martedì, 31 marzo 2009

La mamma di un bambino disabile accolto nella scuola paritaria scrive una lettera a "Il Sussidiario"

Leggo ne  Il Sussidiario di oggi la lettera inviata dalla mamma di un bambino disabile a proposito di un un articolo  de Il Corriere della sera di qualche giorno fa:

Alcuni giorni fa (il 9 marzo u.s.) ho letto sul Corriere della Sera, nella Cronaca di Milano, un articolo che mi ha lasciata davvero molto perplessa. Così, dopo alcuni giorni di riflessione (dedicati anche a documentarmi….), ho deciso di rispondere.

Questo il titolo dell’articolo: «I presidi ai capi delle private: “La Vera parità? Anche voi dovete accogliere gli alunni difficili”». Il contenuto dell’articolo è in sostanza un perentorio atto di accusa dei presidi statali alle scuole private, colpevoli –a loro dire- di respingere gli alunni portatori di handicap e stranieri con la scusa che non hanno strutture per accoglierli e seguirli; una requisitoria che si conclude con la richiesta di “riservare alcuni posti, completamente gratuiti, a studenti disabili e immigrati”.

Io, a dir la verità, di scuole paritarie che accolgono alunni “difficili” ne conosco parecchie; infatti sono madre di un bambino disabile di 11 anni, iscritto sin dalla prima classe della primaria ad una scuola paritaria e, direi, felicemente inserito e seguito. Anzi, posso dire che verifico quotidianamente una cura e una disponibilità che non so quanto siano diffuse nelle scuole statali, almeno stando a quanto mi raccontano amici e conoscenti che hanno situazioni familiari analoghe alla mia.

Certo, paghiamo una retta; di più: per avere l’insegnante di sostegno –che le scuole statali hanno in abbondanza e gratuitamente!- la scuola  non statale si accolla costi ulteriori ed è costretta a svolgere continue azioni di fund raising, talvolta in collaborazione con associazioni di genitori costituite ad hoc (come nel mio caso).

A proposito: la legge 62/2000 non ha definito queste scuole “PARITARIE”….? Paritarie nei doveri, sicuramente, ma quanto a diritti…..

Per quel che ne so io, infatti, nel caso in cui i genitori ne facciano richiesta, questi istituti sono assolutamente tenuti ad accogliere gli allievi con disabilità, in condizioni di svantaggio, o con disturbi specifici di apprendimento, garantendo la presenza di docenti di sostegno specializzati. Ottimo, giusto, ma chi paga? Qualcuno sa quanto costa un insegnante di sostegno per un anno scolastico? Se consideriamo poi che le classi che accolgono studenti in situazione di handicap devono essere costituite da un numero ridotto di alunni, ci rendiamo conto dello sforzo che le scuole paritarie devono sostenere, visto che sopravvivono grazie alle rette corrisposte dalle famiglie?

Eppure lo fanno. Con grandi sacrifici per tutti, gestori e genitori. Però anche con grande disponibilità e attenzione alla persona. E in cambio di cosa? Ad esclusione delle scuole primarie parificate, che hanno fino ad oggi usufruito di un contributo ministeriale previsto da una convenzione con il Ministero (cifra che non consente la copertura totale delle spese per l’insegnante di sostegno), le altre scuole paritarie (dell’infanzia, secondarie di primo e di secondo grado) che accolgono studenti in condizioni di svantaggio non ricevono contributi sostanziali, anzi…. Eppure sono aperte a tutti, e si prendono cura dei propri alunni solitamente meglio di quanto accade nelle sovvenzionate, gratuite e spesso indifferenti scuole di Stato.

Dispiace creare contrapposizioni, ma non l’ho fatto io per prima; vorrei che tutti gli alunni disabili (o no) fossero accolti, amati e seguiti come meritano e come è seguito mio figlio; mi piacerebbe che tutte le scuole funzionassero come si deve, statali o non statali che siano.

Ma quando si assiste a così palesi deformazioni della realtà, stare zitti significa diventare complici della menzogna. E a me questo non va proprio.

postato da AnnaV alle ore marzo 31, 2009 18:11 | link | commenti (1)
categorie: scuola, educazione
martedì, 31 marzo 2009

Raisman (University College): le staminali embrionali? Tossiche come i subprime

 Da Il Sussidiario.net:

Per molti Paesi, e ovviamente molti media, la ricerca sulle cellule staminali sembra privilegiare in particolar modo le staminali embrionali, considerate la chiave per la cura di parecchie malattie generiche che ora come ora non lasciano speranze. Tale atteggiamento rischia di screditare la ricerca, che molte prove testimoniano essere più efficace e semplice, sulle staminali adulte. Il professor Geoffrey Raisman è il direttore dello Spinal Repair Unit all’University College LondonInstitute of Neurology. Dirige un gruppo di ricerca il cui lavoro potrebbe un giorno condurre alla terapia del midollo spinale danneggiato, il tutto con l’aiuto delle staminali adulte. Ilsussidiario.net ha chiesto al professore di spiegare l’attuale situazione. 

Professor Raisman, le cellule staminali e in particolare quelle di origine embrionale sono al centro dell’attenzione dei media. Qual è il vero stato della ricerca sulle cellule staminali dal punto di vista scientifico?
Le cellule staminali embrionali hanno la proprietà di dividersi all’infinito e di poter diventare un qualsiasi tessuto del corpo. Dal punto di vista del trapianto di cellule embrionali, questi non sono interamente dei vantaggi, perché una divisione non controllata porterebbe a un tessuto invasivo, non adeguatamente integrato con il corpo. Ciò che è necessario per la riparazione dei tessuti sono cellule già differenziate nel tipo di tessuto che si deve riparare. Le cellule staminali embrionali, come esito di una donazione, sarebbero estranee a chi le riceve e perciò sotto attacco immunitario. 

Lei ha detto recentemente che le cellule staminali adulte sono molto più promettenti sotto il profilo terapeutico. Può approfondire questa affermazione?
Nei trapianti di cellule staminali adulte il confronto con il ricevente è effettuato in uno stato di maturità delle cellule, che sono già predisposte a costituire i tessuti richiesti e non sono incompatibili dal punto di vista immunologico. 

Secondo quanto risulta da una discussione sull’argomento alla Camera dei Lord, Lei ha paragonato la spinta al finanziamento degli esperimenti con cellule embrionali alla faccenda dei mutui subprime. Cosa intendeva con questo?
I
l pubblico considera le cellule staminali embrionali la via per ricuperare situazioni inguaribili. Per le ragioni esposte questa è un’aspettativa irrealistica entro un concepibile periodo di tempo. I finanziamenti pubblici sembrano rispondere solo a queste aspettative del pubblico e, ancor di più, a quelle dell’industria che vedono nelle cellule staminali embrionali un’inesauribile sorgente di ricchezza. Perciò, malgrado gli svantaggi e la lontananza nel tempo dell’uso delle cellule embrionali e, per converso, i vantaggi dell’utilizzo di cellule staminali adulte, la ricerca su quest’ultime non è ritenuta altrettanto meritevole di finanziamento. 

In futuro, Lei vede qualche possibile cambiamento nelle politiche di finanziamento in Gran Bretagna?
Non ho la sfera di cristallo per poter indovinare le intenzioni di chi gestisce i fondi governativi. In questa area, io sono una vittima, non il persecutore. Ma forse costoro dovrebbero ricordarsi che il trapianto di cellule derivanti da staminali adulte è il trattamento di maggior successo esistente ed è stato attuato in tutto il mondo da più di mezzo secolo. Si chiama trasfusione di sangue. I trapianti di pelle adulta (innesti sullo stesso paziente) funzionano perché sono derivati da staminali adulte destinate a diventare pelle, si integrano bene nella zona ospite, la loro divisione è controllata in modo chiaro e non presentano alcun problema di rigetto. 

Qual è la Sua opinione sulle cellule pluripotenti indotte? Il loro uso comporta tuttora rischi collaterali?
Queste cellule non sono adatte per i trapianti. Esse forniscono un eccellente sistema per lo studio nelle culture di tessuti dei processi delle malattie, specialmente quelle genetiche. 

Allo University College London Lei ha condotto una importante ricerca sull’autotrapianto di cellule adulte olfattive per riparare lesioni al midollo spinale. Può dirci qualcosa su questa ricerca?
I modelli animali indicano che i trapianti di cellule ensheathing (inguainanti) olfattive possono ripristinare funzioni molto importanti (noi abbiamo studiato il controllo della mano e del respiro) nelle lesioni del midollo e della radice spinale nei topi. I risultati di queste ricerche sono così incoraggianti che, se lo potremo, non cesseremo di tentare di trovare le conoscenze necessarie per trasferire questi benefici ai pazienti che sono attualmente senza possibilità di cura. Stiamo facendo ricerche su come ottenere queste cellule da tessuti umani adulti e per capire se queste cellule, prese dalla mucosa del naso, possono essere rese così efficaci come quelle ottenute dall’interno del cranio.

Se riusciamo a risolvere questi problemi, pensiamo di effettuare i primi trapianti, basati sulle cellule dello stesso paziente, in casi in cui i nervi del braccio sono staccati dal midollo spinale. Un successo aprirebbe le porte allo sviluppo delle tecniche necessarie per il trattamento futuro delle lesioni del midollo spinale, degli ictus, della cecità e della sordità. Lo scopo della ricerca è la conoscenza; la conoscenza porta la speranza. 

Un’ultima domanda. Nel dibattito sulle cellule staminali da embrione sono coinvolti anche aspetti etici, poiché l’inevitabile distruzione dell’embrione significa per molti la distruzione di una vita umana. Qual è la Sua opinione su questi temi?
Non vi è nessuna risposta logica a cosa è una vita umana. Nel normale concepimento, la maggioranza degli ovuli fertilizzati non sopravvive. La natura, spinta dall’evoluzione, utilizza la propria scure. Gli ovuli fertilizzati usati nella fecondazione in vitro sono buttati. In quale punto un ovulo vivo, capace di diventare un essere umano, acquista le proprietà di una vita umana non può essere stabilito scientificamente, né vi è un momento, in questo viaggio verso una persona, che può dare una risposta assoluta. Tutto sta nell’equilibrio, nel giudizio di moderazione.

La facilità con cui la razza umana parla del Quinto Comandamento è di gran lunga superata dalla nostra maggior capacità di non rispettarlo. Per qualche strano meccanismo mentale, ci riferiamo alla produzione di bombe, cannoni e strumenti di distruzione di massa usando il termine difesa, quando attorno a noi, tutto questo armamentario, venduto con enormi profitti, è dispiegato nel pieno della sua letale potenza, con una tecnologia sempre più potenziata nelle sue capacità distruttive. E ciò avviene in ogni società e tempo, con ogni religione e governo. E il numero di coloro che muoiono di malattie evitabili e di fame eccede di gran lunga il numero di quelli che uccidiamo. Una frazione del costo di una delle bombe intelligenti lanciate su Bagdad accelererebbe la scoperta di una cura per le lesioni alla spina dorsale.

Il fatto che non possiamo avere un mondo perfetto non significa che siamo liberi da ogni obbligazione morale di scegliere il mondo migliore che possiamo. E questa decisione non sta in regole o insegnamenti corretti, ma è compito di ogni uomo chiedersi in quale tipo di mondo vorrebbe vivere e quale parte lui stesso può giocare per realizzarlo.

postato da AnnaV alle ore marzo 31, 2009 08:37 | link | commenti (4)
categorie: bioetica, staminali
lunedì, 30 marzo 2009

Amazing grace

Chi mi conosce sa che non mastico bene l'inglese e quindi mi scuserà l'entusiasmo per questa canzone di cui non conoscevo le parole. Ieri insieme ai miei amici ho avuto modo di sentirla cantare dalla splendida voce di Donatella e oggi, per ricordare meglio la bellissima giornata di ieri, propongo il video, il testo e la traduzione:

   

Cocodix mi suggerisce anche questa versione:
http://www.youtube.com/watch?v=sACJnrICFFs

Testo                          Traduzione

 

Amazing Grace!                                  Grazia straordinaria!

How sweet the sound.                       Com’è dolce il suono

That saved a wretch                           che ha salvato una miserabile 

like me!                                                   come me!

I once was lost,                                    Una volta ero perduto, 

but now I am found.                           ma ora mi sono ritrovato.

Was blind but now I see.                    Ero cieco, ma ora ci vedo.

 

'Twas grace that taught                       E fu la grazia che cancellò

 my heart to fear.                                    i miei timori .

And grace my fears relieved:               Ed è la grazia che mi solleva dalla paura;

How precious did that grace appear   Quanto preziosa apparve la grazia

The hour I first believed!                        nell’ora in cui per la prima volta ho creduto!

