Graciete, sei stata fantastica!
Il tuo resoconto mi ha ricordato la bella telefonata fatta insieme da Factum, da Ida del Centro Culturale di Lugano, da Islemoon, da Fiordicactus, da Cuoredipizza che si passavano il telefono l'un l'altro, proprio dalla postazione degli amici di SOL alla CdO e, se non mi picchi, riporto interamente il tuo post!

Leggi il suo post di cui cito un passaggio davvero provocante:
C'è chi ha scritto , se ben ricordo , che Dio preferisce la libertà dell'uomo alla sua salvezza : mi sembra che Dio sia una presenza incontrabile proprio per questo, e questa mi sembra proprio la questione umana, se capisco bene: se tu ogni giorno ti ristupisca o no. E se ti stupisci impari, conosci veramente.
Per leggere tutto clicca su:
Come Viv, anche Merins è un regalo internettiano inaspettato: l'ho incontrata da qualche parte in rete e ci siamo scoperte amiche.
E' andata alla mostra su Guareschi al Meeting ed ecco il suo post:
"Non muoio neanche se mi ammazzano" : la mostra
E' davvero incredibile quello che accade in rete!
Un giorno incontro da qualche parte Viv e nasce un bel rapporto di amicizia. Scopro che ha
iniziato un’esperienza interessantissima, l’adozione a distanza, ed ha coinvolto altri amici, internettiani e non, in questa bellissima avventura di cui parla nel blog E-speranza - Un’idea diventata un fatto .
La sorpresa più grande è stata quando mi ha raccontato che chi le aveva fatto conoscere la possibilità dell’adozione a distanza è stata la fantastica amica Rosetta Brambilla durante un incontro pubblico a Roma nel quale ha parlato del suo impegno in Brasile.
Rosetta quest’anno è stata al Meeting di Rimini e Viv ha voluto incontrarla: ce l’ha fatta! Ed ecco il suo resoconto:
Sono stata al Meeting di Rimini, sì quello di Comunione e Liberazione, 5 giorni su 7 totali.
Ho visto tutte le mostre tranne quella sulla Torre di Babele (Voi tre smette di ridere, non è colpa mia se era la più insignificante!), assistito a dibattiti che andavano dal Ministro Gelmini ad Alfano, ascoltato testimonianze di gente che fa fatti e non parole.
Ho avuto l'immenso piacere di conoscere Rosetta Brambilla che per chi legge queste pagine non è un nome nuovo.
E' la persona, anzi la donna, che ha pensato e realizzato la missione in Brasile dove il Gruppo Esperanza ha tre bambini in Sostegno a Distanza (SDA).
Qualcuno dice che il fumo fa male ma a volte fa bene al cuore esattamente come lo danneggia!
Uscivo dal padiglione ristorante con il papà della nostra traduttrice ufficiale (Chiara sul blog Esperanza), per fuggire a Veronesi e alla sua legge sul fumo! Natale (il babbo di Chiara) conosce Rosetta che passa in quel momento e la saluta, mi presenta, lei ci chiede cosa stiamo facendo, rispondiamo che andiamo fuori a fumare e lei su due piedi: " Vengo con voi", nessuno dei due si è portato dietro le sigarette, siamo usciti entrambi come due scolaretti che scappano in bagno con la sigaretta nascosta tra le dita, lei ride di gusto e tira fuori le sue, Marlboro rosse manco Medium!
Due parole di circostanza poi pianta gli occhi nei miei e mi chiede cosa faccio nella vita, glielo dico (anche se spesso non è chiaro nemmeno a me!), le dico che l'ho ascoltata a dicembre a Roma e le racconto del gruppo Esperanza, resta colpita dal potere delle rete, mi guarda seria e mi dice che hanno bisogno, che i bambini sono tanti (al momento 1.050) ed altri ce ne sono. Mendica aiuto non mendicandolo, con una dignità che è propria delle persone che credono in quello che fanno.
La sigaretta è finita, Luca - il suo steward disperato- è certo di un nuovo rimbrotto a causa del ritardo con il quale arriveranno al prossimo appuntamento, Rosetta mi punta di nuovo in fondo all'anima i suoi occhi e mi dice: " Ti aspetto", io rispondo semplicemente:" Era già in programma, la prossima estate vengo in Brasile".
Quindi Viv l’anno prossimo andrà in Brasile a incontrare i tre bambini che ha già in adozione a distanza. Ma potrebbe prenderne degli altri se anche noi la aiuteremo o ci lasceremo coinvolgere in questa bella avventura!
Comunicato stampa conclusivo del XXIX Meeting per l'amicizia tra i popoli
Rimini, 30 agosto 2008 - In un'epoca in cui sembra che nulla possa interessare, il Meeting ha mostrato che la gente non parte da discorsi o da idee astratte, ma è colpita da una presenza.
