Alcuni ricercatori del californiano Salk Institute hanno creato cellule staminali pluripotenti “indotte” o
“riprogrammate”, con un nuovo metodo di efficacia senza precedenti, a partire da un singolo capello umano.
I primi successi di Shinya Yamanaka in questo campo già avevano avuto un’enorme risonanza, portando a un’inversione a U globale nella ricerca sulle staminali.
Finora la tecnologia era imperfetta, ma il nuovo metodo riprogramma le singole cellule con un tasso di successo 100 volte maggiore, e non potrebbe essere meno invasivo: serve solo un capello.
Queste cellule acquistano le stesse caratteristiche di quelle embrionali, e sono destinate a rimpiazzarle completamente nella ricerca medica; vediamo perché.
Una terapia basata sulle embrionali significherebbe che le cellule devono essere trapiantate nel paziente, una cosa resa impossibile dalla reazione di rigetto; d’altra parte le cellule riprogrammate non danno alcun rigetto.
Le sole embrionali che non causerebbero rigetto sarebbero quelle prodotte dalla clonazione umana “terapeutica”, una tecnologia ancora inesistente.
Anche se la clonazione fosse raggiunta, questa richiederebbe procedimenti invasivi come l’estrazione di un ovulo, mentre per fare le pluripotenti riprogrammate basta un capello: non c’è confronto.
Soprattutto, per la clonazione “terapeutica” si dovrebbe creare un embrione per poi distruggerlo, mentre le cellule riprogrammate sono perfettamente etiche.
Ora che queste cellule si possono produrre in massa, la ricerca sulle staminali embrionali è condannata.
Davanti alla grande confusione, alle reciproche accuse di mentire è un po' difficile per chi non conosce la situazione delle Università capire cosa stia succedendo. Certo alcune scelte disastrose degli ultimi tempi in fatto di corsi di Laurea (il famigerato 3+2) aggravavano la situazione di un'Università da tempo in crisi, soprattutto per la dimenticanza della propria finalità; ma ora è un po' difficile avere un'idea chiara di come stiano veramente le cose, visto che si insinua il dubbio che l'interlocutore dica solo bugie.
Davanti a questo che fare? Secondo me occorre ripartire dai luoghi in cui c'è ancora un po' di positività: dove studenti e docenti vivono l'Università in modo proficuo. Ecco perchè mi è piaciuto l'articolo del Prof. Giancarlo Cesana che si conclude con queste proposte incoraggianti anche se richiedono sacrificio (come ogni cosa che valga la pena di perseguire):
Nell’università italiana ci sono esperienze di comunità, insegnamento e ricerca dove si impara non solo a studiare, ma a vivere. Si impara cioè una cultura, che è la vera anima della scuola, che è libera e non di Stato, non solo perché, come vediamo, lo Stato non può darla, ma perché è meglio che non la dia. Bisogna che i protagonisti di queste esperienze amino la loro libertà, non cedano alla tentazione di delegarla ad altri o a un ribellismo impotente che cerchi di bruciare le tappe. E’ responsabilità degli studenti che non vogliono perdere il tempo – che è della vita e non dell’università – e soprattutto dei docenti che vogliono essere tali, ovvero propositivi della positività di conoscenza e tradizione che li sostiene. Al punto in cui siamo, per ricostruire ci vorranno anni, se non decenni. D’altra parte, la politica, se vuole concorrere allo sviluppo pacifico, non può essere che democrazia e compromesso. Gridare per le strade o sui binari della ferrovia, ora, non serve più.
Mi pare degna di nota quest'analisi di Angelo Panebianco sul Corriere di oggi e, in attesa di avere il link, trascrivo il tutto:
La manifestazione di sabato scorso ha dato a Veltroni una rinnovata forza politica. È sperabile che egli se ne serva per sottrarsi alla trappola in cui sindacati e proteste studentesche, ma anche Berlusconi, lo hanno fin qui sospinto. La trappola consiste nel fare del Partito democratico il campione del «cartello dei no», di una coalizione di interessi che difende lo status quo in settori come la scuola o il pubblico impiego. Per il fatto che impiegati pubblici e insegnanti rappresentano una parte rilevante della constituency elettorale del Partito democratico, del bacino da cui provengono i suoi voti, l'attivismo del governo in quei settori crea obiettivamente un serio problema a Veltroni. Ma l'arroccamento, il «no» ad ogni provvedimento, spiegabile con la condizione di debolezza in cui l'opposizione si è trovata dopo le elezioni, rischia di diventare suicida. Due ministri in particolare, Brunetta (Pubblica amministrazione) e Gelmini (Istruzione), stanno toccando importanti santuari elettorali del Partito democratico. Ciò spiega l'astio nei loro confronti degli esponenti di quel partito e dei suoi giornali d'area (Il Riformista escluso). Tanto più che i due ministri si muovono in un modo insidioso per i difensori dello status quo. Non hanno fatto l'errore di proporre l'ennesima «Grande Riforma» della pubblica amministrazione o della scuola. In Italia le Grandi Riforme non portano da nessuna parte, finiscono con un buco nell'acqua. Brunetta e Gelmini si sono mossi invece pragmaticamente, mettendo in fila un provvedimento dopo l'altro. Questo modo di procedere è insidioso per gli oppositori perché rende difficile dire sempre no. Si può contestare un provvedimento o l'altro ma si diventa poco credibili se li si contesta tutti.
L'accresciuta forza politica di Veltroni dovrebbe aiutarlo a riprendere un cammino (prefigurato in campagna elettorale) teso a fare del Partito democratico una vera forza riformatrice. In materia di pubblica amministrazione come di scuola ciò può solo significare assumere posizioni davvero indipendenti da quelle del sindacato. Sulla scuola, ad esempio, la difesa sindacale della «quantità» (tanti insegnanti mal pagati) a scapito della qualità non dovrebbe più trovare, come fin qui è stato, l'appoggio del maggior partito di opposizione. Il che significa che il confronto con il governo dovrebbe spostarsi dal tema della quantità (no ai tagli, sempre e comunque) a quello della qualità (idee per migliorare la qualità dell'insegnamento). Né le cose dovrebbero andare diversamente nel caso dell'Università. Non siamo al '68. Gli studenti occupanti godono dell'incoraggiamento aperto di quella parte della docenza che non desidera un uso più responsabile dei soldi pubblici. Alcune delle Università più virtuose ed efficienti si sono già smarcate dalla protesta. Se il governo avrà su questo punto un ripensamento (magari anche spronato in questo senso dall'opposizione) ed eviterà l'errore di tagliare i fondi in modo uniforme, mettendo sullo stesso piano gli atenei efficienti e quelli inefficienti, se procederà premiando i primi e punendo i secondi, assisteremo finalmente a un bello scontro frontale (il Paese ha solo da guadagnarci) fra la buona Università e quella cattiva.
Si tratti di scuola, di pubblica amministrazione o di università, il Partito democratico deve dunque ricalibrare la sua azione. Le proposte di riforma (in dieci punti) appena avanzate dal Pd in materia di istruzione sono ancora troppo generiche (è facile dire che si vuole premiare il merito; il difficile è farlo) e sembrano, più che altro, un mezzo per fare fuoco di sbarramento contro la Gelmini. Più di proposte generiche servirebbe, da parte del Pd, un serio ripensamento sui problemi dell'università e della scuola. Per esempio, ci vorrà pure, prima o poi, una pubblica spiegazione sul perché, a suo tempo, Luigi Berlinguer, ministro dell'istruzione del primo governo Prodi, venne bruciato, fatto fuori, quando tentò di introdurre (contro i sindacati) un po' di meritocrazia negli avanzamenti in carriera degli insegnanti. Riflettere sugli sbagli del passato è l'unico modo per non ripeterli in futuro. E per non trovarsi (di nuovo) a marciare accanto a chi difende cause indifendibili.
Il decreto Gelmini*, oggi trasformato in legge, non è una vera e propria riforma perché sappiamo che il maestro prevalente sarà affiancato dal maestro di inglese e di religione e gli altri maestri saranno utilizzati per il tempo prolungato. Quanto poi al voto di condotta, mi chiedo perché debba essere osteggiato se ha permesso alla scuola di funzionare dignitosamente fino a nove anni fa; mentre l'obbligo a non cambiare i libri di testo per cinque o sei anni mi pare un aiuto non indifferente alle famiglie che non hanno soldi da sprecare; per non parlare dell'insegnamento di Educazione civica che dovrebbe davvero essere curato in mezzo al dilagare della prepotenza e strafottenza di molti ragazzi che credono di fare i bulletti.
