L'odissea di una neopatentata che non è più neo sebbene ancora patentata.
Potrebbe intitolarsi così il piacevolissimo libro che Gianna, mia nipote, ha appena pubblicato.
Racconta infatti le sue peripezie alla scuola guida, le arrabbiature del suo iracondissimo istruttore, l' incredibilie ottenimento della agognata patente e... le avventure di una ragazza al volante. Una ragazza dotata di una notevole propensione alla risata!
E la risata bella la suscita in chi legge certe disavventure tutte femminili. Ma vi do un piccolo saggio di quello che la sue esperienza di donne (mamme, amiche delle mamme e non, amiche personali, sorelle, cugine, ecc) al volante le ha insegnato:
Geni alla guida
Quando vedi una donna guidare bene la macchina, ci sono due possibilità: la prima è che quella specifica donna ha il talento per guidare bene; la seconda è che lei stia facendo "il solito percorso".
Mi spiego: vi sono alcune donne che memorizzano i percorsi che devono fare in questo modo:
"Come dedo il distributore a destra, inizio a scalare la marcia; davanti al mobilificio, metto la freccia; entro l'edicola, devo aver cambiato corsia. All'altezza delpescivendolo c'è un dislivello dell'asfalto, decelero poi riaccelero; davanti al negozio di Mariuccia posso ingranare la quarta...
E così fino a casa.
Ovviamente bisogna memorizzare in questo modo sia l'andata che il ritorno, non si sa mai, che, per colpa di un senso unico, ci si debba perdere e girare poi akll'infinito in preda al panico!Questa tipologia di donne, infatti, la riconosci proprio in questa maniera: se una mattina, andando al lavoro, trovano una deviazione per lavori in corso, iniziano a sudare freddo, sgranano gli occhi come gattini in pericolo e, facendo appello all amassim aconcentrazione, pregano di farcela a raccapezzarsi.Ovviamente, da quel momento in poi, lo scopo non sarà più arrivare alla meta dalla strada più vicina, ma trovare il modo per reimmettersi nel percorso che hanno m emorizato.
Roba che, se un giorno tutti i negozi che fanno da punto di riferimento lungo i percorsi, dovessereo chiudere o levare le insegne, non vedreste più arrivare a casa la vostre donne.
Perchè vi rendiate conto della simpatia di questo libretto vi mostro anche una delle tante vignette che parlano da sè:
Donne al volante viste da fuori
Nonostante la goffaggine di molte donne al volante, le statistiche dicono che noi facciamo meno incidenti stradali.
Questo perchè i muretti dei garage non sporgono denuncia

Ah... dimenticavo... tutte le situazioni paradossali ma, ahimé, reali, Giovanna Pica le descrive in questo libretto che sarà lieta di inviarvi se gliene fate richiesta (giannapica[at]gmail.com) al modico prezzo di 6 euro e spese postali, a meno che non vi mettiate d'accordo per incontrarvi nella zona di Cagliari dove bazzica volentieri. Personalmente io intendo regalarlo a qualche mia amica perchè so che si divertirà.. gli uomini poi sghignazzeranno.. ma riusciranno a farlo senza cattiveria. Perchè le situazioni sono di una irresistibile comicità.
Ed ecco la copertina del libretto di 94 pagine (in questa foto manca l'editore che è GRAFICA DEL PARTEOLLA):

La riforma del federalismo fiscale è ora legge dello Stato italiano.
E’ una grande vittoria del principio di responsabilità, sia per il metodo sia per i contenuti. Per il metodo perché si tratta della prima riforma bipartisan della Seconda Repubblica; per i contenuti perché è la riforma radicale di un sistema da troppi decenni gravemente inquinato da principi iniqui e deresponsabilizzanti, come quello del finanziamento in base alla spesa storica. Inoltre, in questa legge il principio di sussidiarietà orizzontale è fortemente valorizzato: all’art.2 si prevede espressamente tra i principi generali di coordinamento, la “definizione di una disciplina dei tributi regionali e locali in modo da consentire anche una più piena valorizzazione della sussidiarietà orizzontale”.