In questo senso il messaggio del Santo Padre è stato il segno di una presenza familiare al popolo del Meeting e ha indicato l'ipotesi di lavoro che ha segnato tutta la settimana: «Il Meeting vuole ribadire che solo Cristo può svelare all'uomo la sua vera dignità e comunicargli l'autentico senso della sua esistenza… Ecco dunque il protagonismo… ci vuole suoi collaboratori per la realizzazione del suo Regno».
Gli incontri del ciclo "Si può vivere così" hanno offerto la testimonianza di persone appassionate alla propria umanità, che nell'incontro cristiano hanno trovato la risposta al bisogno infinito del loro cuore e sono diventate perciò protagoniste: Vicky e Rose tra i malati di AIDS di Kampala, Cleuza e Marcos Zerbini tra i senza terra di San Paolo, padre Aldo Trento ad Asunción, Rosetta Brambilla a Belo Horizonte, suor Elvira e Margherite Barankitse, sono rimasti nella testa e nel cuore della gente, perché testimoniavano una chiarezza di sguardo sulla vita fino al riconoscimento di Cristo come una presenza reale. Il loro dire di sì al Mistero li ha resi protagonisti e questo è all'origine anche del cambiamento sociale che le loro storie hanno documentato. Così la mostra sulle carceri è stata una continua possibilità di incontrare la stessa novità nella presenza fisica dei carcerati che facevano da guida, mostrando un'altrimenti impossibile libertà. Allo stesso modo, nella testimonianza di Eugenio Borgna e Giancarlo Cesana un tema esistenziale come la solitudine è stato affrontato non come questione psicologica, ma come strada alla scoperta dell'originale dipendenza di ogni uomo che apre all'incontro con Qualcuno a cui poter credere.
Gli interventi di personalità della Chiesa, dal cardinale Bagnasco al cardinale Tauran a monsignor Mamberti, fino ai vescovi Pezzi, Fisichella, Negri, Hinder (vicario apostolico d'Arabia Saudita) ha reso evidente che l'apertura verso l'altro nasce dalla coscienza della propria identità e che la fede cattolica mette nelle condizioni ottimali per incontrare chiunque sulla base della comune esperienza elementare, come è accaduto con gli anglicani Hauerwas e Milbank, con gli ortodossi Mescrinov e Polujanov, col buddista Habukawa e con l'ebreo Weiler.
In un momento in cui la situazione internazionale è confusa e carica di tensioni, il Meeting, fedele alla sua storia, è stato il luogo di un dialogo per la pace, i diritti dell'uomo e la convivenza tra i popoli, con personalità internazionali come l'ambasciatore USA Mary Ann Glendon, il segretario della Lega araba Moussa, gli economisti Krueger e Attali.
Quanto alla politica, particolarmente quest'anno in primo piano sono stati i temi - quali federalismo, welfare, sussidiarietà, istruzione – e non il gossip o le schermarglie fra avversari. Più d'uno fra i politici e imprenditori presenti a Rimini si sono sorpresi nel riconoscere che il Meeting reale è cosa del tutto diversa e ben più interessante rispetto a quello troppo spesso rappresentato nei media.
Al Meeting si è rinnovato l'incontro con intellettuali e scrittori che hanno documentato che la cultura non è un fenomeno da accademia, ma nasce all'interno di una appartenenza e si documenta come coscienza critica e sistematica di un'esperienza. Questo hanno testimoniato Aaharon Appelfeld, Michael O'Brien, John Waters e Gianpaolo Pansa, Javier Prades, Enzo Bettiza e Ivanovna Ljudmila Saraskina. Così lo spettacolo inaugurale ha riproposto i Cori da "la Rocca", capolavoro di T.S. Eliot, con quel drammatico interrogativo - «È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità, o è l'umanità cha ha abbandonato la Chiesa?» -, a cui la settimana del Meeting ha cercato di rispondere positivamente con la realtà di 4.000 volontari e di oltre 700.000 presenze, che hanno mostrato la realtà di un popolo per il quale la fede è l'esperienza di una soddisfazione perché corrisponde al bisogno che ogni uomo è, ed è l'inizio di un percorso della conoscenza che fa entrare ogni volta di più nella realtà da protagonisti.
Perciò, dopo il Meeting del desiderio e della libertà, dopo quello della ragione e quello della verità, il titolo del Meeting 2009 - che si svolgerà a Rimini dal 23 al 29 agosto - è: «La conoscenza è sempre un avvenimento».