 

Through many dangers,                      Attraverso molti pericoli,

toils and snares                                       travagli e insidie

I have already come;                             sono già passato;

'This grace has brought me                  La grazia mi ha condotto 

safe thus fare,                                          in salvo fin qui,

And grace will lead me home.              E la grazia mi condurrà a casa.

 

The Lord has promised good to me.    Il Signore mi ha promesso il bene,

His word my hope secures;                   la sua parola sostiene la mia speranza;

He will my shield and portion be          Egli sarà la mia difesa e la mia eredità,

As long as life endures.                           per tutta la durata della vita

 

Yea, when this flesh                                 Sì, quando questa carne 

and heart shall fail,                                  e questo cuore verranno meno,

And mortal life shall cease,                    E la vita mortale cesserà,

I shall possess, within the veil,             io entrerò in possesso, oltre il velo,

A life of joy and peace.                           di una vita di gioia e di pace. 

Le notizie sulla canzone le trovate qui

postato da AnnaV alle ore marzo 30, 2009 19:25 | link | commenti (5)
categorie: canzone
lunedì, 30 marzo 2009

Prima la libertà o la vita?

Continuo la riflessione sul valore della vita e il suo rapporto con la libertà, proponendovi un articolo di CulturaCattolica.it:



La libertà è un diritto, ma nella scala dei diritti il diritto alla vita è prioritario; senza il diritto alla vita non si può esprimere neanche quello della libera scelta.

Oggi al centro dell’attenzione mediatica (e non solo) c’è il tema dell’eutanasia: si cerca di imporre una concezione di “qualità della vita” che risponde ad alcuni criteri che ne certificano la dignità. Verrebbe da domandarsi chi fissa questi criteri e se prima o poi anche noi ne saremo esclusi.
La libertà è un diritto, ma nella scala dei diritti il diritto alla vita è prioritario; senza il diritto alla vita non si può esprimere neanche quello della libera scelta. La dignità dell’uomo è insita nell’essere umano in quanto tale, e quindi il diritto alla vita deve semplicemente essere riconosciuto dallo stato in quanto elemento di quei diritti che fanno parte della natura dell’uomo.
Si sottolinea l’autodeterminazione del malato, ma perché non mettere al centro invece quella che è chiamata l’alleanza terapeutica tra medico e paziente, già regolata dalla pratica quotidiana e dal codice deontologico? Perché si cerca sempre di porre le questioni senza tener conto delle relazioni interpersonali e soprattutto delle relazioni affettive? Luciano Ligabue in una sua canzone dice: “L’amore conta, l’amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte?”. Il problema di fondo infatti rimane l’incontro tra la volontà del paziente e il dovere del medico di salvare e difendere la vita. Non si può paragonare un trattamento futile o sproporzionato, che è giusto poter rifiutare, ad un intervento salva-vita. Benedetto XVI in occasione dell’Angelus in piazza San Pietro il 4 febbraio 2007 ha detto: “Facendo eco ai Pastori della Chiesa in Italia, invito a non cadere nell’inganno di pensare di poter disporre della vita fino a legittimarne l’interruzione con l’eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà“. Rivolgendosi alle migliaia di fedeli riuniti a piazza San Pietro per la XXXI giornata per la vita, il Pontefice ha sottolineato la necessità “di dire con chiarezza […] che l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo”.”La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano“. E questo in un tempo in cui si fa tanta propaganda sulla libertà di lasciarsi morire, e sul desiderio di morte dei malati. Diamo un messaggio di speranza invece di diffondere solo timori, ribadiamo che la vita ha un significato e va vissuta anche quando c’è la sofferenza, come dimostrano le testimonianze dei malati anche gravi, come ad esempio il dott. Melazzini o le esperienze degli Hospice e dei servizi di cure palliative. L’uomo è chiamato a vivere non da solo ma in relazione con gli altri. Non riduciamo la vita ad un concetto utilitaristico e di efficientismo. Si continuano a sottolineare le fatiche e le sofferenze che impediscono di scegliere la vita, allora per una volta vorremmo invece sottolineare che è un dovere di tutti impegnarsi per aiutare le persone che soffrono e le loro famiglie: per eliminare le sofferenze non si può eliminare il sofferente.

(Continua a leggere qui)

postato da AnnaV alle ore marzo 30, 2009 17:08 | link | commenti
categorie: riflessioni, vita, bioetica, eutanasia
lunedì, 30 marzo 2009

Roccella: Veronesi sbaglia, non serve un governo dei giudici

Intervista a Eugenia Roccella de "Il Sussidiario" del lunedì 30 marzo 2009: 

Giovedì scorso il ddl sul testamento biologico è stato approvato dal Senato e ora passa alla Camera. Si sono scatenate però le polemiche. Tra i punti più controversi la cosiddetta non vincolatività delle Dat: il medico infatti prende in considerazione quanto dichiarato nelle Dat, ma può non seguirle, motivando il perché della sua decisione. «Agli italiani - ha detto la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro - avete spiegato che questa era una legge per poter scrivere il proprio testamento biologico, ora gli dite che invece non contano più niente». E il senatore Umberto Veronesi ha invitato gli italiani a scrivere e depositare il loro testamento biologico prima che la legge entri in vigore. Perché «all’occorrenza un buon magistrato potrà farlo valere». È proprio la situazione che volevamo evitare, dice a ilsussidiario.net il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella: il “far west” del testamento biologico, cioè «passare, anziché dal Parlamento, dalle sentenze dei magistrati». 

Sottosegretario Roccella, ipotizziamo che la legge sul fine vita vada in vigore nella versione del ddl varato dal Senato. Cosa ne sarebbe di un altro caso Englaro?
Il punto è proprio questo: con la legge che sarà in vigore non sarà più possibile alcun “caso Englaro”. Devo comunque riconoscere che il verificarsi di un caso Englaro sarebbe difficile con qualunque dei progetti di legge che erano in discussione al Senato, perché l’anomalia del caso di Eluana è che non c’erano volontà scritte e questo ha consentito la ricostruzione delle sua ipotetica volontà da parte dei giudici. Quando si dice che Eluana è morta a causa di una sentenza non solo si dice l’assoluta verità, cioè che una sentenza ha consentito il distacco del sondino, ma anche che attraverso una sentenza è stata ricostruita la sua volontà di morire. 

Umberto Veronesi, intervistato da Repubblica, ha detto che il ddl è antidemocratico, antistorico e anticostituzionale e ha lanciato un appello agli italiani: «scrivete il vostro testamento biologico prima che questa legge che lo vanifica entri in vigore. All’occorrenza, un buon magistrato potrà farlo valere». Che ne pensa?
La sua è una legittima provocazione politica, che ha il merito di esplicitare quello che stava effettivamente avvenendo: il “far west” del testamento biologico. Lo abbiamo visto in altri paesi, come l’Olanda. La prassi della sospensione delle cure in Olanda è stata prima introdotta attraverso sentenze e prassi mediche e solo alla fine è passata per il parlamento. Questo è l’indirizzo che stavano seguendo in Italia i fautori - più che del testamento biologico - del diritto a morire: passare dalle sentenze dei magistrati e creare una situazione di fatto della quale il Parlamento avrebbe potuto solo prendere atto. 

Una posizione della quale la proposta di Veronesi esprime la formulazione coerente.
Sì. Penso che quello che dice Veronesi illumini molto bene sull’indirizzo che alcuni volevano intraprendere. Ma credo che per i cittadini il fatto che si passi dal Parlamento sia una garanzia fondamentale, perché il Parlamento esprime la volontà degli elettori. Che, se vogliono, possono bocciare l’operato dei politici, ma non quello dei magistrati. 

Uno dei punti salienti del ddl è il rapporto fiduciario tra paziente e medico, formulato nel principio che riconosce come “prioritaria l’alleanza terapeutica”. In molti però hanno obiettato che le Dat sono rimaste senza vincolatività. Ecco perché l'opposizione ha accusato la maggioranza di aver “svuotato la legge”. È così?
No, e questo è un punto fondamentale che va chiarito. Noi abbiamo sempre detto che questa legge aveva tre punti fondamentali: la certezza della dichiarazione - quindi autenticata, frutto del consenso informato - , poi il principio dell’idratazione e alimentazione assicurate a tutti, e infine il fatto che non fosse vincolante per il medico. Il ddl presentato dal senatore Calabrò in commissione conteneva esattamente questi punti. Di conseguenza non è caduta nessuna vincolatività, perché non c’è mai stata. La maggioranza quindi non ha fatto un emendamento aggiuntivo “togliendo la vincolatività”, ma ha semplicemente ripristinato il ddl Calabrò originario. 

In commissione, però, c’è stato un emendamento che inseriva la vincolatività del medico alle Dat.
In commissione un emendamento non dell’opposizione, ma di un’area della maggioranza inseriva la vincolatività con l’eccezione dell’articolo 7. Ma è una cosa più simbolica che fattuale, perché secondo l’articolo 7 il medico ha un margine di autonomia professionale che gli permette di dichiarare che non rispetterà le Dat, spiegandone i motivi sulla cartella clinica. 

Perché la maggioranza ha deciso di abbandonare quella formulazione tornando al testo Calabrò originario?
L’emendamento di maggioranza recitava “vincolante con l’eccezione dell’articolo 7”, quindi dava più che altro un peso simbolico maggiore alle Dat pur senza cambiare la sostanza, cioè che il medico non può prendere in considerazione indicazioni contrarie alla tutela della vita del paziente. Questo emendamento è stato ritenuto poco chiaro, ipotizzando che potesse creare ambiguità presso la magistratura, dando l’opportunità ai magistrati o alla Corte costituzionale di inserirsi in una norma che poteva sembrare contraddittoria. 

A suo avviso è prevalso il dialogo oppure ha ragione l’opposizione di dire che da parte della maggioranza si è “blindato” il ddl?
No, perché in commissione il dialogo c’è stato, per esempio i primi tre articoli sono stati riformulati in un unico articolo, il primo, raccogliendo vari suggerimenti della minoranza. Abbiamo accolto un emendamento Finocchiaro sull’inserimento del consenso informato all’articolo 1, cioè in sede di dichiarazione di principio. Il consenso informato era già presente all’articolo 4 ma è stato spostato perché la legge potesse aprirsi con una “dichiarazione di intenti”. 

Come spiega allora le forti polemiche che hanno accompagnato l’approvazione?
Penso piuttosto ad un fatto politico. Il dialogo infatti c’è stato non solo in commissione, ma anche nella prima parte delle votazioni in aula. Tant’è vero che una parte dell’opposizione ha votato con noi più volte, soprattutto durante il voto segreto. Ma il secondo giorno questioni di equilibri interni, posso immaginare, hanno portato ad una radicale contrapposizione. Ne hanno fatto le spese gli emendamenti Baio e Bianchi: noi eravamo disposti a votarli, ma poiché era venuta meno la disponibilità da parte dell’opposizione, abbiamo ritirato il nostro consenso e lasciato all’aula la decisione e l’aula li ha bocciati. 

Ora il ddl va alla Camera. Ci sono non pochi dissidenti, da Pera a Pecorella e Della Vedova. Vede il rischio di divisioni nella maggioranza? 
Vedremo. Intanto il ddl ha dato una chiara manifestazione di compattezza, il che non ha impedito che ci fossero più voci di dissenso da noi che nell’opposizione. Che ha tuonato contro la nostra compattezza, ma ci ha dato più volte quindici, venti voti nelle votazioni segrete. Da noi comunque c’è una vera libertà di coscienza. 

Esiste un deficit di laicità nella maggioranza? 
No, perché non c’è un “diritto prevalente”, come ci viene rimproverato da più parti, ma un indirizzo coerente fondato su visione antropologica condivisa; che nulla toglie alla libertà personale. Ma la libertà di coscienza non è la mancanza di una visione antropologica condivisa dal partito; è la discrezionalità individuale che su questa si fonda e rimane legittima. 

Cosa le rimane, come persona, di tutta la vicenda Englaro, dal punto di vista personale e politico?
Una grande amarezza, perché nel momento in cui davvero pensavamo di riuscire a salvare Eluana, quella notte, non ci siamo riusciti. Questo è rimasto come un segno, un senso di impotenza che ci ha segnato tutti. Ma anche la volontà che non ci sia mai più un caso Eluana. Mi auguro che sia la volontà di tutti e ho fiducia che anche alla Camera prevalga il buon senso.

Leggi anche:

Come medici e magistrati hanno imposto l’eutanasia all’Olanda, scavalcando la politica, la legge e ogni forma di responsabilità

postato da AnnaV alle ore marzo 30, 2009 08:31 | link | commenti (2)
categorie: roccella, testamento biologico
domenica, 29 marzo 2009

Una nuova tempesta mediatica...