Continua a leggere qui
Ricevo e condivido:
MOVIMENTO PER LA VITA
EUROPA. IL PPE, RIUNITO A VARSAVIA, SCEGLIE LA VITA E L’IMPEGNO PER I DIRITTI DELL’UOMO
Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita italiano ed eurodeputato, esprime la più viva soddisfazione per la risoluzione urgente approvata oggi dall’ufficio politico del Partito Popolare europeo, riunito a Varsavia nel quadro del congresso del Partito che deve elaborare il programma per le prossime elezioni.
La risoluzione, ottenuta soprattutto grazie all’impegno dell’on. Buttiglione, afferma che:
- “Deve essere tenuta in considerazione la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo ed una donna in quanto società naturale cui spetta la protezione dello Stato e della società”
- “La dignità della persona umana implica che è la scienza ad essere al servizio della persona umana e non viceversa e che si può distinguere tra embrione e persona senza introdurre una inaccettabile discriminazione”
- “Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della persona”
- “Il Ppe si impegna a promuovere il rispetto del diritto alla vita e l’unicità di ogni essere umano dal momento del concepimento alla morte naturale e sostiene che ognuno deve essere protetto” “perché la vita umana, in qualsiasi forma, e qualunque sia il suo aspetto e la sua capacità, è degna in sé stessa”
«Si tratta di una scelta importante» commenta Casini «perché torna a fare chiarezza all’interno del maggior partito europeo dove, specie a seguito dell’allargamento ai nuovi Paesi, si erano notate incertezze e screpolature sulle questioni bioetiche. Ora tutti i partiti ed i singoli politici aderenti al Ppe, nell’attività interna ai singoli Stati, in sede comunitaria e nelle decisioni internazionali, non potranno più prescindere dal riferimento a questi valori.
«E per essere sicuri che non si tratti soltanto di vuote parole conclude Casini «è prevista anche la costituzione di un gruppo di lavoro specifico per elaborare strategie ed iniziative concrete dirette a dare concretezza ai principi enunciati».
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Daniele Nardi
Responsabile Area comunicazione
Movimento per la vita
LungoTevere dei Vallati 2, 00186 Roma – tel. 06.6830.1121 – fax 06.686.5725
La visita di Papa Benedetto XVI, alle popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto, ha sorpreso i giornali, per l'intensità e la semplicità con le quali è avvenuta.
L'America e la minaccia della febbre suina. Il ruolo dei media e il disincanto della popolazione fanno dimenticare la crisi economica.
Tratto da Libero del 26 aprile 2009
Tramite A Conservative Mind, il blog di Fausto Carioti
Si può anche decidere di spalancare le porte agli immigrati clandestini e lasciarli liberi di rimanere nel nostro Paese. È quello che vuole una parte dell’opposizione, convinta che l’Italia non sia degli italiani, ma di chiunque voglia viverci.
Si può fare, ma bisogna avere la coerenza di dirlo chiaro e tondo agli elettori, in modo che, al momento di votare, possano regolarsi di conseguenza. La sinistra estrema, almeno, questa coerenza ce l’ha. Quello che non si deve fare, invece, è proprio quello che sta avvenendo in questi giorni. Nei quali i proclami di un governo e di una maggioranza che promettono di bloccare l’immigrazione clandestina sono contraddetti dall’ennesima misura in favore degli stranieri irregolari, che ora hanno un buon motivo - anche loro - per festeggiare il 25 aprile. Oltre mille immigrati irregolari, infatti, stanno uscendo in queste ore dai Centri di identificazione ed espulsione. Se non è un nuovo indulto, poco ci manca.