Parla l'ebreo Krupp, presidente della fondazione americana che ha interpellato i testimoni della Shoah: «Pontefice da riabilitare» • Il nunzio ad Haiti Ferrofino, tuttora vivente, inviato più volte dal Papa a chiedere visti per l'espatrio di ricercati dal Portogallo a Santo Domingo
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 27 agosto 2008
Pio XII va nominato «Giusto tra le Nazioni» perché fu il leader mondiale che più si diede da fare, durante la Seconda guerra mondiale, nel salvare gli ebrei perseguitati da Hitler; quindi hanno torto quanti, da Cornwell a Hitchens, bollano Papa Pacelli come filo-nazista. Gary L. Krupp, ebreo americano, presidente della Fondazione Pave the Way di New York (che nel 2005 organizzò il più affollato incontro di rabbini con un Papa, Giovanni Paolo II, mai tenuto in Vaticano, e che a giugno ha incontrato Benedetto XVI), apporta inedite rivelazioni sul ruolo di Pio XII nel sottrarre gruppi di ebrei dallo sterminio hitleriano.
Come quelli che il Pontefice fece fuggire dal 1939 al 1945 – tramite migliaia di visti – nella Repubblica Domenicana. Di questo si parlerà a Roma in un convegno promosso appunto dalla Pave the Way e previsto a Palazzo Salviati dal 15 al 17 settembre, appuntamento al quale interverranno studiosi come lo storico gesuita Peter Gumpel, monsignor Sergio Pagano prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, Martin Gilbert, biografo di Churchill e autore di I giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto (Città Nuova) e Andrea Tornielli, vaticanista, che ha scritto il documentato Pio XII (Mondadori).
Segue l'intervista qui
Difficile immaginare fino a che punto si spingerà la Russia nel tentativo di riconquistare un ruolo di egemonia - quantomeno regionale - e di "vendicare" la sconfitta subita nella Guerra fredda.
Ancora più arduo capire se la Nato, e soprattutto l'UE, sono pronti a prendere delle contromisure che vadano oltre le generiche condanne.
"Oggi la Georgia potrà anche apparire lontana e, magari, cinicamente sacrificabile alla continuità nei rifornimenti di gas e petrolio russi. Ma che faremmo se una crisi analoga dovesse ripetersi in Ucraina, o se le minoranze russe nei Paesi baltici dovessero pensare di poter chiedere la protezione di Mosca?"
(Vittorio Parsi, Avvenire, 13-8-2008)
L'incertezza è aumentata dal fatto che la situazione attuale è estremamente dinamica e non esistono regole codificate e accettate da tutte le parti. Non è certo il caso di rimpiangere i tempi della "cortina di ferro", ma occorre essere consapevoli dei rischi per poterli affrontare.
La storia insegna che essere remissivi con i prepotenti è una tattica che non paga. Quindi c'è da sperare che Usa ed Ue sappiano trovare le parole e gli argomenti giusti per riportare alla ragionevolezza la Russia. La quale forse si rende conto di aver fatto un passo avventato, ritrovandosi ora isolata. Anche Cina e India si guardano dall'assecondarla, nel timore che i propri focolai indipendentisti interni (Tibet, Kashmir, ecc.) riesplodano.
Ci preme richiamare l'appello lanciato domenica scorsa da Benedetto XVI, che constatando "con amarezza, il rischio di un progressivo deterioramento di quel clima di fiducia e di collaborazione tra le Nazioni che dovrebbe invece caratterizzarne i rapporti", invitava ad "approfondire la consapevolezza di essere accomunati da uno stesso destino, che in ultima istanza è un destino trascendente (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2006, n. 6), per scongiurare il ritorno a contrapposizioni nazionalistiche che tanto tragiche conseguenze hanno prodotto in altre stagioni storiche. [...] non bisogna cedere al pessimismo! Occorre piuttosto impegnarsi attivamente affinché venga respinta la tentazione di affrontare nuove situazioni con vecchi sistemi. La violenza va ripudiata! La forza morale del diritto, trattative eque e trasparenti per dirimere le controversie, a partire da quelle legate al rapporto tra integrità territoriale e autodeterminazione dei popoli, fedeltà alla parola data, ricerca del bene comune: ecco alcune delle principali strade da percorrere, con tenacia e creatività, per costruire relazioni feconde e sincere e per assicurare alle presenti e alle future generazioni tempi di concordia e di progresso morale e civile!"
Infatti, fino a quando il criterio è il "potere", non si può arrivare che alla guerra; mentre dove il criterio è la comune dignità di figli, scoppia solamente la pace, la costruzione e la comunione fra opposti.
Riferimenti:
Angelus di domenica 24 agosto
L’autodeterminazione? Maschera per altri obiettivi (Vittorio Parsi)
La Russia sfrontata, la Georgia e il declino del coraggio (Bernard-Henry Lévi)
Mosca cerca appoggi sulla Georgia, ma Cina e India temono il separatismo (AsiaNews)
Il ricatto del gas russo (Fausto Carioti)
Nei campi della morte della nuova Cecenia (Bernard-Henry Lévi)
La gelida logica degli «Zar» sfida l'Occidente (Vittorio Parsi)
Mosca vuole tornare superpotenza (Vittorio Parsi)
Putin alla guerra per il monopolio del gas(Fausto Carioti)
Come si puo’ essere protagonisti in una realta’ sconfinata come quella del cosmo? Cosa vuole dire essere protagonisti in un mondo che ci supera da tutte le parti? A raccogliere la sfida di queste domande e’ venuto al Meeting un astrofisico, Marco Bersanelli. ”Il nostro desiderio, soprattutto nella giovinezza, e’ di essere protagonista nella storia, di possedere e conoscere il reale.
