Don Renato pubblica in questi giorni una struggente pagina tratta da Vita e Destino di Grossman: mi piace utilizzarla per farvene dono in queste ultime ore del 2008, nella speranza che il prossimo anno sia ricco dei doni più belli che ciascuno di noi desidera:
Siamo nel 1942, sul fronte russo. Getmanov, comandante di un reparto di carristi, dotato di un carattere deciso e formato all’ideologia del partito, è in partenza per la zona di combattimento. Saluta la moglie e si ferma un momento nella camera dei bambini. Qui lo assale ‘un’invincibile tenerezza’…
Attraversò la camera e si mise in ascolto:
“Dormono?”
“Certo, dormono” rispose Galina Terent’evna.
Andarono nella camera dei bambini. Era straordinario come quelle quelle due figure corpulente, massicce si muovessero nella penombra senza far rumore. Sulla candida tela dei cuscini risaltavano le teste brune dei bambini addormentati. Getmanov si fermò ad ascoltare il loro respiro.
Si portò la mano sul petto, per paura che il sordo pulsare del cuore li svegliasse. Qui, nella penombra, provava un senso angoscioso, opprimente e penetrante di tenerezza, di ansia, di pietà nei confronti dei figli. Sentiva il terribile desiderio di abbracciare il bambino, le figlie, di baciare i loro visetti addormentati. Qui provava una invincibile tenerezza, un amore incontrollato, qui si smarriva, restava confuso, debole.
Non lo spaventavano né lo agitavano i pensieri del nuovo compito che lo aspettava. Gli capitava spesso di dover intraprendere un lavoro nuovo, e capiva immediatamente la condotta da tenere, che coincideva sempre con la linea del partito. Sapeva che anche nel gruppo carristi avrebbe saputo quali misure adottare.
Ma come fare a legare una ferrea austerità con la tenerezza, con l’amore che non conosce né leggi, né linee di partito?
Si volse a guardare la moglie. Era ferma in piedi, con la mano appoggiata alla guancia, al modo contadino. Nella penombra il suo volto pareva più magro, giovane, quale era la prima volta che erano andati al mare, subito dopo sposati, alla casa per ferie “Ucraina”, proprio sulla riva del mare.
Sotto la finestra un’automobile lo chiamò con un leggero colpetto di clacson. Getmanov si volse nuovamente verso i figli, allargò le braccia esprimendo con questo gesto la sua impotenza davanti a un sentimento che non poteva dominare.
In corridoio, dopo le parole e i baci di congedo, indossò il pellicciotto, il colbacco, fece un passo in direzione della moglie e l’abbracciò di nuovo. In questo nuovo, ultimo saluto, quando attraverso la porta dischiusa l’umido e freddo vento della strada si mischiava al calore della casa, quando il pelo del pellicciotto sfiorava la seta fragrante della vestaglia, sentirono entrambi che la loro vita, fino ad allora una cosa sola, si spaccava all’improvviso, e l’angoscia bruciò loro il cuore.
(V. Grossman, Vita e Destino, pp. 112 - 113)
(...)
il progetto della senatrice Baio riconosce “il valore
inalienabile e indisponibile della vita umana anche nei momenti in cui la persona appare più fragile” ed i progetti Rizzi e Bianconi contengono un’espressa previsione di divieto di eutanasia e di suicidio medicalmente assistito.
Tutti i tre progetti, oltre a sancire il principio generale della necessità del “consenso informato” ai fini dell’effettuazione di trattamenti sanitari, contemplano la possibilità di esprimere preventivamente le volontà in relazione ai trattamenti di cui dovesse porsi la necessità o l’opportunità a seguito del sopraggiungere di eventi che comportino la perdita della capacità naturale. Ciò non senza porre tuttavia condizioni e limiti alla validità di tali manifestazioni anticipate di volontà.
Nella proposta Baio è specificato che le dichiarazioni anticipate di trattamento potrebbero essere formulate soltanto da soggetti maggiorenni e avrebbero validità di tre anni, decorsi i quali le stesse perderebbero ogni efficacia.
Secondo tale proposta, la volontà espressa nella dichiarazione anticipata di trattamento andrebbe “tenuta in considerazione dal medico curante in accordo con il fiduciario”; al personale medico e sanitario sarebbe comunque riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza.
Peraltro il progetto Baio non circoscrive chiaramente il possibile contenuto delle dichiarazioni anticipate di trattamento.
In particolare, se dal contenuto della proposta si evince che, nell’ambito della dichiarazione anticipata di trattamento, la sospensione dei trattamenti sanitari di sostegno vitale potrebbe essere richiesta qualora gli stessi “configurino una forma di accanimento diagnostico e terapeutico, sulla base delle conoscenze scientifiche”, non è tuttavia chiaro (e la questione non è di poco conto) se tali limiti varrebbero anche per quanto concerne l’attivazione dei trattamenti medesimi.
In ogni caso il progetto Baio prevede che “la dichiarazione anticipata di trattamento non si applica nel caso in cui il paziente versi in pericolo di vita” e precisa che l’idratazione e l’alimentazione anche artificiali non possono essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento “e pertanto sono comunque e sempre garantite al paziente, anche in stato di coma persistente”.
Quanto invece alla proposta Rizzi, essa specifica che “eventuali manifestazioni di volontà presentate in qualsiasi momento dal paziente certificanti la determinazione del singolo di porre fine alla propria esistenza” verrebbero prese in considerazione ai fini della sospensione dei trattamenti in relazione ai quali si configuri un accanimento terapeutico, ma non avrebbero “alcun valore vincolante nei confronti del personale medico o sanitario curante”, per quanto riguarda attività che (sotto forma di azione o di omissione) abbiano finalità eutanasiche. In realtà, in considerazione della circostanza che, come sopra precisato, il progetto prevede il divieto di qualunque forma di eutanasia, sarebbe stato più coerente stabilire tout court l’assoluta inefficacia di siffatte dichiarazioni in luogo di limitarsi a prevedere che le stesse non abbiano “valore vincolante”.
Il progetto Bianconi introduce il concetto di “alleanza terapeutica” tra paziente e medico, prevedendo che la stessa sia tradotta in un “piano di cura” nel quale indicare altresì le volontà del paziente stesso con riferimento ai trattamenti sanitari che in futuro dovessero rendersi necessari od opportuni.
La proposta precisa tuttavia che sarebbe “vietato inserire nel piano di cura indicazioni volte a cagionare la morte del paziente, anche attraverso condotte omissive, o di sospensione di alimentazione, idratazione e ventilazione”.