Mi auguro perciò che una vera riforma venga realizzata e leggo oggi che c'è in cantiere qualcosa di interessante, come si può vedere in questo articolo di Tempi:
Il decreto Gelmini era solo un aperitivo. La vera rivoluzione della scuola cova in un progetto di legge firmato Valentina Aprea. Che non piacerà affatto ai paladini della mediocrità...
Ce n’est qu’un debut. Cioè il bello deve ancora venire. Il contestatissimo decreto Gelmini, infatti, contiene solo alcune misure
urgenti, necessarie per far fronte alle distorsioni più gravi del sistema d’istruzione. Ma la vera rivoluzione si aggira silenziosa nei meandri della Camera, sotto le spoglie della proposta di legge 953, recante “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”, proposta dal presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, Valentina Aprea. Scuole trasformate in fondazioni, risorse distribuite secondo il principio “i soldi seguono gli studenti”, carriera per i docenti, albi regionali degli insegnanti e un contratto ad hoc per la categoria: quando la 953 sarà approvata, la scuola italiana non sarà più quella che abbiamo sempre conosciuto. Vediamo perché.
Autonomia degli istituti scolastici. È la madre di tutte le riforme. Basta col papocchio postsessantottino dei Consigli d’istituto, parlamentini scolastici che giocano alla finta democrazia mentre le decisioni che contano rimangono saldamente nelle mani di viale Trastevere: dando piena attuazione al titolo V della Costituzione (riscritto, per chi avesse la memoria corta, dal fu governo D’Alema), le scuole verranno affidate a veri e propri consigli di amministrazione, responsabili in tutto e per tutto della gestione degli istituti e dell’amministrazione dei fondi che lo Stato affiderà loro. Composizione dei Consigli? Una novità inaudita nel monolitismo dello Stato italiano: ciascun Consiglio, di «non più di undici membri», «delibera il regolamento relativo al proprio funzionamento, comprese le modalità di elezione, sostituzione e designazione dei suoi membri». Tradotto: non sarà il ministro a decidere se in tutte le scuole della Repubblica dovranno esserci due o tre insegnanti, due o tre genitori, due o tre bidelli, con le relative infinite discussioni che negli anni passati hanno bloccato ogni iniziativa analoga; ma ciascuna scuola valuterà la composizione del proprio Consiglio, che potrà comprendere anche «rappresentanti delle realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi». Come a dire: siete maggiorenni, siete in grado di valutare da soli quale sia l’assetto più funzionale. E magari di cambiarlo, in tempi ragionevoli, senza attendere quelli biblici del Moloch di viale Trastevere. Accanto al Consiglio di amministrazione, il Collegio dei docenti, che si dota da sé di un regolamento che ne determini il funzionamento, e un «nucleo di valutazione dell’efficienza, dell’efficacia e della qualità complessive del servizio scolastico», composto da «docenti esperti» e anche da «membri esterni». Anche qui la composizione è lasciata alle singole scuole. Chissà se sapranno usare bene tutta questa libertà? E chissà se gli insegnanti troveranno il modo di lamentarsi anche di questa?
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* Il testo della legge qui
Domenica 26 e lunedì 27 ottobre Rai uno ha trasmesso la miniserie in due puntate Einstein, diretta da Liliana Cavani. Nonostante il discreto successo, (domenica sera
la fiction è stata vista da oltre 5 milioni di telespettatori), la serie sembra non aver regalato al pubblico un ritratto autentico della figura di Albert Eistein, scienziato che ha segnato in modo indelebile e determinante il pensiero scientifico del secolo scorso, privilegiando gli aspetti privati della sua esistenza a discapito del grande contributo che il genio ha dato alla ricerca scientifica. Silvio Bergia, docente di Relatività e filosofia della fisica all'Università di Bologna e massimo studioso italiano della storia di Einstein, spiega a ilsussidiario.net le lacune della fiction.
La miniserie Einstein diretta da Liliana Cavani è stata un'occasione mancata per raccontare l'esperienza della ricerca scientifica. E' d'accordo con questo giudizio?
Direi che sono abbastanza d'accordo. La fiction non è riuscita a far emergere la figura di Einstein nel suo complesso. Nutro grande stima per la regista Liliana Cavani, ma l'impressione è che si tratti davvero di un'occasione sprecata per raccontare l'esperienza vissuta della ricerca scientifica
Come valuta la scelta di mettere in secondo piano gli aspetti scientifici e di concentrare la sceneggiatura prevalentemente sulle vicende familiari dello scienziato? Riscontra evidenti imprecisioni e omissioni?
Capisco che sia importante fare un film sugli aspetti umani di un personaggio di rilievo. Tuttavia, nel caso di una figura così importante come Einstein questo non avrebbe dovuto essere messo in primo piano. Gli aspetti scientifici sono stati trattati e affrontati in maniera superficiale, con anche alcuni errori. Ad esempio, nel corso della prima puntata ad Einstein sono state fatte pronunciare alcune frasi risalenti al 1905, che in realtà non sarebbero mai uscite dalla bocca dello scienziato, o che comunque non erano corrispondenti al momento storico. E' emersa anche una certa superficialità nello spiegare certi fenomeni, come nello spezzone in cui il personaggio di Einstein spiega al bambino l'effetto di deviazione luminosa dovuta alla massa. Chi realizza un film sulla vita di un personaggio così importante dovrebbe prima dedicarsi a una ricerca meticolosa. Potrebbe così evitare di incorrere in un tipico luogo comune: la maggior parte delle persone tende a pensare che Einstein nella vita non abbia fatto altro che occuparsi di relatività; questo non è vero ed è assolutamente fuorviante. Nella fiction viene fatto solo un breve accenno al fatto che Einstein abbia ricevuto il Nobel non per la relatività, ma per altri meriti scientifici. Non si è abbastanza evidenziato il fatto che è stato uno scienziato attivissimo in molteplici branche della fisica: dalla meccanica statistica, alla fisica quantistica.
Come le è sembrata la parte relativa al coinvolgimento di Einstein nella vicenda dell'atomica e nel movimento pacifista?
Mi è sembrato uno degli aspetti meglio riusciti della fiction, anche se quando l'amico e collega Leo Szilard si presenta da Einstein per convincerlo a scrivere una lettera al Presidente Roosvelt sembra quasi si tratti di un’attività di spionaggio. Le sue posizioni, inoltre, sono presentata in maniera non corrispondente alla realtà: non mi era mai capitato di sentire che Albert Einstein scendesse per strada e prendesse parte a manifestazioni e cortei. Globalmente, tuttavia, mi sembra che la miniserie abbia rispettato gli atteggiamenti di Einstein, che, anche se di volta in volta possono essere stati i più diversi, non hanno mai mancato di coerenza. E questa coerenza è stata riportata con un certo grado di fedeltà anche nella fiction. La vita di Einstein sembra presentare incongruenze: prima di manifestare per la pace scrive la lettera al presidente che poi metterà in moto il progetto Manhattan; ma d’altra parte lo scienziato era fermamente convinto di star facendo qualcosa per salvare la Germania dai nazisti. Il film, in questo senso, non distorce la realtà.
Andando oltre la fiction, cosa può dirci della personalità e del lato umano di Albert Einstein?
Senz’altro dal punto di vista scientifico Einstein è stato presentato come il più l’illustre fisico teorico del XX secolo. Dal punto di vista umano, ha rivelato un atteggiamento di fondo di coerenza e di onestà intellettuale in tutti gli aspetti. Per ciò che riguarda Einstein padre e marito, la fiction non fa sconti, mettendo in luce i forti contrasti con la moglie Mileva e il difficile rapporto con i due figli. Questo non toglie comunque nulla alla sua statura complessiva.
Cos’è importante e interessante oggi conoscere della visione del mondo del grande scienziato?
Distinguendo l’apporto sul piano scientifico dall’apporto di idee, dal primo punto di vista si segnala la lungimiranza di Einstein rispetto ai tempi. Poi, come può accadere fatalmente nel corso della vita, maturando e invecchiando di colpo si è trovato indietro rispetto ai nuovi sviluppi della scienza. Einstein ci ha lasciato in eredità un grande modo di vedere e “sentire” il mondo: mi riferisco alla religiosità in Einstein. Una religiosità legata alla natura. Quando il rabbino chiede ad Einstein se crede in Dio, lo scienziato risponde che crede in una divinità che non si manifesta nelle vicende degli uomini, ma nell’armonia della natura. Si tratta di un messaggio sicuramente di grande valore.
Cosa consiglierebbe di leggere per conoscere la figura e l’opera di Einstein?
Consiglio il fascicolo monografico relativo ad Einstein della serie “I grandi della scienza”, della rivista “Le Scienze”, anno I, n. 6, dicembre 1998, oppure i Collected Papers di Einstein. La migliore biografia di Einstein che sia apparsa in versione italiana è di Abraham Pais, "Sottile e` il signore - La scienza e la vita di Albert Einstein", Boringhieri, Torino, 1986.