L’uomo moderno non ha guadagnato il mondo, quando ha perso l’altro mondo. L’uomo fatica a interessarsi del reale, come se i fatti fossero estranei al nostro interesse più vero. E’ una difficolta’ in cui tutti ci troviamo. Scopriamo tante cose, anche nell’ambito scientifico, senza piu’ stupirci di cio’ che scpriamo. E’ andata persa la simpatia per la realtà. Tutto ciò è la conseguenza della grande svista dell’uomo moderno, che ha rifiutato la propria voglia di essere dipendente da qualcosa di piu’ grande e rivendica invece una assoluta autonomia. Ma la natura ci ha fatto con un grande desiderio di infinito. Il nostro io è irriducibile a tutto l’universo, agli antecedenti biologici. Un uomo non potrebbe piu’ vivere senza questo desiderio di essere protagonisti. D’altra parte, l’altra grande evidenza, per l’uomo, è quella di essere creato, fatto da un Altro. Ed allora la nostra consistenza e’ proprio in cio’ che ci ha generato e ci genera in ogni momento.
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“Il fatto cristiano resiste anche nella tragedia, perché si fonda non su parole incontrovertibili ma su una presenza, che i volti umani rendono possibile”.
Così Camillo Fornasieri, direttore del Centro culturale di Milano, ha introdotto alla platea del Meeting “Il sangue dell’agnello” (ediz. Guerini e Associati) di Rodolfo Casadei. Un libro (con prefazione di Magdi Cristiano Allam) che affronta un tema per lo più ignorato dalla stampa e dall’opinione pubblica europea: quello della violentissima persecuzione che sta colpendo le minoranze religiose presenti in Iraq e Turchia. Ad essere prese di mira sono soprattutto le comunità cristiane, in un Iraq travagliato dagli orrori della guerra e dalle tensioni dovute all’opposizione alla presenza americana, come testimoniano le decine di testimonianze raccolte nel corso di numerosi viaggi dall’autore. “Ci accusano di essere complici degli invasori, ed è chiaro che è solo un pretesto per cacciarci via”. Una volta abbandonate, le case vengono occupate dai terroristi oppure dalle forze armate irachene, intenzionate a impedire che vengano utilizzate come basi operative. Le statistiche dicono che l’Iraq ha prodotto 4. 400. 000 di sfollati, e secondo la Chiesa caldea un cristiano iracheno su due è profugo. “Nel mio libro ho cercato di passare dai numeri ai nomi e cognomi, ai cuori e ai volti”: quelle di tutte le famiglie cristiane che riparano in altri paesi del Medio Oriente (Libano e Siria, e Giordania) e nei territori controllati dal governo autonomo del Kurdistan per fuggire dalle continue aggressioni e uccisioni. Da quali urgenze nasce l’opera? “Prima di tutto da un’urgenza etica, per un profondo senso di scandalo nel vedere come questa tragedia si scontri con un clima di indifferenza istituzionale. L’Unione europea tratta con la Turchia la questione di Cipro, ma non quella dei cristiani perseguitati, per non favorire una minoranza rispetto a un’altra: ed è un’assurdità, perché esistono condizioni in cui è necessario fare delle eccezioni. Come negli anni Settanta abbiamo aiutato i profughi del Vietnam, negli anni Novanta i profughi musulmani provenienti dalla Bosnia, oggi aiutare i cristiani dell’Iraq è un dovere morale per tutti. Sono altrettanto scandalizzato dalla tiepidezza delle strutture ecclesiali: si disperdono tante energie in lotte intestine, o nel prendere posizione a tutti i costi rispetto a questioni di politica interna italiana, ma si rimane insensibili davanti a un vero e proprio massacro. Vorrei rivolgermi a chi ignora, trascura o dimentica la grandezza di questo martirio, il sangue dei nostri fratelli che non abiurano la loro fede neanche davanti alla morte: non sapete cosa vi perdete, vi perdete lo spettacolo del martirio della santità”.