...contro il Papa


Per chi non avesse ancora letto questa preoccupante escalation di turbolenze climatico-mediatiche suggerisco di andare a vedere questo reportage:

Una nuova tempesta mediatica contro il Papa

Di ritorno dall’Africa, appena atterrato a Roma in un pomeriggio soleggiato, il Papa avrebbe esclamato con i giornalisti: “Che bel tempo, oggi!”.
(
continua a leggere qui e non trascurare i commenti con i pronunciamenti di Odifreddi e Lapo Elkann e di tuttti gli altri maitres à penser)

postato da AnnaV alle ore marzo 29, 2009 16:50 | link | commenti (2)
categorie: ridiamo per non piangere
sabato, 28 marzo 2009

Un po' di positività

Stanca delle discussioni sterili e ideologiche, visto che domattina non ci sarò, lascio ora agli eventuali visitatori di domani una testimonianza di positività.

Si tratta di un articolo tratto da Il Sussidiario:

Il mio aiuto ai bimbi sieropositivi in Romania
Redazione
lunedì 23 marzo 2009  

A proposito di quello che ha detto il Santo Padre in merito alla lotta contro l’AIDS, sono rimasta profondamente sconcertata per il clamore e le polemiche che ne sono seguite.

Vivo in Romania dove lavoro con giovani sieropositivi, e oltre ad essere profondamente convinta che l’AIDS non si combatte con i preservativi, sostengo che il punto non è questo! Accentuando inutili polemiche continuiamo a non voler guardare la realtà, che è fatta innanzi tutto di persone come me e come te, non di proclami.

Anzi, aggiungo che sono molto preoccupata di quello che potrà accadere e che sta accadendo nel paese in cui vivo, perché tra qualche anno rischiamo di vedere una esplosione del problema dell’AIDS senza che ce ne accorgiamo, nonostante siamo tutti ben bene informati sull’uso del profilattico.

In Romania l’epidemiologia dell’Aids sembra un caso unico: la Romania è il Paese del mondo in cui i casi di Hiv o Aids dovuti a trasmissione orizzontale non sessuale rappresentano ancora oggi, venticinque anni dopo l’inizio della pandemia, la maggior parte di tutti i casi registrati. È l’unico Paese del mondo dove il numero dei bambini morti a causa dell’Aids è superiore a quello degli adulti. Ed è l’unico paese del mondo dove la maggioranza degli infettati in vita è costituita da adolescenti. Le cifre parlano chiaro: fra il dicembre 1985 e il dicembre 2007 (ultimo dato disponibile) in Romania sono stati registrati 15.085 casi cumulativi di Hiv-Aids; di essi 9.737 sono stati diagnosticati a bambini e 5.348 ad adulti (dati della commissione mista multi settoriale per lotta AIDS).

La Fondazione AVSI, con cui io lavoro da 11 anni, ha iniziato a lavorare nel paese nel 1994 costruendo il padiglione pediatrico presso l’ospedale di malattie infettive Victor Babes di Bucarest, dove i bambini malati di Aids vivevano in condizioni decisamente inadeguate all’infanzia. Il nuovo padiglione è stato realizzato seguito il modello di eccellenza del Bambin Gesù, che poi ha anche formato il personale medico e paramedico.

Nessuno si aspettava che cure mediche adeguate avrebbero permesso la sopravvivenza di quei bambini sieropositivi, che hanno provocato una questione sociale, spesso affrontata con l’istituzionalizzazione.

Nel 1996, grazie anche alla collaborazione con una nascente ong locale, Fundatia Dezvoltarea Popoarelor (fondazione per lo sviluppo dei popoli) hanno preso avvio nuovi progetti sociali e di accoglienza.

Nel 1998 ha preso avvio un progetto con il difficile obiettivo di ricerca delle famiglie di origine di bambini sieropositivi abbandonati per una loro reintegrazione in famiglia.

Abbiamo incontrato e cercato di deistituzionalizzare circa 50 bambini abbandonati presso l’ospedale Victor Babes e circa 100 bambini abbandonati nell’istituto di Vidra, un villaggio a circa 20 km da Bucarest. Nello stesso tempo abbiamo sostenuto 50 famiglie per prevenire l’abbandono di altri 50 bambini HIV+ nella propria famiglia naturale.

Tra il 2000 e il 2003 sono state avviate 3 case di tipo famigliare con 21 bambini e 6 famiglie affidatarie che hanno accolto 7 minori sieropositivi dallo stesso istituto.

Quello che è rilevante è che questi bambini che noi abbiamo conosciuto anni fa, che abbiamo accolto, che abbiamo amato e accompagnato nel loro percorso sono ora diventati grandi e iniziano a vivere una nuova fase della loro vita, e come loro anche le altre miglialia di adolescenti sieropositivi della Romania.

Le loro domande si fanno sempre più pressanti: “quanto tempo vivrò?”; “ma potrò avere una famiglia?”; “ma se avrò dei figli saranno sani?”.

I loro desideri non si esauriscono a un “rapporto protetto”, desiderano molto di più. Desiderano un compimento, desiderano una normalità, desiderano, esattamente come me, la felicità. Sono ragazzi che ora cominciano a giocare la propria libertà con percorsi faticosi di autonomia sociale e lavorativa, sono ragazzi che si innamorano, che vanno a lavorare (almeno ci provano) e che vivono spesso una grande rabbia per l’abbandono subito e la malattia, circostanze che non possiamo noi negare e con cui ognuno di loro fa i conti ogni mattina appena sveglio, ammesso, tra l’altro, che desideri ancora svegliarsi.

Come è possibile che ci fermiamo sempre e solo a parlare del preservativo? Come possibile che non ci accorgiamo che il problema è un altro? Perché è cosi difficile guardare la persona nella sua totalità di desideri, di attesa, di bisogno? Personalmente ogni giorno mi rendo conto di correre il rischio di ridurre uno dei “miei” ragazzi a un malato, magari con una preoccupazione anche buona, per una iperprotezione, ma mi accorgo del rischio che corro di guardare ognuno di loro come "sieropositivo" e non come persona unica e irripetibile con un cuore con le stesse domande e esigenze di felicità e di compimento che ha anche il mio cuore. Quando sono più attenta invece e guardo i loro volti vedo che il loro cuore desidera molto di più, anzi grida molto di più!

Non solo quindi la via per sconfiggere l'AIDS è un'altra, ma mi chiedo: non ci rendiamo conto di come, facendo finta di essere buoni, riduciamo la questione? E' possibile che sentir parlare di "umanizzazione della sessualità", di "amicizia" e di "comportamento giusto" ci faccia così arrabbiare? Siamo davvero convinti che il grido del cuore si possa esaurire cosi semplicemente? O non è forse più realistica Rose di Kampala che dice: «il problema è capire se la vita ha un senso. Solo così posso voler bene a me e a chi ho davanti»? 

Simona Carobene
AVSI Romania

postato da AnnaV alle ore marzo 28, 2009 20:12 | link | commenti (1)
categorie: aids, romania, avsi
sabato, 28 marzo 2009

“No ai piani quinquennali sul corpo delle personeâ€

Nel campo del buon senso non dovrebbe essere necessario fare delle leggi, ma quando il buon senso viene meno l'unico modo per "educare" le persone dovrebbe essere una legge adeguata.
Penso al modo con cui il bambino viene educato: se non lo si guida con indicazioni precise, non troverà di meglio da fare che ficcare le dita nei buchetti delle prese di corrente, oppure raccogliere da terra tutto quel che gli capita e metterlo in bocca, o si avvicinerà pericolosamente alla fiamma del gas...
In fondo anche la legge data a Dio da Mosé nell'antico Testamento aveva il compito di indicare la strada giusta per la crescita e la maturazione del popolo di Israele. Legge perfezionata da una legge di gran lunga più degna dell'uomo introdotta da Cristo: la legge dell'Amore (Non c'è amore più grande di quello di chi dà la vita per i suoi amici). Perché Dio è nella Sua essenza  Amore e l'uomo è fatto a Sua immagine e somiglianza.
Ma quando l'uomo dimentica la legge dell'amore che è capace di renderlo maturo  in nome della carità, allora occorre ristabilire i limiti per ridare l'alveo sicuro su cui far scorrere la via di ciascuno in modo veramente umano.
Così una legge sul cosiddetto testamento biologico non sarebbe stata necessaria se non ci fosse stata la generale deresponsabilizzazione che ha portato a smarrire il senso di umanità connaturato nell'uomo. E allora, chi ha maggiore consapevolezza ed è stato delegato a governarci, ha deciso di introdurre  la nuova legge sul biotestamento che sarebbe un assurdo per una società fatta da uomini di buon senso che riconoscono che la vita non dipende da loro, perchè nessuno può darsi da sé la vita e nemmeno può allungarla di un solo minuto secondo anche se lo volesse. Ma tale consapevolezza è stata smarrita e allora chi governa è stato costretto a legiferare.
Ecco perchè mi è piaciuto l'intervento di giovedì dell'On. Gaetano Quagliariello al Senato a conclusione della discussione per l'approvazione della legge sul fine vita: 