I clandestini avrebbero dovuto essere trattenuti per sei mesi, come prevedeva il decreto sicurezza. Visto che costoro fanno di tutto per non farsi identificare, e che se non sono identificati non possono essere rispediti al loro paese d’origine, si era trovata la soluzione di trattenerli per un tempo sufficiente a capire chi sono e da dove vengono. Ma il provvedimento contenuto nel decreto è stato affossato dai franchi tiratori del centrodestra durante la conversione in legge. Il tempo massimo di permanenza nei Cie è così tornato a essere di due mesi.
La Lega - e tutto lascia pensare che abbia ragione - accusa di questo i parlamentari del PdL. Alcuni dei quali, però, ricambiano puntando l’indice sugli uomini del Carroccio, che avrebbero sabotato il loro stesso provvedimento per darne la colpa al PdL e rubare voti agli alleati in vista delle elezioni europee. Chiunque sia il responsabile e quale che sia la natura delle sue motivazioni - altamente umanitaria o biecamente elettorale - ha finito per produrre una nuova ondata di clandestini a piede libero per l’Italia. Anche se PdL e Lega adesso promettono di lavorare a una soluzione per allungare i tempi di permanenza nei Cie (pure ieri i vertici dell’Associazione funzionari di polizia hanno ribadito che «sono pochi due mesi per l’identificazione degli irregolari») ormai il danno è fatto, e riacciuffare quelli che nel frattempo sono usciti sarà come rintracciare un pesce nel mare.
Lo conferma la seconda puntata dell’inchiesta della giornalista di Libero Roberta Catania, che si è messa davanti al Cie romano di Ponte Galeria e ha contattato una ventina di clandestini che ne sono usciti dopo che l’obbligo di permanenza di 180 giorni è stato cancellato. Con sette di questi stranieri ha fatto un pezzo di strada insieme. In tasca hanno tutti l’“ordine di allontanamento” firmato dal questore. Un documento che, in teoria, imporrebbe loro di lasciare con mezzi propri l’Italia entro cinque giorni, per tornare nel Paese d’origine. Se non lo rispettano, possono essere condannati a un periodo di carcere compreso tra 6 mesi e 4 anni. Ma perché ciò avvenga debbono essere fermati di nuovo dalle forze dell’ordine, e i diretti interessati sanno benissimo che si tratta di un’eventualità remota. Come era prevedibile, infatti, quasi tutti quelli finiti sotto la lente della nostra cronista hanno scelto di ignorare l’ordine di allontanamento, preferendo rimanere nel nostro Paese. Su venti clandestini, solo due sembrano intenzionati a tornarsene da dove sono venuti. Gli altri non ci pensano nemmeno. I dati dell’ministero dell’Interno, del resto, dicono che ogni anno sono meno del 6 per cento gli immigrati che rispettano l’ordine del questore.
Fuori dal Cie di Ponte Galeria, gli immigrati hanno trovato un sistema - illegale, ma perfettamente funzionante - pronto ad accoglierli e a far perdere le loro tracce. Le prostitute hanno potuto contare sulla efficiente rete dei papponi, mentre chi non esercita il mestiere più antico del mondo ha avuto la copertura delle organizzazioni specializzate nel traffico di esseri umani. Qualcuno ha recuperato il proprio mezzo di trasporto che lo ha portato via, lontano da poliziotti e carabinieri. Insomma, attorno ai clandestini “liberati” dal parlamento si sono visti tutti, tranne lo Stato italiano e i suoi rappresentanti. Che adesso sono chiamati a riprenderli uno ad uno. Una bella metafora della incapacità italiana di governare l’immigrazione.
Segnalato da Il Mascellaro
Discorso di Benedetto XVI alla tendopoli di Onna
«Vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno»
Cari amici! 
