
Giusto un anno fa, Settembre 2007, si scatenava la repressione comunista della dittatura birmana contro i monaci buddisti.
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Ripartire dall’autonomia e dal riordino dei cicli; e, soprattutto, dedicare alla scuola «un vero dibattito culturale», che possa assumere anche una «dimensione di ampiezza costituzionale», creando «larghe convergenze». Questa, secondo Luigi Berlinguer, è la strada da seguire per uscire dall’infuocato clima di scontro che caratterizza in questi ultimi giorni il dibattito sulla scuola. Anche perché, dice l’ex ministro dell’Istruzione, il tutto sta avvenendo a scapito di una vera discussione sui «contenuti». «Proviamo a guardare quello che è successo con le interviste che ho rilasciato nei giorni scorsi» lamenta Berlinguer: «secondo alcuni giornali ho accusato il ministro Gelmini, secondo altri ne ho tessuto le lodi. Perché succede questo? Perché tutti hanno l’interesse politico di tirare la gente per la giacca. Io, invece, vorrei parlare di proposte concrete, e della mia idea di scuola».
Professor Berlinguer, proviamo allora a lasciare da parte le polemiche politiche e ad affrontare nel merito le problematiche di cui si discute in questi giorni. Ad esempio: è proprio vero che la scuola elementare italiana sia intoccabile?
È vero che la scuola elementare è la parte migliore del nostro sistema. E due sono le ragioni di questo primato: innanzitutto non è stata contaminata dal “gentilismo”, quell’impostazione idealistica che ha danneggiato il nostro sistema scolastico tenendolo fuori dallo sviluppo mondiale. In secondo luogo alle elementari si è sempre dovuto insegnare a tutti, sia ai talenti che ai ragazzi in difficoltà; e questo fa bene alla scuola. Un talento naturale, infatti, si trovasse anche su un’isola deserta imparerebbe comunque; ma la gran parte dei bambini e dei ragazzi deve invece essere stimolata all’apprendimento. Qui si inserisce l’utilità della didattica, che non è chiacchiera, come spesso a torto si crede, ma porta ad essere attenti a chi impara. E nella scuola elementare questo è stato fatto.
A questo si aggiunga che nella scuola elementare si è dato peso non solo alla teoria, ma anche alla pratica, all’osservazione del reale: i bambini toccano le cose, mentre negli altri gradi di istruzione non si vuole che i ragazzi tocchino con mano la realtà, perché questo, si dice, “non fa cultura”.
Il punto di partenza di molti discorsi sullo stato della nostra scuola sono i risultati dei rilevamenti Ocse: qual è la loro importanza, e cosa dicono in concreto sulla situazione del nostro sistema di istruzione?
I quesiti Ocse non chiedono tanto di sapere, quanto di aver capito determinate cose, e di saperne trarre le conseguenze. Richiedono cioè che ci sia una scuola fondata sui problemi e non sulle nozioni: si possono infatti avere le nozioni, e non saper rispondere ai quesiti. Se i nostri ragazzi non sono in grado di fare questo è per colpa della rigidità con cui ancora viene concepito l’insegnamento: la fisica o la chimica, ad esempio, non la si può insegnare solo sui libri, ma nelle aule in cui si fanno esperimenti, perché la scienza è un insieme di teoria e di esperienza. Magari nei laboratori non ci si va con tutta la classe, ma con gruppi differenziati di studenti. Tutte cose che solitamente non vengono recepite, perché si pensa ancora all’insegnante fisso sulla sua cattedra.
Tornando alle elementari, pare dunque di capire che per lei il vero problema non sia nella diatriba tra i “pro” e i “contro” il maestro unico.
Il dibattito, e il conseguente scontro politico, sulla scelta tra maestro unico e modulo è a mio avviso un falso problema, perché sfugge al vero contenuto scolastico. Per far fronte ai cambiamenti epocali subiti dal nostro sistema di conoscenze negli ultimi decenni è necessario che anche nelle elementari vengano inseriti alcuni – pochi – specialisti; il che non significa assolutamente aumentare insegnanti e costo. Al tempo stesso non si può affrontare il problema dicendo che bisogna tornare a trent’anni fa: non si può cioè impostare il discorso in termini puramente nostalgici.
Si è tornato a parlare anche dell’ipotesi di ridurre di un anno l’intera durata del ciclo di studi: cosa ne pensa?
È una cosa che era prevista nella riforma dei cicli che io feci approvare. Per fare questo ero partito dalla considerazione che la prima elementare, per come è rimasta, è oggi inutile, dato che i bambini a quell’età sanno già leggere e scrivere grazie alla frequenza della scuola dell’infanzia. Ma soprattutto è necessario che i ragazzi escano dalla scuola superiore a 18 anni, come negli altri paesi europei: ora invece c’è un vero e proprio spreco, e un inutile ritardo. È tutto un unico problema che si risolve con una generale riforma dei cicli. Propongo di riprendere in mano questo discorso, tenendo anche conto del fatto che ridurre di un anno il percorso è non solo una cosa opportuna, ma è anche un bel risparmio per la casse dello Stato.
Quindi è d’accordo anche lei sul fatto che i tagli nella scuola siano necessari?
Sì, ma se si parte dal dire “tagli sì, tagli no” si arriva ad avere solo posizioni inconciliabili. L’esempio del riordino dei cicli indica invece chiaramente che bisogna fare scelte giuste e utili, che poi, di conseguenza, portano anche a un uso più intelligente delle risorse, e al risparmio. È una conseguenza naturale: una scuola che guarda al futuro diventa, automaticamente, una scuola meno costosa.
Tra le recenti polemiche a proposito di scuola, c’è stato anche il dibattito sulle differenze tra Nord e Sud, di cui peraltro parlano anche i dati Ocse: qual è la sua posizione in proposito?
