sabato, 28 febbraio 2009

La bellezza, fonte di speranza

Aspettavo al cancello che mi raggiungesse mio marito per uscire insieme. Tardava. Allora lo sguardo è andato al bellissimo mare di trifoglio che copre il mio giardino in questo periodo. Guardavo i delicati fiori gialli, ma soprattutto mi colpivano le foglioline: alcune, quelle vicine al sentiero, erano piccolissime. Allora ho pensato che ognuna di quei miliardi di foglie, dalla più grande alla più piccola  è opera del Buo Dio.
E poi ho guardato i pini, gli olivi, il bel cielo già primaverile... Ho pensato che tutta questa bellezza, insieme all'opera dell'uomo che collabora con Dio nella creazione, è tutto per noi, è tutto per me... Come il dono di un padre che è felice di colmare di doni il suo bambino.
E pensavo che se un padre fa un bel dono al suo bimbo e il figlio lo strappa e lo butta via è davvero un grande dolore per lui. Ma il padre, se è veramente padre non smette di colmare di doni il bambino perchè atttende da lui un sorriso, e,  chissà.. anche un grazie.

La riflessione mi ha accompagnato tutto il resto della giornata prendendo strade impensate.. come la  scoperta della terribile realtà del pecccato: il peccato è il rifiuto del bambino nei confronti delle attenzioni affettuose del Padre, che continua a prodigarsi, soffrire in silenzio e attendere.

Queste riflessioni mi sono tornate alla mente alla lettura del nuovo editoriale di SamizdatOnLine, che ci parla della bellezza come dell'unica cosa che può ridare il sorriso e lapositività alla nostra vita così immersa nel malessere generale della nostra società.

Se la bellezza è riconosciuta, coltivata e rispettata ...    cresce anche la speranza.

 

postato da AnnaV alle ore febbraio 28, 2009 18:14 | link | commenti
categorie: speranza, bellezza, samizdatonline
sabato, 28 febbraio 2009

Le ondulazioni

No, non sto parlando del nostro amico Berlicche, ma del suo ispiratore misterioso e vi offro un contributo che credevo di aver già pubblicato in questo blog. Solo che non me lo ritrovo (chissà dove sarà.. nemmeno google lo individua!). Perciò lo copio da culturacattolica.it dove invece era ben custodito:


Le ondulazioni...

Diversi anni fa mi capitò di leggere un libro piacevolissimo di C. S. Lewis, “Le lettere di Berlicche”. Si tratta di un piacevole stratagemma dello scrittore, convertito da adulto al cattolicesimo, per aiutare le persone a riflettere sulla verità della propria appartenenza alla Chiesa. Nel corso della narrazione Berlicche, un diavolaccio astuto, si assume il compito di catechizzare, attraverso le sue lettere, il nipote Malacoda, diavolo ancora inesperto, in modo che riesca a far dannare l’anima del giovane che gli è stato affidato.

Tra le tante cose che ricordo (per diverso tempi tale libro ha accompagnato le mie meditazioni quotidiane) ce n’è una che mi è tornata alla mente in questi giorni in cui l’esperienza cristiana mi si sta rivelando in tutta la sua drammaticità; perché è sempre drammatica la lotta tra il proprio egoismo, il proprio limite, la propria incapacità, e il timido desiderio di affermare, di accogliere la volontà di Dio che immediatamente uno non riesce a comprendere dove voglia parare. La cosa che mi ritorna in mente sono quelle che Berlicche chiama “ondulazioni”.

L’ondulazione non è altro che una legge dell’esistenza dell’uomo, per cui il suo stato d’animo non è sempre costante, ma varia continuamente, passando da momenti di calma a momenti di tristezza. Berlicche invita lo sprovveduto nipote, che esulta perché il suo paziente è in preda della disperazione, ad approfittare di questa situazione per fargli credere che quello stato d’animo durerà sempre. Il giovane paziente non ha ancora imparato questa legge dell’esistenza e quindi sarà facile farlo piombare nella disperazione senza ritorno. Non mi soffermo sugli interventi sleali, come Berlicche li definisce, del diretto avversario, cioè dell’Angelo custode, valido strumento dell’Onnipotente Nemico di Lassù, che ai demoni è solo consentito intuire. Ma voglio sottolineare questa legge dell’esistenza che scopro terribilmente vera nella mia esperienza - e anche in quella dei miei amici. Naturalmente lo dico ora, in un momento di relativa calma, dopo una delle tempeste che sempre più frequentemente mi rivelano queste ondulazioni del mio cuore. E mi vien spontaneo constatare che, almeno per quanto mi riguarda, quando son tranquilla o lieta, mi pare che tale tranquillità o letizia mi spetti quasi di diritto (ma ho imparato dall’esperienza che poiché le cose non stanno così, è doveroso e giusto ringraziare Dio prima che le cose cambino, inevitabilmente); quando poi accade qualche guaio, che a me pare sempre una montagna insormontabile, mi comporto come se la cosa dovesse durare eternamente e la tentazione della disperazione è sempre in agguato. Questo per quel che riguarda la mia esperienza personale, ma se ci rifletto mi chiedo: Perché mai Dio permette queste ondulazioni? Penso che sia un modo per educarci e per fare in modo che non ci attacchiamo ai nostri stati d’animo; perché abbiamo la ragione che, illuminata dalla fede, ci ricorda che, se noi siamo mutevoli, Dio non muta mai, Dio è sempre fedele alle sue promesse, perché è Dio e non uomo; e quindi non c’è nulla da temere perché Lui non ci abbandonerà mai. Mi accorgo che, seppure lo so, ci ricasco sempre; e ogni volta ho bisogno che qualche persona amica me lo ricordi, che qualche persona amica mi ricordi che “dietro le nubi splende sempre il sole”.

postato da AnnaV alle ore febbraio 28, 2009 08:09 | link | commenti (6)
categorie: recensione
venerdì, 27 febbraio 2009

Affermazione e ricerca di senso

Ricordate l'incontro fatto nel mio paese sul libro  "Affermazione e ricerca di senso" del prof Felice Nuvoli?
Venerdì prossimo, 6 marzo, presso l'Auditorium della Parrocchia di Sant'Elena, ci sarà un altro incontro a Quartu Sant'Elena per presentare l'interessante opera e il volantino d'invito per tutti è questo:


postato da AnnaV alle ore febbraio 27, 2009 19:13 | link | commenti
categorie: nuvoli
giovedì, 26 febbraio 2009

CL: sul “fine vita” siamo col cardinale Bagnasco

COMUNICATO  STAMPA

In relazione al dibattito intorno a una legge sul fine vita, Comunione e Liberazione condivide le ragioni più volte espresse dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e rese ancora più attuali dopo la morte di Eluana Englaro: «Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha un valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro, o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti, vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo» (Prolusione al Consiglio permanente della Cei, 26 gennaio 2009).

Lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 1° febbraio 2009, ha ricordato che «la vera risposta non può essere dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano».

Per questo, di fronte alle polemiche suscitate da ambienti laici e anche da cattolici, restano per noi valide le preoccupazioni del cardinale Bagnasco e della Cei sulla necessità di «una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione».

Chi si impegna in politica secondo ragione può trarre da queste preoccupazioni della Chiesa uno sguardo più vero alla vita degli uomini, nel difficile compito di servire il bene comune.

l’ufficio stampa di CL
Milano, 26 febbraio 2009.

postato da AnnaV alle ore febbraio 26, 2009 12:43 | link | commenti (3)
categorie: cristianesimo, cl , fine vita
giovedì, 26 febbraio 2009

Lei non sa chi sono...