Sono venuto di persona in questa vostra terra splendida e ferita, che sta vivendo giorni di grande dolore e precarietà, per esprimervi nel modo più diretto la mia cordiale vicinanza. Vi sono stato accanto fin dal primo momento, fin da quando ho appreso la notizia di quella violenta scossa di terremoto che, nella notte del 6 aprile scorso, ha provocato quasi 300 vittime, numerosi feriti e ingenti danni materiali alle vostre case. Ho seguito con apprensione le notizie condividendo il vostro sgomento e le vostre lacrime per i defunti, insieme con le vostre trepidanti preoccupazioni per quanto in un attimo avete perso. Ora sono qui, tra voi: vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno. La Chiesa tutta è qui con me, accanto alle vostre sofferenze, partecipe del vostro dolore per la perdita di familiari ed amici, desiderosa di aiutarvi nel ricostruire case, chiese, aziende crollate o gravemente danneggiate dal sisma. Ho ammirato il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato anche questa dura prova, manifestando grande volontà di non cedere alle avversità. Non è infatti il primo terremoto che la vostra regione conosce, ed ora, come in passato, non vi siete arresi; non vi siete persi d’animo. C’è in voi una forza d’animo che suscita speranza. Molto significativo, al riguardo, è un detto caro ai vostri anziani: "Ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso".
Venendo qui, ad Onna, uno dei centri che ha pagato un alto prezzo in termini di vite umane, ho sorvolato in elicottero questa valle e mi sono reso ancor più conto dell’entità dei danni causati dal terremoto. Se fosse stato possibile, avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti. Mi rendo ben conto che, nonostante l’impegno di solidarietà manifestato da ogni parte, sono tanti e quotidiani i disagi che comporta vivere fuori casa, o nelle automobili, o nelle tende, ancor più a causa del freddo e della pioggia. Penso poi ai tanti giovani costretti bruscamente a misurarsi con una dura realtà, ai ragazzi che hanno dovuto interrompere la scuola con le sue relazioni, agli anziani privati delle loro abitudini.
Si potrebbe dire, cari amici, che vi trovate, in un certo modo, nello stato d’animo dei due discepoli di Emmaus, di cui parla l’evangelista Luca. Dopo l’evento tragico della croce, rientravano a casa delusi e amareggiati, per la "fine" di Gesù; ma, lungo la strada, Egli si accostò e si mise a conversare con loro. Anche se non lo riconobbero con gli occhi, qualcosa si risvegliò nei loro cuori: le parole di quello "Sconosciuto" riaccesero in loro quell’ardore e quella fiducia che l’esperienza del Calvario aveva spento.
Ecco, cari amici: la mia presenza tra voi vuole essere un segno tangibile del fatto che il Signore crocifisso è risorto e non vi abbandona; non lascia inascoltate le vostre domande circa il futuro, non è sordo al grido preoccupato di tante famiglie che hanno perso tutto: case, risparmi, lavoro e a volte anche vite umane. Certo, la sua risposta concreta passa attraverso la nostra solidarietà, che non può limitarsi all’emergenza iniziale, ma deve diventare un progetto stabile e concreto nel tempo. Incoraggio tutti, istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano.
Il Papa è qui, oggi, tra di voi per dirvi anche una parola di conforto circa i vostri morti: essi sono vivi in Dio e attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza. Attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare ad ornarsi di case e di chiese, belle e solide. È proprio in nome di questi fratelli e sorelle che ci si deve impegnare nuovamente a vivere facendo ricorso a ciò che non muore e che il terremoto non ha distrutto: l’amore. L’amore rimane anche al di là del guado di questa nostra precaria esistenza terrena, perché l’Amore vero è Dio. Chi ama vince, in Dio, la morte e sa di non perdere coloro che ha amato.
Vorrei concludere queste mie parole rivolgendo al Signore una particolare preghiera per le vittime del terremoto.
Affidiamo questi nostri cari a Te, Signore, sapendo
che ai tuoi fedeli Tu non togli la vita ma la trasformi,
e nel momento stesso in cui viene distrutta
la dimora di questo nostro esilio sulla terra,
Ti preoccupi di prepararne una eterna ed immortale in Paradiso.