Anche per quanto riguarda le persone in stato di incapacità legale, incapaci di intendere e volere e minorenni, il progetto Bianconi prevede che il relativo piano di cura non potrebbe “contenere il rifiuto di trattamenti sanitari utili alla vita e alla salute del paziente”.
Il progetto in esame prevede inoltre che, in assenza di un piano di cura, il medico dovrebbe provvedere tenendo altresì in considerazione i desideri di cui abbia conoscenza, “espressi in precedenza dal paziente maggiorenne” e che se ritenesse di non adeguarsi a tali desideri, sarebbe tenuto ad esprimere le motivazioni della decisione nella cartella clinica. La proposta precisa tuttavia che anche in questo caso il medico non potrebbe “dare seguito a desideri orientati a cagionare la morte del paziente, anche attraverso condotte omissive, o alla sospensione dell’alimentazione, dell’idratazione e della ventilazione”.
Non è possibile approfondire ulteriormente in questa sede l’esame di questi progetti, come invece sarebbe necessario.
Ritengo comunque che, nell’ambito degli stessi, si possano certamente trovare spunti per la definizione di un intervento legislativo che tuteli adeguatamente la vita umana nella sua fase terminale.
Mi sono arrivati gli auguri di Buon Natale da parte di Padre Aldo Trento. Eccoli:
Cari amici,
Vi mando alcune foto del Presepe Vivente che ha radunato insieme e ha visto rappresentati tutti quelli che sono piú vicini al Regno dei Cieli, chi nella sofferenza come i malati, chi nello sguardo come i bambini.
Uno spettacolo incredibile che apre il cuore, vedere come tutti si sono coinvolti: i bimbi cantavano nel coro degli angeli, i malati han portato i doni dei Re Magi, San Giuseppe non poteva essere più perfetto: Jorge, malato di Aids di origine ebraica. E poi le anziane della casa di accoglienza, che hanno acclamato il Signore vestite da pastorelle, mentre nella paglia piangeva appena nato Arnaldito, bimbo sieropositivo della Casita.
Un Presepe così bello e così commovente apre il cuore alla venuta del Signore,
Buon Natale da tutti gli ospiti della clinica e i bambini della casita*

Tratto da Il Mattino di Napoli del 22 dicembre 2008
Tramite il blog di Claudio Risé
Nell’attualità l’eroe è passato di moda. Di gesti eroici ce ne sono ancora molti, ma vengono liquidati dai media in poche righe. Il loro posto è oggi occupato dai colpevoli, i veri eroi del nostro tempo, di cui tutti parlano con interesse, e dalle loro vittime, anch’esse molto seguite. Come mai i «cattivi» e i loro misfatti risultano tanto più interessanti dei buoni?
Dietro questo fenomeno ci sono molte ragioni, di natura assai diversa. Una è che mentre il buono genera, in chi ne parla o ne ascolta, un senso di inferiorità («non riuscirei mai a fare come lui»), il malvagio o presunto tale ci gratifica, permettendoci facilmente di sentirci superiori. Quante mamme negligenti, e discretamente crudeli, si sono sentite sante leggendo le gesta dell’infanticida, e quanti imprenditori spregiudicati si vedono invece irreprensibili, leggendo le prodezze dell’indagato di turno!
Dal punto di vista psicologico, la pubblicità data al malvagio consente a ognuno di noi di «proiettare» su di lui le nostre parti più discutibili, senza andare troppo a vedere se non ci siano pagliuzze, o travi, anche nel nostro occhio. I linciaggi mediatici, i riti accusatori pubblici, sono amati anche perché inducono una sorta di purificazione collettiva. Come in gran parte delle narrazioni dei Vangeli, accusare il/la colpevole, è uno dei modi più popolari per allontanare da sé le proprie colpe.
È quello che il sociologo e filosofo René Girard ha chiamato il «meccanismo vittimario»: la creazione di vittime che venivano poi allontanate dalla comunità, come i «capri espiatori», cacciati fuori dalla città e spinti nel deserto, per rendere (o far sentire) puri tutti gli altri. Girard però pensa che con l’avvento di Cristo, che assume consapevolmente il ruolo della vittima innocente, dell’agnello sacrificale, la proiezione del male sugli altri finisca. Non mi pare che sia andata esattamente così.
La passione per le colpe degli altri, anzi, nell’era cristiana sembra addirittura aumentata, come sembrerebbe dimostrare anche lo straordinario sviluppo della legislazione penale all’epoca della modernità, che «dei delitti e delle pene» ha fatto una delle proprie principali passioni. Qui però occorre tener conto anche di un altro fenomeno. La modernità ha privilegiato la riflessione scientifica e tecnica rispetto a quella morale, che ha al proprio centro anche il problema del male, e che coinvolge considerazioni metafisiche, anche religiose, delle quali molti preferirebbero sbarazzarsi. Del male però, come di ogni altro grande aspetto della natura umana, non ci si può liberare. Se fingiamo di non vederlo, scacciandolo dalla riflessione cosciente, va nell’inconscio, da dove ritorna, fatalmente, sotto forma di proiezione sugli altri.
Il male che non abbiamo più voluto vedere in noi, immaginandoci «al di là del bene e del male», si è trasformato così nella passione modernissima per il «male degli altri», e delle loro sventurate vittime. Che sono poi molto spesso, nella presentazione del circo mediatico-giudiziario, gli stessi cattivi: persone a suo tempo violate nell’infanzia, soldati che hanno partecipato a episodi di tortura, o persone condannate per omicidio che si presentano a loro volta come vittime (tanto che il nostro è stato chiamato «il tempo delle vittime», come raccontano una psicoanalista e un avvocato nel libro omonimo, pubblicato da Ponte Alle Grazie). Uno scenario assai patologico.
E se provassimo a «pensare positivo», e ad occuparci dei mille eroi quotidiani? Certo più impegnativo, ma molto più sano.
Domani la Chiesa ricorderà i Santi Innocenti, i bambini che furono massacrati da Erode senza pietà, nell’intento malvagio di uccidere il Figlio di Dio, destinato a diventare Re e, perciò, un pericolo per il suo potere.
C’è da chiedersi come mai il buon Dio abbia permesso questa spaventosa carneficina… e c’è anche da chiedersi come mai tale
carneficina continui ancora nelle povere membra dilaniate dei piccoli cui non si concede nemmeno la possibilità di vedere la luce.
