’incarnazione, passione, morte, risurrezione, dono dello Spirito e incontrare Cristo in vissuti fraterni di comunione come Luce che illumina e dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.
Ecco perché l’insegnamento della religione cattolica in un itinerario critico culturale e oggettivo dei fattori fondamentali che caratterizzano la società italiana non poteva non essere offerto nella scuola pubblica di Stato.
Vengono anche offerte le implicazioni educative dell’enciclica Spe salvi per superare quella “difficoltà di giudizio” nell’affrontare la modernità.
Capitolo conclusivo ma anima di tutto il percorso è allargare la ragione anche alla conoscenza per testimonianza che le viene dalla fede cristiana e dalla sua testimonianza, come per tutti da gran parte della propria esperienza per non inaridire come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. (link)

postato da AnnaV alle ore giugno 25, 2008 22:12 | link | commenti
categorie: recensione
mercoledì, 25 giugno 2008

Corso di formazione per uomini: partecipate numerosi!

I signori uomini sono gentilmente invitati a questo corso di aggiornamento - caldamente consigliato dal Ministero per l'acquisizione delle competenze indispensabili per un sano rapporto con l'altra metà del cielo  - proposto da Fiordicactus e ripreso da Ritina: 

TEMA DEL CORSO: diventare intelligente quanto una donna (quindi essere perfetti )

OBIETTIVO PEDAGOCICO: corso di formazione che permette agli uomini di sviluppare quella parte del cervello della quale ignorano l'esistenza.

PROGRAMMA: 4 moduli di cui uno obbligatorio.

Il programma completo qui 

postato da AnnaV alle ore giugno 25, 2008 15:59 | link | commenti (5)
categorie: un po di relax
mercoledì, 25 giugno 2008

Spagna: migliaia i repubblicani salvati dalla Chiesa nella guerra civile

Intervista al sacerdote e storico Vicente Cárcel Ortí
di Inmaculada Álvarez
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 24 giugno 2008


Papa Pio XI e i Vescovi spagnoli convinsero Franco a risparmiare la vita di migliaia di repubblicani condannati a morte, secondo il sacerdote e storico di Valencia Vicente Cárcel Ortí, autore di due recenti libri sulla posizione della Chiesa nella guerra civile spagnola.

Entrambe le opere (“Caídos, víctimas y mártires”, edito da Espasa-Calpe, e “Pío XI entre la República y Franco”, ed. BAC, di prossima pubblicazione) sono il risultato di una vasta ricerca nell’Archivio segreto del Vaticano e riportano documenti inediti che, secondo l’autore, “smentiscono molti luoghi comuni e miti del decennio più drammatico della storia spagnola del XX secolo”.

In una recente intervista all’agenzia Avan, lei ha parlato del caso di monsignor Olaechea, Arcivescovo di Valencia, che è intervenuto in favore di migliaia di prigionieri nel Forte di San Cristóbal (Navarra). Si è trattato di un caso isolato?
Vicente Cárcel: No. La notizia era incentrata sull’Arcivescovo Olaechea perché era diretta al pubblico valenciano, ma la ricerca non si è limitata a quel caso. Ho approfondito le figure di Pio XI, del Cardinale Pacelli, dei Nunzi e di diversi Vescovi tra i quali appunto Olaechea. Tutto questo appare nel libro che ho appena pubblicato e che dedica a questo Vescovo un intero capitolo, ma ci sono molti altri capitoli. È un libro molto voluminoso in cui affronto molti temi.

Ciò che ha fatto Olaechea, tutto il lavoro diretto a salvare i condannati e gente che sarebbe stata giustiziata per motivi politici non è soltanto opera sua ma di molte persone come lui. Di tutti i casi concreti che ho studiato, di persone concrete, con nome e cognome, non è possibile riferire perché sono migliaia. Peraltro, molti altri casi concreti non possono essere studiati perché si riferiscono al pontificato di Pio XII, la cui documentazione ancora non è consultabile in Vaticano. I casi concreti di cui parlo nel mio libro si riferiscono al periodo della guerra tra il 1936 e il 1939, e si riferiscono a persone semplici, lavoratori, padri di famiglia, ecc., per i quali il Papa e i Vescovi si fecero intercessori presso Franco, perché non venissero giustiziati.