Padre Santo, Signore del cielo e della terra,
ascolta il grido di dolore e di speranza,
che si leva da questa comunità duramente provata dal terremoto!
E’ il grido silenzioso del sangue di madri, di padri, di giovani
e anche di piccoli innocenti che sale da questa terra.
Sono stati strappati all’affetto dei loro cari,
accoglili tutti nella tua pace, Signore, che sei il Dio-con-noi,
l’Amore capace di donare la vita senza fine.
Abbiamo bisogno di Te e della Tua forza,
perché ci sentiamo piccoli e fragili di fronte alla morte;
Ti preghiamo, aiutaci, perché soltanto il Tuo sostegno
può farci rialzare e indurci a riprendere insieme,
tenendoci fiduciosi l’un l’altro per mano, il cammino della vita.
Te lo chiediamo per Gesù Cristo, nostro Salvatore,
in cui rifulge la speranza della beata risurrezione. Amen!
Da Il Sussidiario:
La Brianza chiama l’Abruzzo: nel disastro, la forza di ricostruire
Il 10 luglio 1976 Seveso divenne improvvisamente nota in tutto il mondo. Dal reattore di una fabbrica svizzera nella vicina Meda, l’Icmesa, si era liberata nell’aria una nube
di diossina, una sostanza di cui poco si conosceva se non l’alto grado di tossicità. Seveso si ritrovò sotto i riflettori del mondo come teatro del primo rilevante incidente industriale in Europa. Centinaia di persone persero la casa, il lavoro, la serenità, e gli sciacalli ideologici di turno provarono ad approfittare della confusione per scardinare il tessuto sociale del paese e dell’Italia intera, con campagne allarmiste e pro-aborto.
Come oggi accade per la popolazione dell’Abruzzo, ogni calamità – indotta dall’uomo o meno poco importa – svela non solo il bisogno delle persone di essere sostenute nei bisogni quotidiani, ma anche e soprattutto la necessità che qualcuno abbia il coraggio di riaffermare, con forza e passione, la fiducia nell’altro, il desiderio di costruire a partire da qualcosa di vivo, fecondo, ricco di certezza. Che qualcuno, cioè, possa esprimere un impeto educativo vero, per sé e per gli altri. Proprio questo accadde, a Seveso.
Ambrogio Bertoglio allora era un giovane medico trentenne. «Non solo l’incidente - ricorda oggi - ma anche la campagna ideologico-mediatica colpiva pesantemente le famiglie in vario modo. Soprattutto le centinaia di bambini, che da un giorno all’altro trovarono le strade, i prati, i cortili delle zone infestate interdetti al gioco e le scuole chiuse senza sapere quando avrebbero potuto tornarci. Per certi aspetti uno straniamento paragonabile, con le dovute differenze, a quello che vediamo oggi per i terremotati».
«Con gli amici ci rendemmo conto - racconta Bertoglio - che i problemi che si aprivano a Seveso erano di tale portata, mettevano in gioco valori personali e sociali tali, che solo un nostro impegno in prima persona avrebbe potuto rispondere con vera creatività e responsabilità. Forti solo dell’esperienza di bene e positività totale vissuta negli ambiti cristiani delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali, ci inventammo una segreteria per coordinare tutte le energie che liberamente si sprigionavano fra le persone e ci buttammo senza riserve a sostenere con “incosciente” coraggio la speranza nostra e delle persone più colpite dall’incidente».
Un’esperienza che subito si allarga, coinvolge altre persone nei dintorni. «Le parrocchie di altri paesi - continua Bertoglio - misero a disposizione gli spazi per le persone bisognose. Ci si mise in moto per organizzare centri educativi e ricreativi dove i bambini potessero passare la giornata per poi la sera tornare dai propri genitori. Era cominciata un’opera educativa permanente che sarebbe continuata in questa forma fino al 1980».