di Chiara Sirianni
Tratto da Tempi del 27 agosto 2008
Fonte
Sulla drammatica situazione dei cristiani in India un articolo di Nirmala Carvalho per Asianews:
Bhubaneshwar (Asianews) – Incendi, razzie, caccia all’uomo, violenze sulle donne continuano anche oggi nello Stato dell’Orissa, mentre il coprifuoco decretato dal governo viene esteso dal distretto di Kadhamal in
altre città e la polizia ha l’ordine di sparare a vista. Solo ora si viene a conoscenza dell’uccisione di un uomo, ucciso e tagliato a pezzi, nel villaggio di Tiangia. L’uomo, un cattolico, si chiamava Vikram Nayak. Altre due persone vicine a lui hanno subito ferite e percosse così violente che due giorni dopo sono morte. L’omicidio è avvenuto la sera del 24 agosto, alla fine dei funerali del leader radicale indù Swami Laxmanananda Saraswati, del cui assassinio vengono incolpati i cristiani. Le case dei cristiani di Tiangia sono state bruciate e le famiglie sono fuggite nella foresta. Ma sono state seguite e attaccate dagli estremisti.
Suor Karuna, delle religiose del Preziosissimo Sangue, fra le prime ad essere state colpite, conferma ad AsiaNews che “incendi e razzie continuano anche oggi; le donne vengono molestate e brutalizzate e gli estremisti fanno di loro quello che vogliono”.
Continua su Asianews
“Proprio perché non siamo nessuno, noi siamo protagonisti”. Ribaltando così il titolo del Meeting Paul Hinder, vicario apostolico per l’Arabia, descrive la situazione dei cristiani negli Emirati Arabi dove vive e svolge la sua missione apostolica di Vescovo. Forse ci si aspettava una personalità pronta ad infiammarsi nel raccontare tutte le difficoltà e le conquiste che in questi anni hanno caratterizzato la vita delle comunità cristiane nel complesso mondo arabo. E invece Mons. Hinder sorprende per la pacatezza con la quale spiega come sia vero che lì manca il concetto stesso di libertà individuale, ma ciò che è fondamentale è accostarsi a questa realtà avendo innanzitutto chiaro che “è un mondo di fede; per i musulmani la fede è parte integrante della vita”.
Incontro con l’arcivescovo di Mosca monsignor Paolo Pezzi al Meeting di Rimini
Un auditorium stracolmo di persone ha accolto con un grande applauso l’ingresso in sala di monsignor Paolo Pezzi. L’occasione è stata l’incontro svoltosi alle 17 in sala D7 dal titolo “Partire per rimanere: comunione e missione in Russia” che ha visto come protagonista il sacerdote di origini romagnole nominato da poco meno di un anno arcivescovo di Mosca.
“Sono quasi imbarazzato nel darle del ‘lei’ – ha detto nell’introduzione Alberto Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione – per quell’amicizia che con don Paolo ho condiviso fino adesso. Ci tengo a chiedergli che cosa ha generato il ‘sì’ di un giovane in servizio di leva all’invito di un commilitone. Chi avrebbe mai immaginato questo filo della storia?”. Ricordando l’esperienza da seminarista di don Luigi Giussani, Savorana ha poi aggiunto che “oggi don Gius si compiace perché un suo figlio è stato chiamato a collaborare affinché quel suo sogno giovanile di unità della Chiesa di Dio diventi realtà”.
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La scuola italiana spende troppo e male
27/08/2008 - 8.02 Dal Meeting di Rimini il ministro dell’Istruzione Mariastella
Gelmini, in questa intervista a ilsussidiario.net, parla di come rilanciare la scuola: elemento centrale la revisione del reclutamento dei docenti, anche con contratti differenziati. Importante inoltre ridurre l’apparato burocratico e normativo ministeriale ... (continua qui)
I dati sulle spese per la scuola forniti dal Ministero della Pubblica Istruzione
martedì 26 agosto 2008
La cronaca è crudele. Ieri al Meeting di Rimini è stato riaffermato che le religioni non sono e non devono essere fattore di violenza e di divisione e oggi leggiamo sui giornali che in India due cristiani sono stati bruciati vivi da estremisti indu.
Ma se cerchiamo di capire, scopriamo che la religione c’entra solo fino a un certo punto. E per capire abbiamo chiesto a padre Bernardo Cervellera, direttore dell’informatissimo sito Asianews.it, che sta assiduamente informando sulla critica situazione indiana.
Padre Cervellera, anzitutto i fatti.
Siamo nel distretto di Kandhamal, nello stato dell’India orientale di Orissa. Ieri, in due diversi incidenti, sono morti la missionaria laica Rajani Majhi di 21 anni, arsa viva mentre cercava di salvare gli ospiti di un orfanotrofio della missione di Bargarh, e un uomo, anch’egli bruciato vivo. I responsabili sono gruppi di radicali indu. Quello di ieri, però, non è che l’ultimo di una lunga serie di episodi di violenza che da mesi vede i cristiani della zona attaccati da fanatici indu.
Chi sono?