Oggi, controllando il blog, ho visto un commento gentile che mi rimandava al blog di Cocodix. Come sempre, quando incontro una nuova persona nel web, ho voluto sapere chi era, attraverso la visita al suo blog e ho avuto una bellissima sorpresa! il racconto del fatto che segue:

Lei non sa chi sono...

Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di un’ottantina di anni arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice.
Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9:00. Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un’ora prima che qualcuno potesse vederlo.
Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita.
Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita.
Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta. L’anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per far colazione con sua moglie.
Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta da tempo dall’Alzheimer.
Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po’ tardi. Lui mi rispose che lei non lo riconosceva già da 5 anni.
Ne fui sorpreso, e gli chiesi: “E va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi é lei’?
L’uomo sorrise e mi batté la mano sulla spalla dicendo: ”Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente chi é lei”
Dovetti trattenere le lacrime… Avevo la pelle d’oca e pensai: “Questo é il genere di amore che voglio nella mia vita”.

Il vero amore non é né fisico né romantico. Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che é, é stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro
che traggono il meglio da ciò che hanno.
La vita non é una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia. Sii più gentile del necessario, perché ciascuna delle persone che incontri sta combattendo qualche sorta di battaglia.

[Fonte: http://raccontiquotidiani.myblog.it] 

postato da AnnaV alle ore febbraio 26, 2009 07:53 | link | commenti (12)
categorie: amore, alzheimer, amore coniugale
mercoledì, 25 febbraio 2009

Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei...

Un interessante contributo sull'influenza dei media nella mentalità delle persone:

Spirito critico e cervelli addormentati

di Marilena Amerise

La sociologia e la psicologia hanno dimostrato che i media possono avere un ruolo centrale nell'influenzare i giudizi e le scelte delle persone. Fino a che punto tale influenza non entra in conflitto con la libertà di valutazione e la capacità di discernimento dell'individuo? E quale è il confine tra influenza e manipolazione?
Ne ha parlato l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in un incontro svoltosi all'università La Sapienza di Roma, il 23 febbraio. La conferenza - dal titolo "Capacità di intendere e di volere" - è parte del ciclo di incontri che l'associazione Athenaeum organizza nell'ambito del progetto "Quale Europa per i giovani?". 
Ravasi, ha la nutrita platea di studenti dei licei romani a riflettere sui rischi legati a una fruizione acritica dei mezzi di comunicazione di massa, in special modo televisione e internet ricordando a tal proposito due film:  Quarto potere di Orson Welles (1941), definito "giallo metafisico" e dedicato al potere della stampa; e Quinto potere di Sidney Lumet (1976), paradigmatico per comprendere quanto i media possano rischiare di trasformarsi da strumenti di informazione a mezzi di manipolazione. Il film infatti denuncia, con una satira feroce, la mancanza di sensibilità morale del mondo  della  televisione,  pronto  a sacrificare  ogni  cosa pur  di  mantenere la propria audience e quindi il proprio potere del controllo delle opinioni.
Anche Karl Popper, in un saggio del 1994, ha sostenuto che i media rappresentano un potere incontrollato e temibile in quanto introducono contenuti violenti nella società:  il filosofo è assertore della nefasta influenza dei mezzi di comunicazione soprattutto a livello educativo, in quanto bambini e adolescenti assorbono ciò che viene loro proposto assimilando modelli potenzialmente pericolosi.
La televisione, che semplifica e banalizza il pensiero e perverte il senso estetico ed etico, addormenta quindi lo spirito critico formando dei replicanti. Popper sosteneva che "una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino  a  quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto".
Una critica questa che potrebbe estendersi - mutatis mutandis - anche alla rete. Attraverso essa infatti si ha accesso a una mole ingente di dati e in tale mare magnum rischia di andare perduta la capacità di distinguere, rischia di naufragare una gerarchia di valori:  tutto diventa uguale e tutto si può moltiplicare all'infinito. Il pericolo è quindi quello di assumere un atteggiamento mentale relativistico in cui si smarriscono il discernimento, la distinzione, la specificazione a favore di una estrema semplificazione acritica.
Con tale riflessione, Ravasi non vuole certo avallare una visione cupa. Egli sottolinea anche il lato positivo dei media in quanto favoriscono l'informazione e la comunicazione su ampia scala. Il suo intento è quello di richiamare l'attenzione sull'eccessiva influenza che i media possono esercitare sia a livello individuale sia collettivo. È ormai assiomatico infatti che i media possono orientare i gusti e creare modelli. Del resto la stessa parola "media" rimanda a un'idea di realtà "mediata", non più "immediata". Dinanzi al rischio di perdere la propria coscienza critica "abbiamo bisogno di parole che  incidano  ferite nei  campi  dell'abitudine", ricorda Ravasi, rievocando i versi della poetessa ebrea Nelly Sachs.
È inverosimile evitare del tutto l'influenza che i media esercitano, ma è possibile non lasciare addormentare la propria capacità speculativa. Non diventare banali ripetitori di ciò che viene sciorinato dai media, non nutrirsi di stereotipi e banalità senza porsi domande, senza lambire i problemi fondamentali affinché non accada ciò che paventa Soeren Kierkegaard nel suo Diario:  "La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani". I mezzi di comunicazione di massa, infatti, ci insegnano tutto sulle mode e i modi di vivere, ma ignorano il significato ultimo dell'esistere, l'inquietudine della ricerca interiore, le interrogazioni radicali sull'oltre e sull'altro rispetto a noi e al nostro orizzonte.
Un antico proverbio ebraico afferma "il saggio sa quel che dice, lo stolto dice quello che sa":  richiama icasticamente la necessità dell'individuo di pensare criticamente.

(©L'Osservatore Romano - 25 febbraio 2009)

postato da AnnaV alle ore febbraio 25, 2009 07:37 | link | commenti (3)
categorie: mentalitĂ , mas media
martedì, 24 febbraio 2009

Eugenetica come durante il nazismo?

Un amico mi invia questo contributo di Mons. Luigi Negri tratto a "Il resto del Carlino" del 22 febbraio. Mi pare molto interessante e istruttivo:

Si potrebbe dire con un linguaggio un po’ abusato ma sempre efficace: uno spettro si aggira per il mondo civile (si fa per dire): il ritorno dell’Eugenetica.

Chi ha assistito alle terribili vicende di queste settimane e non è totalmente digiuno di storia della nostra società europea, ha avuto l’impressione di assistere ad un film, purtroppo tragicamente “già visto”.

Alla fine del secolo XIX e all’inizio secolo XX, nel contesto della massoneria e della tecnoscienza “dura”, cioè fra gli inglesi, si procedette alla formulazione di un grande progetto mondiale: il miglioramento definitivo della razza umana, attraverso la scienza.

L’Eugenetica: un ben nascere, un ben vivere e, purtroppo, un ben morire.

Per costoro la vita umana, nella sua origine e nel decorso della sua esistenza, poteva e “doveva” essere sottoposta a progetti di razionalizzazione, di scientifizzazione e di manipolazione, in vista di una trasformazione definitiva.

In attesa di questo straordinario balzo progressivo, che avrebbe reso la razza umana (ovviamente quella del mondo evoluto cioè europeo e nord-americano) invincibilmente sana, bella, intelligente, totalmente vittoriosa su tutti i limiti della natura, si doveva cominciare ad eliminare tutti gli “inconvenienti di percorso”. Bisognava eliminare tutte le vite inutili, inguaribilmente malate, portatrici di handicaps mentali o fisici, vecchi e malati terminali…

Tutto un enorme e cinico processo di eliminazione della sofferenza, per l’affermazione di una vita e di una società totalmente a misura dell’uomo e della sua ragione.