Io sono federalista: gli insegnanti devono essere nazionali, la cultura che si trasmette deve essere italiana ed europea, ma la gestione della scuola deve passare alle Regioni. Non bisogna certo fare 20 micro-ministeri dell’Istruzione, perché sarebbe un disastro; ma resta il fatto che sono le regioni a dover gestire il sistema scolastico. In secondo luogo, all’autonomia territoriale si deve aggiungere l’autonomia istituzionale delle scuole, che era il secondo cardine della mia riforma.
Alla fine di tutto rimane però il problema politico del superamento delle contrapposizioni: come uscire dal clima infuocato di questi giorni?
Non si cambia la scuola se si sta su sponde contrapposte, e ognuno dice di essere nel giusto. Bisogna fare uno sforzo di incontro, perché la tematica non è politicamente targata. Il clima di questi giorni certo non favorisce il dialogo, ma io faccio una proposta (riordino dei cicli e sostegno deciso all’autonomia scolastica) che può abbassare la temperatura dello scontro, e ricondurre il dibattito sul terreno delle scelte concrete. Io non voglio giudicare, e non faccio lezioni di politica sulle motivazioni che stanno alla base di questi contrasti. Ma dico che bisogna fare uno sforzo, richiesto peraltro anche dai più autorevoli editorialisti e opinionisti che si occupano di questo tema: assumiamoci l’impegno di dare una dimensione di ampiezza costituzionale alla questione scolastica, creando larghe convergenze. Dobbiamo, su questo, aprire un vero dibattito culturale.
L'editoriale di oggi de Il Sussidiario è un contributo di Mario Mauro :
Oggi a Marsiglia Unione europea e India si incontreranno per definire il futuro del proprio
rapporto strategico-politico. L’Europa riafferma il suo supporto per il rafforzamento delle relazioni strategiche tra le due più vaste entità democratiche del mondo, che sono chiamate a raggiungere risultati concreti sotto l’aspetto economico, politico, della sicurezza, della non proliferazione nucleare e sotto altri aspetti di mutuo interesse come la promozione della diversità culturale. Grazie ad una Risoluzione del Parlamento europeo, il tema della difesa dei cristiani e della qualità della democrazia indiana entra con forza nei lavori del summit.
C’è ancora grande preoccupazione per la situazione delle minoranze cristiane, in particolar modo nello stato dell’Orissa, e per l’impatto che le leggi anti-conversione diffuse in diversi Stati dell’India possono avere sulla libertà religiosa, anche considerando il fatto che non c’è stato effettivo intervento della polizia durante gli attacchi che hanno portato all’uccisione di almeno 37 cristiani e che i leader di Vishwa Hindu Parishad hanno dichiarato che la violenza non cesserà fino a quando l’Orissa non sarà totalmente liberata dai cristiani. La Risoluzione chiede che le “autorità indiane mettano fine ad ogni violenza contro le comunità cristiane e permettano loro di professare la loro fede liberamente”.
Il summit Ue-India deve diventare l’occasione per esprimere la nostra condanna per i recenti attacchi contro i cristiani in Orissa e nel Distretto di Kandhamal in particolare, e per pretendere di garantire immediata assistenza e supporto alle vittime, includendo in ciò le compensazioni alla Chiesa per i danni inflitti alle sue proprietà e agli individui, le cui proprietà private hanno subito simili danni, e che venga permesso a tutte le persone costrette a fuggire dai propri villaggi durante gli attacchi di tornare liberi a casa propria. È molto urgente che tutti i responsabili delle violenze, compresi i membri della polizia vengano velocemente condannati. Tutto questo non deve essere una proposta delle tante, ma una vera e propria pretesa nei confronti del Governo indiano. Deve essere l’argomento prioritario, sul quale discutere senza se e senza ma. Non possiamo più tollerare fatti come quelli accaduti poco più di una settimana fa, quando Iswar Digal e Purinder Pradhan sono stati uccisi e tagliati a pezzi. O come la vicenda di Padre Samuel Francis, 50 anni, che è stato ritrovato morto lunedì mattina, con mani e piedi legati nella cappella dell’ashram in cui viveva, nel villaggio di Chota Rampur.
Durante il dibattito in Aula di mercoledì 24 settembre a Bruxelles ho contrastato con forza le sconcertanti premesse al Summit Ue-India poste dal Commissario alle relazioni istituzionali, la svedese Margot Wallstrom e dal Ministro francese per le politiche europee Jean Pierre Jouyet, intervenuto per conto della presidenza francese del Consiglio. Ho fatto notare che la differenza fra la Risoluzione del Parlamento e le loro introduzioni risulta essere il fatto che, come spesso capita a titubanti istituzioni sovranazionali, non hanno trovato il coraggio di parlare dei massacri di questi giorni, di condannare con forza il venir meno della libertà religiosa in India. Un segnale molto grave, che mi ha fatto pensare che ci saremmo introdotti al vertice che comincia oggi senza avere il coraggio di affrontare la questione centrale: una vera amicizia tra Unione Europea e India passa attraverso il richiamo alla dignità della persona.
Ma per quale motivo dobbiamo avere a cuore la libertà religiosa in tutto il mondo? Per quale motivo una civiltà come la nostra non può permettere che vengano uccise persone in nome del loro credo religioso? E soprattutto per quale motivo il tema della libertà religiosa deve costituire addirittura, come diceva Giovanni Paolo II, “la cartina di tornasole per il rispetto di tutte le altre libertà”?
Perché la libertà religiosa non è una libertà come le altre, sulla libertà religiosa si fonda la qualità di una democrazia. Proprio nell’Aula del Parlamento europeo l’ex Presidente indiano, lo scienziato Abdul Kalam, qualche tempo fa, ci ha raccontato come ha imparato, in una scuola cristiana, non solo l’amore per la conoscenza ma anche la distinzione tra religione e politica. Non dobbiamo mai dimenticare che la libertà religiosa è fondamento per lo sviluppo della democrazia e quindi rende possibile un compito comune, nel quale in amicizia è possibile ricordarci vicendevolmente che la violazione dei diritti umani è la fine di un rapporto di verità.