In sostanza si tratta dei membri del VHS (Vishwa Hindu Parishad), un gruppo militante che ha accusato i cristiani di aver ucciso il loro leader Swami Laxanananda lo scorso 23 agosto. In realtà la polizia ha identificato come autori di questo assassinio i gruppi maoisti, che avevano già minacciato il leader estremista indu. Il quale, a sua volta, è stato il responsabile della precedente fiammata di violenza contro i cristiani lo scorso mese di dicembre. È una catena di violenze che continua da molto tempo.
Due uomini diversi per aspetto e provenienza, uno nato in Italia quasi 42 anni fa, l'altro di Santo Domingo. Il primo Dario Fortini, corpulento, massiccio, sembra quasi che i 21 anni scontati finora in prigione, per le numerose rapine compiute ai danni di istituti di credito, lo abbiano invigorito. Dai suoi occhi profondi non trapela minimamente alcuna sofferenza per la sua condizione, sebbene egli non ne neghi la durezza.
Il dominicano Wellington Alvarez Hernandez è invece piccolo, magro e svelto nei movimenti. Uno sguardo vivace che scruta ogni cosa che lo circonda. Nessuno, conoscendolo oggi, potrebbe pensare che molti anni fa uccise una persona, motivo per il quale si trova in carcere dal 1996.
Entrambi testimoniano la stessa esperienza: hanno incontrato persone, delle cooperative sociali Giotto e Homo Faber, che non solo non li considerano alla stregua di reietti della società, ma che hanno offerto loro un lavoro e, di conseguenza, la possibilità di ricominciare una nuova vita, totalmente diversa dalla precedente.
Dario e Alvarez, state partecipando a un evento il cui titolo è “o protagonisti o nessuno”. Spesso il carcere viene considerato come il luogo in cui si rinchiude peccato e peccatore senza volerne più sentir parlare. Che cosa significa per voi essere protagonisti nella vostra esperienza di detenuti?
Dario: Penso che il titolo “o protagonisti o nessuno” sia molto azzeccato, non solo per me, ma per tutti gli uomini. Il senso di questo titolo, a mio modo di vedere, non indica il protagonismo come quello dei divi del cinema o dei calciatori. L'umanità di ognuno infatti è degna di considerazione, deve essere presa a cuore. Una delle cose più sorprendenti che possa accadere è scoprirsi protagonisti quando si impara a propria volta a prendere in seria considerazione l'umanità delle altre persone.
Alvarez: A me il tema piace particolarmente perché la parola “protagonista” coincide perfettamente con ciò che mi sento di essere in questo periodo della mia vita. Quando affermo che non ho mai lavorato in vita mia, non lo faccio per scherzo, è la pura verità. E da un po' di tempo a questa parte mi trovo per la prima volta in una condizione diversa. Iniziare a lavorare e a vedere i frutti del mio operato mi ha come redento interiormente. Perché fondamentale per il proprio cambiamento non è soltanto l'ammettere i propri sbagli, ma contribuire a cambiare il mondo dalle piccole cose, come il mio lavoro. Vorrei che tutte le persone che si trovano nella mia condizione possano sentirsi protagoniste in questo senso, mi piacerebbe condividere con loro quanto sta accadendo a me.
Che cosa è cambiato concretamente nella vostra vita quando avete iniziato a lavorare in carcere?
D.: L'elemento più concreto del mio cambiamento è stato il fattore umano, le persone che ho incontrato. Il riscontro del proprio cambiamento interiore si scopre quando si inizia a considerare il lavoro come quel fattore che ti permette di guardare avanti, di non rassegnarti alla tua condizione. Ma perché questa considerazione nasca sono fondamentali le persone con cui si lavora. Nel mio caso si tratta di amici coi quali è nato un rapporto che va al di là della pura relazione dipendente-capo. Loro ci mettono di più, ci mettono il cuore. Per la prima volta ho sentito su di me uno sguardo di persone che mi volevano bene, che sono vere con me. Uniscono il lavoro a un'amicizia che è autentica. Io sono un grafico e ho lavorato per tanti anni in varie prigioni sotto differenti datori, questa è la prima volta che lavoro con amici.
A.: Sono in perfetta sintonia con quanto afferma Dario. Su questo aggiungo una cosa che sono sicuro riguardi anche la sua esperienza. Dove lavoro io il fattore principale risiede nella capacità di formare gruppo, se non hai la compagnia non vai da nessuna parte, nemmeno da un punto di vista meramente professionale. Per una persona come me, che non ha mai fatto parte di un gruppo, che non è mai appartenuta ad alcuna compagnia, vedere ogni giorno tutte insieme le stesse persone che ti stanno al fianco dà un'enorme senso di pienezza al vivere quotidiano. Me ne sono accorto la prima volta quando ho notato che un mio amico è stato assente per qualche giorno dal lavoro. È stata la sua mancanza a rendermi chiaro il ruolo del nostro stare insieme.
Come avete cominciato a prendere in considerazione l'idea di lavorare in carcere?