Questo movimento fu espulso dall’Inghilterra e dall’America da quel buon senso, che si radicava ancora in una concezione religiosa dell’esistenza. I sostenitori dell’Eugenetica furono accolti a braccia aperte dal regime hitleriano ed in esso trovarono straordinarie possibilità di ricerca e di “lavoro” (anche qui si fa per dire).

Fin dalle prime settimane del suo governo, Hitler, arrivato al potere legalmente cioè con una maggioranza democraticamente eletta, iniziò a tappe forzate la realizzazione del processo di eliminazione di tutti gli “anormali”, stipandoli nei campi di concentramento, che cominciarono a funzionare come veri e propri campi di sterminio.

Contemporaneamente, sulla Germania non ancora dominata dal nazismo furono profuse tonnellate di propaganda a favore dell’eutanasia di stato. Migliaia di films e cortometraggi, centinaia di migliaia di opuscoli, milioni di volantini a propagandare una posizione che univa al pietismo più stucchevole (pena e bontà verso i sofferenti da avviare ad una morte dignitosa) un cinismo ed una violenza inaudita.

La maggioranza del popolo tedesco guardò da lontano ma impotente tutto questo: non aveva ancora venduto l’anima al diavolo ma non  aveva l’energia di una opposizione.

Una sola personalità si oppose pubblicamente a tutto questo e lo denunciò inflessibilmente all’opinione pubblica: il vescovo di Münster Clemens Von Galen, definito da Pio XII il “leone di Dio”.
Egli denunciò la follia eugenetica e razzista in omelie ed in lettere pastorali. Fu l’unico vero inesorabile resistente al regime di Hitler lungo tutto il periodo nazista. Anche le altre forme di resistenza si raccordarono idealmente a lui.

Il regime non osò mai toccarlo, tanto forte era il legame del vescovo con il suo popolo, ma massacrò decine dei suoi preti e centinaia dei suoi fedeli.

Questa storia ci fa comprendere il presente.

Anche oggi la vita umana rischia di essere concepita dalla nuova Eugenetica sostanzialmente come oggetto di progetti conoscitivi, scientifici e delle più diverse manipolazioni tecnologiche in funzione di una nuova programmazione della vita stessa.

La tecnoscienza si considera investita della responsabilità di formulare un nuovo percorso umano: la scienza è l’unico soggetto autorizzato a far questo ed è totalmente autoreferenziale. La tecnoscienza non riconosce nessuno superiore a sé: chi si oppone a tutto questo viene considerato un reazionario, incapace di stare al ritmo del progresso scientifico.

La “saldatura”, ormai evidente, fra tecnoscienza e magistratura sembra conferire a questo progetto caratteristiche di invincibilità.

Nell’infuocato dibattito delle settimane scorse ed in quello che si preannuncia nell’immediato futuro, vale la pena di ricordare che l’unica garanzia di una vera indisponibilità della vita umana a qualsiasi realtà storica ed a qualsiasi potere mondano, sta solo nell’affermazione che la vita umana è, per sua natura, aperta ad una dimensione trascendente della realtà e solo per questo è indisponibile a qualsiasi manipolazione.

La Chiesa sostiene da duemila anni che solo perché le radici dell’uomo sono “in Dio”, egli non scompare nella biosfera e non è assorbito nella società.

Infatti “l’uomo supera infinitamente l’uomo” (Pascal).

Nel suo primo radiomessaggio nel Natale del 1978 Giovanni Paolo II faceva un’affermazione di straordinaria pertinenza ed attualità: “Se le nostre statistiche umane, le catalogazioni, gli umani sistemi politici, economici e sociali, le semplici umane possibilità non riescono ad assicurare all’uomo che egli possa nascere, esistere ed operare come unico ed irripetibile, allora tutto ciò glielo assicura solo Dio”.

Qualche mese dopo la conclusione della seconda guerra mondiale Pio XII insignì della porpora cardinalizia  il vescovo di Münster.

A Münster nessuno era stato cardinale fra i predecessori di Von Galen e nessuno lo è stato poi tra i suoi successori.

Pio XII, con il suo gesto straordinario, proclamò davanti a tutta la Chiesa ed alla società che la porpora cardinalizia, romana, è per i martiri di Cristo, cioè per i testimoni di Lui di fronte al mondo.

postato da AnnaV alle ore febbraio 24, 2009 16:31 | link | commenti (7)
categorie: nazismo, eugenetica, conoscere la storia, conoscere la realta, von galen
martedì, 24 febbraio 2009

Vietato vietare: evviva la libertĂ !

Vi consiglio caldamente la lettura di (clicca sull'immagine):


postato da AnnaV alle ore febbraio 24, 2009 12:25 | link | commenti
categorie: libertĂ 
martedì, 24 febbraio 2009

Con la mano stretta alla mano del papĂ 

Mi ha commosso un brano tratto da "Si può vivere così?" di L. Giussani a pag.186:

La speranza che avevano Pietro, Andrea e Giovanni su cosa poggiava? Gesù era uno a cui davano del "TU", era una Presenza; quando si svegliavano la mattina intorpiditi perchè avevano dormito all'aperto e Lui aveva passato tutta la  notte a pregare, Giovanni, Anrrea e pietro,sentivano... dovevano "sentire" di appartenere a quell'uomo, perchè su quell'uomo potessero fondare una loro speranza nel futuro; era quell'uomo cui accettavano di appartenere che fondava la loro certezza per il futuro.

Il leggere queste parole mi ha fatto pensare ad un bimbo che cammina tenuto per mano dal suo papà.
Mi rivedo bambina camminare lungo la storica via Roma di Cagliari. Ero davvero fiera del mio babbo e insieme a lui non avevo alcuna paura: ero serena, soddisfatta, sicura e niente avrebbe potuto offuscare quel sentimento bello di appartenenza.

Ecco, per Giovanni, Andrea, Pietro doveva essere così.

Il brano prosegue:

I parenti di Gesù(...) che sono andati a prendere Gesù che stava parlando sulla piazza - sono andati perché di Lui dicevano: "E' matto", non riconoscendo niente in Lui - non lo possedevano, non erano in unità con Lui, non erano legati a Lui; Lui non era legato a loro; non lo avevano, e perciò su di Lui non poptevano poggiare nessuna prospettiva per il futuro. Siccome non lo avevano, non gli appartenevano, non potevano neanche poggiare su di lui una prospettiva per il futuro.

Chi non è attaccato a Gesù, come un bimbo è attaccato al suo babbo, non lo possiede, non gli appartiene e non può poggiare su di lui la sua sicurezza, che, per un adulto, diventa anche speranza per il futuro, come per Giovanni, Andrea, Pietro.

Il rapporto con Gesù deve essere di attaccamento, di affezione totale e, immediatamente, genera una fiducia che nulla può scalzare, nemmeno le apparenze più disperanze, perchè Lui  è più forte della morte.

postato da AnnaV alle ore febbraio 24, 2009 07:53 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni, don giussani, giussani, scuola di comunitĂ 
lunedì, 23 febbraio 2009

Siate realisti: chiedete il miracolo!

Ieri è arrivata la mail di p. Aldo Trento che dal Paraguay, dalla sua clinica per malati terminali ad Assunciòn, ci aggiorna su Celeste:



Celeste a una settimana dall'arrivo nella clinica per morire

 
Celeste ieri sera al bar con me

E poi aggiunge:
 

Amici: chi ha l’ultima parola sull’uomo i medici o Dio? 