Dalla ricerca risulta con chiarezza che la Santa Sede interveniva per mitigare le pene derivanti dalla guerra e per impedire che questa proseguisse. Don Marcelino Olaechea è intervenuto in favore di più di 2. 000 persone; io ho l’elenco con nome e cognome di tutti.

Continua qui
postato da AnnaV alle ore giugno 25, 2008 08:34 | link | commenti (1)
categorie: conoscere la storia, conoscere la realta
mercoledì, 25 giugno 2008

DIRITTI UMANI/ Attenzione ai falsi diritti che arrivano dall'Ue

Leggi l'intervista a Giovanardi:

Sottosegretario Giovanardi, nel dibattito attuale sui temi della famiglia tutta l’attenzione è incentrata sul riconoscimento di “nuovi diritti fondamentali” alle coppie omosessuali, ad esempio per l’introduzione del matrimonio omosessuale o delle unioni civili registrate. A suo parere quali sono i problemi reali che riguardano le famiglie italiane e quali sono le urgenze politiche in questo campo?

Distinguiamo due piani, uno definito dalla Costituzione laica e repubblicana che sancisce essere la famiglia società naturale fondata sul matrimonio, questa è la famiglia definita dalla Costituzione, questo deve essere il soggetto primario della politica pubblica. Una famiglia che accetta un riconoscimento pubblico, che accetta di affrontare diritti e doveri, che ha una sua potenziale stabilità ed è il luogo naturale dove nascono e crescono i figli. Poi ci sono altre multiformi relazioni affettive: un uomo e una donna che vivono insieme e non intendono sposarsi, che vogliono essere coppia di fatto senza ulteriori complicazioni. Ci sono uomini e donne omosessuali, ma ci sono anche altre forme di convivenza, quelle di cui anche l’ex ministro Bindi ha parlato più volte: le coppie di fatto possono essere anche zii e nipoti, senza che l'orientamento sessuale abbia un valore all'interno della coppia. Sono situazioni che devono essere rispettate e tutelate per i diritti individuali dell'uno o dell'altro convivente, ma non rappresentano la famiglia della Costituzione. Se ci sono diritti negati o prevaricazioni, si interverrà sul codice civile. Introdurre nel nostro ordinamento forme di matrimonio diverse da quelle previste dall'ordinamento stesso non è nell'agenda politica di questo governo.

Continua qui

postato da AnnaV alle ore giugno 25, 2008 08:27 | link | commenti
categorie: europa, diritti umani
mercoledì, 25 giugno 2008

L'Ue rimuove le sanzioni e Castro fa arrestare sei dissidenti

Accade a Cuba: meglio esserne informati.

Leggi qui

postato da AnnaV alle ore giugno 25, 2008 08:14 | link | commenti
categorie: cuba
martedì, 24 giugno 2008

La ballata dell'uomo vecchio

Credo che fosse molto giovane Claudio Chieffo quando ha composto questa canzone; perciò ho scelto una foto di quando era poco più che un adolescente, insieme a don Giussani che ora può vedere molto da vicino! 



Ecco il testo della canzone:

BALLATA DELL'UOMO VECCHIO

(Parole e musica di Claudio Chieffo)

La tristezza che c'è in me,
l'amore che non c'è
hanno mille secoli
il dolore che ti dò,
la fede che non ho,
sono vecchio, sì
questo Tu lo sai,
ma resti qui.

lo vorrei vedere Dio,
vorrei vedere Dio
ma non è possibile:
ha la faccia che tu hai,
il volto che tu hai
e per me è terribile.
Sono vecchio ormai,
sono vecchio, sì
questo Tu lo sai,
ma resti qui.