Dobbiamo avere questo coraggio, se non ci assumiamo come istituzioni europee oggi a Marsiglia questa responsabilità, ci rendiamo complici di una vera e propria degenerazione della democrazia.
Da SaFe:
L’Ufficio Brevetti giapponese ha concesso all’Università di Kyoto il primo brevetto sulle cellule staminali pluripotenti indotte. Questa è l’università in cui lo scienziato Shinya Yamanaka ha creato le prime cellule umane di questo tipo, nel 2007.
Lo scopo di questo brevetto, secondo l’Università, è evitare che una compagnia farmaceutica reclami la tecnologia e ne limiti l’uso. Infatti l’Università intende regalare agli istituti educativi e alle organizzazioni no-profit la possibilità di usare la tecnologia.
La tecnologia delle staminali indotte fornisce teoricamente gli stessi benefici della cosiddetta clonazione terapeutica, ma è molto più semplice e etica, e soprattutto dà risultati, mentre la clonazione terapeutica non ne ha mai dati nell'uomo (non esiste al mondo una sola cellula staminale derivata da embrioni umani clonati); per questo i progressi di Yamanaka hanno convinto molti scienziati di punta (per esempio Ian Wilmut) a abbandonare l’idea della clonazione in favore delle staminali indotte.
L’iter burocratico relativo a questo brevetto è stato attraversato con grande urgenza. Questo perché Yamanaka è in rivalità con l'americano James Thomson, che ha pubblicato un successo nella creazione di staminali indotte umane, nello stesso giorno in cui lo scienziato giapponese ha pubblicato un risultato simile.
Questo brevetto copre solo le cellule umane create con il procedimento di Yamanaka in Giappone. Yamanaka stesso ha presentato altre domande di brevetto ai principali uffici del mondo, nel tentativo di ottenere i diritti relativi a tutte le specie (non solo quella umana) e senza limiti geografici. Anche se questi brevetti venissero concessi, non è chiaro se impedirebbero al gruppo di Thomson di brevettare il suo metodo per creare le cellule, un metodo diverso da quello di Yamanaka.
Questo articolo de IlSussidiario.net non lo voglio perdere! mi ricorda le gioie e i problemi di quando anch'io andavo in classe a condividere l'avventura educativa con i miei studenti!
Ore 9.00: lezione sui sofisti, una ragazza sbotta «sono d'accordo con Protagora, tutto è relativo, non c'è una verità, bisogna adeguarsi alla maggioranza». Un'altra risponde:«c'è eccome la verità!». Ed io che devo prendere posizione, non posso mica rispiegare Protagora!
Ore 9.45: arranco in una dotta lezione sull'idealismo, mi pare anche bella, ma non incontro l'umano di nessuno. Mi prende una forte tristezza, è la percezione del mio limite, continuo a spiegare, scrutando sui volti dei ragazzi e delle ragazze, cercando una mossa che tradisca il desiderio. E non succede nulla, io spiego, loro prendono appunti. Netta la sensazione di essere in fuorigioco, ma di non essere capace di rientrarvi.
Ore 10.30: lezione su Sant'Agostino e il male. Tutto fila come spesso accade, la lezione si impone, gli studenti prendono appunti, qualcuno domanda una spiegazione, finché d'improvviso si scatena l'obiezione, «no, non può essere così, Agostino ci prende in giro, se il male non viene da Dio, Dio non può toglierlo, non può liberarci!». E la discussione si anima, mossa da un bisogno, il bisogno che il male sia tolto, ma tolto davvero e subito. Io che prima difendo la logica agostiniana, ma poi mi accorgo che un'altra era la questione, era che entrassi in gioco con la mia umanità, con il mio bisogno, lo stesso che hanno loro, quello di essere felice, e di esserlo per sempre.
Ore 11.15: lezione sugli universali, ed è un fuoco di fila di domande per trovare una risposta al bisogno di verità che, uno ad uno, i ragazzi e le ragazze che ho davanti portano dentro l'agone della classe. Una bella lezione, bella non per le mie spiegazioni, ma perché loro, i miei studenti, l'hanno segnata dell'umano, perché era evidente dalle domande che facevano che la ricerca del vero per loro non fosse il tema astratto di una lezione, ma una urgenza vitale, decisiva nel loro impatto con la realtà.
Una giornata a scuola, apparentemente altalenando tra successi ed insuccessi, in realtà messo a nudo sull'umano. È lì infatti che nasce ogni lezione, non da quello che rispondono gli studenti, ma dal lasciarmi interrogare da quello che spiego, dall'essere io presenza a me stesso. Spesso per esserlo ho un'unica strada, quella di seguire il sobbalzo umano di quello o di quell'altro studente. E tutto diventa affascinante, si comincia l'avventura del conoscere. Del resto come diceva Sant'Agostino non c'è conoscenza senza amicizia, senza che uno guardi la realtà implicando le sue esigenze fondamentali!

Giusto un anno fa, Settembre 2007, si scatenava la repressione comunista della dittatura birmana contro i monaci buddisti.
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Resta la vergogna del generale silenzio,
mentre i cristiani dell’India
continuano ad essere massacrati.
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Kandhamal, fanatici indù incendiano la casa delle suore di Madre Teresa
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Kandhamal (Orissa): ucciso un uomo, bruciate decine di case cristiane

Coprifuoco in Orissa: 100 case e 2 chiese bruciate nella notte

Due cristiani uccisi in Orissa; chiese distrutte in Madya Pradesh e Kerala; caccia ai missionari.
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C'è ancora qualcuno che pensa che il problema dell'educazione e l'emergenza educativa sia un argomento da trattare in salotto o al bar dello sport tra una birra e
una sigaretta (dove si può fumare!) oppure come pretesto per parlare d'altro, visto che non si hanno contenuti seri da affrontare.
Però se si pensa a certi interrogativi, non può non nascere il sospetto che l'argomento necessiti davvero di un affronto responsabile.