Il Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche di giovedì
23 ottobre non ha votato alcuna forma di sospensione della didattica come invece appare in alcuni quotidiani nazionali. Al contrario, docenti e rappresentanti degli studenti hanno votato all’unanimità una mozione che auspica che «si sensibilizzi maggiormente il corpo studentesco e l’opinione pubblica (...) per evitare che prevalga l’immagine degli atenei come campi di battaglia».
Negli ultimi due giorni c’è stata una raccolta di firme a Scienze Politiche. Si tratta di una petizione contro qualunque forma di sospensione della didattica, nella speranza che i mezzi di informazione dicano ciò che sta accadendo veramente in università. Risultato: 1025 firme raccolte in due giorni. Ci chiediamo allora: perchè vale di più lo sparuto gruppo di chi vuole interrompere le lezioni? (Si tratta infatti di 18/20 studenti iscritti a questa facoltà: tutti gli altri vengono da fuori). C’è forse un “doppio fine” nel far credere che la protesta stia montando?
All’università chi ci pensa? Paradossalmente a fare le spese di questa situazione è proprio l’università. Chi vuole veramente lavorare a una riforma del sistema viene sistematicamente censurato.
(Lista aperta Obiettivo Studenti di Scienze Politiche, Milano)
Fonte
Una certa mitologia ideologica che sta alimentando lo sciopero del 30 e che viene ad arte replicata nelle manifestazioni degli studenti, afferma che i tagli alla scuola pubblica sono fatti per finanziare la scuola privata. Ma non è così. Nel “Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2009 e il bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011” la voce complessiva riguardo l’istruzione è aumenta di 656milioni di euro: all’istruzione primaria andranno oltre 242milioni di euro in più, all’istruzione secondaria di primo grado 228milioni di euro in più, all’istruzione secondaria di secondo grado 395milioni di euro in più. Invece, il capitolo di bilancio riguardo l’istituzione scolastica non statale passa dai 535milioni e 318mila euro del 2008 ai 401milioni e 924mila euro per le previsioni del 2009, ovvero 133milioni e 393mila euro in meno. Inoltre, la voce “istruzione non statale” prevede per il 2010 una cifra pari a 406milioni e 121mila euro e per il 2011 la cifra di 312milioni e 410mila euro
C’è da precisare inoltre che la riduzione non riguarda le scuole medie e superiori, ma la scuola materna e la scuola elementare, livelli di scuola che hanno sempre ricevuto fondi statali. Sono scuole gestite da ordini religiosi o cooperative di famiglie, situate nei quartieri periferici e nei paesi a cui molte famiglie “del popolo”, spesso poco abbienti, mandano i figli perché sanno che vengono assicurati nello stesso tempo un’educazione ricca di ideali ed un alta qualità di insegnamento. Accolgono infatti ben 531.258 bambini su 1.652.689 della scuola dell’infanzia e 196.776 su 2.820.150 bambini della scuola primaria. Determinate è il loro contributo al buon livello qualitativo raggiunto dalla scuole materne ed elementari italiane, sancito dalle inchieste internazionali.
Tuttavia, alla faccia della parità giuridica sancita dal ministro Berlinguer, non solo non si mette in programma di garantire l’effettiva libertà delle famiglie di scegliere le scuole paritarie attraverso detrazioni e deduzioni fiscali, ma le si vuole affossare definitivamente attraverso questi tagli di fondi che costringeranno le scuole ad aumentare le rette aggravando ulteriormente la situazione delle famiglie o addirittura a chiudere.
La legge 133/08 impone di ridurre il debito pubblico nazionale senza ricorrere all’aumento della pressione fiscale, rispettando così gli accordi internazionali e quindi i tagli anche per il comparto dell’istruzione sono inevitabili. Tuttavia, ogni ministero può decidere liberamente come effettuare i tagli ed è quindi ancora possibile correggere questa scelta, tanto più che il taglio medio imposto dal Ministero del tesoro a ogni ministero è del 10%, mentre i tagli previsti per la scuola libera sono del 25-30%!Per questo 40 deputati della maggioranza hanno firmato un emendamento che propone di effettuare riduzioni di spesa del Ministero della pubblica istruzione in settori meno strategici. Sono pronti a votarlo anche molti deputati dell’opposizione, consci che si tratta di battaglia bipartisan di tante famiglie per la difesa della “biodiversità” della scuola italiana. Chi, sia nel mondo cattolico che in quello laico si astiene dal prendere posizione, sia conscio di collaborare all’ulteriore desertificazione della scuola italiana, per il male di tutti.
di Enrico Negrotti
Tratto da Avvenire del 26 ottobre 2008
Un ragionevole compromesso, che recupera la necessità di un impegno forte del medico al senso della sua professione nella tutela del paziente, ma che presenta ancora tracce di alcune valutazioni ideologiche, eredità della bozza originaria da cui, a febbraio, era partita la discussione.
È il senso del testo su «Etica e deontologia di inizio vita» approvato all’unanimità dal consiglio nazionale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo) che si è svolto ieri a Ferrara, ospite dell’Ordine provinciale presieduto da Bruno Di Lascio. Abbastanza soddisfatto il presidente Fnomceo Amedeo Bianco, che ha parlato di «valutazione deontologica condivisa, pur con qualche intoppo» e di «riflessione preziosa per favorire il dialogo». «Si è cercato un punto di equilibrio nell’alleanza terapeutica - aggiunge Valerio Brucoli (Ordine di Milano) - nella condivisione della clausola di coscienza».
Di particolare rilievo nei quattro argomenti affrontati dal documento Fnomceo (pillola del giorno dopo, procreazione assistita, aborto, rianimazione dei neonati pretermine) sono i richiami ad articoli del Codice di deontologia medica. E infatti i commenti per lo più soddisfatti di alcuni presidenti di Ordini provinciali (Bologna, Piacenza, Nuoro, Reggio Emilia, Cagliari, Sassari, Ancona, Ferrara) vedono proprio nella ricerca dell’equilibrio e nel rispetto della deontologia i maggiori pregi del documento approvato.
Per quanto riguarda la pillola del giorno dopo, i lavori della giornata di studio di venerdì hanno confermato che la natura di semplice contraccettivo non ha i caratteri di evidenza scientifica fuori da ogni ragionevole dubbio. Pertanto si ammette il diritto a ricorrere alla clausola di coscienza (e scienza, aggiunge il documento Fnomceo) secondo quanto previsto dall’articolo 22 del Codice deontologico, che obbliga il medico solo a fornire «ogni utile informazione e chiarimento»; anche se il documento continua in modo ambiguo - con l’indicare che va tutelato l’accesso alla prescrizione. Ben diversa era la bozza originaria che sottolineava che l’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco lo definisce solo come contraccettivo di emergenza.
Sulla procreazione medicalmente assistita la Fnomceo si era pronunciata negativamente al tempo dell’approvazione della legge 40, contestando l’intromissione nella libertà di scelta terapeutica del medico. Nell’attuale fase di passaggio - attesa per il pronunciamento della Corte Costituzionale e revisione delle Linee guida - la Fnomceo non fa che ribadire la propria posizione, richiamando l’articolo 44 del Codice deontologico, che contiene tra gli altri il significativo «divieto di ogni pratica ispirata a fini eugenetici». Resta peraltro nel testo il richiamo al «diritto all’autodeterminazione» della donna che sembra dimenticare che nella fecondazione assistita i soggetti in gioco sono almeno tre (madre, padre e nascituro). Riguardo all’attuazione della legge 194, scontano l’approccio ideologico i tradizionali richiami alla bontà della legge per avere prodotto la scomparsa dell’aborto clandestino e la drastica riduzione delle interruzioni di gravidanza (calcolo in realtà molto complesso a seconda dei parametri di riferimento, e in ogni caso numero abbastanza stabile negli ultimi anni). Ma va osservato che il testo approvato non ritiene più «opportuno» che si perfezioni l’introduzione in Italia della pillola RU486, e chiede che «qualora le autorità sanitarie» dovessero adottarla, sia mantenuto «il più rigoroso rispetto dei criteri e delle procedure» della 194. E, altro punto significativo, dal documento finale è scomparso il riferimento all’obiezione di coscienza quale «difficoltà organizzativa» per l’attuazione della legge. Quanto infine alla rianimazione dei feti con età gestazionale estremamente bassa, tra le 22 e le 25 settimane, viene opportunamente richiamato il dovere (previsto dalla 194) di intervenire per salvaguardare la vita del feto quando sussiste la possibilità di una sua vita autonoma.