Il mio ospedale esiste solo ed esclusivamente per rispondere a questa domanda

P. Aldo

Oggi un'altra lettera di cui riporto un passaggio:

Ieri, come ho messo piede in parrocchia, dopo essere tornato dal Brasile, ho dovuto fare i conti con due giovani mamme morte nella clinica e alcuni attimi dopo con un altro uomo e poi arriva la notizia che mi consegneranno un bimbo Indios di tre mesi, ammalato e abbandonato. Ero stanco e c’era un caldo insopportabile. Direi che le condizioni erano tutte favorevoli per scappare, perdere la pazienza, arrabbiarmi con Dio, in particolare per la morte delle due giovani mamme. Il mio stato d’animo era “nero”. Però, come in un fulmine, qualcosa ha invertito il mio essere: “io sono Tu che mi fai”, “la realtà è provvidenziale”, “anche i capelli del mio capo sono contati”. Questo giudizio ha letteralmente cambiato la mia posizione: da arrabbiatura ad adorazione, da fastidio alla libertà di abbracciare quelle situazioni con letizia. E così è ogni attimo della mia giornata…ma questa è l’avventura bella di rischiare la realtà.

E poi i miracoli. Ieri sera sono andato al bar con Celeste. Guardatela nella foto…e poi non ditemi che la realtà è nemica, che la realtà è negativa. Lei doveva essere già da un mese al cimitero ed ora era al bar con me. Una prova in più della grande verità del vangelo dell’emoraissa. Chissà se i medici…capiscono. Gli umili si, gli altri assolutamente no. 

postato da AnnaV alle ore febbraio 23, 2009 15:14 | link | commenti (16)
categorie: cristianesimo, celeste, aldo trento
domenica, 22 febbraio 2009

Caro don Giussani

                    22 febbraio 2005 - 22 febbraio 2009

    




"Quello che si riceve, lo si riceve secondo l'animo di chi riceve"*. Per questo ti viene fatto secondo la tua fede.
La grande saggezza della vita è quindi mendicare sempre , instancabilmente, la fede da Cristo "
(don Giussani, 1978)
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"La grandezza della vita (senza la quale non c'è respiro) sta nella scoperta del proprio nulla e del suo divenire strumento di Dio.
Cristo "prende " noi: per gli altri, il mondo".
(don Giussani, 1979)
_____

Per Giussani, come per Agostino, amore di sé e donazione coincidono. “La nostra vita, se obbedisce, diventa più grande di quanto sarebbe mai stata, cioè si realizza. L’obbedienza per noi, cioè il seguire il disegno di un Altro, il fare la sua volontà, è ragionevole in un solo caso: deve essere consapevole che in essa sta la riuscita della vita“. Per questo Giussani vede nell’amicizia il vertice dell’obbedienza.
Dalla meditazione sui consigli evangelici e sulle virtù teologali, in particolare la carità, nasce spontaneamente la riflessione morale: se Dio ci ama così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (cfr. Prima Lettera di Giovanni, 4, 11). La morale è proprio questa imitazione del Padre. D’altra parte Gesù stesso aveva detto: “Siate perfetti come lo è il Padre vostro” (cfr. Matteo, 5, 48), indicando con queste parole non una misura, impossibile per l’uomo, ma una tensione. La vita morale è un cammino, un cammino verso il Padre.
E tutta la sproporzione, tutto il limite umano non è obiezione a questo: “Santità non è non sbagliare”, afferma Giussani riprendendo sant’Ambrogio, “ma cercare continuamente di non cadere”. Come un bambino che, pur disubbidendo alla mamma, le rimane attaccato e, col tempo, quando diventa più cosciente di questa affezione e dell’amore gratuito della madre, gli rincresce di farle del male e allora cerca di non farlo più. … Per una gratitudine, per un amore, non semplicemente per rispettare un comando. Ma se l’amore è Dio stesso (cfr. Prima Lettera di Giovanni, 4, 8), allora “la morale è imitare Dio in questo, è seguire Gesù o imitare il Padre”. “Perfetto come il Padre nostro: ma chi è capace? Come raccomandazione è sconsiderata, come raccomandazione produce l’inverso: la paura. Invece c’é il passo parallelo di san Luca che spiega cosa vuol dire: ‘Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre che sta nei cieli’. La perfezione è questa commozione in atto verso il bisogno dell’uomo”. Per il fondatore di Cl, come per i grandi della Chiesa, per esempio Agostino e Tommaso, tutta la morale si riconduce all’amore, non è nient’altro che il comandamento di Gesù: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Marco, 12, 31; Matteo, 22, 39).
La legge dell’io è una sola: amare, perché Amore è lo stesso nome di Dio
.
 (Massimo Camisasca, Non per un comandamento ma per l’amore di un Altro, L’Osservatore Romano, 22.02.2009)

 _________

Nel tempo                                                                            
che attenua gli affetti
uno sguardo s’ è fatto più intenso,
una lieve carezza
a sfiorare i capelli
nel vento che soffia pungente.
Il sorriso
che intesse il suo volto,
negli occhi
il Mistero che rifulge potente,
nell’abbraccio
il Destino
di cui il cuore sobbalza,
la presenza in cui l’umano si compie.

(Gianni Mereghetti)

___________________   

* Quicquid recipitur ad modum recipientis recipitur

postato da AnnaV alle ore febbraio 22, 2009 08:32 | link | commenti (7)
categorie: don giussani, giussani
sabato, 21 febbraio 2009

Una provocazione...

Sono stata un po' incerta prima di pubblicare questa frase, ma forse può essere utile conoscerla per rifletterci su senza scandalizzarsi troppo.
Si tratta di qualcosa che mi pare di aver letto da qualche parte la settimana scorsa e che è stato ripetuto due giorni fa da un amico (ma non ho capito chi ne è l'autore):

"La vita è una malattia che si contrae con il rapporto sessuale ed è mortale al cento per cento"

Beh.. se uno è d'accordo con questa definizione, credo che sia una persona profondamente infelice e senza speranza... e mi fermo qui.
Se volete ne possiamo parlare.

postato da AnnaV alle ore febbraio 21, 2009 20:48 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni
sabato, 21 febbraio 2009

Le prospettive cambiano quando la morte ti guarda negli occhi...

"Sono sempre stata a favore del testamento bio­logico e dell’eutanasia. Ne avevo scritto uno pri­vato, ma l’ho strappato perché non voglio che ne venga fatto un uso improprio. Non voglio morire, voglio vivere fino all’ultimo. E credo che la scienza debba aiutare a curarmi".

Grazie al MpV e Cav di Mistretta sono venuta a conoscenza di questa intervista a Sylvie Menard, ricercatrice oncologa, affetta da tumore al midollo osseo:

L'eutanasia? Via di fuga solo per i sani

" Le prospettive cambiano quando la morte ti guarda negli occhi. Quando la diagnosi di una malattia dalla quale non si può gua­rire viene scritta sotto il tuo nome. Allora non pensi più all’eutanasia, ad abbreviare la tua vi­ta prima del tempo. Tutto si ribalta, valori e con­vinzioni. Anche se prima, quando avevi il do­no della salute, credevi che fosse un diritto e u­na tua libertà avere una morte degna che ab­breviasse le sofferenze. Dopo, invece, vuoi vi­verla fino alla fine, la tua esistenza. 

Vuoi ag­grapparti a ogni minuto e alla speranza molto umana che alla fine salti fuori una cura mira­colosa. Sylvie Menard, 61 anni, parigina e laureata alla Sorbona, è una ricercatrice oncologica che da 40 anni lavora in Italia per trovare cure anti­cancro. In una delle eccellenze scientifiche ita­liane, l’Istituto dei tumori di Milano, è stata al­lieva di Umberto Veronesi ed è stata direttrice del Dipartimento di oncologia sperimentale. Oggi è in pensione, ma collabora sempre con l’ospedale. Il 26 aprile del 2004, a seguito di un malore, le venne diagnosticato un tumore al midollo osseo da cui non si guarisce.