Ascoltami,
rimani ancora qui
ripeti ancora a me
la tua parola;
ripetimi quella parola che
un giorno hai detto a me
e che mi liberò.

lo vorrei vedere Dio
vorrei vedere Dio
ma non è possibile:
ha la faccia che tu hai,
il volto che tu hai
e per me è terribile.
Sono vecchio ormai,
sono vecchio, sì
questo Tu lo sai,
ma resti qui.


La paura che c'è in me,
l'amore che non c'è
hanno mille secoli;
tutto il male che io so,
la fede che non ho
hanno mille secoli.
Sono vecchio ormai,
sono vecchio, sì
ma se Tu vorrai mi salverai.

Ascoltami, rimani ancora qui
ripeti ancora a me la Tua parola;
ripetimi quella parola che
un giorno hai detto a me
e che mi liberò.

Ed ecco il commento di don Giussani:

«Ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai e per me è terribile», dice il canto. A un certo punto, a noi è stato reso noto che questo volto, questa faccia terribile, inafferrabile, Fato o Dio, ciò da cui evidentemente fluisce e dipende tutto e tutte le cose, è diventato un uomo, è seduto come uno qualsiasi tra noi… È diventato uno tra noi, non è più una faccia terribile, non è più un volto inafferrabile che io vorrei vedere ma non è possibile. Si è reso visibile. Non davanti a noi come una cosa da adorare, non incombente su di noi come qualcosa che possa capitare, ma un Compagno di cammino, un Amico e l’amicizia è una compagnia al destino.

postato da AnnaV alle ore giugno 24, 2008 19:55 | link | commenti
categorie: don giussani, claudio chieffo
martedì, 24 giugno 2008

La Vierge à Midi - La Vergine a Mezzogiorno


Il est midi. Je vois l'église ouverte. Il faut entrer.
Mère de Jésus-Christ, je ne viens pas prier.
Je n'ai rien à offrir et rien à demander.

Je viens seulement, Mère, pour vous regarder.

Vous regarder, pleurer de bonheur, savoir cela

Que je suis votre fils et que vous êtes là.

Rien que pour un moment pendant que tout s'arrête.

Midi !

Être avec vous, Marie, en ce lieu où vous êtes.

Ne rien dire, regarder votre visage,

Laisser le cœur chanter dans son propre langage.

Ne rien dire, mais seulement chanter parce qu'on a le cœur trop plein,

Comme le merle qui suit son idée en ces espèces de couplets soudains.

Parce que vous êtes belle, parce que vous êtes immaculée,

La femme dans la Grâce enfin restituée,

La créature dans son honneur premier et dans son épanouissement final,

Telle qu'elle est sortie de Dieu au matin de sa splendeur originale.

Intacte ineffablement parce que vous êtes la Mère de Jésus-Christ,

Qui est la vérité entre vos bras, et la seule espérance et le seul fruit.

Parce que vous êtes la femme, l'Eden de l'ancienne tendresse oubliée,

Dont le regard trouve le cœur tout à coup et fait jaillir les larmes accumulées,

Parce que vous m'avez sauvé, parce que vous avez sauvé la France,

Parce qu'elle aussi, comme moi, pour vous fut cette chose à laquelle on pense,

Parce qu'à l'heure où tout craquait, c'est alors que vous êtes intervenue,

Parce que vous avez sauvé la France une fois de plus,

Parce qu'il est midi, parce que nous sommes en ce jour d'aujourd'hui,

parce que vous êtes là pour toujours, simplement parce que vous êtes Marie, simplement parce que vous existez,

Mère de Jésus-Christ, soyez remerciée !

 

Paul Claudel

(da "La Vierge à midi", Poèmes de Guerre, N.R.F., 1914-1915)


(link)

*****

E’ mezzogiorno. Vedo la chiesa aperta. Bisogna entrare.

Madre di Gesù Cristo, non vengo a pregare. 

Non ho niente da offrire e niente da domandare.

Vengo solamente,  Madre, a vederti. 

Vederti, piangere di felicità, sapere questo

Che sono tuo figlio e tu sei qui. 

Solamente per un momento mentre tutto si ferma. Mezzogiorno!

Stare con te, Maria, in questo luogo dove tu stai. 