«Nel ’76 avevo 17 anni - ricorda Rosalinda Pivetta, oggi maestra elementare - e con altri amici più grandi passai quell’estate e quelle successive collaborando ai centri diurni che avevamo organizzato per allontanare i più piccoli dalle zone inquinate e offrire loro una compagnia dove sperimentare un po’ di serenità, che, per ovvie ragioni, i famigliari con la preoccupazione della casa e della salute a rischio non riuscivano a garantire. Dopo un breve tragitto in pullman si raggiungeva un bel posto in Brianza dove si trascorreva la giornata giocando, cantando, pregando e cimentandoci in laboratori creativi. Ricordo quel periodo con vera gratitudine. Io, e come me i miei amici, non ho guadagnato nulla dal punto di vista economico, ma ho imparato che rispondendo al bisogno di altri si trova risposta anche al proprio bisogno più grande: stare di fronte a ciò che accade, soprattutto se drammatico e doloroso, con la certezza che tutto ha senso e che, misteriosamente, questo senso è buono».
«Ricordo nitidamente - riprende Bertoglio - la gratitudine di molte famiglie, che ci dicevano: “Abbiamo scoperto una vita più umana di cui sentivamo il bisogno. Abbiamo capito che non si può essere uniti solo con quelli della propria famiglia, cui si è legati per motivi di affetto, ma che è possibile trasferire la fraternità anche fuori dalle mura di casa, nel quartiere e con tutta la società”».
Qualcosa cioè che sembrava impossibile, ma che ha tenuto insieme le persone e di fatto fecondato la storia di un paese, che oggi non solo è vivo e in continua crescita, ma che esprime una ricchezza di opere educative, sociali e assistenziali gestite “dal basso” difficilmente reperibile altrove.
Seveso, come il Friuli, oggi dice questo all’Abruzzo: che solo l’educazione ricostruisce un popolo, perché il bisogno di qualcuno che ci introduca a scoprire il significato buono di tutto è essenziale alla vita quanto il mangiare e il bere.
(Giovanni Toffoletto)
L'articolato discorso alla vigilia del 25 Aprile, fatto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, riguardante il dibattito sulla riforma della Costituzione Repubblicana, ha suscitato vivo interesse tra politici ed analisti.
Il discorso "storico" di Berlusconi ad Onna, le continue pretese di Franceschini, gli intolleranti fischi di Milano a Formigoni, i ricordi dei parroci "anti-fascisti" della Valtellina.
Con i loro libri di successo, l'accoglienza nei salotti "scik" dell'intellighenzia laicista e le loro apparizioni televisive, il teologo laico Vito Mancuso e il Priore di Bose Enzo Bianchi sono i divulgatori del "nuovo cattolicesimo" in chiara discontinuità con gli insegnamenti dottrinali.
Vi offriamo il documento sonoro dell'intervento, vergognosamente contestato, del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni alla Manifestazione del 25 Aprile in Piazza del Duomo a MilanoMi è piaciuta e rilancio questa divagazione semiseria presa dal blog di Viv:
Soddisfatti e non rimborsati
C'era una volta, in un ridente paesino oltralpe, a destra della Francia, a sinistra dell'Austria e a nord dell'Italia, una bella costruzione bianca, con i gerani alle finestre e tanto verde intorno.
Il proprietario era un brav'uomo, attento ai problemi di tutti, pieno di umanità e dignità. Per nulla interessato ai propri guadagni; un giorno decise che nel mondo c'era troppa sofferenza e che bisognava fare qualcosa.
Decise di trasformare quindi quella costruzione in una clinica dove potessero trovare rifugio i sofferenti.
Li accoglieva amorevolmente, li faceva accomodare, offriva loro dei cocktail e spiegava che il soggiorno era garantito dalle regole internazionali del mercato, infatti era attiva la clausola "Soddisfatti o Rimborsati" e quando gli ospiti sentivano questa cosa erano contenti...