Vi cito perciò una serie di domande cui tenta di rispondere il saggio "Affermazione e ricerca di senso" di Felice Nuvoli, CUSL, Cagliari:
Chi è l’uomo educato?
Chi è l’uomo maleducato?
Basta dire che nel primo caso la natura ha compiuto il suo compito, mentre nel secondo caso no?
Se si risponde affermativamente a questa domanda, cosa significa precisamente natura?
Cosa si intende quando si dice che è la vita stessa ad educare?
Oppure quando si preferisce dire che ad educare è lo stato, la società, la classe, la cultura?
Ancora più radicalmente: perché la generazione in crescita deve obbedire alla generazione adulta?
In nome di quale diritto gli adulti possono pretendere di formare a loro somiglianza i piccoli?
Credo che potremmo tentare di rispondere anche noi a queste domande, se abbiamo a cuore un mondo migliore da consegnare alle nuove generazioni.
Ho sentito dire che il problema della scuola e dell’università italiane è un problema di politica e di investimenti. Ho sentito dire che il problema della scuola e dell’università italiane è un problema occupazionale. Ho sentito dire anche che si tratta di un problema di strategia globale.
Il tarlo dei Grandi Numeri ci corrode. Ma è così vero che il primo problema della scuola e dell’università è un problema di modelli? Dal modello della Scuola e dell’Università di massa a quello dell’età della globalizzazione? Di fronte ai Grandi Numeri fa un po’ ridere chi torna a parlare di grandi maestri. E c’è anche chi dice che nell’epoca della Complessità i grandi maestri non sono più possibili. C’è chi dice che è tutta una questione di rete.
Io penso invece che la grande crisi sia innanzitutto una crisi antropologica, intendendo con questa parola qualcosa di molto concreto: una razza di persone, una razza di uomini e di donne. Non è vero che questa razza non esiste più. Esiste, forse seminalmente, in ciascuno di noi. Poi, però, è necessario il terreno che faccia crescere il seme. E il terreno è la società, con le sue scale di valori. E se i valori si chiamano successo a tutti i costi, vittoria, sopraffazione, prestigio e fama, tacitando a poco a poco qualsiasi voce capace di esprimere (e praticare) un parere diverso, il terreno di crescita dei maestri diventa arido, il seme fatica a germogliare.
Albert Anker, la scuola del villaggio nel 1948, Da Il Giornale di oggi:
Non ci si può affidare all'arbitrio dei giudici
di Eugenia Roccella
«Nessuna svolta» ha commentato Monsignor Elio Sgreccia, intervistato dal Corriere a proposito delle parole del cardinale Bagnasco sul cosiddetto testamento biologico: la limpida e ostinata difesa della dignità creaturale di ogni persona umana non subisce interruzioni, cedimenti, nemmeno di tipo tattico. A Monsignor Sgreccia bisogna pur credere, visto che è stato per anni il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, guida della bioetica cattolica. Invece non tutti sono disposti a questo atto di fiducia, e qualche dubbio serpeggia: ogni apertura verso una legge appare ad alcuni come un rischioso «slippery slope», un pendìo scivoloso che potrebbe condurre all'eutanasia, ma soprattutto a una drammatica resa al trionfante relativismo etico. Eppure i «paletti» posti dal presidente della Cei sono esattamente gli stessi che si leggono nel documento del Comitato nazionale di Bioetica del 2003, in cui si sollecitava un intervento legislativo che offrisse «un sostegno giuridico alle dichiarazioni anticipate di trattamento». Un parere firmato dal fior fiore dei bioeticisti cattolici: Francesco D'Agostino, che del Cnb era allora presidente, Monsignor Sgreccia, Carlo Casini, leader storico del Movimento per la Vita, Maria Luisa Di Pietro, oggi a capo di «Scienza e Vita», il professor Eusebi dell'Università Cattolica. Nel 2003 il dibattito sul testamento biologico (o meglio: sulle «dichiarazioni anticipate di trattamento») non era ancora scoppiato sui giornali e in Parlamento, ma i segnali del nuovo corso seguito dai giudici erano già ben visibili. La sentenza della Cassazione sul caso Englaro, che ha costituito un punto di non ritorno, era all'orizzonte, preparata da una lunga serie di sentenze che facevano del consenso informato il cuneo per introdurre il diritto a morire. Questa interpretazione del consenso informato non è rimasta confinata in un ambito giurisprudenziale, ma si è trasferita nella Convenzione di Oviedo (la Carta etica dell'Europa) e nel nuovo codice di deontologia medica. I membri del Cnb hanno avuto la vista lunga, e hanno capito con largo anticipo che una legge era necessaria, esattamente come è avvenuto per la fecondazione assistita. Anche lì è stata necessaria una legge che mettesse ordine, e arginasse le tendenze eugeniste, tutelando insieme, il più possibile, l'embrione e la futura madre. La sentenza Englaro ha semplicemente portato alla luce il lungo movimento sotterraneo che avrebbe voluto condurre all'eutanasia senza nemmeno passare dal Parlamento, senza interpellare i cittadini in alcun modo, solo inanellando una sentenza dietro l'altra. Anche l'ultimo pronunciamento dei giudici, sul caso del testimone di Geova arrivato in ospedale con un foglietto su cui era scritto «niente sangue», è imperniato sulla necessità del consenso informato per qualunque trattamento sanitario, non importa se è in gioco la vita del paziente. Se non si affronta il nodo del consenso informato, dunque, se non lo si disciplina, imponendo regole e garanzie, lasceremo davvero ogni malato sul pendìo scivoloso dell'arbitrio di un giudice. Per ogni nuovo caso giudiziario (e basta considerare che solo i malati in stato vegetativo sono tra i 2 e i 3000) si potrà ricorrere alla ricostruzione degli «stili di vita», si potranno ammettere testimonianze vaghe, dichiarazioni rese via Internet, appunti sparsi, e chissà cos'altro. Per il testimone di Geova il giudice ha ritenuto che il foglietto fosse un po' poco, e che servisse la figura del tutore. Ma anche per Eluana c'è stata una sentenza analoga, e il via libera alla morte è stato dato solo dopo la nomina di un tutore. Se non vogliamo che le garanzie per il malato si riducano a questo, non c'è che una strada: dobbiamo impegnarci a fare una legge.