Cosa è cambiato da quel giorno, dottoressa Me­nard?
Tutto. Mi sono guardata allo specchio e mi so­no detta che non era vero, era un errore. Dopo tante sofferenze, ho cambiato le mie convin­zioni sulla vita e sulla sua fine.

In che senso?
Sono sempre stata a favore del testamento bio­logico e dell’eutanasia. Ne avevo scritto uno pri­vato, ma l’ho strappato perché non voglio che ne venga fatto un uso improprio. Non voglio morire, voglio vivere fino all’ultimo. E credo che la scienza debba aiutare a curarmi.

Anche se la sua vita di malata non fosse degna?
Per me è sbagliato parlare di vita indegna e di morte dignitosa. Sono concetti elaborati dai sa­ni. I malati non la pensano così e andrebbero a mio avviso coinvolti e ascoltati qualora si volesse discutere una legge sul testamento biologico. La vita è sempre degna. La verità che si vuole co­prire è un’altra: in Italia i malati terminali e le loro famiglie sono troppo spesso lasciati soli e siamo indietro nelle terapie antidolore. Certo, se a una persona sana prospetti una fine sof­ferta, un’agonia dolorosa, affermerà che prefe­risce l’eutanasia. Ma in un paese davvero civi­le esistono alternative. Se una persona è de­pressa e vuole suicidarsi, non mi pare etico dar­le una mano e spingerla giù da un parapetto.

Qualcuno potrebbe obiettare che va evitato l’accanimento terapeutico…
Mi sono convinta in 40 anni di lavoro e ascol­tando le esperienze in corsia dei colleghi che in realtà non esiste accanimento. Anche questo è un problema posto dai sani. Sono le famiglie e i malati terminali a chiedere di non sospende­re le terapie, a sperare che la prossima cura sia quella giusta. Nessuno accetta di sentirsi dire che non c’è più nulla da fare.

Solitudine delle famiglie dei pazienti e arre­tratezza della ricerca. Con le differenze del ca­so, non è la situazione degli stati vegetativi?
Sicuramente. Non sono una specialista, ma so­no una ricercatrice e mi fido solo dei dati. An­zitutto, degli stati vegetativi la scienza medica sa ancora troppo po­co. Poco o nulla è di­mostrato perché non è un settore che ab­bia interessato molto questa sanità sempre alla ricerca di fondi. Di conseguenza c’è molta disinformazio­ne. Basta leggere quello che pubblica­no molti giornali sul­la vicenda di Eluana. In alcuni si parla a sproposito di questi malati, definendoli ad e­sempio ‘comi vegetativi’ che non esistono. E­luana, poi, vive senza macchinari e non è ter­minale. Poiché la scienza non conosce il suo stato di coscienza, mi domando perché ucci­dere questa donna sia diventata la prova che l’Italia è un paese civile. Se vi sono dubbi sulla sua vita, non si risolvono ammazzandola.

Come valuta la vicenda?
C’è un padre che si è trovato solo ed è stato con­vinto da alcuni medici che sua figlia deve mo­rire perché quella che sta conducendo non è vita. Eppure il cuore di Eluana batte e lei respi­ra. Come fa uno scienziato, un medico, ad af­fermare che non è viva? E che non soffrirà se le verrà sospesa l’alimentazione? Le suore Mise­ricordine di Lecco che hanno assistito Elua­na per anni, pur sen­za una laurea in me­dicina, non hanno dubbi sul fatto che sia viva. Altro paradosso, qualche tempo fa si e­ra letto che la donna aveva avuto gravi pro­blemi rischiando di morire. Allora perché l’hanno fatta curare?

Il professor Defanti ha definito la sospensione dell’alimentazione una morte dolcissima.
È l’uomo che ritiene di cominciare da oggi a di­mezzarle l’alimentazione, atto ancor più cru­dele. Mi chiedo cosa ne sappia, certo non ha mai parlato con uno di questi pazienti. Se si sbaglia e queste persone provano sensazioni, immagi­nate cosa patirà E­luana quando le to­glieranno il sondino per l’alimentazione e morirà di fame e sete in 15 giorni.

Eluana avrebbe det­to a famigliari ed amiche di preferire la morte allo stato vegetativo.
Può darsi. Ma chi ha la certezza che anche se in stato vegetativo, oggi non abbia cambiato idea e preferisca vivere? La scienza non ci offre si­curezze.

Cosa rischia l’Italia con questa vicenda?
Se la sentenza viene eseguita, si rischia di apri­re una porticina verso la morte in cui possono scivolare prima di tutto le 2500 persone in sta­to vegetativo in Italia. Senza contare i malati di Alzheimer e le demenze senili. Vi saranno infatti medici e famigliari che si chiederanno perché loro devono continuare a vivere se Eluana è morta. Qualcuno potrebbe anche farsi venire la tentazione di far pulizia delle persone che non sono sa­ne e perfette. Neonati compresi.

Una vera e propria deriva di morte a suo giudizio, insomma.
Si, senza contare il messaggio culturale falso e offensivo verso i malati in stato vege­tativo e le loro fami­glie che soffrono e fanno dei sacrifici e­normi per amore dei loro cari. In pratica si dice loro che è tutto inutile, che i loro congiun­ti stanno vivendo una vita indegna. Questa cul­tura mi fa paura perché rifiuta chi è diverso, il malato e assegna ai sani il diritto di decidere chi può vivere.

Dottoressa Menard, lei crede in Dio?
No, ho avuto un’educazione cattolica, ma non sono riuscita a conciliare fede e scienza. Da quando ho il tumore vorrei tanto credere in Dio, mi aiuterebbe. Dalla vicenda di Eluana sembra che siano solo i cattolici a difendere la vita. Che non credenti e laici siano per la morte. Invece non deve essere così, la vita è un diritto che va difeso da tutti"

Paolo Lambruschi

(Fonte)

postato da AnnaV alle ore febbraio 21, 2009 16:37 | link | commenti (4)
categorie: eutanasia, sylivie menard
sabato, 21 febbraio 2009

«Quel monsignore parla solo per sé»

Non riuscivo a capire perchè mai il Vaticano ce l'avesse con "le ronde" di volontari disarmati e alle dipendenze dei prefetti e ora la cosa mi è chiara: era solo una presa di posizione di un prelato...
Questi mass media mi confermano sempre più che sono disinforanti, se non in malafede!

Ecco un articolo che mi rassicura un po' (ero arrivata a pensare di non capire la posizione del Vaticano che in genere mi risulta sempre ragionevole e equilibrata!):

Il retroscena - L’imbarazzo Oltretevere: «Quel monsignore parla solo per sé»