Al tempo di Erode, Dio non ha impedito quel massacro deciso per brama di potere da parte di un tirannello della periferia dell’Impero romano; oggi non lo impedisce ancora perché ha deciso di rispettare la libertà degli uomini, anche se essa decide di dilapidare i doni che Lui ci concede.
E’ davvero un mistero: Dio stima la nostra libertà più tutto, ma non abbandona mai le vittime della libertà umana usata male, perché ha a cuore il destino di ciascuno, con una sollecitudine difficilmente comprensibile, ma non per questo meno vera.
Davanti a questa cattiveria degli uomini che dilapidano il dono della libertà e alla scelta di predilezione per le vittime da parte di Dio c’è un tentativo di risposta in una memorabile passaggio tratto da “Il mistero dei Santi Innocenti” di C. Peguy che propongo:
Questi Innocenti avevano semplicemente colto nella zuffa
Il Regno di Dio e la vita eterna, che importano oggi
Le loro bianche membra spezzate in tutti i paesi della Giudea?
I loro braccini grassocci recisi come da potatori
E i loro ditini contratti che si ripiegavano sulla palma.
E i gridi ricacciati in gola, le mani criminali che li ricacciavano, che si cacciavano in bocca come un tappo. Come un tampone.
E il giovane sangue che sprizzava dal cuore. Che importano le membra tagliate?
Le bianche coscette come carne di capretto, come piccole cosce di maialini di latte.
E le loro madri urlanti come pazze mordevano il polso ai soldati. Come nella battaglia, come dopo la battaglia
(…)
Come ladri di cadaveri si sono derubati da sé, e ciò che hanno raccolto nella zuffa è niente di meno
Che il Regno dei Cieli e la vita eterna.
Che soli forse sulla terra non solo non avevano mai cantato le lodi di Dio,
Ma non avevano mai pronunciato nemmeno il nome di Mio Figlio,[dice Dio]
Sono anche i soli a non portare agli angoli delle labbra la piega incancellabile,
Questa piega della disgrazia e dell’ingratitudine,
E di un’amarezza che non sarà mai placata.
Ora, se abbiamo fatto di loro quel che vedete, dice Dio,
Ci sono sette ragioni, che voglio ben dirvi.
La prima è che li amo, dice Dio, e questa può bastare.
Tale è la gerarchia della mia grazia.
La seconda è che mi piacciono, dice Dio, e questa può bastare.
Tale è la gerarchia della mia grazia.
La terza è che così mi piace, dice Dio, e questa può bastare.
Tale è la gerarchia, tale è l’ordine, tale è l’ordinamento della mia grazia.
Ora vi dirò, dice Dio, la quarta:
E’ precisamente che non hanno agli angoli delle labbra
Quella piega d’ingratitudine e d’amarezza, questa ferita dell’invecchiare,
Questa piega d’avvertimento, questa piega di memoria che vediamo a tutte le labbra.
La quinta, dice Dio, è che per una specie di equivalenza
Per una specie di equilibrio, questi innocenti hanno pagato per mio figlio.
Mentre loro giacevano sul selciato delle strade, sul selciato delle città, sul selciato dei paesi,
Nella polvere e nel fango, stimati meno di agnelli, capretti e porcellini,
(Perché agnelli, capretti e porcellini
sono molto stimati dal beccaio e dal consumatore),
Abbandonati sui corpi delle loro madri,
In quel tempo stesso mio Figlio fuggiva. Bisogna dirlo.
(…)
Essi furono presi per lui: Furono massacrati per lui. Invece di lui. Al suo posto.
In sua vece, in sostituzione, in luogo di lui. Ora tutto questo è grave, dice Dio, tutto questo conta.
Furono simili a mio figlio e lo sostituirono.
(…)
Nel loro sangue quei lattanti raccoglievano un credito su di me. avevano ben ragione.
Beati coloro che hanno un credito su di noi. Noi siamo ottimi debitori.
La sesta ragione, dice Dio, (è un ottimo affare essere presi per mio figlio, è una cosa che rende)
La sesta ragione è che erano coetanei di mio figlio
Della stessa età e nati nel medesimo tempo.
Giusto in quel punto del tempo.
La settima ragione, dice Dio, perché tacerla? E’ che erano simili a mio figlio.
E lui simile a loro.
Mio figlio era tenero come loro e come loro era nuovo.
Era abbastanza ignoto. Come loro.
(…)
Essi sono per me dei bimbi che mai divennero uomini,
Dei bambini Gesù che non invecchiano mai.
Da quel tempo loro non si sono più mossi.
Essi sono le imitazioni eterne
Di come fu Gesù per brevissimo tempo.
E la mia Chiesa conferma e celebra.
E consacra e commemora.
(Charles Peguy, Il mistero dei santi innocenti, pagg. 130 e ss.)
BUON NATALE A TUTTI !
"Occorre l'umiltà dell'uomo che risponde all'umiltà di Dio"
Egli si è mostrato. Egli personalmente.
E adesso è aperta la via verso di Lui.
La novità dell’annuncio cristiano
non consiste in un pensiero ma in un fatto:
Egli si è mostrato.
Ma questo non é un fatto cieco, ma un fatto che,
esso stesso, è Logos
- presenza della Ragione eterna nella nostra carne.
Verbum caro factum est (Gv 1,14)…-
Il fatto è ragionevole.
Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione
per poter accoglierlo;
occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio.
(Benedetto XVI)
L'’avvenimento di Cristo diventa presente ora
in un fenomeno di umanità diversa:
un uomo vi si imbatte e vi sorprende
un presentimento nuovo di vita,
qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza,
di positività, di speranza e di utilità nel vivere
e lo muove a seguire.
Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa,
si cela, diventa presente, sotto la tenda,
sotto l’aspetto di un’umanità diversa.
L’incontro, l’impatto è con un’umanità diversa,
che ci colpisce
perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore
più di qualsiasi modalità del nostro pensiero
o della nostra fantasia:
non ce lo aspettavamo,
non ce lo saremmo mai sognato,
era impossibile,
non è reperibile altrove.
(Luigi Giussani)
DICHIARAZIONE DI GIORGIO LA SPISA SU DIMISSIONI SORU
Cagliari, 23 Dicembre 2008 – Oggi il Presidente ha tenuto il Consiglio inattivo, con l’ennesimo spreco di risorse pubbliche, mentre era impegnato con i suoi capigruppo e i suoi assessori a trattare, a dettare le condizioni per il ritiro delle dimissioni.