D.: Per me si è trattato di un percorso tutt'altro che facile. Ho iniziato a iscrivermi presso dei corsi di grafica che si tengono in carcere. Sia ben chiaro che per molti di noi c'è tutto un percorso di studi da fare, non vieni certo assunto subito. E poi sono passati 5 mesi prima di arrivare ad avere un contratto vero e proprio. Sono arrivato a Como nel 2006, mentre molti dei miei compagni uscivano con l'indulto, e là ho incontrato la cooperativa Homo Faber.
A.: Io invece avevo studiato ragioneria prima del carcere. In un primo momento mi ha spinto il bisogno economico, perché la mia famiglia non aveva la possibilità di venirmi a trovare spesso da Santo Domingo e io avevo una grandissima voglia di vedere i miei cari. Poi cominciando a lavorare in cooperativa ho visto crescere in me, col passare del tempo, una passione che va al di là del solo guadagno.
Si può dire che il “metodo” lavorativo incontrato con le cooperative ha cambiato il vostro modo di concepire il mondo e le persone?
D.:Assolutamente sì! Dall'amministrazione penitenziaria mi vennero offerti diversi lavori, alcuni anche molto buoni, con una maggiore retribuzione rispetto a quella che percepisco attualmente. Però mi interessava di più proseguire con queste persone che non mi hanno mai deluso. Ma, sia chiaro, il punto fondamentale non risiede nel fatto che in un certo senso mi abbiano “portato fuori”, bensì nell'amicizia venutasi a instaurare con loro.
A.: La rivoluzione è consistita nella presa di coscienza, da parte mia, delle conseguenze del mio operato nel mondo. Ora io faccio l'artigiano il che significa che qualche persona utilizza quanto io produco. Il valore che do a un oggetto non è più investito da una sorta di istinto criminoso a possederlo, ma è invece significativo di un'utilità per le persone. Questo inevitabilmente ha cambiato il mio rapporto anche con gli uomini. L'altro giorno, qui al Meeting, sono passato, come ho raccontato a un mio caro amico, presso lo stand della Morellato e là ho visto coi miei occhi i prodotti che faccio. Per la prima volta mi sono sentito davvero soddisfatto, mi sono detto: “il mio lavoro serve a qualcosa”.
da IlSussidiario.net
Per approfondire leggi:
Ricordare il quarantesimo anniversario del 68, forse celebrarlo: sembra una costante fissa di questi tempi. “Esistono giudizi diversi a volte opposti su quegli avvenimenti” ha detto Giancarlo Cesana professore di Igiene generale
ed applicata all’università di Milano Bicocca introducendo alle 11,15 in auditorium l’incontro “Sessantotto un’occasione perduta?”. Indubbiamente è stato l’incipit per una spinta secolarizzatrice dell’intera società italiana. “Una spinta che ancora continua - constata Cesana - E Comunione e Liberazione è un movimento del ‘68”. Ricordando anche che “Comunione e Liberazione è stata una risposta. A chi diceva che la liberazione è frutto di scelte politiche rivoluzionarie, don Giussani ricordava che solo nella comunità vi è un cammino di libertà”.
Giovanni Cominelli, responsabile del dipartimento Sistemi educativi della Fondazione per la Sussidiarietà, visse da protagonista in Università quegli anni. Cattolico di formazione, abbracciò le istanze avanzate dagli studenti. Ma precisa: “Il sessantotto in Italia ebbe inizio nel novembre del 1967 con l’occupazione dell’Università cattolica contro l’aumento delle tasse e terminò il 12 dicembre del 1969 con l’attentato di Piazza Fontana”. Dopo iniziarono le divisioni e quello che era sembrato un movimento unitario divenne una galassia di piccole formazioni in lotta fra loro. Ma già nel 1969 a Milano nelle riunioni del Collettivo politico milanese (Cpm), uno dei tanti gruppuscoli e partitini, si cominciò a parlare di lotta armata. “E l’anno seguente in un convegno semiclandestino del Collettivo a Chiavari, in un albergo di proprietà della Curia!, vennero di fatto fondate le Brigate rosse”.
Ma quali motivazioni ha avuto il ’68? - si è chiesto Cominelli. “Un fenomeno di sazietà e fame” lo definisce, “sazietà in un paese che stava superando definitivamente i problemi del dopoguerra e fame di superamento di convenzioni e valori ormai subiti e non compresi”. Nella fase iniziale l’apporto principale venne dai cattolici, sulla spinta di una lettura parziale del Concilio e dall’influenza di diverse scuole teologiche: la tedesca, sia cattolica sia protestante, con i teologi della morte di Dio, ma anche la teologia della liberazione, che andava affermandosi soprattutto in America Latina, nella quale marxismo e cristianesimo si equivalevano. Ma questo era reso possibile da una sfiducia nella Chiesa “e se la religione non ti dà qualcosa di più allora finisce che non te ne importa più nulla”.