Non dire niente, guardare il tuo viso,

Lasciare cantare il cuore nel linguaggio che gli è proprio, 

Non dire niente, ma solamente cantare perché si ha il cuore troppo pieno.

Come il merlo che segue la sua idea in quelle specie di strofe improvvise. 

Perché sei bella, perché sei immacolata,

La donna finalmente ristabilita nella Grazia, 

La creatura nel suo onore primo e nella sua fioritura ultima,

Com’ è uscita da Dio nel mattino del suo splendore originale. 

Intatta ineffabilmente, perché sei la Madre di Gesù Cristo,

Che è la verità fra le tue braccia, e la sola speranza e il solo frutto.

Perché sei la donna, l’ Eden dell’ antica tenerezza dimenticata,

Il cui sguardo trova subito il cuore e fa sgorgare le lacrime accumulate, 

Perché mi hai salvato, perché hai salvato la Francia,

Perché anch’ essa, come me, per te fu la cosa alla quale si pensa, 

Perché nell’ ora in cui tutto traballava proprio allora  sei intervenuta,

Perché hai salvato la Francia ancora una volta, 

Perché è mezzogiorno, perché siamo in questa giornata che è oggi,

Perché sei qui per sempre, semplicemente perché sei Maria, semplicemente perché esisti, 

Madre di Gesù Cristo, sii ringraziata.

postato da AnnaV alle ore giugno 24, 2008 07:05 | link | commenti (13)
categorie: maria, p claudel
lunedì, 23 giugno 2008

La fede e le opere: il miracolo dell’accoglienza

Per venerdì prossimo abbiamo organizzato - i miei amici ed io - un incontro con le Famiglie per l'accoglienza.

Per il momento vi mostro il volantino di invito che abbiamo preparato; poi vi darò il resoconto dell'incontro.

Ecco il volantino:


La fede e le opere: il miracolo dell’accoglienza

 

 Venerdì 27 Giugno h. 19,30 Oratorio Parrocchiale

L’accoglienza e la condivisione

      sono l’unica modalità

      di un rapporto umanamente degno,

      perché solo in esse

      la persona è esattamente persona,

      vale a dire rapporto con l’infinito…

      E’ per questo

      che nell’accoglienza di un povero

      e in quella della persona più amata

      ultimamente

     deve vivere la stessa gratuità.

                             

                              ( L. Giussani “Il miracolo dell’ospitalità”)

La fede senza le opere è morta, ma quali sono le opere della fede?

Tutte possono diventare opere della fede se le viviamo per la gloria di Cristo, dall’impegno politico all’impegno della casalinga.

Vi presentiamo una delle opere della fede: “Le famiglie per l’accoglienza”.

Ci porterà la sua testimonianza la Presidente dell’Associazione “famiglie per l’accoglienza” della Sardegna, Prof. Luisella Aroffo insieme ad alcuni amici che racconteranno le loro esperienze di accoglienza.

Vi aspettiamo Venerdì 27 Giugno alle ore 19,30 nell’Oratorio Parrocchiale.


                     Gli amici di Comunione e Liberazione di Settimo San Pietro

postato da AnnaV alle ore giugno 23, 2008 19:37 | link | commenti (6)
categorie: famiglie per laccoglienza
lunedì, 23 giugno 2008

EDUCAZIONE/ La "Maturità" vista dal Kenya: un esame per poter sopravvivere

Che sorpresa leggere stamattina questa intervista!

L'intervistato, Paolo Sanna, è un mio carissimo amico e collega, partito per Nairobi diversi anni fa perchè il Vescovo del luogo chiedeva un esperto per gestire una scuola.

In questi anni ci siamo un po' persi di vista, anche se ogni estate torna in Sardegna dalla famiglia; ma non sempre riusciamo a vederci per via delle distanze.