Signor Presidente, colleghi senatori, signori del governo,
vorrei innanzi tutto ringraziare lei, Presidente Schifani, per aver consentito di giungere al voto nei tempi previsti senza comprimere lo spazio del confronto, in un'aula che pure, in una sera di appena un mese e mezzo fa, aveva conosciuto la tensione delle emozioni forti.
Ringrazio il governo, il ministro Sacconi, il sottosegretario Fazio, e in particolare il sottosegretario Roccella, per la costanza, il rispetto e la discrezione con cui ha seguito i nostri lavori.
E ancora grazie al presidente Antonio Tomassini, al capogruppo in Commissione Michele Saccomanno, a tutti i membri del PdL della Commissione Sanità, e un ringraziamento speciale al relatore, Raffaele Calabrò, per la pazienza, l'attenzione e la tenacia con cui ha portato a termine il suo non facile compito.
Grazie al presidente del nostro gruppo, Maurizio Gasparri: abbiamo condotto questa battaglia all'unisono, con la stessa passione e il comune sentire di chi appartiene davvero a una sola casa.
Mi sia anche consentito di stringere in un caloroso abbraccio tutti i componenti del gruppo. Anche coloro che dopo di me interverranno in dissenso, perché in un grande partito capita a tutti una volta o l'altra di essere in minoranza, e in questi casi oltre a pretendere rispetto lo si deve anche dare: tale regola esce più forte da questa battaglia parlamentare.
Infine, e non pro forma, ringrazio l'opposizione per la lealtà con cui ha perseguito le proprie istanze. Il rammarico, semmai, è che non siano state colte alcune aperture che pure ci erano state sollecitate.
Vengo ora al merito del provvedimento. Parto dall'intervento del senatore Veronesi, che se non ho potuto apprezzare per i riferimenti al diritto costituzionale - me lo lasci dire senatore, piuttosto incerti - mi ha molto colpito per il vissuto e la profonda esperienza che ha comunicato. Si è trattato di un invito all'empiria; al fatto che laddove valgono deontologia professionale e giuramento di Ippocrate, e i rapporti umani si basano su un senso consolidato di civiltà, non vi è bisogno della legge.
Signor Presidente, la maggior parte di noi, partendo da convincimenti diversi da quelli del senatore Veronesi, concorda sul fatto che su questo tema non si sarebbe dovuto legiferare. Ma a sfidare il legislatore è stata la magistratura con interventi che abbiamo giudicato al di fuori dell'ordinamento. E assieme alla magistratura, a sfidare il Parlamento è stata una lobby che vuole ideologizzare questi temi allo scopo di spostare più in là la frontiera dei diritti, anche a costo di distruggere la cultura e la civiltà condivise di questo Paese introducendo l'eutanasia senza neanche prendersi il disturbo di chiamare le cose con il loro nome.
Noi non abbiamo consentito che il Parlamento e la politica abdicassero. Dunque, eccoci qui, ad approvare una legge che fissa tre capisaldi.
Innanzi tutto impedisce che le volontà di una persona possano essere ricostruite ex post addirittura dallo stile di vita. Stabilisce che nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita è degna di essere vissuta e quando non lo è, o addirittura di affermare che vi sia un momento, prima della morte, in cui una persona cessi di essere tale. La religione non c’entra nulla. Basta rifarsi ai fondamenti della nostra civiltà umanistica, o richiamare “Delitto e castigo” di Dostoevskij, per comprendere quanto le norme di garanzia introdotte in questa legge siano immaginate in difesa dei più deboli.
Il secondo principio riguarda la necessità che il futuro resti sempre aperto, non venga ipotecato; che nessuno possa essere impiccato a una scelta precedente mentre magari nel frattempo la scienza, che voi vorreste sempre con la "S" maiuscola, si è evoluta; che nessuno possa essere privato di quello spazio di sensazioni e di meraviglia che la vita deve poter offrire fino all’ultimo istante. Anche in questo caso la religione non c’entra. Lo spiraglio che abbiamo lasciato aperto, per consentire che l’alleanza terapeutica tra medico e paziente prosegua fino alla fine e in qualsiasi condizione, è una garanzia contro l’affermazione di una deriva deterministica, per la quale tutto può essere programmato, pianificato, vincolato. Senatrice Finocchiaro, a noi i piani quinquennali non sono mai piaciuti, a maggior ragione se riguardano il corpo! La libertà di contraddirsi o di essere contraddetto dagli eventi è propria della migliore tradizione illuministica, e non è un caso che un uomo non religioso come Leonardo Sciascia la volle scolpita nel suo epitaffio: “contraddissi e mi contraddissi”.
Infine, si è discusso a lungo se l’alimentazione e l’idratazione siano cure o meno. E’ stato il momento più controverso del nostro dibattito, e sul punto anche la scienza è divisa. Noi non saremo manichei, come alcuni dei nostri avversari; non diremo che vi è unanimità laddove questa unanimità non c’è. E di fronte a un’incertezza, in questo campo, a prevalere dovrebbe essere sempre il principio di precauzione. Ma a guidarci è stata anche una scelta culturale, che proviene da quel senso assoluto del diritto alla vita che troppo frettolosamente è stato presentato in quest’aula come interesse esclusivo dei cattolici, dimenticando ad esempio quanto esso sia miliare nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo o persino nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Signor Presidente, colleghi senatori, signori del governo,
è stato affermato che questa legge sarebbe stata scritta sotto l’influenza del Vaticano, e risponderebbe a un vincolo di fede piuttosto che a scelte laiche. Ebbene, noi abbiamo avuto massima considerazione anche per le posizioni espresse dalle Chiese, e in particolare dalla Chiesa cattolica che rappresenta parte importante dell’identità del nostro popolo. Noi, a differenza del senatore Maritati, non riteniamo che laicità significhi rinchiudere la fede nel ghetto della coscienza individuale. Le Chiese non solo hanno il diritto di intervenire nello spazio pubblico: hanno il dovere di farlo! Ma questa legge nasce dal libero convincimento di liberi legislatori.
Non è stata impermeabile a influenze culturali differenti. In Italia, infatti, vi sono stati in passato momenti importanti di dialogo tra cattolici e laici. Agli inizi della nostra storia repubblicana, quando la collaborazione tra uomini come De Gasperi, Saragat e La Malfa determinò la collocazione atlantica del Paese e lo sviluppo di un partito cattolico non confessionale. E poi, a sinistra, quando il faro fu la giustizia sociale.
Oggi si apre la prospettiva inedita di un nuovo dialogo tra cattolici e liberali; entrambi, seppur da prospettive diverse, impegnati affinché non si ripresenti sotto altre forme il costruttivismo sconfitto dalla storia; affinché l’ingegneria sociale non diventi ingegneria antropologica; e affinché non torni a circolare quel virus della presunzione fatale che nell'illusione di esorcizzare la debolezza insita nella condizione dell'uomo rischia di attentare alla sua più intima libertà.
Infine mi rivolgo ai colleghi dell’opposizione: noi non aspiriamo ad avere i quarti di nobiltà politico-culturale dei Gattopardi. Non frequentiamo i salotti radical-chic dove queste insegne vengono attribuite. Preferiamo il senso comune della gente comune. Ma – e volevo dirvelo da quella sera nella quale, emozionati, ci scontrammo duramente – in questa parte dell’emiciclo non ci sono sciacalli. E soprattutto non c’è chi crede di essere il sale della terra. Non lo abbiamo creduto prima dell’89, a maggior ragione non lo crediamo oggi che la storia ci ha dato ragione.
Per questo, non siamo sicuri che quella che stiamo approvando sia la legge migliore. Sappiamo però di aver fatto un buon lavoro, e di possedere gli argomenti e la forza per spiegarlo a un’opinione pubblica fin qui intossicata di ideologia. Lo diciamo con umiltà, ma con la coscienza tranquilla propria degli uomini liberi.

Da
L'Occidentale del 27 marzo 2009
Segnalato da
Il Mascellaro

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Quella legge non è cattolica
postato da AnnaV alle ore marzo 28, 2009 08:31 | link | commenti (6)
categorie: testamento biologico
sabato, 28 marzo 2009

Angelo Vescovi: ricavare sangue dagli embrioni? Falso e mostruoso

È di pochi giorni fa la notizia, riportata dalla stragrande maggioranza dei nostri giornali, che un gruppo di ricercatori inglesi garantisce in tre anni la produzione di sangue per trasfusioni ottenuto mediante l’utilizzo di cellule staminali embrionali. Al di là che tale dichiarazione sia casualmente o meno di poco successiva alle decisioni prese dal presidente Obama, ci si domanda in virtù di quali dati i ricercatori inglesi possano affermare con certezza il conseguimento di un simile obiettivo e se la strada percorribile sia solamente quella delle cellule embrionali. Abbiamo chiesto al professor Angelo Vescovi di aiutarci a capire il senso di simili annunci, che forse un po’ troppo spesso suonano eccessivamente trionfalistici. 

Dottor Vescovi, gli inglesi che hanno annunciato che entro tre anni riusciranno a produrre sangue umano grazie alle cellule staminali embrionali. Che cosa ne pensa?
Fra tre anni farò volare gli elefanti. Sempre che a qualcuno non dispiaccia. 

È così alto il livello di improbabilità che le ispira una tale affermazione?
No, non è tanto l’improbabilità, quanto la “scientificità” dell’annuncio. Non riesco, in tutta onestà intellettuale, a capire il senso di una simile dichiarazione. Se è davvero così come dicono, fra tre anni, quando l’avranno fatto, saremo ben lieti di assistere a questo successo. Già il fatto di dichiarare tre anni significa che in mezzo c’è un percorso lungo e complesso: qualcosa potrebbe anche non andare. Non si riesce quindi a capire quale logica segua questo proclama. Ammesso che si tratti di logica umana. Da qui a crearci una notizia passa tutto l’interesse sintetizzato nella parola “pubblicità”. 

Crede che quella inglese sia una dichiarazione in linea con la “moda” portata dal presidente Obama in tema di staminali?
Onestamente viene da sospettarlo, ma in tal senso non mi voglio sbilanciare. Certamente una moda c’è, a prescindere da Obama. Anzi si tratta più precisamente di un “riflusso”. Infatti tre anni fa, con la scoperta di Yamanaka, è venuto molto meno tutto l’alone di magia che circondava le macchine per la produzione delle staminali embrionali.

Faccio un passo indietro per spiegarmi meglio.

Nel giugno dell’anno 2006, Shinya Yamanaka, un ricercatore giapponese, portava a termine il cosiddetto sistema delle iPS, ovverosia l’inserimento in cellule adulte di alcuni geni che le fanno regredire allo stadio embrionale. È un meccanismo che in molti, tra i quali anch’io nel mio libro La cura che viene da dentro, avevamo predetto si sarebbe arrivati. Ma Yamanaka bruciò sul tempo le previsioni più azzardate. Con la sua scoperta le cose sono, come si può facilmente intuire, cambiate radicalmente. Da questo cambiamento repentino sono fioriti numerosi gruppi di scienziati che difendono accanitamente il vecchio metodo delle staminali embrionali. 

Per quale motivo Yamanaka perseguì uno studio alternativo rispetto al tanto acclamato impiego di cellule staminali embrionali?
Occorre precisare che qui in Italia abbiamo una visione leggermente falsata di come vada il mondo scientifico internazionale. Non è vero, come ci fa passare la maggior parte dei giornali, che nel resto del mondo si possa “fare di tutto” con gli embrioni e che le altre nazioni siano emancipate dai problemi etici. Per ottenere le staminali embrionali bisogna letteralmente fare a pezzi un embrione umano. Ciò detta qualche perplessità perfino ai più inveterati e incalliti scienziati laicisti. Yamanaka ha semplicemente cercato di evitare di coinvolgere gli embrioni e ci è riuscito.

Ovviamente le prime reazioni sono state di scetticismo. La comunità scientifica internazionale considerò per molto tempo quella di questo ricercatore una scoperta fasulla, una bufala per farsi pubblicità. Poi si sollevò l’obiezione, vera in questo caso, che i geni inseriti nelle cellule fossero potenzialmente pericolosi per l’essere umano. Ma sorprendentemente, in tempi che non sono assolutamente soliti alla scienza, questo tipo di problemi venne risolto quasi subito.

La scoperta, com’è intuibile, creò qualche attrito all’interno del giro di affari formatosi intorno alle società di ricerca e sviluppo nell’area delle staminali?
Altroché! Ci si trovò di fronte a uno scenario dove, fino a pochi mesi prima, si utilizzavano gli embrioni per realizzare la famosa “clonazione terapeutica”, che peraltro non è mai riuscita a nessuno, e in cui di colpo si doveva cambiare prospettiva. Lei pensi che cosa può succedere a un settore che per vent’anni ha dominato l’utilizzo degli embrioni per ottenere le embrionali staminali, che per anni ha millantato un credito del tutto infondato, e cioè che la terapia cellulare potesse basarsi solo sulle embrionali staminali (una bugia fatta e finita), e che improvvisamente si trova di fronte le scoperte di Yamanaka. Significa che coloro che hanno ottenuto leggi e brevetti con prospettive economiche allettanti rischiano d’improvviso di veder crollare tutti i loro progetti di guadagno. Per questo prima, alla domanda sul sangue, ho risposto che si tratta di una dichiarazione simile a uno spot pubblicitario. Cercano di accaparrarsi in tempo più finanziamenti possibili. 

È davvero così poco conveniente dunque, rispetto al metodo delle iPS, ricorrere alle embrionali?
Le riporto dei dati. Secondo un recentissimo articolo dell’American Journal of Epidemiology un’alta incidenza di tumori deriva dai bombardamenti ormonali cui si sono sottoposte le donne per ottenere gli embrioni da “sacrificare”. A questi si aggiungono forti disfunzioni organiche a molti casi di morte. Stranamente, a parte i giornali scientifici, pochi altri parlano di questi “effetti collaterali”. Eppure non so quanto piacere farebbe alle donne sapere che in questo frangente sono trattate come vere e proprie cavie.

Ma già ai tempi che precedevano la scoperta di Yamanaka noi ci chiedevamo quale razza di tecnica fosse una soluzione che richiedeva circa 200 oociti dalle donne e aveva un’efficacia del 2%. Se la pulsione che dettava questi studi era autenticamente quella di ottenere una cellula accettata per il trapianto, un’intenzione che faceva addirittura inventare un termine come “clonazione terapeutica” (non sono mai riusciti a curare niente, nemmeno un grillo!), allora l’obiettivo è davvero fallito. 

È qui che non capisco Obama quando dichiara che sulle staminali embrionali bisogna guardare i fatti. Ma quali fatti sta guardando il presidente degli Stati Uniti?

Non credo che sia ipocrita, ma che sia semplicemente male informato. E questa mala informazione è dettata da molti interessi. 

Avverte una radice ideologica in questo tipo di accanimento?
Sì, ma non soltanto. La radice è multiforme e variegata. Sono trent’anni che lavoro nel settore scientifico e direi che in questi casi c’è, in primis, un interesse di tipo professionale nel difendere le proprie convinzioni e ricerche, che magari durano da decenni. Questa posizione è umanamente comprensibile fino al momento in cui non induca a raccontare cose non vere in malafede.

Poi, come ho detto prima, c’è il problema dei brevetti, che dopo l’affermarsi della tecnica delle iPS, quindi fra qualche anno, saranno carta straccia.

In terzo luogo c’è la posizione fanatica laicista. A questo proposito ci tengo a precisare che io sono ateo convinto, non ho alcun tipo di fede religiosa. Ma le mie posizioni in questo frangente coincidono con quelle della Chiesa per un semplice motivo: le posizioni della Chiesa sono scientificamente le più ragionevoli, direi le più ovvie. Non accetto il dogma cocciuto di chi si ostina a dire che la scienza deve percorrere ogni strada. Non è vero. Esiste un’etica naturale che ti urla dentro che fare a pezzi un embrione è uccidere un uomo indifeso. Se non esistesse un’alternativa in questo campo per la ricerca allora forse avrei qualche dubbio in più, ma dal momento che si può fare ricerca sulle cellule col metodo iSP non capisco davvero dove sia il problema.