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Pubblico un’interessante analisi della situazione economica della mia isola, perché è solo se si conosce la realtà e da essa si parte, è possibile fare degli interventi che la rendano più vivibile.
In Sardegna il dramma della disoccupazione è sempre più grave: il mio amico, Giorgio Laspisa, consigliere regionale, tenta un’analisi ed una risposta:
L’ uomo che non lavora e’ un uomo ferito nella sua umanita’. L’uomo che non opera, non costruisce, non rischia e, quindi, una societa’ che non promuove questa capacita’ di rischio, sono destinati al declino.
Non e’ economicismo nè, tanto meno, liberismo sfrenato. E’ il realismo che ci fa dire questo.
La nostra generazione in Europa vive ancora, nonostante la caduta del muro di Berlino, sotto una cappa ideologica che ha frenato e frena ancora l’intrapresa. L’ultimo dei tanti esempi lo abbiamo sotto gli occhi: il caso Alitalia. E
E’ evidente la necessita’ di una svolta! Nella politica per l’impresa si manifesta il contenuto autentico di un progetto di governo, la sua originalita’ e perfino l’impronta culturale, il punto di vista sull’uomo e sulla sociata’. Perché? Perche’ una societa’ in cui l’impresa e l’imprenditore non sono nel cuore delle motivazioni da cui nascono le leggi e gli atti amministrativi e’ una societa’ destinata al declino, allo spopolamento, alla desertificazione. Il cuore della questione e’ come sempre nella concezione dell’uomo. La forma dello stato moderno, e lo statalismo che ne e’ derivato, sono presuntuosamente orientati ad eliminare dalla vita dell’uomo un elemento che invece e’ essenziale: il rischio, il mettersi in gioco, l’essere protagonisti.
Nella “societa’ amministrata” di cui parlava Horkeimer, l’uomo si illude di essere piu’ felice perche’ titolare di diritti sociali a cui corrisponde l’obbligo di risposta da parte dello stato. Ma e’ una illusione, una comoda illusione. Da cui nasce una dilagante e devastante irresponsabilita’. La debolezza dell’economia occidentale, che anche in questi giorni mostra episodi gravi ed inquietanti, in America come in Italia, in gran parte e’ causata da questa involuzione della cultura d’impresa.
Questo e’, in fondo, il problema: su che cosa sono fondate la nostra cultura di governo e la nostra cultura d’impresa? E quale e’ quindi la caratteristica peculiare della nostra politica per l’impresa, rispetto ai nostri avversari politici, che tra qualche mese affronteremo nella competizione elettorale in Sardegna? Soru sta fallendo, e’ chiaro a tutti, e noi cosa proponiamo per i prossimi cinque anni? Per rispondere a questa domanda, e’ assolutamente necessario individuare i criteri fondamentali su cui costruire una grande proposta, una grande sfida. Ma innanzi tutto e’ necessario guardare cio’ che accade nella nostra terra. Da qui la scelta di ascoltare alcuni protagonisti.
SINTESI
Il criterio centrale e’ questo: non esiste l’impresa senza l’imprenditore. Puo’ sembrare una banalita’. Ma non e’ cosi’. A livello internazionale (si pensi alla finanziarizzazione dell’economia, che ha fatto si’ che la proprieta’ - il capitale – sia lontana dalla produzione e che la formazione del reddito sia affidata piu’ a meccanismi di rendita che all’innovazione) ma anche al nostro livello regionale, l’economia sembra sempre piu’ orfana del soggetto protagonista dell’azienda. La politica economica negli ultimi decenni e’ stata centrata sul “progetto” piu’ che sul “soggetto”. Anche gli incentivi finanziari (I contributi agli investimenti) sono stati affidati a meccanismi automatici: quanti soldi sono stati concessi senza neanche sapere chi dovesse riceverli! In nome della trasparenza sono stati finanziati tanti progetti astrattamente validi, ma spesso slegati da un soggetto forte.
Bene! Noi dobbiamo rovesciare questa logica: non c’e’ impresa senza imprenditore! E non c’e’ sviluppo senza imprenditori!
Per
Da Sguardo leale:
Carissimo direttore,
quando ho letto la terribile notizia di uno studente finlandese che ha aperto il fuoco contro i suoi compagni e gli insegnanti, facendo almeno nove morti, sono stato preso di soprassalto, come incredulo di fronte a tanto male.
Com'è possibile che dentro la vibrazione di vita della giovinezza si incunei così profondamente una radice di male? Com'è possibile che un ragazzo possa scrivere che "la vita è guerra, la vita è dolore, E combatterai da solo la tua personale guerra"? Come è possibile che possa imperversare su Youtube con immagini di morte e di distruzione? Com'è possibile che quella violenza coltivata a livello virtuale esploda in modo così tragico e impietoso?
Può anche essere follia quanto accaduto, ma sarebbe troppo facile chiudere la pratica con un non luogo a procedere per infermità mentale, no, sarebbe troppo facile, è il nichilismo dominante a rendere possibile che un giovane cresca avendo la morte e la distruzione come orizzonte.
E' una domanda di perdono quella che mi sorge dal cuore, di perdono a Dio per chi è stato ucciso, di perdono a Dio per chi ha ucciso, così che non accada più che al desiderio della giovinezza corrisponda l'assenza di uno sguardo, quello sguardo di simpatia totale che volge il cammino della vita verso la positività.