E oggi leggo questa intervista ne IlSussidiario.net:

In occasione della terza prova scritta di maturità per 500mila studenti italiani, ilsussidiario.net ha intervistato Paolo Sanna, direttore della scuola secondaria “Cardinal Otunga” di Nairobi. L'intento di questa intervista è quello di ricontestualizzare la circostanza degli esami di maturità - che tanto hanno impegnato e impegnano studenti e docenti in questo periodo - riconducendoli, al di là di ansie e formalismi, alla radice dell'esperienza educativa che hanno avuto la possibilità di vivere in questi anni.

Come è nata l'idea di fare una scuola, e cosa vuol dire educare per un insegnante che si trova a lavorare in quel contesto sociale?

L'idea di fare una scuola è nata nel 2004 (e realizzata poi nel 2005) da un gruppo di insegnanti con i quali riflettevamo già da  alcuni anni sul valore dell'educazione e che insegnavano in scuole  statali o private di Nairobi. L'idea era di realizzare una scuola in  cui questo desiderio di comunicare ciò che per noi è importante anche  dal punto di vista umano potesse trovare un luogo adeguato. Sarebbe stato innanzitutto un luogo di crescita per noi insegnanti. Quindi il  realizzare una scuola che creasse un contesto educativo di un certo  tipo era innanzitutto un'esigenza nostra: non siamo partiti da una analisi sociologica, ma da questo desiderio.

Quali sono le differenze tra aprire una scuola in Kenya e aprirne una in Italia?

La differenza principale non è di tipo amministrativo o didattico, ma sta negli studenti. In Kenya solo poco più del 50% di quelli che  finiscono la scuola primaria approda poi a quella secondaria. Perciò  raggiungere la scuola secondaria viene visto come una grande opportunità e addirittura in molti casi come un vero e proprio privilegio. Io come insegnante ho notato che gli studenti sono motivati e hanno il  desiderio di lavorare e di impegnarsi, anche perchè dal risultato scolastico della scuola secondaria dipende poi quella che sarà la  loro possibilità di lavoro successiva, perchè l'accesso all'università  è determinato in base ai risultati della scuola secondaria.

In questo quadro molto selettivo, nel contesto di una società povera  e arretrata, qual è il compito principale di un insegnante?

Qui come in ogni altra scuola del mondo, il problema dell'intervento educativo su un ragazzo è che c'è il rischio di ridurre la propria missione a un "addestramento" all'esame, e credo addirittura che sia un rischio che si avverte più qui che non in Italia. In realtà, il problema principale è riuscire  ad aiutare la persona nella scoperta di se stessa. L'esame è un  momento, certo fondamentale, e qui lo è davvero, ma l'obiettivo non è  questo.

Cosa significa aiutare uno studente a scoprire se stesso in Kenya?

Significa innanzitutto rimuovere due grandi impedimenti. Il primo è la mentalità assistenzialistica. Ad esempio, circa il 50% dei nostri ragazzi arriva mandato da una serie di Ong che operano negli slum, le baraccopoli della città di Nairobi: sono abituati ad essere assistiti, molti hanno ormai acquisito questa forma mentis. Se hanno un bisogno, qualcuno deve soddisfarlo. Qui imparano che non è così. Li aiutiamo a scoprire che la prima risorsa per rispondere al bisogno sono loro stessi, con i loro desideri e le loro capacità.
L'altro grande scoglio è l'individualismo. La possibilità invece di imparare a lavorare insieme, di aiutarsi reciprocamente vedendo nell'altro studente non un avversario da battere, ma come qualcuno con cui si sta condividendo del tempo, con  cui è possibile un rapporto.
Due episodi mi sembrano significativi: all’inizio dell’anno, durante il momento degli scontri più accesi in seguito ai contestati risultati elettorali, negli slum si era accentuata la divisione fra i diversi gruppi etnici, per cui era molto difficile per chi apparteneva ad una certa tribù passare nella zona abitata e controllata da un’altra tribu. I nostri studenti aspettavano i compagni di altre tribu per attraversare le zone pericolose. Un secondo episodio: la nostra scuola sorge alla periferia di Nairobi e dista oltre 10 km dall’abitazione di alcuni dei nostri studenti che non potendo pagare i mezzi di tasporto sono costretti a raggiungere a piedi la scuola, con ripercussioni sull’apprendimento. Alcuni compagni di Martin e Josphat, che frequentano l’ultimo anno, hanno fatto una colletta per poter pagare loro il trasporto.