Molti laicisti vivono nella convinzione che qualunque posizione assuma la Chiesa cattolica sia necessariamente oscurantista. Per difendere una simile idea sono pronti ad abbracciare dogmi di rara assurdità. Come quello che riduce gli embrioni a un “grumo” di cellule. Ma già soltanto questa definizione pecca di un’assenza imperdonabile di scientificità.  

Un’ultima domanda. Ferruccio Fazio, sottosegretario al welfare ha dichiarato, stando ai giornali, che grazie alle cellule del cordone ombelicale in Italia si otterranno gli stessi risultati annunciati in Inghilterra senza ricorrere alle staminali embrionali. Cosa ne pensa?
Dubito che Ferruccio Fazio, che è un medico, abbia detto una cosa così superficiale. Chissà che cosa hanno capito i giornali. Ci sono una serie di studi in cui il trapianto autologo di cellule provenienti dal cordone ombelicale dà risultati positivi nei bambini affetti da diabete mellifluo e altre interessanti prospettive, ma da qui a ritenere che questa sia la soluzione ne passa. Forse Fazio si è solo limitato a elencare tutti gli altri sistemi alternativi di cui la scienza dispone.

Il vero problema nel nostro Paese sono invece i finanziamenti per la ricerca. Non ci sono abbastanza soldi. Si consideri che i giapponesi, coi quali la Bayer sta litigando per avere il brevetto dell’iPS, stanno investendo in questo tipo di ricerca una quantità di stanziamenti analoga a quella che utilizzarono nella ricerca sui semiconduttori. Questo dà l’idea della sproporzione fra la nostra situazione e la loro. Speriamo che presto si consideri l’idea di effettuare investimenti strutturali degni di questo nome in tutto questo settore.

postato da AnnaV alle ore marzo 28, 2009 07:36 | link | commenti
categorie: bioetica, staminali
venerdì, 27 marzo 2009

Attualità a RF

 

Tra polemiche e voti trasversali il Senato, dà il via libera alla legge sul cosidetto testamento biologico. Ma una legge non basta, bisogna realizzare occasioni di aiuto concreto a chi si trova, malato e parenti, a fare i conti con la gravissima disabilità.
Il 2 Aprile, partirà ufficialmente, sotto il patronato del Ministero del Welfare, un progetto di ricerca, che, per la prima volta al mondo, metterà in rete i centri e le associazioni famigliari.
Ne parliamo con la responsabile, la dott.ssa Matilde Leonardi, neurologa , dell'Istituto Besta di Milano:

- Basta parole





postato da AnnaV alle ore marzo 27, 2009 17:07 | link | commenti
categorie: testamento biologico
venerdì, 27 marzo 2009

Informe mi hanno visto i Tuoi occhi...

Grazie a Topenz  che me l'ha segnalato, oggi posso farvi in dono questo commovente video:

"...informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era già scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati quando ancora non ne esisteva uno" (Sal.139).


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Il mio amico Fabio Cavallari mi segnala un suo articolo su Tempi in cui parla appunto de "La quercia millenaria":

E Giona vide la luce

postato da AnnaV alle ore marzo 27, 2009 07:22 | link | commenti (12)
categorie: vita, meditazioni, cavallari, quercia millenaria
giovedì, 26 marzo 2009

«Dicono che sono folle perché curo gli incurabili, ma vorrei che la piantassero di parlare a priori..."

Da Tempi questa intervista a Padre Aldo Trento:

Questo prete ci darà un sacco di guai. Prossimo è il tempo in cui le sue lettere, le toccanti e terribili lettere in cui descrive le sofferenze dei suoi moribondi e l’amore che lo sospinge continuamente ai loro capezzali, là nell’ospedale della missione di San Rafael in Paraguay, verranno agitate nei talk-show per accusare i cattolici di sadismo e forse scrutate negli uffici dei magistrati come notizie di reato per chiudere i lazzaretti in cui i cristiani si compiacciono di assistere l’agonia di «esseri mostruosi e deformi», come li ha definiti Giorgio Bocca sull’Espresso. E il suo clamoroso gesto di protesta contro il capo dello Stato che si è rifiutato di firmare il decreto legge che avrebbe salvato la vita di Eluana Englaro (la restituzione della decorazione della Stella della solidarietà di cui era stato insignito) ci sarà rinfacciato come la prova della slealtà dei cristiani verso le istituzioni. Guai a chi, quel giorno, lo rinnegherà. Perché sarà la stessa cosa che rinnegare Cristo e se stessi. Padre Aldo Trento, 62 anni, quarant’anni di sacerdozio di cui venti di naufragio della vocazione e della salute sprofondate nel nero gorgo della depressione, è infatti un santo “per filiazione”. Figlio di don Luigi Giussani e figlio del popolo di don Giussani, cioè Comunione e Liberazione. Non è il santo che appare dal nulla come una folgore nella notte; è carne della carne di don Giussani e dei figli di don Giussani (primo fra tutti il sacerdote forlivese don Alberto Bertaccini), lentamente generato nella fatica e nell’umiltà davanti alla sofferenza incomprensibile della depressione. Don Aldo esercita il diritto e compie il dovere di scandalizzare mostrando ed esaltando il contenuto provvidenziale della sofferenza dei piccoli e degli innocenti, perché ha vissuto nella propria carne patimento analogo e ne ha infine abbracciato la verità per la Grazia della compagnia di chi gli è stato vicino sempre, fedelmente. La sua voce rauca e nebbiosa, così simile a quella del più famoso prete di Brianza da far trasalire, trasmette verità che non lasciano scampo, perché coincidono con la drammaticità di una vita vissuta.


Padre Aldo, nel contesto della vicenda che ha portato alla soppressione di Eluana Englaro lei ha compiuto un gesto di protesta clamoroso: ha restituito l’onorificenza di cui era stato insignito dal capo dello Stato. Perché lo ha fatto?
Perché l’uomo è un mistero, è relazione con l’Infinito. Io non posso pensare neanche per un istante che un presidente della Repubblica non rispetti la storia in cui questa coscienza dell’uomo come “io sono Tu che mi fai” ha creato il tessuto culturale e la civiltà non solo di un popolo, ma di un intero continente. Il gesto che ho fatto è stato come dire: «Caro presidente, guardi che lei non è il padrone della vita di nessuno. Anche lei in questo momento è fatto da un Altro, e mi duole che lei non possa capire questo». Anche perché io penso che col passare degli anni, avvicinandosi al giorno della propria morte, l’uomo se usa correttamente la ragione dovrebbe avere più acuto il senso dell’aldilà, il senso dei Novissimi, il senso del giudizio di Dio. E come può un uomo essere tanto arrogante da impedire che una persona umana, autenticamente umana, possa continuare vivere? Il secondo motivo della mia reazione è che mi sono sentito toccato nel cuore. Di Eluana si diceva che era allo stato vegetativo. Ma in fondo anch’io mi sono trovato allo stato vegetativo spiritualmente e moralmente per anni. Se è vero che la vita è vita quando ha un significato, io ho avuto momenti della vita in cui avevo perso il significato e avrei desiderato morire. Però ho incontrato un uomo, Giussani, che dallo stato vegetativo mi ha fatto rivivere, scoprire la bellezza della vita, il significato della vita. Facendomi anche capire che il significato non coincide con la funzione biologica, ma con il fatto che io possa essere cosciente di essere creatura divina. E se succedesse che io fossi incosciente, tuttavia farei ancora parte del Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Il terzo motivo è che nella mia clinica non ho un caso Eluana, ma tanti. Eppure quando mi inginocchio davanti a queste piccole Eluana, penso all’Amore del Padre verso di me, che potendo offrirsi Lui come vittima d’Amore, ha preferito come segno di Amore ancora più grande di offrire suo Figlio sulla croce per me. Un giorno mentre dicevo Messa nella stanzetta di questi bambini malati ho letto il passo della Lettera agli ebrei dove si dice che Dio castiga quelli che ama. Non capivo. Ma ho guardato il crocefisso e ho guardato Victor, uno dei piccoli malati. E in quel momento ho capito che Victor è un privilegiato. Perché se Gesù è stato castigato per amore nei miei confronti, allora Victor è Gesù che sta soffrendo per me e per tutti, perché possa salvarmi io e salvarsi il mondo intero. Ma l’uomo di oggi non vuole sentire questo, ha eliminato Eluana perché vuole eliminare il crocefisso. C’è questa tendenza a eliminare il crocefisso dai luoghi pubblici perché si vuole eliminare tutto quello che ci ricorda il dolore. Ma il dolore è l’inevitabile condizione per la bellezza, perché uno possa incontrare il Mistero. Se io non avessi conosciuto la depressione per anni, se non avessi conosciuto in me l’odio alla vita, però sotto il manto di Giussani e della Madonna, credo che Dio non avrebbe potuto fare di me uno strumento di amore e di tenerezza verso tutti i rifiuti umani che riempiono la città di Asunción e dintorni, che porto con me come figli e fratelli, come altri Cristi.

Oggi la battaglia culturale è proprio su questo: ci sono intellettuali, come Lidia Ravera, che accusano le persone come lei di sadismo, dicendo che chi cura i malati incurabili lo fa per sfruttare le loro sofferenze, per sentirsi buono attraverso di loro. Oggi il giudizio morale va ribaltandosi: chi vuole curare i malati è crudele, perché vuole mantenerli nella sofferenza, chi li sopprime invece è veramente compassionevole.
Il problema è tutto nella risposta a una domanda: chi è l’uomo? Se l’uomo, come dice Sartre, è “una passione inutile”, un essere per la morte, allora non ho niente da obiettare. Però ci sono in noi delle cose inesplicabili come l’esigenza di amore, di infinito, di eternità, di bellezza. Questa nostalgia dell’eterno suggerisce che l’uomo è il frutto più bello del Mistero. Per cui, se Dio esiste, tutto ha un significato. In secondo luogo, questi signori non hanno conosciuto quello che ho conosciuto io, o che ha conosciuto Pavese, o che ha conosciuto Leopardi, o che hanno conosciuto tante persone: il “male del vivere”. Chi ha conosciuto il male del vivere ma ha avuto la Grazia, a differenza di Pavese, di incontrare un uomo come Giussani che lo ha amato, capisce bene che il sadismo è il loro, non il mio. Io sono uno che è resuscitato, che con molta facilità se non avesse avuto l’incontro con Giussani si sarebbe volentieri autoeliminato. Credo che quello che umilmente faccio io oggi sia l’espressione di un amore. Perché solo Dio sa quanto soffro, quanto soffro in questo dolore. Però non mi importa se non mi caspiscono. Forse grazie al mio dolore e al dolore dei miei figli anche per loro ci sarà, nell’ultimo istante della vita, un barlume minimo di lucidità per il quale si renderanno conto di ciò che ora, ubriachi di orgoglio come il demonio, disprezzano.

In questo momento storico drammatico è però successo anche un fatto inaspettato: mentre non pochi cristiani mostrano cedevolezza alla mentalità comune sui temi bioetici – l’ultimo caso è appunto quello dell’eutanasia a Eluana Englaro – ci sono stati degli atei e degli agnostici che mostrano sensibilità per la sacralità della vita. Il caso più clamoroso è quello del medico e cantante Enzo Jannacci, che si dichiara ateo, e che ha evocato «una carezza del Nazareno» per Eluana.
Ci sono uomini autentici che hanno una coscienza limpida di cos’è la ragione. Perché se la ragione è la capacità di guardare la realtà secondo la totalità dei fattori, allora capisco perché Jannacci ha detto quelle cose. Mentre tanti cattolici, proprio perché non fanno un uso corretto della ragione, non hanno neanche la coscienza della fede. La ragione ti apre la totalità dell’altro, te lo fa vedere come il riflesso del Mistero, qualcosa che sfugge alla tua portata. Jannacci mi ha commosso perché, come Leopardi, non è realmente un ateo. È più autenticamente religioso di migliaia di cattolici e anche di preti come quelli di Udine, favorevoli all’eutanasia su Eluana.

Il cristiano è chiamato alla testimonianza. Come deve essere la sua testimonianza nell’ambito politico, in questo momento storico drammatico? Che responsabilità deve esercitare?
È necessario prendere sul serio il magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II, cioè prendere sul serio il cuore del cristianesimo, che è l’amore alla persona nella sua totalità. Dio vuole che la politica torni realmente ad essere per l’uomo, per la sua integralità. Ciò sarà possibile solamente se recupereremo un concetto chiaro di ragione. La sfida è lì: dobbiamo decidere chi è l’uomo. Se l’uomo è un numero che è uscito alla roulette, come dice Monod, allora è possibile tutto. Ma se l’uomo è relazione con il Mistero, le cose stanno diversamente. La politica deve decidere: o seguire quello che dice Monod, o decidere per quello che è l’uomo secondo la ragione: “Io sono Tu che mi fai”. La politica deve recuperare questa prospettiva del Mistero, altrimenti tutto diventa assurdo.