Che dolore questi morti, che orrore questa strage, a quanta responsabilità ci chiama perché non accada più che un giovane accusi l'assenza di uno sguardo, uno sguardo che c'è e in cui poter ritrovare la positività della propria umanità e di quella con cui si vive
Gianni Mereghetti
Abbiategrasso
Un pensiero sull’educazione tratto da Tra passato e futuro di Hannah Arendt citato in Affermazione e ricerca di senso di Felice Nuvoli:
“Con l’educazione si assume la responsabilità (…) al livello dell’esistenza e della crescita del bambino e al livello della continuazione del mondo (…) Il bambino deve essere protetto con cure speciali perché non lo tocchi nessuna delle facoltà distruttive del mondo. Ma anche il mondo deve essere protetto per non essere devastato e distrutto dall’ondata di novità che esplode con ogni nuova generazione” (Tra passato e futuro – tr. it. – Milano 1991,243)
“L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumere la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è invitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione di intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa di imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti” (ivi,255)
di Elena Molinari
Tratto da Avvenire del 24 settembre 2008
Ci sono malattie, come l’Alzheimer, sulle quali gli scienziati si rompono la testa da anni. «Il fatto è che non capiamo ancora che cosa smette di funzionare nelle cellule nervose dei malati», spiega Lawrence Goldstein, un ricercatore dell’Università della California a San Diego.
Qualcosa sta però per cambiare secondo Goldstein e gli altri scienziati che ricercano le cause dell’Alzheimer. Anziché sperimentare nuove terapie su ratti e moscerini, a breve potranno verificarne l’efficacia sugli stessi tessuti affetti dal morbo. Senza mettere a rischio la vita dei pazienti.
La novità si chiama «cellule staminali pluripotenti indotte», in gergo tecnico le «Ips», ed è stata al centro del congresso mondiale sulle staminali concluso ieri in a Madison, nel Wisconsin. «Nel mio laboratorio abbiamo raccolto cellule della pelle di pazienti che manifestano una forma genetica del morbo di Alzheimer e le abbiamo trasformate in provetta in cellule nervose – ha spiegato Goldstein ai 900 scienziati riuniti al summit –: ora vogliamo usarle per sperimentare nuovi farmaci». Quanti embrioni sono stati sacrificati per questa ricerca? Nemmeno uno.
Durante le due giornate del convegno, relatore dopo relatore, tutti si sono confrontati con il semplice fatto espresso in apertura da Goldstein: che in quelle cellule «è presente l’essenza della malattia ». Giunto alla sua quarta edizione, il summit del Wisconsin per la prima volta è stato in larga parte dominato dalla eccezionale scoperta (avvenuta alla fine dello scorso anno nel laboratorio di James Thomson, proprio qui a Madison, e di Shinya Yamanaka, a Kyoto): le cellule adulte della pelle possono essere ricondotte allo stadio embrionale ('riprogrammate') e quindi trasformate nei tessuti nei quali vengono impiantate.
Ed essendo il «World Stem Cell Summit» non un congresso per soli addetti ai lavori ma un evento aperto a scienziati, pazienti, investitori e filantropi, l’incredibile potenziale della scoperta è stato discusso per la prima volta in una sola sede dal punto di vista medico, etico, politico ed economico.
Molti ricercatori e investitori si sono chiesti se le staminali pluripotenti permetteranno di superare del tutto la necessità di fare ricerca usando embrioni umani e renderanno superflua l’attuale restrizione sull’uso di fondi federali per la ricerca su cellule embrionali voluta da George W. Bush. Altri, come Tim Kamp, condirettore del centro per le cellule staminali e la medicina rigenerativa dell’Università del Wisconsin, continuano invece a considerare le staminali embrionali lo standard con cui la ricerca deve confrontarsi: «Siamo ancora nella fase di comprendere quanto una cellula pluripotente indotta sia simile a una cellula embrionale nella sua capacità di crescere per periodi di tempo prolungati e nella sua abilità di trasformarsi nei diversi tipi di cellule cui siamo interessati », ha detto.
Tutti sono però d’accordo che il nuovo protocollo deve avere a disposizione un canale di finanziamento accelerato. «Come dimostra la scoperta dell’équipe di Thomson, gli Stati Uniti hanno un gruppo di ricercatori incredibile – ha detto ancora Kamp –, ma l’Istituto nazionale per la salute deve aumentare i fondi a loro disposizione. Sarebbe anche utile creare un Centro nazionale per la ricerca sulle staminali e la medicina rigenerativa, paragonabile al Centro per la ricerca sul cancro, che gode di fondi pubblici privilegiati ». Bernard Siegel, fondatore del Centro per la politica della genetica della Florida e uno degli organizzatori del summit, spera anche che la Food and Drug Administration – l’agenzia Usa responsabile della sicurezza dei farmaci – regolamenti quanto prima e in modo responsabile il settore. «È fondamentale per evitare una paralisi – dice Siegel –, la mancanza di finanziamenti federali, infatti, ha provocato un forte coinvolgimento dei singoli Stati nel sovvenzionare la ricerca. Ma ogni Stato ha le sue regole. È importante invece che ciascun laboratorio riceva le stesse linee guida da Washington».
Al summit erano presenti anche rappresentanti delle società farmaceutiche, come la Baxter e la Pfizer, che hanno messo in evidenza l’interesse dei privati per la sperimentazione di nuovi medicinali su tessuti sviluppati in provetta anziché sui pazienti – un metodo che renderebbe l’approvazione di nuovi farmaci da parte della Food and Drug Administration meno costosa e più veloce. «Penso che la quantità di denaro privato in arrivo nel settore delle staminali, grazie alle scoperte degli ultimi mesi, sia uno dei dati più sorprendenti di questo convegno – ha commentato Siegel –, siamo agli inizi di un’industria che potrebbe raggiungere i 500 miliardi di dollari nei prossimi 10 o 20 anni, e gli investimenti sono già partiti a pieno ritmo».