«Abdicazione dello Stato di diritto». È una bordata durissima quella che monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio dei migranti, lancia contro l'istituzione delle ronde di volontari a tutela della sicurezza nelle città. Una bordata «sparata» però a titolo personale, che sembra abbia provocato ieri sera qualche malumore in Segreteria di Stato.
Quella dei volontari civili, ha detto Marchetto, «non è la strada da percorrere», perché se «serve ad alimentare un clima di criminalizzazione dei migranti, non trova il consenso della Chiesa. È giusto che i cittadini si sentano al servizio del bene comune, ma per difendere i deboli». «Se si tratta invece di repressione dei reati, ciò spetta alle autorità costituite». La decisione di scegliere ex appartenenti alle forze dell'ordine, disarmati, secondo il rappresentante vaticano serve solo per «far passare una norma che aveva già sollevato critiche, anche da parte del capo dello Stato». Le parole del prelato, non nuovo a prese di posizione piuttosto dure sui temi dell’immigrazione, hanno colto di sorpresa la Segreteria di Stato. Il cardinale Renato Raffaele Martino, diretto superiore di monsignor Marchetto, si trova in questi giorni in Spagna e dunque non sapeva di questa presa di posizione.
«Sarebbe improprio attribuire al Vaticano le parole espresse dall’arcivescovo Marchetto – confida al Giornale un autorevole arcivescovo della Santa Sede –. L’impressione è che a volte il segretario del Pontificio consiglio per i migranti parli a titolo personale».
Nei piani alti della Santa Sede si attende di leggere il decreto, e se c’è preoccupazione perché non vengano criminalizzati gli immigrati, c’è altrettanta preoccupazione per gli efferati episodi di violenza che si sono registrati in questi giorni. Dunque viene giudicato eccessivo definire «abdicazione dello Stato di diritto» l’istituzione dei gruppi di volontari disarmati chiamati a vigilare sulla sicurezza delle città, contro gli stupri.
Il clima che si respirava tre giorni fa a Villa Borromeo, all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, durante l’incontro al quale hanno partecipato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il premier Silvio Berlusconi e i cardinali Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, descrive una situazione non certamente conflittuale. Anzi, i recentissimi tentativi operati da Berlusconi per cercare di evitare la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione di Eluana Englaro hanno avvicinato ancor di più Palazzo Chigi ai sacri palazzi.  (
Il Giornale.it)
postato da AnnaV alle ore febbraio 21, 2009 11:33 | link | commenti (13)
categorie: vaticano, politica
venerdì, 20 febbraio 2009

Quel pagano senso del destino

Orgogliosa di essere amica di Giulia Regoliosi e di Moreno Morani, rispettivamente direttrice  e responsabile della rivista Zetesis vi offro questo contributo tratto da Tempi:

Uomini e dèi nelle mani del Fato

«Niente è più estraneo alla saggezza antica dell’idea di essere padroni della vita e della morte». Un classico equivoco risolto dagli studiosi Regoliosi e Morani.

di Roberto Persico

«Il mondo antico amava la vita, altro che la morte!». Scatta come una molla Giulia Regoliosi. Una vita passata a insegnare greco e latino nei licei, da oltre vent’anni è direttrice di Zetesis, trimestrale di storia e letteratura nel mondo classico. Accanto a lei Moreno Morani, ordinario di glottologia all’università di Genova, responsabile del sito della rivista. Giulia e Moreno amano immensamente e conoscono la letteratura antica come le loro tasche, sono le persone giuste a cui sottoporre il ritornello rimbalzato più volte sui giornali in margine alla vicenda Englaro, la soppressione di Eluana accostata all’atteggiamento del saggio stoico, che vuol essere padrone della propria morte. «Non è vero niente. Niente è più estraneo alla saggezza antica dell’idea di essere padroni della propria vita – e perciò della morte. Gli antichi avevano vivissimo il senso della dipendenza, l’idea che la vita è nelle mani del Fato, che non le puoi aggiungere neanche un’unghia. Non è tua, e non ne puoi disporre».
«Due immagini fotografano la posizione del mondo antico nei confronti della morte – rincalza Moreno Morani. Una è l’incontro tra Ulisse e Achille nell’oltretomba, nel canto XI dell’Odissea. Al primo che lo esorta a non rattristarsi di essere morto, l’altro risponde: “Non cercare di consolarmi della morte, glorioso Odisseo. Preferirei da vivo sulla terra essere servo di un altro, vivere presso un uomo povero e privo di mezzi, piuttosto che dominare su tutti i morti”. Anche una vita di stenti, sembrano volerci dire, è comunque meglio della morte. La seconda immagine è Gesù che piange davanti al sepolcro del suo amico Lazzaro: sta per resuscitarlo, sa che tra un momento lo farà risorgere, ma piange, piange ugualmente. La morte è la sconfitta suprema».
Eppure i saggi antichi tessono l’elogio del suicidio. Seneca stesso si è suicidato per sfuggire alla condanna di Nerone che lo accusava di aver partecipato alla congiura per ucciderlo…
Non ne tessono l’elogio. Seneca si suicida perché non c’è alternativa, Nerone lo farebbe uccidere comunque. Gli antichi avevano piuttosto una percezione nettissima della tristezza della vita. «Ogni giorno un pezzetto di noi se ne va» scrive proprio Seneca. E nel bel mezzo di un romanzo umoristico, il Satyricon di Petronio, nell’osteria di Trimalcione, in mezzo al cibo, al vino, agli scherzi e alle risate, un servo ha l’incarico di ripetere all’oste a intervalli regolari: «Un’altra ora se n’è andata. Sei un’ora più vicino alla morte».
Una concezione piuttosto cupa dell’esistenza. Non era il caso di andarsene da sé?
Certo, gli antichi hanno il senso vivissimo del limite, della fragilità della condizione umana. «L’uomo è il sogno di un’ombra», scrive Pindaro. «L’ideale per l’uomo sarebbe non essere mai nato; ma per chi è nato, l’ideale è lasciare questa vita il prima possibile» gli fa eco Sofocle. Ma anche dentro questa tristezza non incitano mai ad abbandonare la vita; piuttosto ad apprezzarla per quanto possibile. Il «carpe diem» di Orazio non è l’esaltazione becera dell’effimero a cui lo ha ridotto la cultura moderna, ma l’esortazione a valorizzare tutto quel che c’è di bello e di buono della vita perché è precario, oggi c’è e domani chissà. La morte è guardata con rispetto, è il destino tragico che attende tutti, «a’ livella», direbbe Totò, che accomuna poveri e signori; ma è nelle mani degli dei.
Ma c’è anche chi, come Antigone, sceglie di morire; non a caso in questi giorni avete riproposto sul vostro sito la sua vicenda…
È tutt’altra cosa. Antigone ama la vita, non vorrebbe morire; ma sceglie di farlo pur di non «violare le leggi non scritte, incrollabili, degli dei, che non da oggi né da ieri ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce. Io non potevo, per paura di un uomo arrogante, attirarmi il castigo degli dei». Ci sembra drammaticamente attuale: ieri come oggi è in gioco la lotta fra le leggi non scritte, poste dagli dei nel cuore degli uomini, e un potere presuntuoso che si arroga il diritto di decidere del bene e del male. Un conflitto che spesso si sente attribuire alla Chiesa, come se il mondo antico fosse il regno della libertà, nel senso di una legge totalmente fatta dagli uomini, e poi il cristianesimo avesse inflitto agli uomini il giogo di una norma divina: tutte balle. Quattrocento anni prima di Cristo la questione è già tutta lì.
Le “leggi non scritte” non impedivano però loro di uccidere gli infelici, per esempio i neonati deformi…
Certo, l’affermazione del valore di ogni persona umana si compie solo col cristianesimo. Però è interessante osservare che se gli antichi praticavano l’eugenetica – l’eliminazione appunto dei bimbi giudicati inadatti alla vita – si sono sempre tenuti alla larga dall’eutanasia: la vita va conservata fino a che agli dei non piaccia riprendersela.
In certi ambienti si diffonde anche un’idea più serena dell’aldilà…
Sì, soprattutto con il successo dei culti misterici si diffonde anche un’immagine del corpo come prigione dell’anima e dell’aldilà come speranza di liberazione. Ma questo non sposta l’idea che il momento della morte rimanga nelle mani del Destino. Prendiamo il Somnium Scipionis di Cicerone. Qui Cicerone immagina che a Scipione appaia in sogno una visione dell’aldilà: un mondo beato, in cui le anime dei defunti vivono felici, libere dalle preoccupazioni del mondo. «Ti prego, padre mio santissimo e ottimo – dice a un certo punto Scipione – se questa è la vera vita, a quanto sento dire, come mai indugio sulla Terra? Perché non mi affretto a raggiungervi qui?». «No – è la risposta dei beati, che evidentemente Cicerone fa propria. Se non ti avrà liberato dal carcere del corpo quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi, tu non puoi avere accesso a questo luogo. Gli uomini sono stati infatti generati col compito di custodire quella sfera lì, chiamata Terra, che tu scorgi al centro di questo spazio celeste; a loro viene fornita l’anima dai fuochi sempiterni cui voi date nome di costellazioni e stelle, quei globi sferici che, animati da menti divine, compiono le loro circonvoluzioni e orbite con velocità sorprendente. Per cui a te, Publio, come a tutti gli uomini pii, spetta il compito di tenere l’anima sotto la custodia del corpo, né è possibile migrare dalla vita degli uomini senza il consenso del dio da cui l’avete ricevuta, perché non sembri che intendiate esimervi dal compito umano assegnato dalla divinità». La morte sta comunque nelle mani del dio.