Ovvio il richiamo a evitare l’accanimento terapeutico e significativa la ripresa dell’articolo 37 del Codice deontologico che, a proposito del consenso su minori o interdetti, dice sì di informare e tenere in conto le istanze del tutore, ma aggiunge che «se vi è pericolo per la vita o grave rischio per la salute», il medico «deve comunque procedere senza ritardo e secondo necessità alle cure indispensabili». I genitori vanno informati di tutto, ed è auspicabile il loro consenso, ma questo non è vincolante per l’agire del medico.
Dal congresso di Ferrara un documento sull’«inizio vita» che appare un ragionevole compromesso tra etica dell’alleanza terapeutica e ideologismi presenti nella bozza originaria
Segnalato da Il Mascellaro
L'emergenza alluvione in Sardegna non è finita; le persone sono ancora in difficoltà perchè la casa non si può ricostruire in due giorni e neppure gli arredi e tutto l'altro...
In questo disastro leggo un comunicato stampa che trascrivo:
Comunicato Stampa
La Spisa: «È carente il DdL per fronteggiare l’emergenza alluvione»
Ad una prima lettura del disegno di legge predisposto dalla Giunta Regionale a seguito dei recentissimi eventi alluvionali, è sorprendente constatare l’assenza totale di una analisi sul grado di efficienza del sistema regionale di protezione civile e, conseguentemente, la mancanza di provvedimenti indirizzati a migliorare, potenziare e riorganizzare il sistema stesso.
La Giunta sembra voler sottolineare soltanto la evidente eccezionalità dell’evento a cui è seguita la dichiarazione di emergenza per calamità naturale e quindi lo stanziamento di 20.000.000 di euro finalizzati al risarcimento dei danni ed alle opere di sistemazione e riassetto idrogeologico.
Ci sembra, tra l’altro carente l’elenco dei comuni interessati dall’alluvione. Le cronache di queste ore hanno mostrato a tutti noi l’esistenza di danni in molte zone non ricomprese nel disegno della Giunta.
Crediamo, davvero, che sia troppo poco di fronte alla gravità di quanto è accaduto.
Crediamo soprattutto che non possano essere ignorate le forti critiche rivolte al piano dei soccorsi ed alla organizzazione e coordinamento delle tante forze che individualmente hanno fatto il possibile, ma nei fatti non sono riuscite a fronteggiare la situazione.
La Sardegna non può restare priva di un moderno “sistema” di prevenzione e di intervento, che valorizzi tutti gli apporti, ma che abbia una guida professionalizzata e dotata di strumenti e tecnologie adeguate.
Cagliari 24 OTT 2008
Credevo che non esistesse un peggio rispetto a come stanno andando le cose sul fronte della difesa della vita e della dignità umana e ora rabbrividisco al ricevere questa notizia tramite la mailing list del neonatologo Carlo Bellieni:
Orrore.
Prof James Tibballs says organs are taken before donors are dead
Un medico australiano sostiene che i soggetti cui vengono tolti gli organi non sono sempre del tutto morti, e autorevoli filosofi così commentano: "potremmo spostarci invece di sottolineare la morte, sottolineare la vera questione: è donare gli organi davvero consistente con le volontà del paziente e lo può danneggiare?" e aggiunge: " Un paziente cui si sta rimuovendo il supporto vitale perché la sua prognosi è gravissima non può essere danneggiato dal donare gli organi (sempre garantendo che non soffra)". "C'è un modo più radicale di incrementare la fornitura di organi. Possiamo abbandonare il principio del donatore morto. Possiamo per esempio permettere che gli organi siano presi da persone che non sono in morte cerebrale, ma che hanno subìto un danno cerebrale così grave che rimarrebero perennemente incoscienti, come terry Schiavo, che sarebbe morta rimuovendo i trattamenti medici".
Insomma la grave disabilità è assimilata alla morte... Ma anche sul NEJM avevano recentemente riportato che "Se la morte avviene come risultato dello spegnere il ventilatore meccanico oppure dell'estrazione di organi, la codizione etica è il consenso informato del paziente o del tutore. Con tale consenso, non c'è danno o male nel prendere organi vitali prima della morte, sempre che venga somministrata anestesia".
Insomma, oggi si va incontro alla sospensione delle cure nel caso di danno cerebrale, e di conseguenza, perché non considerare uno morto quando lo decididamo noi, se se ne può trarre qualcosa di "buono"?
Come già detto, credo sia importante guardare la realtà dei fatti senza distorcerla o cambiarla: la pillola del giorno dopo può provocare un aborto e l'aborto è regolamentato da una legge che deve essere rispettata.
Ecco un passaggio dell'articolo del neonatologo Carlo Bellieni che troverete per intero qui
Lette alcune conclusioni del convegno FNOMCeO,
ci resta un po’ d’amaro in bocca. Che il medico si debba adoperare per la salute dei pazienti è ovvio; ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che, come chiede il Sottosegretario Roccella, nelle discussioni si debba partire dai dati e non dai presupposti. Insomma, la questione della pillola del giorno dopo ci lascia insoddisfatti. Perché? Non è un diritto del paziente quello di essere curato? Certo. Ma ci sono due cose che evidentemente sfuggono. La prima è l’oggetto di cui parliamo: la “pillola” non è un mero anticoncezionale, ma può agire anche a “concezione” avvenuta, impedendo che l’embrione sopravviva (questo lo si legge anche in siti che nulla hanno in contrario alla “pillola”). E questo è un aborto. E deve rientrare nella disciplina della legge 194...
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Leggi anche:
Assolti i medici che non avevano prescritto la pillola del giorno dopo
Occorre essere leali e dipendere dalla realtà: ecco perchè pubblico volentieri uno stralcio dell’intervento tenuto in aula dal Senatore Giuseppe Valditara lo scorso 22 ottobre in cui si spiega, dati alla mano, la reale situazione della nostra scuola elementare, in questi giorni confusamente mitizzata. Un’analisi meticolosa, in cui si fa preciso riferimento anche a quanto emerge dal “Libro bianco” di Fioroni:
«L'Unità» titolava il 24 settembre scorso: «L'OCSE sbugiarda la Gelmini: ottima la scuola elementare». Nel corso dell'articolo si leggeva, però, solo che l'Italia è il Paese che più spende per la sua scuola elementare (6.835 dollari per alunno, contro la media OCSE di 6.252): dunque, «l'Unità» ha scambiato l'eccellenza con il costo, cosicché la scuola elementare sarebbe eccellente in quanto molto costosa; un criterio assai discutibile.
Interessante, per altro, un dato tratto dal Libro bianco di Fioroni, che cito testualmente: «È più alta in Italia rispetto ad altri Paesi, sia per la matematica, sia per la lettura, la percentuale di studenti poveri di competenze (che non raggiungono il livello necessario per svolgere i compiti più elementari)». Ciò non solo con riguardo ai quindicenni. Si legge anche: «analoghe difficoltà si segnalano, infatti, anche per gli studenti di scuola secondaria di primo grado (medie)».
Una rilevazione INVALSI del dicembre 2005 avente ad oggetto studenti di prima media non a caso rilevava che solo uno studente su quattro sapeva calcolare il perimetro di un triangolo (che si dovrebbe imparare alla scuola elementare), due su tre ignoravano la forma di un triangolo rettangolo, uno su tre ha sbagliato addirittura le addizioni con calcoli decimali.
Già questi dati dovrebbero far riflettere chi parla di scuola elementare ottima.
Vi sono però altri dati interessanti. Il TIMSS 2007, che analizza i risultati ottenuti dagli studenti di quarta elementare in matematica, colloca il nostro Paese al quindicesimo posto su 22 Paesi partecipanti al test, dietro Cipro e la Repubblica Moldava, con un arretramento notevole rispetto agli anni Settanta. Ma soprattutto, a fronte di Paesi che hanno il 38 per cento di alunni che raggiungono rendimenti avanzati, l'Italia è fanalino di coda con solo il 6 per cento di studenti con prestazioni di eccellenza. Non diversamente nelle scienze. Se, infatti, Paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone oscillano fra il 12 e il 15 per cento di studenti che hanno livelli avanzati di prestazioni, l'Italia si colloca appena sopra la media con il 9 per cento.
Come sottolineano i rapporti internazionali, la scuola elementare italiana manca di «politiche educative che incentivino l'eccellenza negli studenti».
Con riguardo alla lettura le cose stanno diversamente: siamo all'ottavo posto. Ma se andiamo a leggere la rielaborazione dei dati fatta da Mauro Laeng e da Aldo Visalberghi su analoghe rilevazioni internazionali degli anni Settanta vediamo un arretramento di tre posizioni: negli anni Settanta eravamo al quinto posto.