Lei ha fatto l’esperienza di quel che dice san Paolo: «Quando sono debole, è allora che sono forte per Cristo». Oggi la Chiesa è debole davanti alle potenze del mondo. Come può trasformare questa debolezza in forza?
A me impressiona quello che diceva Giussani: noi cristiani, e soprattutto molti pastori, vescovi, preti, religiosi, abbiamo vergogna di Cristo. Questo credo sia il delitto più grande. Se il mondo è quello che è, è perché noi, come dice Eliot, abbiamo abbandonato l’uomo. In America latina è evidente, anche nel mio paese: disobbedendo alle direttive del Santo Padre, un vescovo si è presentato alle elezioni e si è tirato dietro il 90 per cento del mondo cattolico. Invece dobbiamo recuperare la fedeltà effettiva e affettiva al Papa, superando quel complesso antiromano che da più di un secolo ci portiamo dietro. Quanto più saremo uniti al Papa, quanto più lo ameremo e lo seguiremo, tanto più il continente definito “il continente della speranza” da Giovanni Paolo II tornerà a rifiorire, mentre oggi è percorso da un asse del male che va da Raúl Castro a Chávez, a Rafael Correa, a Evo Morales e Lula.

Oggi la parola d’ordine della nostra cultura è “autodeterminazione”. Tutto va bene purché sia risultato di autodeterminazione. Va bene curare i malati inguaribili ma va bene anche sopprimerli; va bene abortire così come va bene tenere il bambino: basta che siano decisioni autodeterminate. In questo caso cade l’accusa di sadismo contro chi accudisce i sofferenti, ma a prezzo di un relativismo morale assoluto. Anche alcuni teologi e cristiani impegnati vedono nell’autodeterminazione una delle caratteristiche salienti dell’identità cristiana. Cosa ne pensa?
L’esistenza stessa documenta la menzogna, la diabolicità di questa posizione. Quando chiedo a un bambino in braccio ai suoi genitori “come ti chiami?”, lui guarda suo padre e sua madre come a dirmi: «Padre Aldo, hai sbagliato domanda, la tua domanda avrebbe dovuto essere: “Di chi sei?”». In ogni istante, io dipendo da qualche cosa: anche dagli elementi chimici, dagli elementi cosmici, da tutto. Ma ancora di più dipendo dal mio cuore, che mi porta inesorabilmente a cercare, a mendicare l’infinito. Poi io parto dalla mia esperienza di vita: se non avessi avuto la Grazia di qualcuno che mi ha aiutato a prendere coscienza di questa dipendenza ontologica, non sarei qui a parlare con lei. Perché l’autodeterminazione, nel caso della mia malattia, mi avrebbe spinto a farla finita con la vita. E tutto sarebbe finito. Invece è sorto un popolo che oggi gode di questa gioiosa dipendenza dal Mistero che io ho vissuto grazie a Giussani, che mi ha permesso di ritrovare il senso della vita e di farlo riscoprire a centinaia, a migliaia di persone. Quindi la posizione anarchica potrà anche appassionare, ma uno deve spiegarmi: prima non c’ero, adesso ci sono. Quindi Qualcuno mi ha creato. E poi, perché tutti cerchiamo un gesto d’amore? «Una carezza del Nazareno»: che cosa voleva dire Jannacci con questa frase, se non che l’uomo è dipendenza, proprio perché ha bisogno di una carezza? Aver bisogno di una carezza è già un desiderio, un grido di dipendenza. È dire “io sono Tu che mi fai”. Io sfido tutte queste persone a dirmi se c’è un momento della loro giornata in cui possono prescindere da una dipendenza, non importa da che cosa. Anche un ateo nel profondo di sé, arrivando alla sera e guardandosi allo specchio, capisce che da solo non può niente, che da solo si autoeliminerebbe, ma il cuore gli dice: “No, guarda che tu sei fatto da un Altro”, ed è da qui che origina la tristezza che in fondo tutta questa gente ha dentro. Io non ho mai incontrato nessuno, in quarant’anni che son prete, che non mi abbia mai chiesto: «Padre, mi benedica». Io ho assistito morire i fondatori di Ordine Nuovo rifugiati in Paraguay, Graziani e Massagrande. Più atei di loro non c’era nessuno. Eppure sul letto di morte questa dipendenza, questa affermazione del Mistero, l’ho ritrovata sulle loro labbra: mi hanno chiesto di confessarsi. Quando nella vita urge il momento decisivo, l’orgoglio si dilegua.

Recentemente è morto il figlio di 6 anni del capo dell’opposizione parlamentare in Inghilterra, David Cameron. Era nato con una grave disabilità. Il padre ha detto: «Quando è nato questo bambino, noi abbiamo pensato: “Avrà bisogno di tutte le nostre cure, dovremo fare tanto per lui”. Adesso che è morto, mi sono accorto che è lui che ha fatto tantissimo per noi. Chi ha ricevuto di più dal rapporto siamo stati noi». Che ne pensa?
È la stessa cosa che mi dicono le cento persone che lavorano nella nostra clinica. Credete che vengano a lavorare solo per lo stipendio? No. Mi dicono: «Padre, non possiamo più lasciare questo luogo, perché siamo noi che tutti i giorni torniamo a casa arricchiti, più umani». Cambia il rapporto fra marito e moglie: c’è gente che riscopre il valore della famiglia e chiede il matrimonio, ci sono madri che riscoprono l’amore per i figli, depressi che vengono anche dall’Italia e tornano a casa con un ritrovato gusto di vivere, imprenditori falliti che scendono da me e tornano in patria recuperati. Tutti mi dicono: «Padre, ma siamo noi i beneficiati di questo ospedale, non gli ammalati. Sono gli ammalati che assistono noi. Ci comunicano la bellezza della vita, il senso del dolore come cammino redentivo». Capisco benissimo quello che ha detto David Cameron. E vorrei che tutti venissero a vedere la Grazia che ha ricevuto quest’uomo che sono io: centinaia di figli deformi, bambini malati di Aids, che mi fanno riscoprire ogni giorno di più uomo. Io non mi sarei curato della mia depressione, non la affronterei se non vedessi tutti i giorni, più volte al giorno, quei malati terminali, quei bambini che mi guardano con gli occhi e mi dicono senza parlare “ma tu mi vuoi bene!” e “padre Aldo, noi soffriamo per te, perché tu possa andare avanti e aiutare gli altri”. Per queste mie parole sul Manifesto del 17 dicembre hanno scritto: “Le follie del prete del Paraguay”. Io vorrei che questa gente imparasse a parlare partendo da un’esperienza, non da un a priori. Perché a priori si possono dire un sacco di sciocchezze. Ma è la vita che parla, come dice quel bellissimo blues. Quello dove Richard diceva alla nonna: «Ma Dio non esiste», e la nonna rispondeva «È la realtà che dice che Dio esiste». 
 

postato da AnnaV alle ore marzo 26, 2009 06:57 | link | commenti (7)
categorie: cristianesimo, paraguay, aldo trento
martedì, 24 marzo 2009

Eppure la sofferenza può insegnare qualcosa...

Linda con la sorella Giò ha assistito con un amore indicibile l'anziana mamma che per ben sei volte, negli ultimi dieci anni, è stata in punto di morte, tanto è vero che per ben sei volte le hanno dato l'Olio degli infermi. Ma ogni volta si riprendeva e ormai le due figlie si erano abituate al pensiero che la loro mamma non dovesse morire più.

Si erano talmente abituate che, quando a 93 anni  se n'è andata, non riuscivano a capacitarsi. La loro vita sembrava non avere più senso, erano inconsolabili per il vuoto terribile che non riuscivano a colmare. Mi sono sempre detta che il loro attaccamento era al limite della morbosità. Ma ora comincio a comprendere come la vita di un ammalato anche grave mobilita talmente la vita di chi gli sta vicino che poi resta come un vuoto che non si sa più come riempire. E, almeno per un po', uno resta come disorientato perché non capisce più come riorganizzare la vita senza quel rassicurante affetto e impegno quotidiano, sia pure pieno di sacrificio.

Questi pensieri mi sono tornati in mente al leggere un articolo di Michele Brambilla per "il Giornale" che mi era sfuggito: 

Ecco il valore di una vita senza valore 

 

Michele Brambilla, Il Giornale, 3 marzo 2009 

È passata purtroppo inosservata la lettera che David Cameron, leader dei Conservatori inglesi, ha inviato via mail a tutti coloro che hanno espresso solidarietà a lui e a sua moglie Samantha dopo la morte del figlio Ivan, di sei anni. Ieri solo il Corriere della Sera l’ha riportata, a pagina 19. Peccato, perché quella lettera ha molte risposte da dare a quanti in queste settimane hanno avanzato dubbi sul valore della vita di persone gravemente handicappate, oppure in coma. «Ma è vita, quella?», si chiedono in molti, dando per scontata la risposta: no, non è vita. «Vivere così non ha senso», dicono.

 Il piccolo Ivan era, dalla nascita, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia. Era destinato a una morte certamente prematura, come infatti è avvenuto, e non ha potuto godere nulla delle gioie dell’infanzia: né giochi né corse, né parole né pensieri, almeno nel senso che intendiamo noi per pensieri. Ma quale «senso» abbia avuto la sua breve vita l’ha scritto suo padre, in quella mail, con parole commoventi: «Abbiamo sempre saputo - ha scritto - che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso».

 

La sua morte, per i genitori, non è stata affatto quella «liberazione» invocata da altri genitori che hanno vissuto drammi simili. «Lascia un vuoto nella nostra vita - ha scritto ancora David Cameron - così grande che le parole non riescono a descriverlo. L’ora di andare a letto, l’ora di fare il bagno, l’ora di mangiare: niente sarà più uguale a prima».

 

Vado avanti: «Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di luima almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi - Sam, io, Nancy ed Elwen(la moglie e gli altri figli,ndr) - a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».

 

«Ricevere»: in questo verbo semplice e straordinario c’è tutto il mistero della potenza di uno dei più grandi - forse il più grande - tabù del nostro tempo, la sofferenza. In queste settimane in cui mi sono dovuto occupare del caso di Eluana Englaro, ho ascoltato attentamente le argomentazioni di tutti, politici e filosofi e prelati, ma quella che mi ha convinto di più è contenuta nelle pochissime,scarne parole che mi ha detto, durante una chiacchierata sotto la sede del Giornale, un nostro collega, Felice Manti: «Eluana è stata eliminata perché era Cristo in croce. Era un segno visibile e tangibile dell’ineluttabilità, nella nostra vita, della sofferenza».

 

La sofferenza è lo scandalo supremo, e di fronte ad essa reagiamo cercando (invano) di espungerla dal nostro orizzonte. Ma David Cameron ci dice ora quello che molti altri hanno sperimentato: e cioè che la sofferenza (oserei dire: forse nulla più della sofferenza) può avere il potere di renderci migliori, più attenti al dolore degli altri; di scoprirci capaci di amare e di sentirci amati. Chi vive situazioni del genere fa spesso esperienza di una fraternità che mai, prima, avrebbe immaginato possibile. Ecco «a che cosa serve» una vita come quella di Ivan Cameron. Una vita lontana anni luce dai criteri di felicità e benessere del nostro tempo: eppure capace di produrre una catena di amore che chissà quando cesserà di dare frutti. Una vita breve.

 

Ma che cosa è breve e che cosa durevole? «Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo» (Seconda lettera di Pietro, 3,8). [...]

 

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Ecco la lettera pubblicata da il Corriere della Sera:

 

All'indomani della scomparsa del figlio Ivan, sei anni, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia, il leader conservatore David Cameron ha inviato una e-mail per ringraziare i sostenitori del partito che hanno espresso solidarietà alla sua famiglia. Ecco il testo che David e la moglie Samantha hanno inviato al popolo Tory.

 

"Sam e io siamo stati sommersi da tutte le lettere, i biglietti, le e-mail e i fiori che abbiamo ricevuto per Ivan. Inviare una e-mail questa settimana ci offre l'opportunità di dire un grande «grazie». Significa molto sapere che altri pensano a noi e a lui. Abbiamo sempre saputo che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all'improvviso. Lascia un vuoto nella nostra vita così grande che le parole non riescono a descriverlo. L'ora di andare a letto, l'ora di fare il bagno, l'ora di mangiare — niente sarà più uguale a prima.

 

Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi — Sam, io, Nancy ed Elwen — a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall'amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo".