                          

postato da AnnaV alle ore febbraio 20, 2009 20:28 | link | commenti (1)
categorie: vita, morte, eutanasia, zetesis
venerdì, 20 febbraio 2009

F. Cavallari è triste (?) per Veltroni e A. Morresi parla di testamento biologico

Il nostro amico e compagno Fabio Cavallari, apprendendo la ferale notizia delle dimissioni di Veltroni, ci comunica la tristezza che alberga nel suo animo e decide di farcene partecipi.

- Una canzone per Uolter 
 
 
 
Sull'interessante e discutibile editoriale pubblicato sul Il Foglio di oggi, venerdì 20 Febbraio, dal titolo Voglio morire, per legge, ecco un commento a caldo della prof.ssa Assuntina Morresi, componente del Comitato nazionale di Bioetica e stretta collaboratrice del sottosegretario al welfare Eugenia Roccella.
Le responsabilità della politica e della medicina si scontrano con l'ipotesi referendaria:

- Per capire il perchè di una campagna che (forse) ci aspetta
postato da AnnaV alle ore febbraio 20, 2009 17:44 | link | commenti (13)
categorie: cavallari, testamento biologico, morresi, radio bonaria
venerdì, 20 febbraio 2009

Riflessioni...

Scoperta di questi giorni...

Leggevo "Uomini senza patria" di L. Giussani e a pag 187 e ss. ho trovato un passaggio illuminante: 
 

" [c'è stato un passaggio importante nella storia di Cl in cui si  è] determinato il passaggio da una posizione esistenzialista - in fondo ancora chiusa in sé - a una posizione cristiana, o comunque umana, cioè di apertura a riconoscere la verità, di disponibilità, di grande dedizione a questo riconoscimento." (...)
"Il passaggio da una posizione esistenzialista a una posizione umana, cioè a una posizione in cui tutto è parte di un ordine, non sta in piedi se non s'appoggia, se non riconosce e non si appoggia a questa Presenza che permette alla nostra vita di essere presenza dovunque, di portare un significato, il significato delle cose, qualunque cosa si faccia. E' Cristo che redime l'uomo (...) E' Cristo, è questa Presenza riconosciuta, che permette a noi il passaggio da una posizione esistenzialista a una posizione umana, in cui tutto quello che facciamo - appartenendo ad un ordine - è funzione di un ordine, perciò è costruttività., è una edificazione di un mondo nuovo, di una civiltà nuova, della verità qe quindi dell'amore, anche se si scopa l'aula da occupare"

E' stato illuminante e chiarificatore. Spiego.

Ho sempre gustato le analisi psicologiche che scavano nel cuore umano e, se uno indaga a fondo nel proprio cuore, scopre un insopprimibile bisogno di pienezza, di bellezza, di verità, di giustizia, di gioia.
Ma non basta scoprire questo nostro cuore inquieto per essere soddisfatti: sarebbe come accontentarsi di porre una domanda senza  aprirsi alla possibilità che una risposta ci sia e sia quella che corrisponde pienamente al desiderio del nostro cuore.

Occorre incontrare la risposta in modo concreto e persuasivo, totalmente persuasivo... in modo sorprendente e stupito, in modo che ci scuota e mobiliti tutte le energie affettive; altrimenti ci accomodiamo in una domanda senza risposta, in una posizione estetica e sterile.

A questa domanda drammatica e bruciante solo Cristo dà una risposta: una risposta che non smette mai di
sorprenderci perché ha la novità dell'imprevisto ritrovata ad ogni minuto. Ma - particolare essenziale - occorre incontrare Cristo nella modalità che Lui decide per ciascuno. E se non lo incontriamo è vana la nostra domanda, perchè non avrà risposta. E  mi ritorna alla memoria la bellissima poesia di E.L. Masters che recita: la vita senza significato è la tortura/ senza requie e vago desiderio./ E' un vascello che anela al mare/ E ne ha paura.*

Ma quello che mi ha colpito ed è stato illuminante è stata la sottolineatura che occorre il passaggio da una posizione esistenzialista a una posizione umana. E la posizione umana (che coincide con cristiana perchè, come qualcuno ha detto, il cristianesimo è umanesimo integrale) è la posizione di colui che vive nella realtà, ne prende atto per quella che è e non per come vorrebbe che fosse e agisce di conseguenza.

Ecco il cristiano non è colui che si tratulla nelle indagini psicologiche o sociologiche, nel "se fossi", "se avessi", "se le cose fossero diverse", ma colui che parte dal suo bisogno umano presente e dalla realtà presente per vivere con intensità e lealtà.

________

George Gray                                                                         
Molte volte ho osservato
Il marmo che hanno scolpito per me
Un vascello con la vela ammainata
Alla fonda in un porto.

In verità ciò non rappresenta la mia destinazione
Ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l'amore e io fuggii
I suoi disinganni;
Il dolore bussò alla mia porta,
ma ebbi paura;
Mi chiamò l'ambizione, ma le opportunità mi hanno
terrorizzato.

Eppure desidero di dare
Un significato alla mia vita.
E ora io so che bisogna alzare le vele
E prendere i venti del destino
Dovunque conducano il vascello.
Dare il significato alla propria vita
Può finire in follia,
Ma la vita senza significato è la tortura
senza requie e vago desiderio.
E' un vascello che anela al mare
E ne ha paura.
(Edgar Lee Masters)
postato da AnnaV alle ore febbraio 20, 2009 07:57 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni, don giussani, scuola di comunitĂ , geore gray
giovedì, 19 febbraio 2009

Perché può essere bello l'impegno in politica

In questi giorni esaltanti di campagna elettorale per l'amico Giorgio in occasione delle regionali in Sardegna, mi son ritrovata più volte a pensare e a dire che se non avessi in mente uno come lui che vive davvero l'impegno politico come la più alta forma di carità (Paolo VI), non sopporterei la politica che dà spesso uno spettacolo così sgradevole.

Insomma, come sempre, la positività di un esempio bello riesce a vincere anche il disgusto per ciò che è sconsolante. In ogni campo. E' per questo che vi tedio ancora una volta su quest'argomento presentandovi la news letter appena ricevuta da Giorgio che indica anche un cammino di responsabilità per noi che l'abbiamo eletto:

Un grande risultato, un cammino che non si interrompe

E’ stato un grande risultato. Ma è stata soprattutto una ricchissima esperienza di incontri e di amicizie!
Ho conosciuto molte persone e ascoltato il racconto di tanti problemi dai quali è emersa la domanda  pressante di risollevare le sorti della nostra Isola.
Questo ha rappresentato e rappresenta un forte impulso e una sfida al mondo politico!
Una sfida che raccolgo interamente cercando di rispondere con un impegno ancora più forte. Ugo ed io siamo stati eletti ma ha vinto una squadra, non individui isolati.
Ora il nostro lavoro prosegue: per noi con una precisa responsabilità politica e di governo, per tutti voi con la responsabilità personale di proseguire, ognuno come parte di questa squadra, nel proprio ambito lavorativo e sociale. 
Siamo partiti dal percorso di "Via Libera": questo cammino non si interrompe con la fine della campagna elettorale ma sarà un proseguire sulla strada che abbiamo tracciato insieme.
 