Questa specie di casa-vacanze per persone sofferenti accoglieva tutti: malati terminali, malati normali, malati solo un po', malati per niente... e nell'ultimo Consiglio di Amministrazione il buon uomo colto da una folgorazione disse:"Ehi ma qui rischiamo l'accusa di razzismo!!!! Se scoprono che non accettiamo i bambini!!! Dobbiamo pensare a come fare entrare anche loro", uno dei consiglieri allora alzò la mano e chiese la parola: "Dobbiamo andarci cauti, i marmocchi cambiano spesso idea e non credi che possa esserci il rischio i decisioni affrettate?"
"Che importa" disse il brav'uomo "C'è la clausola Soddisfatti o Rimborsati!"
"Eh già, dimenticavo" rispose il consigliere.
Intanto si misero ad analizzare il bilancio, contenti per il lavoro svolto, potevano puntare alla certificazione di qualità, nessuno dei loro ospiti aveva infatti mai richiesto il rimborso, segno evidente che erano tutti rimasti soddisfatti...
Questa è la storia, che non è inventata... perchè c'è una clinica che offre come unico servizio il suicidio assistito, nulla a che vedere con l'eutanasia perchè qui non si guarda tanto per il sottile... vuoi morire, bevi!
Non importa essere affetti da patologie invalidanti, basta essere anche solo tristi, preoccupati ecc, è allo studio l'ipotesi di aprire le porte (delle bare consentitemi!) anche ai bambini che dimostrino la capacità di intendere e di volere!
E qui ci stiamo a barcamenare sul testamento biologico...
Ho trovato questa bellissima recensione del film di Wajda, Katyn:
La sinistra non vuole la verità su quanto è avvenuto sino al 1948. Non la vuole perché la “sua” verità, gonfia di menzogne, l’ha già imposta in tutte le sedi: la cultura, la ricerca storica, i testi scolastici, il cinema.
(Giampaolo Pansa)

Ci sono film “impegnati” che sono strutturalmente destinati a essere visti da pochi e a non fare notizia. Ci sono film “impegnati” che sarebbero invece destinati a essere visti da molti e a fare notizia (perché riguardano la storia di tutti) e non la fanno. Perché il mercato, come si sa, non si governa da sé. È sempre orientato. Questo è il caso di Katyn, ultima fatica di Wajda.
In breve, la storia del film. A Katyn, nel 1939, per ordine del Politburo di Stalin, l’Armata Rossa massacra a freddo circa 20’000 giovani ufficiali polacchi, che sarebbero stati la futura classe dirigente della Polonia. La cornice è il patto Molotov-Ribbentrop tra Unione Sovietica e Terzo Reich sulla spartizione della cattolica nazione polacca. Uno dei momenti più bassi della storia europea. I due totalitarismi, quello comunista e quello nazista, accomunati nei metodi e nelle ambizioni di potere, seppur ideologicamente opposti, si sono trovati in perfetto accordo sull’annientamento del popolo polacco.
A lungo la verità sulla strage è stata tenuta nascosta. In Italia si è deciso di prolungare questo silenzio. Il film di Wajda non ha trovato ospitalità tranne che in pochissime sale cinematografiche, che hanno osato sfidare una censura tuttora profonda. È un altro capitolo del negazionismo italiano. Sembra non sia ancora venuto il momento di dire, a chiare lettere, che, ovunque si sia realizzato storicamente, il comunismo si è sistematicamente retto sulla violenza, rendendosi protagonista di fatti tragicamente inumani. La mentalità rassicurante e manichea che vorrebbe il male a destra e il bene a sinistra può dunque proliferare indisturbata. I manuali di storia possono rimanere invariati. Chi ha campato sulle menzogne può continuare a dormire sonni tranquilli.