Che la scuola elementare italiana con il maestro unico fosse fra le migliori d'Europa lo riconosceva esplicitamente l'onorevole Soave del PCI-PDS intervenendo in Aula alla Camera dei deputati in sede di dichiarazione di voto sulla legge che introduceva i tre maestri nel 1990.
Insomma, una prima conclusione è che con i tre maestri, nonostante la enorme lievitazione dei costi, i risultati non sono migliorati anzi sono persino peggiorati. Ciò spiega perché nessun Paese europeo abbia adottato il modulo. In alcuni Paesi europei vi è semmai un insegnante prevalente che svolge 1'80-90 per cento della didattica e insegnanti con competenze particolari (lingua straniera, informatica eccetera). […]
Perché dunque è stato introdotto in Italia il modulo con i tre maestri? Sono andato a rileggermi l'intervento di Ortensio Zecchino, all'epoca senatore democristiano e poi ministro dell'università nei Governi D'Alema e Amato, che votò contro la legge del 1990 voluta fortemente dalla sinistra democristiana e condivisa ideologicamente dal PCI-PDS. Affiorano considerazioni più che mai attuali: «La riforma che ci apprestiamo a varare consegna al Paese una scuola elementare che con la sua nuova organizzazione contrasta con la pressante esigenza del nostro tempo di offrire un sapere unitario, quale valore etico ed insieme esigenza utilitaristica legata quest'ultima alla flessibilità professionale che sempre più spesso si impone nell'arco di una stessa vita lavorativa e che può essere soddisfatta soltanto sul presupposto di un'autentica formazione di base». E ancora: «frantumiamo l'insegnamento per affidarlo ad una pluralità di insegnanti con identica preparazione di base». Ed ecco arrivata la risposta al nostro quesito: alla base del modulo vi è «la pressione di quanti hanno inteso così tutelare in modo improprio interessi di categoria»... «stando così le cose» - continuava l'onorevole Zecchino - «non resta che prendere atto dell'esistenza di uno schieramento che ha inteso privilegiare il momento sindacale... svalutando il momento formativo e culturale».
Era la stessa ispirazione di altre leggi che in quegli stessi anni hanno, quelle sì, devastato la scuola italiana imponendo un reclutamento fondato su corsi abilitanti di poche ore, prescindendo dal merito e dalla selezione.
La pedagogia che ha ispirato il modulo con i tre maestri, al di là di qualche buona intenzione, ha finito comunque con l'esprimere una tendenza verso il relativismo culturale e verso la banalizzazione della professionalità, direi pure che ha favorito lo scadimento della professionalità. Era la pedagogia che ispirava soprattutto la posizione del PCI-PDS che si risolse a votare contro la legge del 1990 solo perché essa conteneva la figura dell'insegnante prevalente che, leggo testualmente nell'intervento del Capogruppo comunista in Commissione: «svalutava la rilevanza del lavoro di gruppo» e prevedeva livelli differenziati di impegno didattico fra i maestri.
Proprio per venire incontro alle critiche dei comunisti e alle pressioni sindacali la circolare attuativa violò la legge (perché la legge del 1990 introduceva il maestro prevalente e non il modulo) ed eliminò la figura dell'insegnante prevalente imponendo il team di insegnanti con pari competenze ed impegno. La suddetta circolare attuativa, sotto il ricatto dei sindacati e del Partito Comunista, violò una legge dello Stato.
Le perplessità su questo modello organizzativo erano emerse del resto già nella 7a Commissione del Senato nella XIII legislatura, all'interno della stessa maggioranza di centrosinistra. In una risoluzione votata nel maggio 1997 si legge che «occorre ovviare ai rischi di frammentazione e secondarizzazione dell'insegnamento elementare». Dopo aver quindi rifiutato l'eccesso di specializzazione, si sottolineava come «ai fini della qualità del rapporto educativo fra insegnanti ed alunni va risolto il problema della necessità di contenere entro limiti accettabili il numero delle figure docenti che intervengono per gruppi di alunni». Persino nel Libro bianco di Fioroni si legge un passaggio interessante, laddove, dopo aver stigmatizzato l'enormità della spesa per studente, si osserva che essa deriva fra l'altro da specifiche previsioni normative e al riguardo si fa riferimento esplicito «all'organizzazione dell'insegnamento nella scuola elementare», concludendo che questa spesa molto elevata «è il segno di problemi e di notevoli spazi e opportunità di miglioramento nella allocazione delle risorse».
Qui la trascrizione integrale dell'intervento
Fonte
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Ci vorrebbe un gigante…
Avrei voluto introdurre quanto copio in modo appropriato, ma non ho parole, solo intensa commozione; e ringrazio Cecco che mi ha fatto conoscere questa lettera di P. Aldo Trento, che accompagna e cura, con infinita tenerezza, i malati terminali in Paraguay:
Cari amici,
bisogna partire sempre dalla vita, dalla realtà e non dal fatto che siamo sposati, consacrati, scapoli o dal ruolo, perché è la vita che chiede l’eternità. Quante volte l’abbiamo cantato in “povera voce”, ma è come se tutto fosse scontato. Oggi è un giorno difficile per me a causa dell’insonnia, che oltre a farmi sentire stanco mi fa sudare in modo strano. Così con il clima a 40 gradi e per di più questa mia situazione vi lascio immaginare il mio stato d’animo. Ma da 20 anni sto imparando a ripetermi: “io sono Tu che mi fai”, “anche i capelli del mio capo sono contati”, “prima di formarti nel seno di tua madre ho pronunciato il tuo nome”, “sei come la pupilla dei miei occhi”. Ebbene, anche in barba a chi non sopporta la parola depressione e per questo come buon amico gliela auguro così capiranno cosa vuol dire diventare uomo e non rimanere dei borghesi pieni di se stessi, dentro questa situazione, emotivamente negra, non è questo stato d’animo a definirmi, ma la certezza che Lui mi ama così come sono.
Oggi sono facilmente irritabile, eppure nessuno se ne accorge, si accorgono che sono stanco, ma la pace, la gioia del cuore vince tutto. Mi muovo già da tempo solo perché Lui mi muova e il mio stato d’animo è come assorbito, santificato da questa certezza. Per cui oggi ho potuto accogliere (vedi foto)
questa piccola bambina, Celeste è il suo nome, ormai alla fine per colpa di una leucemia, trascurata a motivo della povertà. La mamma ha 31 anni e 8 bambini. Da sempre non sorride. La sua vita è stata solo stenti, dolore, miseria, violenza. Oggi, stando io nelle condizioni di cui sopra, l’ho ascoltata. I miei occhi rossi non riuscivano a sostenere il suo sguardo pieno di dolore. “Padre, sono figlia della violenza come tutti i miei 8 bambini. Violentata, picchiata a sangue, sono dovuta scappare dalle grinfie di un uomo che mi ha distrutta. Ho dovuto abbandonare i miei bambini nelle mani di questa bestia. Adesso il dolore della mia bambina di 12 anni mi ha inchiodato qui nella sua clinica… la prego di aiutarmi. Non ho piú lacrime da versare... mi sento come una statua...” La guardavo, vedendo nel suo volto una tristezza infinita come nella maggioranza delle donne di questo paese, ridotte ad animali, abbruttite dalla violenza. Eppure una tenerezza ed era già un’altra. Guardo la sua bimba, già senza capelli, dolori forti, non parla più, mi guarda fisso ma non sorride. Quanto dolore! Il mio cuore spesso ha paura che non resista, ma poi la Provvidenza mi recupera subito.
Alcune ore prima ho celebrato il funerale di un “travestito”, un figlio di Dio di 28 anni morto di AIDS. Erano presenti gli altri amici ammalati di AIDS, questi miei figli prediletti. Nella breve omelia ho detto: “figli miei, siamo qui per celebrare la misericordia di Dio. Guardatelo, questo ragazzo, ha vissuto come un animale ed è morto come un santo. Vi ricordate com’era la sua faccia quando è arrivato da noi e ora guardatelo bene: è la faccia di un uomo vero. E’davvero il trionfo della misericordia che non distingue gli esseri umani in normali, omosessuali, travestiti, ermafroditi, ma che guarda ad ognuno come figlio. Amici, capite, che bello: per Dio siamo figli, siamo creature sue”. Mi guardavano commossi, loro gli emarginati, loro i lebbrosi del secolo XXI, loro giudicati la perversione del vizio… loro che mi vogliono bene, che ogni mattina bacio e mi inginocchio davanti ad ognuno, non importa se deformati da fattezze femminili o maschili finte. Loro che chiedono di confessarsi, che mi chiedono se la propria compagna o compagno con la stessa malattia possono venire a visitarli. E così, come mi dice la suora, approfitto per annunciare anche a loro la misericordia di Dio.