Giorgio La Spisa                              

 
 

postato da AnnaV alle ore febbraio 19, 2009 08:13 | link | commenti
categorie: politica, sardegna, giorgio la spisa
giovedì, 19 febbraio 2009

Sanremo è Sanremo e ha già un vincitore: Povia

Luca era gay”, dunque, e Povia ha avuto il coraggio di cantare la storia di un ragazzo incontrato così, per caso, durante un viaggio in treno. Un altro Luca la cui storia si somma a quella raccontata recentemente dal settimanale Tempi: sosteniamo il coraggio di chi non ha paura della verità, sosteniamolo anche con piccoli gesti quali possono essere l’acquisto di un CD.


Leggi l'editoriale di SamizdatOnLine


Leggi anche:

Ma Oscar Wilde avrebbe dato ragione a Povia

Ascolta la

videointervista di Luca

postato da AnnaV alle ore febbraio 19, 2009 07:41 | link | commenti (2)
categorie: samizdatonline, sol
mercoledì, 18 febbraio 2009

Fine vita? No al referendum

Ho letto il DDL sul fine vita , su cui inizierà il dibattito al sentato ai primi di marzo, in vista di una legge il più possibile condivisa dai vari schieramenti.  A mio avviso è una cosa buona che in un'eventuale legge "debba in qualche forma sussistere quel rapporto di fiducia tra medico e paziente, che determina una vera e propria alleanza terapeutica tra i due" e ritengo giusto che ci siano delle garanzie per la libertà del singolo di cambiare idea in ogni momento sulla  propria vita.

Ma tali disposizioni, che tutelano la libertà di scegliere senza essere schiavi di decisioni irrevocabili, sembrano  sgradite a un certo gruppo di parlamentari che pare non vogliano collaborare per una legge condivisa e preannunciano un referendum abrogativo in caso di approvazione della legge stressa. Ci spiega i termini della questione il parlamentare europeo Mario Mauro  in un articolo per Il sussidiario:

"L’allarme è stato lanciato e ora non possiamo dire di non essere stati avvertiti per tempo. Si vocifera addirittura di una mobilitazione preventiva: se non venisse varata una legge sul fine vita secondo i criteri di chi, sostenendo le presunte volontà dei malati, ha mandato a morte una donna per fame e per sete, in Italia si parlerebbe già di referendum. Così ha tuonato quella parte dell’opposizione che da anni si batte per introdurre l’eutanasia come pratica legale anche nel nostro Paese. 

Il referendum diventerebbe così l’arma principale per introdurre ciò che il nostro diritto non prevede, se non riuscissero gli sforzi dei paladini delle presunte libertà di modificare in sede parlamentare il disegno di legge che la maggioranza sta preparando sul testamento biologico. L'affondo contro l’attuale disegno di legge arriva da Ignazio Marino, senatore del Pd che tanto strenuamente si è impegnato per sostenere le tesi dei supporter delle supposte libertà individuali nel caso Englaro, e che ha guidato, fino a pochi giorni, fa i democratici in commissione Sanità. 

Ma la prospettiva di una consultazione popolare è solo l’ultimo dei ricatti di questa menzognera battaglia per la difesa della cosiddetta libertà di scelta. Marino ha garantito di essere pronto a fare di tutto per “cancellare” il provvedimento qualora diventasse legge, fino a spingersi a prevedere la necessità “di un referendum abrogativo” se il disegno di legge passasse così com'é. 

Quello che auspicano Marino e compagni è di spostare lo scontro dalle aule delle Camere e portarlo nelle piazze alimentando, o volendo provocare, una spaccatura profonda tra due diverse visioni sulle questioni del fine vita. L’impegno di una certa parte dell’opposizione non è concentrato sull’apporto di contributi per varare una buona legge ed eventualmente proporre possibili emendamenti, ma alimentare uno sterile dibattito, di cui il Paese in questo momento cruciale, francamente, non sente la necessità. 

Il referendum sarebbe solo un'altra grande sconfitta per il Pd. La questione legata a nutrizione e idratazione artificiale è divenuta il vessillo di una battaglia culturale che adotta ogni mezzo per sovvertire l’ordinamento italiano e che, qualora venisse usato per attaccare i valori di democrazia, come il diritto alla vita, alle cure e alla salute, si ritorcerebbe contro, arrivando a dilaniare il popolo della formazione di centrosinistra.

Vediamo di fare chiarezza nei termini, perché per comprendere la complessità del reale, soprattutto per chi fa politica e dovrebbe legiferare nell’interesse dei cittadini e impegnarsi per il bene comune, occorre conoscere fino in fondo l’oggetto di cui si discute e, poi, agire di conseguenza. L’eutanasia diretta consiste nel mettere fine, con un atto o un’omissione di un’azione dovuta, alla vita di persone disabili, ammalate o prossime alla morte. Nel caso di Eluana è accaduto qualcosa di ancora più grave. 

Con l’introduzione dei cosiddetti nuovi diritti, verrebbero sminuiti i diritti dei malati e passerebbe un messaggio molto triste e cioè che una vita “non piena” non è degna di essere vissuta. Come dire che l’esistenza di un handicappato ha un minore valore. 

Le cure che d’ordinario sono dovute a una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. Se è legittimo procedere a strumenti di controllo del dolore per alleviare le sofferenze dei malati o la rinuncia all’accanimento terapeutico, cioè all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza una ragionevole speranza di esito positivo, non può essere accettata la soppressione di un essere umano, fine che risulta ancora più atroce se avvenuta per fame e per sete quando sono state date per certe volontà non verificate. 

Non sembra un caso che, di fronte a questa ingiusta sentenza, i sostenitori delle “volontà” di Eluana non abbiano avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Mai la parola eutanasia è stata nominata. 

Serve, allora, una legge, che vieti la morte per fame e per sete. L’acqua e il pane non sono terapie, sono un diritto. La dignità della persona e del malato, in particolar modo, devono venire prima delle sentenze dei giudici e dei diktat di certi medici. 

In un passaggio la “Gaudium et spes”, uno dei principali documenti prodotti dal Concilio Vaticano II, definisce «deplorevoli certi atteggiamenti» di coloro che «per non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza suscitano contese e controversie e pervertono molti spiriti a tal punto da farli ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro. […] Tutti quelli che credono in Dio avvertono la falsità di tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce». 

A una settimana dalla morte di Eluana Englaro, queste parole ridanno speranza a coloro che si battono affinché le menzogne non vengano più spacciate per verità. I sostenitori dei “nuovi diritti” ascoltino e traggano le loro conclusioni".

postato da AnnaV alle ore febbraio 18, 2009 07:29 | link | commenti (23)
categorie: politica, bioetica, biopolitica, testamento biologico, mario mauro
Rostropovich suona Berlino
mentre il muro sta cadendo



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Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)
UN ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO
Padre Aldo Trento a Cagliari

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Accompagniamola attraverso la grande prova


Eccomi
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Forse che il fine della vita è vivere?
Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
Dare in letizia ciò che abbiamo.
Qui sta la gioia, la libertĂ , la grazia, la giovinezza eterna!
Che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?
(P. Claudel)

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