Segnalato da IlMascellaro
La libertà è il bene più prezioso, ma continua ad essere molto spesso un desiderio irrealizzato: deve esserci libertà per i tibetani, come per gli islamici e per i cristiani. Non è ammissibile che delle persone siano perseguitate, torturate, massacrate per la loro concezione religiosa. Interessante questa intervista de Ilsussidiario a Geninazzi, giornalista di Avvenire:
«Cristianofobia: ingerenza umanitaria. Subito»: questo l’invito perentorio che il quotidiano dei vescovi Avvenire ha lanciato domenica con un editoriale a firma Luigi Geninazzi. Un appello forte e concreto lanciato soprattutto all’Europa, perché prenda provvedimenti non solo verbali contro le persecuzioni dei cristiani in vari Paesi del mondo. Per capire più a fondo il significato di questa richiesta, ilsussidiario.net ha raggiunto l’autore dell’editoriale.
Geninazzi, pensavamo fino a poco tempo fa che il vero problema dei cristiani fosse l’emarginazione del cristianesimo nell’occidente secolarizzato: perché ora ritorna invece il problema delle persecuzioni?
Bisogna dire che il problema dell’Occidente rimane, anche se sotto la spinta di Benedetto XVI la situazione si è sostanzialmente ribaltata: il confronto con il messaggio cristiano è divenuta una questione centrale per il pensiero occidentale, e l’ultimo viaggio del Papa a Parigi lo ha dimostrato chiaramente. Quel che accade fuori invece ci coglie realmente impreparati. L’evoluzione dei fatti dopo l’11 settembre è stata sia in direzione di un terrorismo che ha colpito l’America e l’Europa, ma poi sempre di più si è curvato sui cosiddetti “crociati” e ha preso accentuazioni sempre più fortemente religiose. Basta vedere gli ultimi messaggi di Al Qaeda. Quelle però sono parole; i fatti sono che nei paesi islamici, nel Medio Oriente e anche nei paesi arabi che un tempo si pensavano rispettabili, come l’Indonesia, la Malesia, e perfino in Algeria, i cristiani sono nel mirino.
Non stiamo dunque parlando del generico attacco contro l’Occidente: sono i cristiani locali i veri perseguitati.
È proprio questo l’elemento di cui dobbiamo renderci conto. Era comprensibile che nello scontro originatosi dall’11 settembre venissero coinvolti i cristiani europei e più particolarmente certo fondamentalismo protestante americano. Quello che non ci si aspettava invece è che nel mirino potessero finire i cristiani locali, i cristiani arabi. La situazione dell’Iraq è al tempo stesso emblematica e paradossale: i Caldei c’erano prima che arrivasse Maometto, eppure sono ugualmente considerati una quinta colonna dell’America.
Oltre all’Iraq, in quali altri Paesi questa situazione si è manifestata maggiormente? Negli ultimi mesi si è parlato molto della situazione in India.
L’India è un caso a parte, dove ci sono altre motivazioni di carattere politico-sociale. Il caso classico per capire questa pericolosa inversione di tendenza è invece proprio quello dei paesi arabi, dove il cristiano è sempre stato rispettato, perché visto come un ponte verso l’Occidente; ora invece è considerato un nemico. Questo naturalmente non accade solo in Iraq, ma anche in Palestina, dove fino a tre o quattro anni fa questo atteggiamento non c’era mai stato. A Gaza ci sono da vent’anni scuole di cristiani, non solo rispettate ma anche frequentate da bambini arabi: ora sono state prese di mira più volte nell’arco di un anno. Sono questi i fatti che ci spaventano, perché il dialogo è caduto, e questa per il cristiano locale, arabo o indiano, è una grandissima sfida. Per noi invece la sfida è come reagire di fronte a questa situazione: non limitiamoci a deplorare, perché siamo interpellati direttamente.
Tramite l’editoriale di domenica Avvenire lancia anche una proposta concreta: applicare il concetto di ingerenza umanitaria alle persecuzioni dei cristiani. Cosa significa?
Faccio un esempio partendo da un’agenzia che ho letto stamattina: in vista dell’appuntamento di fine mese tra Unione europea e India, di cui ho parlato nell’editoriale, l’Ue sta alzando la voce in merito ad alcuni problemi sul commercio dei prodotti alcolici; inoltre l’Ue pare abbia intenzione di porre al centro il problema dello sfruttamento del lavoro minorile. Quello che chiediamo è che semplicemente, oltre a questi temi sicuramente importanti, venga messo sul tavolo anche il discorso del rispetto dei cristiani. Sarebbe una giusta ingerenza umanitaria: così come ponendo il problema del lavoro minorile l’India non può solo rispondere “sono affari nostri”, allo stesso modo e ancor di più la sorte dei cristiani non è solo “affare loro”. Un ministro dell’Unione europea, anche se laico, deve porsi questi problemi, e sapere che rappresenta un continente con radici cristiane.
Perché questa sorta di indifferenza da parte dell’Europa per le persecuzioni contro i cristiani, mentre le discriminazioni verso altre religioni sono così ben monitorate?
Qui il terreno è delicato, ma bisogna pur dire le cose come stanno. L’antisemitismo va sempre combattuto, perché ci sono sempre pericolosi focolai. Però onestamente non mi pare si possa parlare di un antisemitismo dilagante e crescente. Su Le Figaro di sabato c’era un’intervista al presidente del comitato rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia in cui denunciava l’antisemitismo crescente: l’unico esempio che riportava era un’aggressione subita qualche settimana fa da tre ragazzi. Un episodio sicuramente grave e da condannare senza riserve; ma comunque imparagonabile alla quantità di sacerdoti e i laici uccisi solo in Iraq. Mentre ebrei e islamici hanno i centri di osservazione per le discriminazioni che fanno giustamente opera di monitoraggio su violenze e discriminazioni, i cristiani non hanno organi “laici” che verifichino questa situazione. Invece è una cosa che andrà fatta, e presto, perché quelli di cui stiamo parlando non sono affatto casi isolati.
Ho appena scoperto che domenica 5 ottobre nella mia regione ci sarà un referendum sul piano paesaggistico.