Victor, che tutti conoscono, e sul quale è nata una reazione a catena a livello mondiale, dividendo quanti mi scrivono in due partiti: quello perché viva e l’altro perché lo lasciamo morire. Quanto mi duole questo secondo partito. Se lo vedessero gemere, soffrire, si renderebbero conto del perché Gesù è morto per me e anche per loro. Ma perché voler eliminare il dolore dal mondo, quando questo dal peccato di Adamo è condizione inevitabile? E’come che io volessi togliermi la depressione, togliermi le notti insonni, togliermi l’ansia. Ma non è possibile. Posso prendere, e lo faccio, delle pastiglie per aiutare la mia pazza emotività, ma non posso, non chiedo a Gesù di togliermi la fatica perché sarebbe ripetere a Gesù quanto quel giorno Pietro gli disse perché non accettasse il dolore… e Gesù gli rispose: “allontanati da me, Satana, perché ragioni secondo il mondo e non secondo la volontà del mio Padre”. Chiaro che Victor soffre, lo vedo 24 ore al giorno. Ma possibile che ci sia chi si permetta di dirmi: lascialo morire. Quando non sono io che lo faccio vivere, ma il Mistero che lo crea in ogni istante. Ma possibile che non capiamo che la vita, non importa le condizioni in cui si manifesta, è sempre l’affermazione del “io sono Tu che mi fai”.
Victor ha perfino il piccolo torace incurvato per il dolore, per la fatica del respiro, per le convulsioni. Ha la testa appoggiata nel cuscino con tante lacerazioni per decubito, non si può muovere… ma capite che per ognuno di noi è Gesù, è Gesù. Victor non è riconducibile alla sua dolorosissima malattia, perché è Cristo. E allora se è Cristo, capite che è il Paradiso qui in terra.
Io non posso stare senza contemplarlo, perché è il mio conforto, come in questi giorni in cui la fatica si fa sentire. Guardarlo, baciarlo, è sentire vibrare la dolce Presenza di Gesù che mi accarezza nei momenti difficili. Certamente senza prendere sul serio la vita, come ci ricorda Giussani nel Senso Religioso citando quel pezzo di un dialogo fra Richard e la vecchina nonna Henry, è impossibile riconoscere in questi fatti la grande Presenza, il Mistero che da senso e bellezza a tutto…
Quando lo si riconosce come mi ha detto l’altro giorno Cristina, la giovane mamma di una delle casette di Betlemme, con 14 bambini da 0 a 11 anni: “padre, da quando Dio mi ha tolto le mie uniche due figlie del mio matrimonio. Nageli di 6 anni e Natali di 9, e mi ha chiamato ad essere madre di tutti questi bimbi ho capito che per me essere madre significa non possedere mai i miei figli. Ogni attimo li guardo, li amo immensamente, ma so che non saranno mai miei e che prima o poi se ne andranno. Ma questa è la mia vocazione. Mi tortura il cuore, però se Gesù vuole questo è anche vero che mi ha regalato un vero cuore di mamma: farli crescere e poi lasciarli andare seguendo il disegno bueno di Dio... ed io rimanere ogni volta a ricominciare e pregare”.
Questa è la santità.
Grazie a quanti mi siete amici.
P.Aldo
di Meena Barwa
Riportiamo di seguito la dichiarazione che Sr Meena Barwa ha letto ieri all’ Indian Social Institute. La suora vincendo lo stato di choc e il pudore, per la prima volta dopo due mesi dall’accaduto, ha accettato di parlare delle violenze e dello stupro che ha subito ad opera di gruppi di radicali indù lo scorso agosto, accusando la polizia dell’Orissa di connivenza con gli assalitori. Sr Meena lavorava al Centro pastorale Divyajyoti, a K Nuagaon, nel distretto di Kandhamal (Orissa), insieme a p. Thomas Chellan, anch’egli malmenato e umiliato. La dichiarazione pubblica di Sr Meena era necessaria perché la polizia in Orissa sta cercando di coprire il caso. Fra i fondamentalisti indù vi sono anche coloro che dicono che la suora fosse “consenziente” allo stupro.
New Delhi (AsiaNews) – Ecco la dichiarazione completa di Sr Meena Barwa (traduzione dall’inglese di AsiaNews).
Il 24 agosto scorso, verso le 4.30 del pomeriggio, sentendo le urla di una grande folla alle porte del Centro pastorale Divyajyoti, sono corsa fuori, dalla porta di servizio e fuggita nella foresta insieme ad altri. Abbiamo visto la nostra casa distruggersi fra le fiamme. Verso le 8.30 di sera siamo venuti fuori dalla foresta e andati nella casa di un signore indù che ci ha ospitato...
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Il sito amico Il dono affronta e sostiene le mamme in difficoltà per delle gravidanze inattese e mi ha segnalato questa lettera scritta da una sedicenne che ha deciso di portare avanti la gravidanza nonostante le numerose pressioni in senso contrario.
L’aspetto più grave consiste nel fatto che gli adulti che dovrebbero educare alla responsabilità, alla libertà e al realismo, sono tristemente i primi che mortificano il desiderio della giovinezza della verità di sé, anche se costa sacrificio. Ma Federica ha maturato la sua libera scelta.
Ecco il tema:
TRACCIA:
Discutendo insieme, non ci troviamo concordi nell’affermare che i ragazzi rifiutino i contraccettivi per trasgredire.
Oggi, più che mai, è necessario sensibilizzare i ragazzi all’educazione alla sessualità ed alla protezione.Prendendo spunto dall’articolo letto insieme, dai testi forniti,e dall’esperienza diretta che ha coinvolto la nostra classe stessa, scrivere un saggio breve/articolo di giornale.
Attenzione: nelle citazioni, ove indicato, inserire autore, data e pubblicazione
DOCUMENTI
per conoscere i documenti proposti fai riferimento al forum in cui questo articolo viene discusso
svolgimento
È quasi una settimana che mi metto di fronte al foglio bianco e mi chiedo se e scrivere questo testo. Quando è stato assegnato ho deciso che io non l’avrei mai scritto e mai consegnato. Tornata a casa da scuola, ho pensato di gettare i fogli con la traccia, ma li ho tenuti e parlando con varie persone mi sono convinta che anche io avrei potuto
avere qualcosa da scrivere.
Si è detto che faccio la parte della vittima, della povera ragazza indifesa che viene messa in imbarazzo e svergognata per la sua situazione “particolare”. No, non è vero. Io mi sono sentita attaccata da certe domande che entravano un po’ troppo nella mia vita, ritengo di essermi trovata davanti ad una mancanza di rispetto e tatto, ma non credo di dover provare vergogna; voi lo chiamate vergogna, imbarazzo, sbaglio, errore, problema, io lo chiamo bambino, anzi Daniele.
Per questo motivo, come tutti gli altri, e forse in modo più consapevole di altri, inizio a scrivere questo tema.
Cominciamo dall’inizio: in un’intervista tratta dal sito www.sceglitu.it. il professor Arisi afferma che i giovani sono sufficientemente informati sulla contraccezione, ed il mancato utilizzo di questi mezzi sia dovuto all’incoscienza; afferma che c’è chi si comporta così perché l’assenza di protezione aumenta il brivido del piacere e chi invece lo fa per sfidare il destino.
In classe è arrivata puntuale la domanda: e tu, perché l’hai fatto? È una risposta che non so dare, o meglio che non si può racchiudere in una semplice frase.
Per noi non si trattava della mancanza di informazione da parte di famiglia e scuola di cui parla la dott.ssa Graziottin nell’articolo apparso sul Corriere della sera del 9 giugno 2008 dal titolo “Boom pillola del giorno dopo tra under
Roberta Camisasca in un pezzo apparso sul sito www.sceglitu.it il 26 maggio 2008 afferma che: “Ma c’è un’altra frangia della gioventù del nostro tempo che a questi costruttivi interessi sostituisce una malsana attività, quella del sesso per noia, per pigrizia, per gioco. Saltando quel processo di iniziazione sessuale fatto di sguardi, sfioramenti, coccole, quel graduale e dolcissimo percorso di scoperta fisica reciproca che sfocia nella sessualità vera e propria, si passa direttamente al traguardo finale. Senza passare dal via.”. Ma anche leggendo questa frase non mi ci ritrovo. Mi ritrovo invece, in un’altra della stessa autrice che ho trovato sullo stesso sito: “Ecco, sappiate che quella luce negli occhi, quelle farfalle nello stomaco, quel battito accelerato sono come un viaggio sulle montagne russe che solo il periodo magico dell’adolescenza dà l’opportunità di provare, sono un treno in corsa che non va perso, ma acchiappato al volo per non perdere l’occasione più unica e più bella della vita di provare delle emozioni “vere”.” Ecco forse la mia risposta è tutta qui. Amore.