 

 

David Cameron, 02 marzo 2009 

postato da AnnaV alle ore marzo 24, 2009 19:08 | link | commenti (4)
categorie: amore, eutanasia, testimonianza
martedì, 24 marzo 2009

I trifogli nel pomeriggio

Il mio solito punto di osservazione: al cancello mentre aspetto che arrivi G. con la macchina per la passeggiata pomeridiana.

Guardo i miei amati trifogli e noto un particolare mai osservato prima.

Vicino al cancello c'è già una zona d'ombra e le corolle del timido fiorellino si sono chiuse a proteggerne il cuore. Ma, più in là, il prato è ancora illuminato dal sole pomeridiano e i fiori sono spalancati ad accoglierne il tepore.

Pensavo che la vita è così: nasciamo col cuore spalancato alle carezze e alla tenerezza di chi ci vuol bene.... ma poi pian piano, davanti alla freddezza e all'indifferenza, la corolla si stringe al cuore per proteggerlo e difenderlo.

Solo il ritorno luminoso del sole può dischiudere quella corolla.

   

QUI potrete vedere il regalo che mi ha fatto una carissima amica!

postato da AnnaV alle ore marzo 24, 2009 08:29 | link | commenti (5)
categorie: meditazioni
martedì, 24 marzo 2009

Il problema più grande del pianeta

Stamane ho avuto l'illuminazione finalmente! Ecco perchè tanta cagnara! Il fatto è che ignoravo davvero quale fosse il vero, grande, problema del mondo.
Grazie
Assuntina perchè mi hai chiarito le idee!


Pare che quello dei preservativi sia il problema di gran lunga più importante del pianeta. Altro che fame nel mondo, altro che inquinamento, mortalità materna, ritorno della malaria, guerre, dittature, carenza d’acqua, deserto che avanza, effetto serra, buco dell’ozono, meteorite che precipita, etc. etc…il problema è il preservativo.

E a leggere le dichiarazioni indignate alle parole del Papa (sconsiglia i preservativi! Ma che novità sconvolgente! Che notizia bomba inaspettata!) da parte dei politici di tutto il mondo, intellettuali, dotti medici e sapienti, insomma, pare proprio che sia fondamentale. Utilissimo per un sacco di cose. Sicuro e infallibile. Impossibile non usarlo, non averlo sempre con sé.

Una mano santa per l’AIDS, innanzitutto: efficacissimo per combattere la pandemia. Una barriera invalicabile che arresta di colpo il contagio, annichilisce il virus. (dovrebbe far pensare il fatto che in occidente, soprattutto nei paesi dove il consumo dei preservativi è più alto, il virus non si è affatto fermato). E d’altra parte l’Africa è inondata dai preservativi, eppure l’AIDS non è certo sparito: tutti sciolti al sole africano?

Infallibile pure per tutte le malattie sessualmente trasmesse, gravidanza compresa.

Se lo usi per coprire le orecchie, previene l’otite. Se invece ci infili le dita, proteggi le unghie. Se lo tieni in tasca ti senti protetto, e non ti viene l’influenza. Se lo porti con te per la spesa, puoi usarlo come sacchetto per le monoporzioni. Puoi metterci i pesci rossi che vinci al luna park, acqua compresa. Oppure le conchiglie che raccogli in riva al mare. O anche i trucioli delle matite dopo che le hai temperate, così non sporchi a terra. In tutto il mondo lo usano per farci i gavettoni e, se sono colorati, si possono gonfiare come piccoli palloncini, e ci si possono fare scritte con i pennarelli.

E se i più volgari critici del Papa se lo infilassero in testa, oltre a ripararsi dalla pioggia, sarebbe pure più semplice, come dicono a Parigi, riconoscere i testa …..

postato da AnnaV alle ore marzo 24, 2009 07:44 | link | commenti
categorie: aids, un po di relax
domenica, 22 marzo 2009

I mostri del Cottolengo

Difficilmente leggo "L'Espresso" anche perché non lo compro, né mi interessa averlo in casa. Ma leggo in un articolo di Gianfranco Amato per Culturacattolica che stavolta Giorgio Bocca, proprio su "L'Espresso",  ha davvero esagerato: non ha saputo approfittare dell'occasione per un dignitoso silenzio che non rispolveri il ricordo del suo passato inquietante .
Ecco l'articolo:

          
Raramente sono state scritte parole tanto infamanti contro la dignità dell’essere umano come quelle apparse sull’ultimo numero de “L’Espresso” a firma Giorgio Bocca.
Parole con cui l’impietosa penna laicista si scaglia contro il «culto della vita a ogni costo che lascia perplessi i visitatori della Piccola casa della divina Provvidenza, la pia istituzione del Cottolengo, dove tengono in vita esseri mostruosi e deformi».
Parole degne delle farneticazioni eugenetiche di Karl Binding, di Alfred Hoche, di Heinrich Wilhelm Kranz (quello per cui gli “esseri mostruosi e deformi” di Bocca erano «veri e propri parassiti, scorie dell'umanità»), o dei coniugi Myrdal (quelli che nella Svezia socialdemocratica propugnavano l’eliminazione delle persone «difettose», cioè degli esseri umani «di tipo B») o dei deliri di Marie Stopes.
Non si comprende davvero questo ignobile attacco ad una delle più alte e sublimi espressioni di amore per l’Uomo che la civiltà occidentale sia riuscita a raggiungere grazie all’opera ostinata ed indefessa di un prete diventato santo: Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Non stupisce però da chi provenga l’attacco.
Se una “attenuante” si può concedere al cinico e sprezzante giudizio di Bocca è la coerenza del suo autore. Il Giorgio Bocca che si è scagliato contro gli esseri mostruosi e deformi del Cottolengo è infatti lo stesso Giorgio Bocca che il 14 agosto 1942 scriveva su «La Provincia grande - Sentinella d'Italia - Foglio d'ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo» (Anno II, numero 33, 14 agosto 1942, XX E. F.): «A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei? (…) Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù».
Ancora una volta – come spesso accade per questo esimio giornalista – l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza. Proprio un briciolo di intelligenza – oltre che di buon gusto – avrebbe evitato a Bocca di farsi rinfacciare il suo vergognoso passato razzista ed eugenetico.
Noi sappiamo che a liberare l’uomo dalla spietata logica spartana del Monte Taigeto (matrice dell’eugenetica nazionalsocialista), e dalla barbara crudeltà verso tutti i più deboli, gli ultimi, i paria, gli incurabili della Terra è apparso nella Storia dell’umanità il cristianesimo. L’antidoto a quella barbara crudeltà si chiama amore. E’ quella carità cristiana che pare ancora sconosciuta a vari Bocca.
Non siamo così ingenui, però, da non capire che anche questo infausto intervento de “L’Espresso” si inserisce in un’evidente strategia manipolativa dell’opinione pubblica finalizzata a sdoganare l’eutanasia come una normale procedura medica per ridare “dignità” alla vita umana.
Noi ci batteremo con tutte le forze per evitare che nella cultura del nostro Paese possano trovare spazio follie giuridiche come la «Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie» (14 luglio 1933) o la legge per «La salvaguardia della salute ereditaria del popolo tedesco» (8 ottobre 1935), o tutti gli altri abominevoli provvedimenti normativi (tanto cari alla cultura di Bocca) che nella Germania nazista hanno concesso la “Gnadentod” (morte per grazia) a migliaia di quegli “esseri mostruosi e deformi” che invece venivano – e vengono ancora oggi – amorevolmente accuditi nel Piccola Casa della Divina Provvidenza.
E finché nel nostro Paese la ragione continuerà a prevalere contro i veri mostri, le aberrazioni eugenetiche resteranno, fortunatamente, soltanto un disgustoso piacere intellettuale per tutto coloro che la pensano come Bocca.

postato da AnnaV alle ore marzo 22, 2009 19:21 | link | commenti (12)
categorie: eutanasia, eugenetica
domenica, 22 marzo 2009

Domanda inquietante: la realtà è un optional?

Distorcere le affermazioni di quelli che non si conformano al "pensiero unico politicamente corretto" è diventata un'abitudine per i giornalisti occidentali. Basta un titolo e il "nemico ideologico" è segnato per il resto della sua vita. E quale bersaglio migliore di un Papa che non ha paura di dire le cose chiaramente, senza tanti giri di parole diplomatici?
I politici europei poi sono abilissimi nello
sfruttare queste polemiche costruite ad arte, per tenere buoni i propri elettori.
E poi, che cosa importa di qual è veramente la realtà? Anzi, chissenefrega veramente dell'Africa e degli africani? Sono così lontani e difficili da "maneggiare"... Solo i missionari (religiosi o laici) cristiani mettono in gioco la propria vita ...

SamizdatOnLine

Continua a leggere l'editoriale di SamizdatOnLine qui

postato da AnnaV alle ore marzo 22, 2009 12:33 | link | commenti
categorie: fatti, realtà
domenica, 22 marzo 2009

L'AIDS e L'ABC

L'uomo non è soltanto un organismo sessuato, ma è dotato di intelligenza e sensibilità e non si può trattarlo come un animale incapace di autogestirsi e autogestire la propria sessualità. Per cui non è dandogli un preservativo che si possono evitare tutti gli effetti collaterali di una sessualità deresponsabilizzata. E se proprio si vuole puntare sul preservativo, che almeno ci si occupi anche della cura e della prevenzione. Di certo  la piena maturità umana non consiste nell'essere schiavi di un istinto incontrollabile e incontrollato. Ma, al di là di questo, ciò che è importante è che ci sia anche una cura e una formazione adeguate.
Interessante il resoconto offertoci da
Il Sussidiario:

L’abc contro l’Aids? I numeri dicono che funziona

All’inizio del suo viaggio in Africa, Benedetto XVI è stato sommerso da critiche di ogni provenienza, comprese numerose cancellerie di paesi occidentali, per aver affermato, facendosi interprete delle speranze e delle aspettative del continente, che non sarà l’utilizzo del preservativo a risolvere il problema dell’Aids. Così, mentre Zapatero si è affrettato a promettere l’invio di un milione di preservativi per contribuire alla lotta all’Aids, Bernard Kouchner, ministro degli Esteri di Parigi, ha dichiarato che la posizione del Papa «rivela poca comprensione della reale situazione dell’Africa». Sarà davvero così?

Innanzitutto, il cenno all’Aids e alla reali possibilità di contenere il flagello fa parte di una preoccupazione di ordine più generale, centrata sull’evangelizzazione e sul senso profondo del messaggio cristiano. Ma se è così, ogni accenno - quelli fatti finora, ma anche quelli che dovrebbero seguire - alla salute e alla malattia non potrà che collocarsi sullo sfondo di una più profonda preoccupazione per il bene dell’uomo e per il suo sviluppo. Quello sviluppo che, seguendo la Gaudium et Spes, non può limitarsi alla moltiplicazione dei beni e dei servizi, cioè a ciò che si possiede, ma deve contribuire alla pienezza dell’essere dell’uomo. Lo stesso Benedetto XVI nell’udienza generale del 16 agosto 2006 spiegava: «Il progresso può essere progresso vero solo se serve alla persona umana e se la persona umana stessa cresce; se non cresce solo il suo potere tecnico, ma cresce anche la sua capacità morale». 

Mancanza di salute e crescita: il caso Aids 
Il panorama sub-sahariano è impressionante. In questo 10% della popolazione mondiale si concentra il 66% dei casi di infezione da Hiv. La proporzione di popolazione infetta supera spesso il 5% ed in alcuni casi il 20%. Il trattamento dell’infezione è costoso, ma efficace. Programmi internazionali hanno cercato di garantire nei Paesi più poveri la terapia anti-retrovirale (Art) ad almeno il 50% di quanti ne necessitano entro il 2005, ma solo il 20% è stato raggiunto; importanti progressi, invece, sono stati compiuti nella prevenzione e profilassi della trasmissione materno-fetale. Negli ultimi anni, in alcuni di questi Paesi sub-sahariani è stato notato un declino, per molti inatteso, della frequenza di Hiv negli adulti. È il caso dell’Uganda che, secondo dati Onu, ha avuto ultimamente uno sviluppo notevole anche se fragile e ineguale. Il suo punteggio Hdi (Human development index) si è incrementato, al pari di Cina e Bangladesh, di circa il 20% a partire dal 1990. Questo dato di sviluppo potrebbe di per sé spiegare l’andamento migliorativo della epidemia di Hiv/Aids.