L’argomento merita una breve riflessione.
Quando si insediò il nuovo governo regionale della Sardegna , quattro anni fa, il primo provvedimento fu quello di sospendere per un anno l’edilizia regionale con la promessa di un piano paesaggistico che avrebbe rimesso le cose a posto.
In realtà siamo alla vigilia delle nuove elezioni regionali e il piano paesaggistico, nel frattempo approvato, ha avuto il solo risultato di bloccare l’edilizia in moltissimi comuni e in molte zone della sardegna, con notevoli e gravi ripercussioni in tutti i settori dell’economia isolana.
Ora sono state raccolte le firme necessarie per un referendum che abroghi questo nefando piano paesaggistico.
Con questo referendum si chiede di abrogare l’attuale insostenibile piano paesaggistico e di tornare alla vecchia normativa che era quella comune a tutte le regioni della Penisola.
Mi pare ragionevole e quanto mai opportuno partecipare a questo referendum con un SI’ in modo da restituire alal sardegna quelle possibilità di lavoro e di sviluppo mortificate dall’attuale governo regionale.
Leggi anche:
Sardegna: un referendum per lo sviluppo
Altre notizie qui, qui, qui, qui e qui
… tratti da Affermazione e ricerca di senso di Felice Nuvoli:
L’educazione è (…) da comprendere come la promozione di un corretto rapporto tra natura e cultura, tra struttura e storia, tra dimensione personale e dimensione sociale. (pag. 18)
L’uomo e il mondo non sono semplicemente posti l’uno accanto all’altro e neppure opposti l’uno all’altro come due zone separate. (…) Grazie all’uomo il mondo prende una forma nuova, ricostruisce,ma anche, talvolta simultaneamente, si deforma e si scompone. (pag. 20)
Con la chiarezza che contraddistingue sempre i suoi interventi, il Presidente della Cei Card. Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente ha spiegato qual è la posizione dei vescovi italiani in merito a una legge sul fine vita: dopo la sentenza della Cassazione sul caso di Eluana Englaro, secondo la quale la donna in stato vegetativo può essere lasciata morire di fame e di sete, è necessario tutelare e rafforzare alcune garanzie messe in pericolo proprio da quella sentenza.
Ci si aspetta innanzitutto che la futura legge riconosca “valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita”. Una normativa quindi che permetta di dichiarare anticipatamente il proprio consenso o meno a trattamenti sanitari, un consenso da far valere quando non si è in grado di esprimerlo direttamente, al momento necessario, magari perché ci si trova in stato di incoscienza, dopo un incidente o per una malattia.
Per essere valido deve innanzitutto essere espresso in modo chiaro e senza possibilità di equivoci: in forma scritta e certificata, quindi, per evitare improbabili ricostruzioni a posteriori di “volontà presunte” del malato dai suoi “stili di vita”, come abbiamo letto nella sentenza per Eluana Englaro. Ma soprattutto la persona dovrà esprimere un vero consenso informato: niente modulistica o prestampati da compilare, quindi, e neppure dichiarazioni astratte e generiche del tipo “in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante chiedo di non essere sottoposto a nessun trattamento terapeutico”, come recitano modelli di testamento biologico pubblicizzati di recente nel nostro paese. Un vero consenso informato presuppone informazioni chiare e circostanziate, riferite a situazioni concrete e specifiche, che la persona deve dimostrare di avere compreso bene.
Solo in questo modo dichiarazioni anticipate di trattamento potranno avere peso nel rapporto medico-paziente, quando questo non sia più in grado di dare il proprio consenso nel momento in cui viene richiesto.
Dichiarazioni anticipate solo se all’interno di un rapporto di fiducia con il proprio dottore, che quindi ne dovrà sicuramente tenere conto ma che non sarà obbligato ad eseguire: il medico non potrà che agire in scienza e coscienza nell’esercizio della sua professione, che prevede il dovere di prendersi cura dei propri pazienti, innanzitutto non abbandonandoli.
In quest’ottica, ovviamente, alimentazione ed idratazione rimangono sostegni vitali, indipendentemente dalle modalità di somministrazione – autonoma o con supporti esterni come il sondino naso-gastrico con cui viene nutrita Eluana, tanto per spiegarci: non essendo trattamenti sanitari, non saranno oggetto dell’articolato della futura legge, e la loro sospensione non potrà essere prevista.
Libertà nel curare e nell’essere curati, in un rapporto di fiducia fra chi cura e chi viene curato: questo lo spirito della futura legge sul fine vita auspicata dal presidente della Cei, e da noi condiviso.
Assuntina Morresi
Solo uno dei tanti modi con cui il potere cerca di «braccare» bambini e ragazzi: questo, secondo Antonio Socci, è ciò che accade quando certi maestri riversano sugli alunni le loro proteste politico-sindacali. E,
quel che è peggio, è che in tutto questo dimenticano completamente quella che dovrebbe essere la loro missione educativa: essere dei padri.
Socci, sono in tanti a parlare di emergenza educativa: anche chi fa occupazioni e inscena proteste bizzarre dice di agire per difendere l’importanza della scuola e dell’educazione dei giovani. Come distinguere tra chi ha veramente a cuore l’emergenza educativa e chi invece la utilizza come pretesto?
Di cosa hanno bisogno i nostri figli?
La scuola però è diversa dall’ambito familiare: come fare a realizzare anche in classe, tra insegnanti e studenti, quello stesso rapporto di paternità?
Pensare a insegnanti come padri che danno tutto per educare i ragazzi sembra veramente in contrasto con l’immagine di maestri e professori, come vediamo in questi giorni, che coinvolgono gli studenti nelle loro proteste: non è un vero e proprio venire meno a quella paternità di cui lei parla?
Da un punto di vista culturale le occupazioni e certe proteste sindacali sono ancora un retaggio ultimo è un po’ stanco del Sessantotto…
Quali sono, in questa situazione, le responsabilità della politica?