Ma poi tutto sommato è questo che conta? Il perché una ragazza a 15 anni si ritrova incinta?
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La vera libertà si realizza se si conosce come stanno realmente i fatti. Se non si conoscono i fatti non si può nemmeno fare delle scelte sensate.
Da questo punto di vista mi pare nolto equilibrata e interessante l'analisi fatta da un’associazione di genitori:
Era facile prevederlo. E sta accadendo. Alla prima iniziativa che va contro l’immobilismo in cui giace la scuola italiana subito parte l’attacco personale al Ministro. Era accaduto per Berlinguer, era accaduto anche per la Moratti, sarebbe successo per Fioroni (se il governo di cui faceva parte avesse continuato la legislatura), accade ora per la Gelmini.
Perché è necessario mettere mano al sistema scolastico italiano?
Alcune motivazioni:
• Le statistiche OSCE collocano la scuola italiana agli ultimi posti per rendimento degli studenti.
• Il costo medio allo Stato, di uno studente è quasi il doppio di una retta pagata dalle famiglie che scelgono una scuola paritaria, che notoriamente hanno un livello di servizi più adeguato alle esigenze delle famiglie e dei ragazzi.
• La scuola statale italiana ha un esercito di dipendenti che supera nel numero i dipendenti del ministero della difesa degli Stati Uniti (Pentagono).
• La spesa dello Stato per l’istruzione, maggiore rispetto ad altri Paesi UE, viene assorbita per il 95% dal costo del personale: se ne deduce che non rimangono adeguate risorse per l’ammodernamento delle scuole e dell’attività didattica.
• Non è riconosciuto il merito dei molti insegnanti che si dedicano alla loro attività con professionalità e competenza e lo stipendio non è adeguato all’impegno e alla responsabilità.
• Occorre introdurre metodi e criteri di valutazione degli apprendimenti, dei docenti, delle scuole e dell’intero sistema.
• Deve essere realmente incentivata l’autonomia degli istituti scolastici, chiamati ad esprimere un proprio progetto di scuola in grado di raccogliere consenso dalle famiglie.
• Il reclutamento degli insegnanti deve essere nominativo, in carico ai singoli istituti e funzionale al progetto educativo e formativo degli stessi.
• L’autonomia deve essere il presupposto al legame tra scuola, territorio e mondo del lavoro, affinché l’attività didattica non sia avulsa dal contesto in cui si trova la scuola. Vi sono poi altre motivazioni di contorno ma non marginali:
• Occorre che i genitori tornino a poter esprimere la loro responsabilità educativa anche nel momento scolastico.
• La scuola deve tornare ad avere una funzione sussidiaria rispetto alle famiglie.
• Occorre definire un trattamento equipollente tra scuole statali e scuole non statali così come occorre consentire alle famiglie di poter scegliere la scuola tra le varie proposte educative e formative senza vincoli di carattere economico.
La “Riforma” del Ministro Gelmini
Ma è riforma o non è riforma quella della Gelmini?
Se dovessimo guardare solo al decreto la risposta sarebbe no, non si tratta di una riforma ma solo di qualche correttivo. Ma se il decreto è solo l’inizio, se la parola “riforma” è riferita al modificare a scopo di miglioramento uno stato di cose, possiamo sicuramente chiamarla così.
Di fatto il decreto che introduce le modifiche così tanto contestate almeno quanto poco conosciute, dice poche cose, dà delle linee, non dice esattamente il come, rinviando probabilmente le modalità attuative a successivi decreti o circolari interne. Comunque vale la pena di ripercorrerne velocemente gli articoli:
• L’articolo 1 parla di formazione dei docenti delle aree storicogeografica e storico-sociale sul tema “Cittadinanza e Costituzione”con riferimento anche agli statuti regionali.
• L’articolo 2 prevede la reintroduzione del voto in condotta, valutazione che spetta al consiglio di classe, che se inferiore a sei determina la bocciatura.
• L’articolo 3 prevede la reintroduzione nella scuola primaria e secondaria di primo grado della valutazione periodica espressa in decimi; nella primaria permane il giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto. Definisce inoltre che per essere promossi gli alunni e studenti devono avere la sufficienza in ciascuna disciplina.
• L’articolo 4 definisce che le classi debbano essere affidate ad un unico insegnante ed avere un orario di 24 ore settimanali. Viene comunque lasciata la possibilità di una più ampia articolazione del tempo scuola, al fine di venire incontro alle esigenze delle famiglie che richiedono il tempo prolungato.
• L’articolo 5 definisce che i libri di testo adottati debbano essere scelti tra quelli per cui l’editoresi impegna a mantenere invariati per 5 anni, fatta salva la possibilità di avere appendici di aggiornamento da fornire a parte. Anche l’adozione dei libri di testo da parte del collegio docenti avrà cadenza quinquennale, a meno di specifiche e motivate esigenze.
• L’articolo 6 dà valore abilitante alla laurea in scienze della formazione primaria, cioè il conseguimento di questa laurea ha valore di esame di stato e abilita all’insegnamento nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria.
• L’articolo 7 regolamenta l’accesso alle scuole di specializzazione mediche, cioè dopo avere conseguito la laurea in medicina e chirurgia e l’abilitazione all’esercizio dell’attività professionale.
• L’articolo 7 bis destina il 5% degli stanziamenti per le infrastrutture ad opere per la messa in sicurezza delle scuole.
Tanto rumore per nulla?
Ci chiediamo perché di fronte a questo decreto che, se escludiamo la questione del maestro unico non sembra contenere elementi così dirompenti, c’è tanta confusione e tanta contestazione.
Da segnalare che quanti manifestano non entrano mai in una analisi nel merito del decreto, dunque dobbiamo pensare che il vero motivo delle contestazioni risieda nel fatto che il decreto rompe l’inerzia che caratterizza la scuola italiana.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo intervento in occasione della cerimonia di apertura dell’anno scolastico ha sostenuto: “Le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento : non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente”.
Ernesto Galli Della Loggia, in un editoriale del Corriere del 13 ottobre, bacchetta coloro che ha definito
“riformisti del no”, incapaci di porre in essere una proposta costruttiva se si esclude l’affermazione generica che occorre “ben altro” e che servono “più soldi”.
Restiamo dunque in attesa che i “riformisti del no” ci dicano cosa intendono per “ben altro” e dove pensano di trovare “più soldi”.
Il solito “teatrino”.
L’informazione, che nel nostro Paese spesso si caratterizza per la faziosità politica, tenta di mostrarci che famiglie, insegnanti, studenti (perfino i bambini!) “insorgono” contro il Ministro e le sue scelte.
Contemporaneamente è iniziata la campagna di disinformazione, tendente a creare incertezze, preoccupazione e malcontento: “abolito il tempo pieno”, “licenziati 100.000 docenti”, sono tra i messaggi fatti passare alle famiglie. Il Ministro ha assicurato che il tempopieno sarà garantito (come dubitarne?) e che la riduzione de lpersonale, necessaria, avverrà per mancata sostituzione di quanti andranno in pensione: d’altronde abbiamo mai visto un dipendente pubblico licenziato per esubero di personale?
Il compito dei genitori
Come andrà a finire, dipende molto da noi. Innanzitutto diciamo apertamente che i genitori, in numero straordinariamente maggioritario, sono per il maestro prevalente, per l’uso del grembiule, per il voto in condotta, per una scuola che funzioni, per la libertà di scelta, che non è solo tra tempo normale e tempo prolungato, ma è un diritto che riguarda principalmente il progetto educativo che sta alla base dell’offerta formativa della scuola.
Tutto questo però non può ridursi ad essere una concessione dall’alto. Mentre chiediamo al Ministro di fare presto, di riempire di contenuti questo decreto e di proseguire sulla strada intrapresa, e mentre attendiamo qualche atto concreto in merito alla libera scelta delle famiglie, diamo noi genitori un chiaro segnale che a noi la scuola interessa.
La misura di come sarà possibile fare, lo ripetiamo, dipende anche da ognuno di noi. Come? Nel saper cogliere l’informazione corretta da quella tendenziosa, nel proteggere i nostri figli dai cattivi maestri (quelli che all’inizio dell’anno scolastico si sono presentati con il lutto al braccio), nell’esigere per i nostri figli una scuola accogliente e di qualità, nel saper rispondere alle falsità, nel metterci in gioco.
Noi non siamo contro gli insegnanti, non parteggiamo per un Ministro o per un Governo, ma con gli insegnanti e con le Istituzioni vogliamo lavorare per il bene e il futuro dei nostri figli e del nostro Paese.