Ora si presenta in aula chiedendo all’opposizione di concordare una serie di leggi e regolamenti che possano consentire il proseguo della legislatura.
Ma l’opposizione non ci sta!
Non ha nulla di interessante da sentire da Lei!
Questo è il momento delle chiarezza, non delle trattative o delle camarille.
Per fare chiarezza occorre fare il dibattito sulle dimissioni davanti a tutti i sardi.
Di che cosa ha paura il Presidente in questo dibattito?
Solo dopo il dibattito si potranno affrontare in qualsiasi momento tutti i problemi della Sardegna.
Noi non ci siamo mai sottratti e non ci sottrarremo a questo confronto.
svolge per la sua vita, come lo speravano i parenti di Salvatore Crisafulli. Ora si viene a sapere che Eluana è in grado di deglutire. Se è vero, è legittima la richiesta di ulteriori indagini da parte di Scienza & Vita e di Avvenire .Insieme agli amici di SOL auguro Buon Natale a tutti i visitatori del blog, con una lettera di don don Juliàn Carròn, pubblicata su La Repubblica di oggi:
Caro direttore, sono stato colpito dalle letture che la Liturgia ambrosiana proponeva il lunedì della terza settimana di Avvento. Come devono essere rimasti sconcertati i membri dell’antico popolo di Israele davanti alle parole del profeta Geremia: «Divorerà le tue messi e il tuo pane; divorerà i tuoi figli e le tue figlie; divorerà i greggi e gli armenti; distruggerà le città fortificate nelle quali riponevi la fiducia» (Ger 5,17). Annunciava loro che un’altra nazione stava per sconfiggere il regno su cui avevano riposto fiducia. «Allora, se diranno: "Perché il Signore nostro Dio ci fa tutte queste cose?", tu risponderai: "Come voi avete abbandonato il Signore e avete servito divinità straniere nel vostro paese, così servirete gli stranieri in un paese non vostro"» (Ger5,19).
E come se questo fosse detto per noi; oggi vediamo segnali che preoccupano tutti, come se quello che ha sostenuto la nostra storia non potesse resistere all’urto dei tempi: un giorno sono l’economia, la finanza e il lavoro, un altro la politica e la giustizia, un altro ancora la famiglia, l’inizio della vita e la sua fine naturale. E così, come l’antico Israele di fronte a una situazione preoccupante, anche noi ci domandiamo: «Perché accade tutto questo?». Perché anche noi siamo stati talmente presuntuosi da pensare di cavarcela dopo avere tagliato la radice che sosteneva l’edificio della nostra civiltà. Negli ultimi secoli, infatti, la nostra cultura ha pensato di poter costruire il futuro da sé, abbandonando Dio. Ora vediamo dove ci sta portando questa pretesa.
Davanti a tutto questo che ci siamo procurati, il Signore che cosa fa? Ce lo indica il profeta Zaccaria, parlando al suo popolo Israele: «Ecco, io manderò», attenzione al nome, «il mio servo Germoglio» (Zc 3,8). E come se davanti alla crisi di un mondo, il nostro - i profeti userebbero per descriverla un’immagine a loro molto cara, quella del tronco secco -, spuntasse un segno di speranza. Tutta l’enormità del tronco secco non può evitare che in mezzo al popolo, umile e fragile, spunti un germoglio, nel quale è riposta la speranza del futuro.
Ma c`è un inconveniente: anche noi, quando vediamo apparire questo germoglio - come coloro che erano davanti a quel bambino a Nazareth -, possiamo dire scandalizzati: «É mai possibile che una cosa così effimera possa essere la risposta alla nostra attesa di liberazione?». Da una realtà così piccola come la fede in Gesù può venire la salvezza? Ci pare impossibile che tutta la nostra speranza possa poggiare sulla appartenenza a questo fragile segno, ed è motivo di scandalo la promessa che solo a partire da esso si possa ricostruire tutto. Eppure uomini come san Benedetto e san Francesco hanno fatto proprio così: cominciarono a vivere appartenendo a quel germoglio che si era inoltrato nel tempo e nello spazio, la Chiesa. E sono diventati protagonisti di popolo e di storia.
Benedetto non affrontò da arrabbiato la fine dell’impero, non protestò perché il mondo non era cristiano, né si lamentò perché tutto crollava, accusando l’immoralità dei suoi contemporanei. Piuttosto testimoniò alla gente del suo tempo una compiutezza del vivere, una soddisfazione e una pienezza che divenne attraente per tanti. E fu l’albore di un mondo nuovo, piccolo quanto si vuole - quasi un niente paragonato al tutto, un tutto che pur franava d a ogni parte -, ma reale. Quel nuovo inizio fu talmente concreto che l’opera di Benedetto e di Francesco è durata nei secoli e ha trasformato l’Europa, umanizzandola.
«Egli si è mostrato. Egli personalmente», ha detto Benedetto XVI parlando del Dio-con-noi. E don Giussani: «Quell`uomo di duemila anni fa si cela, diventa presente, sottolatenda, sotto l’aspetto di un’umanità diversa», in un segno reale che desta il presentimento di quella vita che tutti attendiamo per non soccombere al nostro male e ai segnati del nulla che avanza. E la speranza che ci annuncia il Natale, per cui gridiamo: «Vieni, Signore Gesù!».
BUON NATALE da SamizdatOnLine e tutti i suoi SOCI
Mi è giunta stamane la mail di p. Aldo Trento che ci parla dell'educazione e di come cerca di attuarla con i "suoi" ragazzi.
Già, perchè non ci si occupa dell'uomo e del bambino solo quando è malato o anziano e maltrattato, ma in ogni fase della vita, soprattutto se il bambino è affidato alle cure di un adulto. E P. Aldo ci aiuta a riscoprire il significato di educazione che è introduzione del ragazzo alla totalità del reale. Sempre, sia che si tratti di insegnargli a leggere e scrivere, sia che si tratti di insegnargli a mangiare o a farsi il letto per non vivere come gli animali. Ma questo lo può fare che ha a cuore il destino e la realizzazione del ragazzo, non certo chi si preoccupa di rivendicazioni sindacali.
Lo può fare solo uno che ama davvero.
Ecco la sua mail:
IL RISCHIO DI EDUCARE
Cari amici,
É proprio bello educare. Educare è introdurre il bambino alla conoscienza della realtá secondo la totalitá dei fattori che la costituiscono, ci insegna Giussani. È sempre commovente per me ripetermi tutti i momenti che sto con la gente questa novitá. La Scuola di Comunitá ci dice che “comprendere” significa affermare in ogni momento il nesso fra l’istante che vivo e il destino. Ecco, queste foto indicano come cerchiamo di educare i bambini a comprendere cosa significa che la realtá è amica, come ci ricorda Carron.