“In campo marxista - ha proseguito Cominelli- scarsa importanza, limitata a poche frange della sinistra del partito Comunista, ebbe la “primavera di Praga”, mentre la componente maoista riuscì ad accreditare la rivoluzione culturale cinese come un fatto di libertà e cambiamento”. Solo molto dopo ne divenne chiara la vera natura.
Cominelli dopo aver ripercorso il proprio cammino di militanza, con un filo di ironia, ha così concluso il suo intervento: “C’è chi ha detto che il comunismo sia una bellissima idea ma male applicata. Io credo di poter dire che il comunismo è una pessima idea applicata in modo perfetto”.
“Io nel 1968 avevo 16 anni - esordisce Pietro Modiano, direttore generale di Intesa-SanPaolo - praticamente non mi sono accorto di niente”. Ma un’idea mostra di averla. “Il Sessantotto è stato il frutto di una serie di fatti che erano maturati nel tempo a livello mondiale”. Fatti che risalgono agli anni precedenti e la cui eco giunse in Europa solo allora. E se da una parte c’era il desiderio di liberarsi da schemi percepiti come limitativi, dall’altra “eravamo bravi ragazzi e i nostri comportamenti erano quasi ineccepibili… ad esempio mai fumato uno spinello. E se qualcuno andava fuori dalle righe nella scuola occupata sarebbe stato immediatamente cacciato”.
“Essere nati è frutto di un atto di libertà di un altro - ha detto Giancarlo Cesana chiudendo l’incontro - don Giussani era critico, in senso etimologico, nei confronti della realtà ecclesiale. Ma ha saputo prendere ciò che era importante venisse tenuto e dare ragione di ciò che ci è stato dato”. Non a caso Comunione e liberazione è l’unico movimento rimasto vivo e attivo fra le centinaia dalla vita effimera.
(L.B.)
Rimini, 25 agosto 2008
Il livello dell’acqua non deve superare l'inizio della valvola
Due sono le motivazioni: 1) per mantenere un
corretto rapporto acqua/caffè, ottenendo tutte le volte che si prepara il caffè un equilibrio organolettico soprattutto legato alla corposità della bevanda 2) per evitare che riempiendo la caldaia della moka oltre il livello della valvola, con il tempo si possano creare delle incrostazioni di calcare sulla stessa, compromettendo la sicurezza della caffettiera.
Per una caffettiera da 3 tazze, riempi il filtro con 5 cucchiaini da caffè da circa 3 grammi ciascuno
Test di laboratorio hanno dimostrato che in una moka da tre tazze per ottenere un risultato soddisfacente, il valore ottimale della polvere di caffè nel filtro può variare da 13 a 17 grammi (si suggerisce un valore medio di circa 15 g) e la quantità d’acqua da 140 a 180ml (si suggerisce un valore medio di circa 150ml).
Non pressare il caffè e non fare fori
Per evitare che l’acqua calda nel passare attraverso la polvere di caffè inserita nel filtro non incontri una resistenza troppo elevata da risultare quasi impenetrabile ottenendo un caffè dal gusto bruciato, piuttosto che una mancanza evidente di resistenza tanto da ottenere un caffè decisamente acquoso e privo di aromi.
Mantieni la fiamma sempre molto bassa
Sia per consentire all’acqua che si stà riscaldando, di risalire lentamente nel filtro attraverso la polvere di caffè, senza che il vapore formato nel recipiente inferiore si scaldi eccessivamente favorendo l’estrazione di aromi negativi che per evitare il surriscaldamento della caffettiera moka stessa.
Spegni il fuoco prima che il caffè finisca di uscire
La coda compromette il gusto dell’intera tazzina. Test di laboratorio hanno dimostrato che la parte finale del caffè prodotto dalla moka, la cosiddetta “coda”, favorita dalla temperatura elevata della “estrazione in corrente di vapore” produce un inevitabile gusto bruciato nel prodotto finale. Si dovrebbe quindi ridurre di circa il 20/30% la quantità di caffè prodotta. In altre parole spegnendo il fuoco quando l’estrazione del caffè inizia a borbottare ci farà ottenere circa 100/110ml piuttosto che i potenziali 120/130ml ottenuti se la moka fosse rimasta sul fuoco fino al completamento della estrazione (una riduzione di circa 20ml del volume di caffè estratto).
Prima di versare un caffè, mescolalo con un cucchiaino
Questa operazione è necessaria per omogeneizzare le varie fasi della estrazione del caffè, da quella iniziale che è densa, concentrata e ricca a quella finale che risulta più liquida, aromatica e leggera. Il caffè così ottenuto risulta gradevole, ricco e vellutato dalla prima all’ultima goccia servita in tazza.
Tratto da: Università del caffè.
Segnalato da: Osteria... ma non solo...