A.Ge.S.C.—Milano
Ottobre 2008
Nel '68 ero un'universitaria in quella facoltà di lettere e filosofia che sarebbe diventata teatro nella nostra città delle prime okkupazioni studentesche, con le assemblee infuocate e le... permanenze notturne con conseguenti sorprese dopo nove mesi di attesa.. ricordo Luisa, il suo grazioso vestito azzurro, il buffo (ora.. allora poteva essere un vezzo) cappellino e i guanti bianchi: il '68 le regalò due gemellini, i figli dell'okkupazione...
Ricordo anche la prima assemblea affollata degli studenti in aula magna: interventi concitati e interventi contestati perchè non allineati e quindi presto tacitati con espulsione di chi osava dire qualcosa di diverso.
Io, che in università ci andavo con grosso sacrificio mio e dei miei, capivo ben poco di certi discorsi, ma una cosa la capivo: se non permettono a una persona di dire come la pensa e la cacciano via in malo modo, questa tanto declamata democrazia non mi piace proprio.
In seguito dal '68 imparai soprattutto dei comportamenti di cui ora mi vergogno: rinunciare alla mia identità (ancora incerta a dire il vero) per parlare un linguaggio e una terminologia di sinistra e potermi guadagnare il 30 agli esami e il ricatto al malcapitato prof di pedagogia che ci aveva concesso una interrogazione di gruppo alla quale avrebbe voluto dare il
Se ci penso!
Ma rispetto a tutto quel che accade adesso, se penso all'inesperienza di quegli anni avidi di novità e di bellezza, ma condannati a quietarsi con un
E poi rifletto sugli esiti disastrosi di quel "mitico" 68, e non posso fare a meno di pensare alla freschezza di una giovinezza piena di speranze, ma speranze mal riposte e mal coltivate che hanno portato inesorabilmente ai disastri della situazione attuale: non era sbagliata la giovinezza, non era sbagliata l'attesa di una novità, non era sbagliata la speranza... erano sbagliate le risposte sulla quale ci siamo accomodati.
Perchè non si comunica quello che non si possiede. E anche gli adulti (la maggioranza degli adulti) non hanno più speranza.
Sull'argomento ecco un contributo di Ugo Finetti :
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=7599
Le occupazioni studentesche possono essere affrontate e smantellate come i rifiuti di Napoli? Per rispondere bisogna cominciare con la domanda dal punto di vista opposto: siamo di fronte a un nuovo ’68? All’epoca si diceva che i contestatori erano la “nuova Resistenza”. Il ’68 aveva comunque alle spalle una protesta studentesca che in Italia era cresciuta dal 1965 sull’onda della contestazione al Piano Gui (dal nome del ministro democristiano che oggi leaders dell’occupazione della Statale di Milano come Luigi Covatta ricordano con autocritica nostalgia e rispetto). Aveva inoltre – e soprattutto – alle spalle un sistema organizzativo e ideale imperniato su una rete di “cinghie di trasmissione” che facevano capo a un “movimento comunista internazionale” che tra antimperialismo sovietico, rivoluzionarismo mao-castrista e “via italiana al comunismo” garantiva rifornimenti e copertura aerea. Era l’epoca in cui si viveva con il “complesso di colpa” di aver fatto dell’Italia nel ’48 una democrazia occidentale con un’economia di mercato: servi degli stranieri e sfruttatori degli italiani.
Oggi è vero che viviamo una scena di grande drammatizzazione: sezioni dell’Associazione nazionale partigiani lanciano appelli alla solidarietà verso la protesta studentesca in nome dell’antifascismo, il capogruppo del Pd alla Camera, Soro, bolla Berlusconi come appunto una sorta di generale Francisco Franco chiamandolo “caudillo”, mentre al suo fianco i giovani neofascisti di Forza Nuova con la loro formazione Lotta studentesca lanciano appelli a favore delle occupazioni.
A confermare il carattere però tipicamente “all’italiana” di questa vicenda vengono i “docenti e ricercatori” della Facoltà di Ingegneria de La Sapienza di Roma che nell’aderire all’occupazione si affrettano a specificare che non verrà sospesa l’attività didattica, ma che anzi sarà «potenziata». E cioè – per chi non l’avesse capito – protestano contro il governo a spese del governo nel senso che essi non sospendendo l’attività didattica non rinunciano ad una sola ora di retribuzione e a fine mese hanno così (come da comunicato di adesione all’occupazione) l’intero stipendio.
E qui veniamo alla principale differenza con il ’68.
La “miccia” non è un fatto comunque strutturale: l’università di “élite” che diventa di massa e da serbatoio della classe dirigente diventa bacino di formazione del mercato del lavoro. Oggi la protesta ha come innesto la reazione degli insegnanti per il “maestro unico”. Da qui discende una raffazzonata estensione dell’origine corporativa a obiettivi più generici e generali di difesa della “scuola pubblica” e dell’antifascismo.
Il fatto che Berlusconi tratti le occupazioni come i rifiuti di Napoli ha alle spalle un diffuso malcontento di fronte al vedere su You tube insegnanti discinti e drogati in aula. Non tanto nei ceti agiati, ma soprattutto nelle famiglie che fanno sacrifici per le spese scolastiche sono presenti malcontento, preoccupazione e rabbia per il pericolo di forme di dequalificazione dell’insegnamento, di fronte al pericolo che i propri figli rimangano socialmente “ingabbiati” e che scuola e università non siano più una possibile “via d’uscita” ed una “scala” per opportunità di promozione. Il gruppo dirigente della sinistra ufficiale – tutta intellettuali, agiati e “sfigati” - non si rende conto che il riconoscimento del “merito” non è un fatto “di destra”, ma è ritenuto dai ceti meno abbienti il principale “grimaldello” per un miglior futuro dei propri figli.
In questa situazione le occupazioni non hanno alcun “retroterra” di solidarietà ideale e di consenso sociale: appaiono una ricerca di drammatizzazione a freddo verso una Gelmini che presenta – finalmente - provvedimenti di elementare buon senso.
Molto importante è in questa situazione il ruolo assunto da Giorgio Napolitano. Anche chi non è un apologeta del suo passato (non solo di dirigente comunista, ma anche di presidente della Camera nel ’92-’94) deve riconoscere che il Quirinale sta svolgendo in tutti i campi un ruolo che rispecchia e incoraggia una volontà di “tenuta” nazionale, di concreto senso di responsabilità. La sinistra anziché alzare i toni e cavalcare l’animosità, gli scontri e la delegittimazione evocando i fantasmi di Francisco Franco e di Benito Mussolini ha oggi la possibilità di una via maestra per uscire dalle proprie difficoltà e cioè quella di inserirsi nel solco aperto e offerto dal Quirinale per rivendicare un ruolo determinante, appunto nella “tenuta” nazionale, di fronte ad un periodo non breve di difficoltà. Ma il “richiamo della foresta” alla mitologia di un’eterna Repubblica di Weimar sembra prevalere per evitare ogni crisi di identità.
D’altra parte le occupazioni non sono “rifiuti”. Gli studenti non sono sacchi di immondizia anche se vanno provocatoriamente alla ricerca dell’”incidente”.
E’ sicuramente giusto non rimanere immobili con “sensi di colpa” di fronte a “giovani” che rappresentano solo il “vecchio”, ad una mobilitazione essenzialmente conservatrice e che – a differenza del ’68 – è tutta imperniata sulla difesa dello “status quo” e a rimorchio del proprio corpo docente e più precisamente di quanti di esso vivono il proprio ruolo solo in una dimensione burocratico-parassitaria.
Oggi la risposta non è il chiamare gli studenti (come esorta qualche ex comunista che si crede moderato avendo come modello il Luigi Longo che alla vigilia delle elezioni del maggio 1968 si incontrava con i leaders estremisti per rivendicare il primato del Pci nella lotta armata antifascista, antimperialista, anticapitalista).
La vera risposta che ha in mano questo governo è l’esatto opposto: non perdere tempo, il voto democratico, l’iter parlamentare. Mentre nel ’68 (e in tutta la cosiddetta “Prima Repubblica”) ogni legge per essere approvata aveva di fronte un “percorso di guerra” che durava anche anni, oggi governo e maggioranza sono in condizione di sgomberare le università senza manganelli, ma con piena legittimità e maggior efficacia attraverso il voto parlamentare. La miglior via d’uscita è il più rapido voto parlamentare che chiuda irreversibilmente la materia del contendere e trasformi la protesta in un inutile monologo al buio. Il ’68 aveva di fronte Stato e governi “colabrodo” con ministri e leader di partiti di governo che attaccavano il governo e solidarizzavano con le violenze studentesche lasciando marcire le proposte di legge. Oggi la situazione è diversa. «Abbaiano? – diceva il Don Chisciotte di Cervantes – Significa che cavalchiamo».