Vivo in Paraguay, per cui è necessario insegnare tutto, anche come si va al bagno. Le foto indicano come i bambini hanno appreso l’importanza del letto, delle lenzuola, il perchè delle lenzuola, il cuscino, la federa ecc… e prima ancora il valore della scopa, come si prende con le mani e come si usa. Fra il letto e l’altare c’è una relazione profonda e per questo siamo in chiesa e il perchè l’ho spiegato ai bambini. È qualcosa di veramente bello e i bambini dalla scorsa settimana hanno imparato il valore, la bellezza del letto… per cui adesso dormono non come le mucche, ma in modo umano.
Ciao
P.Aldo


Pensavo ieri che tutto nel mondo ha uno scopo, un fine; pensavo che niente è inutile. E che ciò che esiste contribuisce all'armonia del tutto se obbedisce allo scopo per cui è stato fatto. Sorridevo tra di me pensando che se una lavatrice volesse fare la macchina da cucire… fallirebbe miseramente. Così l'uomo; l'uomo che costruisce macchine e case, ma perchè servano a qualcosa, non certo per il gusto di creare oggetti inutili.
Ma se l'uomo costruisce in vista di uno scopo, con quale scopo è stato "costruito" l'uomo? E se è dotato di ragione e affezione (caratteristica che lo differenzia dagli animali) qual è lo scopo primario della ragione?
Il Cristianesimo dà una risposta soddisfacente, una risposta che corrisponde al segreto desiderio del nostro cuore: "Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita per poi goderlo in Paradiso" (così diceva il mio vecchio catechismo, ma la sostanza non è cambiata).
Se uno sa qual è il motivo per cui vive, se uno sa che c'è un Destino sicuro e bello, vive con una certezza che nessuna sofferenza, cattiveria o incomprensione può scalzare: "Tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il cielo sia lodato!) non è la nostra" diceva Milosz.
Ma tornando al segreto desiderio del nostro cuore: perchè qualcuno ce l'ha donato? per sadismo? per divertirsi alle nostre spalle? o non ce l'ha dato perchè diventasse la molla di ogni nostra ricerca e di ogni nostro agire?
Se tutto nella realtà ha un senso, tale desiderio ci è stato dato perchè inseguissimo la felicità fino a raggiungerla in modo da scoprire che oltre che un dono essa è anche una conquista.
Oggi leggo su Il Sussidiario la riflessione di Don Francesco Ventorino che partendo dalla vicenda di Eluana ci invita a riflettere sul significato della nostra umana inquietudine e spiega questa innaturale volontà di morte nei confronti del sofferente:
Quando dietro la parola “pietas” si nasconde il proprio egoismo

“Egli non aveva affatto bisogno di noi.
Ed anche Gesù non aveva che da restare ( ben ) tranquillo,
nel cielo prima di questa centrale, assiale, cardiaca della creazione,
prima dell’incarnazione, prima della redenzione, prima della sia incarnazione, prima della sua redenzione.
Egli era proprio tranquillo nel cielo e non aveva affatto bisogno di noi.
Perché Egli è venuto? Perché è venuto al mondo?
Bisogna credere, amico mio, che io ho una certa importanza, io una donna da niente.
Bisogna credere che lo scaglionamento del tempo, lo scaglionamento nel tempo aveva una certa importanza.
Bisogna credere che l’uomo e la creazione e la destinazione dell’uomo e la vocazione dell’uomo ed il peccato dell’uomo e la libertà dell’uomo e la salvezza dell’uomo avevano una certa importanza, tutto il mistero, tutti i misteri dell’uomo.
Diversamente, contrariamente, era così semplice, e così presto fatto.
Era già fatto in anticipo.
C’era solo da non creare l’uomo, c’era solo da non creare il mondo.
Allora non ci sarebbe stata più la decadenza, non ci sarebbe stata più la caduta, non ci sarebbero state né caduta né redenzione.
Non ci sarebbe stata più alcune storia, non ci sarebbe stata più alcuna seccatura.
Tutto il mondo sarebbe restato a casa propria.
Come è possibile che io non sia grande, amico mio, se ho messo fuori posto tante cose, disordinato tante cose, e un (così) gran mondo?
Per aver avviato una storia così tragica. Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato, Dio si è sacrificato per me.
Ecco del cristianesimo. Ecco il punto di origine, di assembramento del meccanismo.
Tutto il resto non è altro che ciò che Tucidide, nell’intimità, chiamava bazzecola; in greco:
meno di niente.”
( Charles Peguy , da “ Veronique”)
Si parla tanto della riforma della Gelmini e ci si sofferma solo
sui dettagli, magari enfatizzandoli; e si dimentica che il problema fondamentale non è tanto la struttura quanto la funzione educativa che non può ridursi a un semplice slogan o ad una organizzazione più o meno efficiente.
Ne parla questa intervista de Il Sussidiario a Giorgio Chiosso , professore di Storia dell’Educazione all’Università di Torino:
Memorandum per il ministro Gelmini: si riforma solo ripartendo dall’educazione
(...)
Professore, prima il positivo: che cosa c’è di buono in quanto emerso dall’ultimo Consiglio dei ministri a proposito del riordino della scuola superiore?
Direi che al di là delle tante critiche che sono emerse in questi mesi, spesso su cose non sostanziali, bisogna riconoscere al ministro che c’è l’intenzione di riprendere il filo di un ripensamento complessivo del sistema scolastico, come già era avvenuto nel quinquennio Moratti. In particolare è poi importante che si torni a parlare di scuola superiore: non bisogna dimenticare che la scuola secondaria superiore è sostanzialmente ferma agli anni Sessanta, fatta eccezione per i progetti Brocca dei primi anni Novanta. In questi decenni non c’è stato altro se non l’esplosione smisurata di sperimentazioni, fino ad arrivare al numero abnorme di maturità che abbiamo in questo momento. Quindi mi pare utile tornare a porre il problema dell’esigenza di un processo di razionalizzazione, che ci allinea agli altri paesi che hanno ripensato la struttura della scuola secondaria.
Se col ministro precedente si era interrotto il discorso riformistico, allora vale la pena, come lei già accennava, riprendere il discorso della riforma Moratti: quanto previsto dalla Gelmini si colloca su quella scia?