Ma c’è un altro dato di rilievo, comune ad altri Paesi quali Zambia, Senegal, Kenya, Zimbabwe, Giamaica, Thailandia e Repubblica Dominicana, che ugualmente hanno mostrato segni di declino dell’epidemia, ed è il tipo di politica adottata per la lotta a Hiv/Aids. Come ha spiegato Edward Green, dell’Harvard Center for Population and Development Studies, i più rilevanti risultati in tema di prevenzione dell’Aids sono stati ottenuti nei Paesi che hanno puntato non solo sulla diffusione di preservativi, ma anche su programmi di Primary Behavior Change, attraverso formazione ed educazione. Il primo tipo di approccio si è dimostrato efficace nei gruppi ad alto rischio nei Paesi occidentali, ma non nei Paesi dove il rischio è diffuso nell’intera popolazione. 

Una lezione dai Paesi in via di sviluppo
In quei Paesi si è dimostrato vincente il modello di prevenzione originalmente sviluppato in Africa. È basato su tre principi, indicati dalle lettere A, B e C. A, ovvero Abstain, astieniti da rapporti sessuali in età molto giovane, non iniziare un’attività sessuale precocemente; B, come Be faithful, ovvero sii fedele, non cambiare continuamente partner; C, ovvero usa il Condom in modo corretto e continuo. Nel 1991 durante la conferenza internazionale sull’Aids a Firenze il presidente ugandese Museveni spiegava così la scelta politica del suo Paese: «Credo che la migliore risposta alla minaccia posta dall’Aids sia riaffermare pubblicamente e con forza la stima e il rispetto che ogni persona deve al suo prossimo. I giovani devono imparare le virtù del controllo di sé, della non immediatezza del piacere e talora del sacrificio». E in Uganda la frequenza di infezioni Hiv nella popolazione è scesa dal 15% nel 1991 al 5% nel 2001, mentre nell’intera Africa sub-sahariana, secondo Unaids, la frequenza media di infezione Hiv nella popolazione si va riducendo: da 7,5% nel 2003 a 7,2% nel 2005.

L’approccio ABC è stato considerato con interesse negli ultimi anni e discusso su riviste internazionali autorevoli, incluse The Lancet, Science, British Medical Journal. In questa discussione è stata messa in luce l’importanza di tutti e tre gli aspetti, nel loro insieme, ma anche la loro diversa rilevanza ed efficacia a seconda dei diversi segmenti o tipi di popolazione: tenendo conto dei risultati raggiunti, per i giovani la misura più rilevante sembra la A, per gli adulti la B, mentre la C ha la maggior rilevanza nei gruppi ad alto rischio, data la loro avvertenza e coscienza del problema, o comunque nei Paesi con epidemie concentrate e non diffuse all’intera popolazione (per esempio Cambogia e Thailandia). 

L’«impegno» dell’Occidente 
L’impatto del programma di prevenzione ABC risente naturalmente di molte condizioni di contesto quali povertà, mancanza di educazione, instabilità residenziale, migrazione forzata, ineguaglianza di diritti tra uomini e donne, etc. Molti Paesi in Africa soffrono di tali condizioni, e ciò rende ancora più importante non coltivare l’illusione che la questione si risolva soltanto con una distribuzione capillare di preservativi: il loro uso corretto e continuo ha ben poche applicazioni in situazioni di tale drammaticità. In ogni caso, i 700 milioni di abitanti dell’Africa sub-sahariana stanno ricevendo annualmente oltre 700 milioni di preservativi, ma la curva epidemica dell’infezione ha cominciato a subire un calo solo quando si è messo in atto un programma centrato sulla responsabilità della persona, sulla sua capacità di riconoscere il bene, sulla leale e simpatetica considerazione delle condizioni particolari nelle quali il programma andava applicato.

L’Occidente si sta impegnando a fornire all’Africa farmaci e condom. È questo il segno di un impegno concreto o di un disimpegno? È il modo efficace di aiutare la soluzione del loro problema o di un nostro problema? È sufficiente occuparsi del virus e non delle condizioni sociali, culturali, economiche, di vita quotidiana, nelle quali il virus prospera? L’esperienza, anche scientifica, sembra dire di no. 

A quali condizioni lo sviluppo produce salute
L’esperienza dell’Aids nei Paesi del Terzo mondo mostra in primo luogo che lo sviluppo produce salute non quando riversa sul pubblico i suoi prodotti tecnico-scientifici, per quanto avanzati, ma quando quello sviluppo ha un popolo, e non una casta (sia essa scientifica, economica o politica), come protagonista. Un popolo, cioè persone portatrici di una storia e di un ideale di bene. Le “moltitudini” sono artificiali, i popoli sono reali. C’è, a questo proposito, una recente tagliente affermazione del pur controverso presidente del Sud Africa, Thabo Mbeki: «È ovvio che, qualunque sia la lezione che dovremmo o potremmo trarre dall’Occidente a proposito della grave questione dell’Aids, la sua semplice imposizione al mondo africano sarebbe assurda e illogica».

La seconda lezione è che ci si deve basare sull’evidenza, e non solo sull’applicazione di principi ritenuti a priori efficaci. Di ciò che è successo in Africa con il programma ABC ben poco si è detto e tantissimo si è taciuto. È comprensibile: i punti A e B hanno ben pochi vantaggi economici da portare alle grandi corporate. Ma c’è dell’altro. Ed è l’atteggiamento di esclusione dalle dinamiche dello sviluppo di fattori e protagonisti non “abilitati”. Cosa può venire di realmente utile in campo medico-sociale da Paesi ancora in via di sviluppo, da culture “popolari”, non ossequienti alla vulgata dominante? Come può essere credibile un approccio basato su qualcosa di diverso da condom e farmaci? Eppure, dovremmo essere in tempi di evidence-based medicine, cioè di sviluppo e diffusione di pratiche e di misure di prevenzione e terapia sulla base dell’evidenza della loro efficacia non a priori, ma in specifici contesti.

La terza caratteristica da considerare con attenzione è che si è trattato di un approccio rivolto alla persona e alla sua responsabilità, non alle masse. Un approccio che della persona coltiva e valorizza la capacità di riconoscere il bene, per sé anzitutto e per la società in cui vive, e di agire e costruire coerentemente a esso. Sfortunatamente, invece, il giudizio più diffuso è che l’Aids trovi facile terreno nel fatalismo endemico degli africani, e che perciò la lotta alla malattia sia essenzialmente un dovere morale dei governi occidentali. Questo atteggiamento è non soltanto odioso, ma anche inefficace, come il programma ABC ha messo in luce. L’efficacia è inscindibilmente connessa alla valorizzazione della responsabilità, cioè alla capacità di diventare protagonisti della ricerca e della realizzazione, anche in campo sociale, di quel bene che urge nel profondo di ciascuno.

Il programma ABC ha avuto inaspettatamente (per molti) successo proprio perché legato alla vita dei popoli dove si è svolto, sostenuto dalle loro risorse (una concezione del vivere, anzitutto), adeguato al contesto di applicazione e capace di rispettare i diritti umani nel senso più profondo: le attese e i desideri presenti nei loro cuori.


Leggi anche il post di Berlicche:
I fatti e l'amore

postato da AnnaV alle ore marzo 22, 2009 07:52 | link | commenti
categorie: abc , aids
sabato, 21 marzo 2009

Un altro viaggio

Dall'Africa e in un'ottica africana la visita di Benedetto XVI appare molto diversa da quella che è stata rappresentata su molti media soprattutto europei, al punto da sembrare un altro viaggio. Diverso da quello che risulta dall'appiattimento brutale e propagandistico sulla questione dei metodi per contrastare l'Aids:  una malattia che è una priorità drammatica per il continente africano, come sanno bene le persone e istituzioni, cattoliche e non, che da anni sono impegnate sul campo nella lotta a questo flagello.
Solo da lontano si può pensare che la Chiesa non stia facendo anche in questo campo tutto quanto si può fare. E con buoni risultati. Ancora una volta il Papa lo ha ripetuto e mostrato visitando a Yaoundé i malati e coloro che spendono la vita per stare loro vicini. Non bisognerebbe dunque ignorare queste realtà, che cercano di contrastare il male. Con realizzazioni di solidarietà che sono sotto gli occhi di chi è disposto a guardare appena più in là del proprio benessere, senza fermarsi a notizie confezionate in modo da suscitare sensazione. Si può certo dissentire dalla visione cattolica, ma perché - come si è fatto - polemizzare fino all'insulto e alla distorsione dei fatti?
Il viaggio africano del vescovo di Roma in Camerun e Angola è davvero un altro viaggio. Accolto con entusiasmo toccante e gioioso da centinaia di migliaia di persone:  un popolo vitale e giovane, che ha affollato per quasi tre giorni le strade della capitale camerunese e che nel suo più grande stadio ha dato vita a una celebrazione impressionante, tra preghiere latine e canti in diverse lingue africane, accompagnati da strumenti e danze tradizionali. Alla presenza dei rappresentanti delle Conferenze episcopali di tutto il Continente.
Proprio la dimensione africana è uno degli aspetti che più stanno segnando questa visita di Benedetto XVI. Il Papa infatti è venuto anche per consegnare ai vescovi del continente il documento preparatorio della prossima assemblea sinodale - un testo nato dalla collaborazione soprattutto tra Roma e i cattolici africani - e per discuterlo insieme ai cardinali e ai vescovi del consiglio speciale per l'Africa del Sinodo. In una riunione senza precedenti nei viaggi papali, che richiama le visite di lavoro compiute in diversi Paesi dal cardinale Ratzinger e dai suoi più stretti collaboratori alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e che rappresenta un ulteriore sviluppo del metodo collegiale della Chiesa di Roma.
A quasi mezzo secolo dall'indipendenza della maggior parte degli Stati africani, il continente - segnato da fame, guerre e sperequazioni - ha bisogno urgente di riconciliazione, di giustizia e di pace. Per questo la Chiesa vuole essere sempre più al servizio dei popoli dell'Africa, che così strettamente è legata al cristianesimo. Sin dalle origini, quando offrì rifugio dalla persecuzione al piccolo Gesù, a Maria e a Giuseppe. Nei primi secoli cristiani l'Egitto e l'Africa romana hanno dato tanto alla Chiesa, e dopo la crescita del Novecento il cattolicesimo africano è maturo, pronto a contribuire, con la sua specificità, alla costruzione di un continente più giusto e pacifico. Insieme ai credenti di altre religioni e soprattutto con i musulmani, incontrati dal Papa a Yaoundé e con i quali bisogna condividere la ricerca della pace:  basandosi sulla ragione e nel rifiuto di ogni violenza.
Ecco, questo è il viaggio di Benedetto XVI:  una visita a due grandi Paesi per mostrare vicinanza e affetto all'intera Africa, continente sfruttato da vecchi e nuovi colonialismi, anche culturali, e in genere dimenticato dall'informazione internazionale. Ma che è giovane e vitale, aperto al futuro e alla speranza. Il Papa è qui per rendere testimonianza a Cristo e incoraggiare i popoli africani a essere se stessi in una convivenza giusta e pacifica. Ma questo forse non piace a molti:  quelli appunto che hanno voluto vedere un viaggio diverso, ben lontano dalla realtà.

g. m. v.

Da L'Osservatore Romano, 21 marzo2009

postato da AnnaV alle ore marzo 21, 2009 20:37 | link | commenti
categorie: benedetto xvi, benedettoxvi in africa
sabato, 21 marzo 2009

Sesta Stazione

Gesù incontra la Veronica

"Il tuo nome nacque da ciò che fissavi"


Dal libro del profeta Isaia
(53,2-3)
Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire.


Non ha bellezza, né aspetto suggestivo il sacrificio.
Il sacrificio è Cristo che patisce e muore.

Egli è il significato della nostra vita,
perciò deve incidere nel presente,
perché ciò che non è amato nel presente
non è amato,
e ciò che non è affermato nel presente
non è affermato.

"Il tuo nome nacque da ciò che fissavi" (Giovanni Paolo II).

La legge del'esistere è l'amore,
Perché l'amore è affermare con il proprio agire
qualcosa d'altro.

Tutta la vita è in funzione di qualcosa di più grande,
è in funzione di Dio.

La nostra vita è in funzione di TE,
o Cristo.

"Cerco il Tuo Volto", questa è l'essenza del tempo.

"Cerco il Tuo Volto", questa è l'essenza del cuore.

"Cerco il Tuo Volto", questa è l'essenza della ragione.

(L.Giussani, Gesù è solo, Via Crucis)

 

postato da AnnaV alle ore marzo 21, 2009 07:32 | link | commenti (9)
categorie: veronica, via crucis, don giussani
Rostropovich suona Berlino
mentre il muro sta cadendo



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Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)
UN ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO
Padre Aldo Trento a Cagliari

Clicca qui per sapere come sta Caterina e,
sull'immagine,
per ascoltare il suo canto-preghiera.
Accompagniamola attraverso la grande prova


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Forse che il fine della vita è vivere?
Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
Dare in letizia ciò che abbiamo.
Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!
Che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?
(P. Claudel)

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