Qual è la missione educativa di un insegnante nella vostra scuola? È diversa da quella di un insegnante in Italia?

Non credo sia diversa, si tratta di accettare la sfida di crescere insieme ai ragazzi.

Ci descrive come affrontano i suoi studenti la vita all'interno della  scuola?

Anzitutto con la consapevolezza di quel che dicevamo prima, cioè di  essere inseriti in un contesto che per quasi tutti i propri amici o coetanei è proibito. Vivono quindi tutto con grande impegno, le faccio un esempio: nella nostra scuola anche ai borsisti è chiesto un piccolo contributo agli studi, anche proprio per una educazione alla responsabilità nei confronti dell'istituzione scolastica. Alcuni, che  magari provengono da una famiglia particolarmente disagiata, e sono un po' grandicelli (parlo del nostro quarto anno, quini 18 o 19 anni)  il sabato e la domenica vanno a lavorare per poter pagare questo  minimo contributo richiesto alla famiglia.

L'esame di maturità (di cui oggi In Italia si svolge la terza prova scritta) per molti studenti italiani segna solo un "contrattempo" prima delle  vacanze estive. Cosa vuol dire "maturità" per un studente della vostra scuola?

Qui l'esame è più sentito: come dicevo è realmente determinante per il futuro dello studente per cui gli esami finali (che saranno a novembre) stanno già catalizzando tutta l'attenzione e l'impegno. Il problema del superamento dell'esame è qui una questione di sopravvivenza vera e propria e non separa dalle vacanze, ma dalla possibilità di una vita più o meno dignitosa da un punto di vista economico. Dal voto dipenderà se riusciranno ad andare all'università (cosa che riesce solo al 10-12%)  o comunque per accedere a uno dei corsi professionalizzanti successivi alla scuola secondaria. Anche questi corsi triennali, indispensabili per accedere al mondo del  lavoro, hanno un accesso rigidissimo e dipendente dal voto ottenuto alla fine dell'esame di maturità. Quindi è una questione di  sopravvivenza.
Ma quello che fa la differenza a livello di maturità è che gli anni passati insieme ai propri compagni possono anche in questo contesto così violentemente competitivo essere un patrimonio a  livello umano. La sfida è la ricostruzione dei rapporti, visto che il Kenya è una società comunque basata su una forte appartenenza tribale: costruire rapporto con i propri  compagni vuol spesso dire farlo con persone di provenienza diversa, vuol dire superare un individualismo strutturale in questa società. La sfida è imparare a vedere l'altro come una risorsa "per me" a livello umano, e questo si capisce alzando lo sguardo al di sopra  della circostanza dell'esame.
Questa è una sfida su cui ci siamo sentiti di provocare i nostri ragazzi e che per alcuni ha segnato un  cambiamento.

Guarda le fotografie degli studenti della scuola (c'è anche la foto di Paolo!)

postato da AnnaV alle ore giugno 23, 2008 07:09 | link | commenti (5)
categorie: scuola, kenia, educazione, paolo sanna
Rostropovich suona Berlino
mentre il muro sta cadendo



***
Clicca sull'immagine per vedere il video

Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)
UN ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO
Padre Aldo Trento a Cagliari

Clicca qui per sapere come sta Caterina e,
sull'immagine,
per ascoltare il suo canto-preghiera.
Accompagniamola attraverso la grande prova


Eccomi
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Forse che il fine della vita è vivere?
Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
Dare in letizia ciò che abbiamo.
Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!
Che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?
(P. Claudel)

*



il Mascellaro.it ...quando la Bassa è anche un punto di vista


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cliccando sull'immagine

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I SANTI
PICCOLE STORIE DAL PARAGUAY
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Vale la pena di vivere così?
*
Padre Aldo Trento
e il vento di Dio
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Il video della testimonianza di MARIO MELAZZINI affetto da SLA



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