Ecco, da questo punto di vista mi pare invece che si debba muovere una critica alla Gelmini. Il ministro sta infatti snaturando la sostanza della riforma Moratti: ha fatto proprie una serie di richieste che si sono snodate in questi due anni con il lavoro di un’apposita commissione sull’istruzione tecnica e professionale (la commissione De Toni) e che ha radicalmente modificato l’impianto della riforma Moratti. Il fatto di ricondurre tutta l’istruzione tecnica e professionale dentro la scuola governata dallo Stato, senza riconoscere invece il ruolo delle Regioni in questo campo (come per altro previsto dal Titolo V della Costituzione) mi sembra essere il segno di un ritorno a un neo-centralismo statalista. Lo dico con molta franchezza: in questo vedo sia un elemento di scarso coraggio, sia il fatto di perdere di vista il valore di un tipo di istruzione e formazione molto legata al territorio e alle esigenze del mondo economico e produttivo. Si ritorna indietro rispetto alla svolta concettuale portata avanti con la riforma Moratti.
Qual era la sostanza di questa svolta concettuale, su cui secondo lei bisognerebbe tornare?
La riforma Moratti si basava sul principio del doppio canale: un canale liceale e poi universitario, e un canale della formazione professionale e dell’istruzione superiore di tipo professionale, in tutto alternativo al precedente, e che doveva svolgersi in maniera compiuta dai 14 ai 22 anni. Questi due canali dovevano acquisire la stessa rilevanza, anche dal punto di vista sociale, superando la visione tipica della struttura scolastica italiana, secondo la quale i licei devono rivestire un ruolo di predominanza e di maggiore validità.
Dunque era una valorizzazione dell’importanza del lavoro, anche manuale.
Il principio fondamentale era proprio questo: sottrarre la formazione professionale a quella visione riduttiva che portava a concepire il lavoro come opzione di riserva, da lasciare ai drop-out, ai ragazzi in difficoltà per vari motivi, agli immigrati, a chi non era in grado di svolgere il percorso scolastico. Era un grande salto culturale: recuperare la piena dignità del lavoro, affiancata alla cultura teorica del liceo. Il tutto tenendo conto della personalizzazione: la scuola e la formazione professionale devono essere al servizio delle inclinazioni, delle caratteristiche dei ragazzi. La vocazione al sapere operativo deve avere un suo proprio riconoscimento, e non bisogna costringere i ragazzi a rimanere prolungatamente nella scuola. Ricondurre tutto alla dimensione “scolastico-centrica” mi sembra dunque un elemento di debolezza culturale.
(...)
Ora abbiamo di fronte un anno, e si è detto che servirà per aprire un "ampio dibattito": quali dovranno esserne gli elementi centrali?
È giusta l’idea di aprire un dibattito, di far capire alle famiglie quali sono le novità, di permettere agli insegnanti di familiarizzare con i nuovi orientamenti dei programmi. Credo che ci sia la necessità di metabolizzare l’idea di cambiamento. Però c’è anche una preoccupazione, e cioè che il dibattito finisca con lo svolgersi solo sul piano tecnico-informativo, oppure secondo una logica di sindacalismo meramente rivendicativo. Non vorrei che si evitasse (ancora una volta) di andare a toccare il cuore del problema: che senso ha la scuola oggi per i ragazzi che hanno tra i 14 e i 19 anni? Che senso ha lavorare con gli adolescenti? Che senso ha oggi mettersi in concorrenza con i grandi produttori di mentalità, di stili di vita dei ragazzi? Gli insegnanti sono solo dei tecnici che impartiscono conoscenze, o hanno una responsabilità più grande?
È il grande tema dell’emergenza educativa…
È proprio questo. Bisognerebbe tornare ad avere un ampio dibattito sulla sostanza: la riforma, infatti, ha senso se noi rilanciamo un grande dibattito sull’idea educativa nella scuola. Altrimenti facciamo un passaggio che si limita a riorganizzare le strutture. Finché poi, a un certo punto, emergono episodi come il bullismo o il disagio dei ragazzi, e improvvisamente ci rendiamo conto che c’è un problema educativo di cui non si era tenuto conto. Dobbiamo porci da subito il problema: c’è una grandissima quantità di studenti che fa fatica ad andare a scuola, che si annoia, che trova più stimoli a navigare in rete o a fare altro. Tutto questo è casuale, o c’è una qualche responsabilità educativa della scuola? Ecco da dove bisogna ripartire.
(Rossano Salini)
Mi ha colpito molto una frase dell'omelia domenicale. Diceva il prete, ricordando la teologia Paolina, che l'uomo è stato creato in vista dell'incarnazione del Verbo di Dio. Allora non ho potuto fare a meno di pensare che Dio, che è onnipotente ed onnisciente, sapeva quanto gli sarebbe costato affrontare l'avventura di una vita così umile e povera in quello sconosciuto paesino della Palestina. Eppure l'ha fatto e, pur essendo Dio, ha voluto provare il gusto della vita con una mamma ed un padre, con la fatica del lavoro, in una casetta povera ma dignitosa. E poi tutto quello che ha vissuto fino alla croce.
Pensavo che questo Dio, oltre che uno sguardo e un cuore da bambino che si stupisce della bellezza che Lui stesso ha creato, ha anche gli occhi e il cuore dell'avventuriero e accetta il rischio di una vita piena di sorprese e fatti prodigiosi. Per insegnarci a vivere la vita con gli occhi spalancati pronti allo stupore e all'avventura. Che poi è sempre un'avventura a lieto fine.
Nel contempo mi è capitato di ritrovare il racconto di Natale di Sartre nella riduzione che a suo tempo mi aveva commosso. Perchè è una cosa dell'altro mondo che un Dio possa farsi «Un Dio piccolo che si può prendere in braccio e coprire di baci» e Sartre ce ne comunica lo stupore in questa versione che ripropongo:
"Da «Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti» di Sartre (edizioni Christian Marinotti) uno stralcio......e uno dal quinto quadro, scena terza (il Presepe). Le parole sono proferite da «Il presentatore di immagini».
(....)
Siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il presepe. Eccolo. Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino Gesù. L'artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno ma voi lo troverete forse un po' naïf. Guardate, i personaggi hanno ornamenti belli, ma sono rigidi: si direbbero delle marionette. Non erano certamente così. Se foste come me, che ho gli occhi chiusi... Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me.
La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L'ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti, la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio!
Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio.
Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l'espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria.
Avanti la musica.

Si crede di poter eliminare la sofferenza eliminando chi la vive; sembra che non vi sia altra possibilità dignitosa per l’uomo che l’eliminazione di ciò che non riesce ad affrontare.
Ma quando mai la fuga ha cominciato a diventare la soluzione dei problemi?
Che senso avrebbe l’esistenza dei medici se la soluzione migliore è eliminare il malato?
Come è possibile che siamo arrivati, in nome di un’autodeterminazione irrazionale, a censurare, ad eliminare tutto ciò che non siamo in grado di affrontare?
La nostra sta diventando una società di vigliacchi che, davanti alle difficoltà credono di superarle, eliminando fisicamente chi è portatore di difficoltà?
Inevitabili queste riflessioni davanti ad affermazioni fatte in un blog che ho visto quasi per caso :
(Si fa riferimento al post di Berlicche «Un’umanità diversa») Nella lettera al Manifesto c’è, è vero, un sentimento di repulsione nei confronti di padre Trento, un disgusto profondo per questa contemplazione compiaciuta e morbosa della sofferenza...(...)
È la tentazione ricorrente degli amici di Giobbe: di dare un senso alla sofferenza, di difendere l’opera di Dio dall’accusa di permettere il male. (...)
Victor non conta per se stesso; è un mezzo per offrire al cristiano conforto e speranza.
Quindi chi si prende cura con infinito dolore di un sofferente e di un moribondo avrebbe una visione compiaciuta e morbosa della sofferenza... E' evidente che si è arrivati a non comprendere nemmeno la tenerezza verso chi soffre.
Ma quale altra possibilità ci può essere? eliminare il sofferente?
Pare che l'unica soluzione sia l'eliminazione di chi soffre; in questa nostra società già dimentica del fatto che l'eutanasia è stata sistematicamente usata da Hitler.
Davanti a questa visione lugubre della realtà, davanti a questa totale e disperante visione della vita e del dolore inevitabile pensavo che siamo ad un punto terribile, al punto più basso cui si possa giungere: non c’è più desiderio di vita, gusto per la vita comunque essa sia, ma solo una volontà di morte tanto cara ai terroristi dell’11 settembre del 2001: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita”.
Possibile non ribellarsi davanti a una concezione così mortifera e mortale della vita?
Io desidero vivere e desidero che tutto della mia vita abbia un senso, anche l’inevitabile sofferenza che prima o poi raggiunge tutti; ed è per questo che propongo un’altra testimonianza di P. Aldo Trento, che dalla clinica per malati terminali in Uruguay, ci racconta quasi quotidianamente i fatti sorprendenti che si verificano in quel luogo pieno di sofferenza e di dolore; sofferenza e dolore che non vengono rifiutati, ma vissuti con grande dignità e dolcezza.
Ecco la testimonianza che ho ricevuto in questi giorni:
Luis, un bambino di 12 anni, se ne stava andando. I suoi respiri erano ogni volta più profondi e distanziati. Appena apriva gli occhi. Sentiva con fatica. Guardava
Alla domanda del sacerdote: “ami Gesù, sei pronto per incontrarti con Lui?” Risponde: “si, padre”.
La mamma aveva riunito tutta la sua famiglia, perché dicessero addio a Luis. È stato un momento bello, felice per tutti.
Quando se ne andarono, la mamma lasciò queste righe, frutto di notti insonni mentre vegliava, come
“Dio mio, sono di fronte a mio figlio che sta morendo. Sarei una bugiarda se affermassi che sono rassegnata. Sono triste e con paura, ma in pace, perché ho fatto l’umanamente possibile per curare Luis.
O Dio, mio figlio è nelle tue mani…! Tu puoi fare il miracolo di curare mio figlio, se vuoi. Signore, non te lo dico come rimprovero, ma te lo chiedo con tutto il cuore. Ma se mio figlio è destinato a tornare coi tuoi Angeli nel Paradiso, io sono felice. Signore, ti prego una volta in più che Luis non soffra, che non senta dolore…e ti ringrazio per avermelo dato come figlio.
È un bambino speciale: allegro, affettuoso, sempre pensa prima agli altri.
Ricordo che quando lo mandavo dal panettiere per comprare il pane, al ritorno lo divideva, camminando, con i suoi amici e mi diceva: “mamma, non ti arrabbiare. Togli la parte che mi tocca e dalla ai miei fratelli”.
Ricordi, Signore, quando chiedeva al suo papà che cantasse suonando la chitarra durante
Questo mio bambino, Signore, lo hai scelto per darci una lezione di vita, di come combattere in questa vita conoscendo Te, Dio mio, come lui è solito chiamarti.
Ti ringrazio, Signore, perché grazie alla malattia del mio Luis hai aiutato gli altri miei figli a uscire dal pozzo cieco nel quale erano caduti e a intraprendere nuovamente il tuo cammino. Ti ringrazio, Signore, per avermi permesso di tenerlo un anno in più; lui mi ha aiutato ad avvicinarmi a te, o Dio, perché nonostante tutto quello che vedo e soffro io so che lui va al cielo, perché in tutto questo lungo tempo di malattia solo due volte ha detto “ay”. Quando si stava rimettendo dalla chirurgia e quando gli hanno punto i polmoni.
Grazie, Signore, perché attraverso la malattia, Luis è arrivato a questa clinica “Divina Provvidenza”, per stare più vicino a Te e conoscerTi meglio.
Ti chiedo di aiutarmi ad essere ogni giorno più forte nella mia fede, Signore, e di impietosirti di questa povera peccatrice, mandando
Pochi giorno prima di morire anche Luis ha scritto una lettera a Gesù:
O Gesù, prima di avere questa malattia io ti conoscevo, ma molto poco.
Con l’ammalarmi sono giunto a conoscerti di più, poco a poco. Ora so che Tu sei il mio Salvatore, perché tutte le cose che ti chiedevo o tutto quello che ti chiedo, sempre me lo hai dato. Ricordo che una volta ti ho chiesto per la salute di mia mamma e tu mi hai ascoltato, Signore. Hai fatto che mamma si sentisse meglio, e ora non ho più la sua malattia delle vertigini. Anche quando mi è mancata l’aria e mi stavo asfissiando, Tu mi hai dato il respiro per dire queste parole. Tu sei venuto in terra per morire per me, e quando decidi che mi vuoi portare vicino a Tuo Padre, io andrò. Grazie Signore per tutto, grazie per i giorni che mi hai dato da vivere, grazie per la luce, perché sto ancora con mia mamma, coi miei fratelli, con tutta la gente che amo di più.
Luis
Chi frequenta questo blog conoscerà sicuramente padre Aldo Trento che cura i terminali in una clinica ad Asuncion in Paraguay.
Qualche giorno fa è stato pubblicato su "Il Manifesto" un articolo alquanto perplesso e sconcertato, (se ne parla anche da Berlicche), che un'amica gli ha inoltrato. E lui ha risposto.
Trascrivo la sua risposta:
Cari amici,
Il giornale degli intelletualoidi di sinistra dopo aver letto sul settimanale “Tempi” di settembre 2008 una mia lettera guardate che “scemenze” ha scritto ieri 17 dicembre.
Il Manifesto 17 dicembre 2008
Le follie di un missionario
Mi è capitato per caso di vedere su internet (Tempi.it 23 settembre) la fotografia sconcertante di un bambino irrimediabilmente malato, e di leggere le parole ancor più sconcertanti di padre Aldo Trento (missionario in Uruguay), riguardo all'infelice creatura. Riporto alcune frasi: «Il piccolo Victor di un anno...geme in continuazione… mmm, ah, ah, ah...La sua testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio...Attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta l’acqua della testa...l’altro giorno gli è scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di tutto...Victor, il mio bambino, non solo è un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno di cannucce che entrano ed escono dal corpo...Il mondo dice: perché non lo lasciate morire?...Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme...Lo bacio, lo bacio sempre… i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte… non più testa ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna…e sento che accarezzo Gesù...Come vorrei che questo scritto con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati». Non ci sarebbe bisogno di commenti. Mi limito ad osservare che attribuire a Dio la decisione di far morire ogni uomo in un'ora da lui stabilita, è un'assurdità, giacché dovremmo attribuire a Dio la responsabilità della morte di creature ancora nel grembo materno, o appena nate; di bimbi strappati ai genitori, di genitori strappati ai figli. Teologicamente impossibile. Sarebbe un'offesa al Creatore. Padre Trento, in questo caso, è persuaso che sia Dio a volere che continui lo strazio di quell'esserino "pieno di cannucce". Lui, il buon padre Aldo, nell'attesa della decisione divina, intanto lo accarezza, se lo coccola, il "cadaverino deformato", persuaso di coccolare Gesù sulla croce; ed ha anche il coraggio di scattare fotografie al "piccolo Gesù che agonizza", cosa che, accecati dal dolore, mai avrebbero fatto gli apostoli, nell'assurda ipotesi che ce ne fosse stata la possibilità. Una sola domanda al missionario: tubicini e farmaci che impediscono a Victor di abbandonare la croce, sono da attribuire ad una decisione del Signore?
Capisco una cosa e mi é chiarissima: il problema é seDio esiste o no. Se non esiste qualunque sciocchezza é possibile e il “Manifesto” ne é l´evidenza. La mia risposta é la foto di questa vecchietta che é ospite della nostra casa famiglia per anziani “San Gioacchino ed Anna” adiacente alla clinica.
Alcuni giorni fa mi chiama, ero nella selva, una suora, una dei tanti angeli custodi che vivono fra le “macerie umane”: “Padre Aldo, per favore mi aiuti. Ho incontrato una anziana in un letamaio. Ma pazienza questo... il problema piú grave é che tutte le notti é abusata sessualmente da un suo nipote. Le violenze subite hanno distrutto perfino la coscienza di essere una donna, un essere umano: non parla piú, vive impaurita di tutto e di tutti e quando arriva la notte urla. Padre mi aiuti”. Eccola qui con me in una bella casetta. Ha ancora una terribile paura, peró giá il sentirsi accarezzata, baciata delicatamente sulla fronte da me e amici ha permesso di ricuperare un pó di pace. E´distrutta a tutti i livelli. Le sue parti intime sono una piaga e la sua psiche distrutta.
Ma ho la certezza che l´amore di Dio, e Dio esiste, la trasformerá, tornerá a riscoprire la sua dignitá bellissima di donna. Amici, quelli del Manifesto e parenti di detto giornale cosa possono capire di tutto questo? Il mio cuore ogni giorno é strozzato da mille di queste violenze e come ci ricorda il Papa “quanto piú uno ama Cristo, tanto piú soffre”
Per questo leggere certe cose mi lacera il cuore perché Victor é Gesú. Victor come questa anziana che si chiama Veronica fa parte di un disegno amoroso di Dio. Non é Dio che ha creato il dolore, né la morte. E´stato il peccato.
Peró é anche vero che tutto, tutto ció che accade fa parte di una Provvidenza divina che ama i suoi figli. San Paolo scrive: “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”
Per me é chiaro come il sole, come é chiaro che 20 anni di depressione sono stati e sono una grazia perché il mio cuore si purifichi e perché Dio potesse fare con questo asino ció che sta facendo.
L´altra sera é venuto a cenare qui il caro amico Vicepresidente della Repubblica con tutti gli uomini del suo geverno. Nel suo discorso di fine anno ha detto: “Sono qui, siamo qui in compagnia di P. Aldo e i suoi confratelli perché questo luogo é l´evidenza del “cielo nuovo, della terra nuova”. Siamo qui per imparare come costruire il nuovo Paraguay. Questa terra che calpestiamo é il cammino del mio governo, é un esempio da seguire. E per questo come cena natalizia e di fine d´anno abbiamo scelto questo luogo per risparmiare e dare un aiuto a questa grande opera di caritá”
Certo il nostro Vicepresidente non é un intellettualoide di sinistra, al contrario e un liberale... ma sopratutto é un uomo. Un uomo che ogni settimana viene a cercare la nostra compagnia recitando alle 6 del mattino Lodi, facendo colazione e parlando quasi tutti i giorni per telefono, per ricordarci una sola cosa: “Io sono Tu che mi fai” che ha imparato non a memoria ma come costitutivo del suo “Io”
Siamo sottosviluppati del 3º mondo, ma se nel primo mondo qualcuno non solo del Manifesto ma di qualsiasi clase sociale apprendesse quanto ci insegna Carron “Io sono Tu che mi fai” capirebbe di piú non solo la mia vita ma che tutto é opera della Divina Providenza... anche che Eluana viva.
Che tristezza: ho saputo che la porteranno nella mia cara UDINE a morire... proprio li dove 20 anni fa é iniziata per me la vita.
Perdonaci Gesú
Con affetto
P. Aldo