La storia è ancora tutta da scrivere. Non per amor di polemica, ma per esigenza del vero. È la verità che all’uomo interessa. La speranza infatti non viene né da destra né da sinistra, ma da qualcosa per cui valga veramente la pena vivere e morire. Come hanno testimoniato gli ufficiali polacchi sterminati a Katyn, sfidando la ragione e il cuore di quanti li hanno uccisi e di tutti coloro che avranno il coraggio di vedere il film che ne narra la vicenda drammatica nelle poche sale in cui verrà proiettato.
Già finito il momento tragico e provvidenziale capace di risvegliare la nostra vera natura che è fatta per l'amore e la solidarietà fraterna?
Evidentemente il rinsavimento è durato poco...
Una settimana fa scrivevo questa riflessione; ma oggi leggo un articolo de Il Sussidiario che riaccende la discussione sul biotestamento.
... E' inutile illudersi: siamo alle solite. La breve pausa di serietà e responsabilità davanti alla vita e alla morte è già finita, perchè il Governo sta operando egregiamente per tentare di ricostruire quanto è andato distrutto e quindi si ha l'impressione che l'emergenza sia superata. Perciò... ricomincia il teatrino di coloro che strumentalizzano anche un malato di SLA pur di far passare la loro concezione negativa e nichilista.
Eppure c'è un modo più umano e drammaticamente bello e buono con cui stare davanti alla sofferenza e alla malattia, come ci insegna la testimonianza di ieri di P. Aldo, limpida, dolorosa, ma piena di pace. Tenetela presente, se decidete di leggere l'articolo di Alberto Gambino che ha fatto nascere questo post:
Perché usare il dramma di Ravasin a fine politico?
Non è la prima volta che si utilizza un caso pietoso e drammatico per una battaglia ideologica finalizzata a sostenere che con la nuova legge sulle Dat il paziente sarà sottoposto forzosamente all’alimentazione e all’idratazione artificiale anche quando non lo voglia.
La vicenda che ha riacceso il tema è quella di Paolo Ravasin,
da dieci anni affetto da sclerosi laterale amiotrofica (SLA), che ha dichiarato in un video-appello che la legge approvata al Senato sarebbe “anticostituzionale” perché non consente di rifiutare l’idratazione e l’alimentazione. Si sostiene che questa legge renderebbe “carta straccia” le dichiarazioni del paziente ed in particolare la decisione di non sottoporsi ad alimentazione e nutrizione artificiale quando non fosse più in grado di farlo.
E’ subito il caso di chiarire che - al contrario di quanto sostenuto da Ravasin - sulla dolorosa vicenda dei malati di SLA non inciderà affatto, ove fosse definitivamente approvata, la legge attualmente votata dal Senato. Per tre motivi, piuttosto evidenti.
Primo. Il paziente, nel caso della SLA, è capace di intendere e di volere, dunque può rifiutare qualunque intervento: il testo Calabrò, infatti, non reca alcuna novità rispetto alla prassi oggi attuata con riferimento al consenso informato. La sclerosi laterale amiotrofica, come noto, è una malattia degenerativa e progressiva del sistema nervoso che influisce in modo predominante sui neuroni motori e nella maggioranza dei casi, la malattia non danneggia la mente, la personalità, l'intelligenza o la memoria del paziente. Dunque il paziente potrà sempre coscientemente rifiutare trattamenti sul proprio corpo e ciò sarà consentito anche dopo l’approvazione definitiva della legge sulle Dat.
Secondo. Anche laddove il paziente perdesse conoscenza, nel caso della SLA - trattandosi come detto di una malattia progressivamente degenerativa - continuerà a rilevare il consenso o dissenso espresso a seguito delle informazioni fornite dal medico, che comprendono anche l’evoluzione della malattia. In questo caso, dunque, il paziente può certamente rifiutare in anticipo gli interventi che ritenga invasivi. Siamo infatti fuori dall’ipotesi delle DAT che, come dispone il testo di legge ora approdato alla Camera, riguarda dichiarazioni di soggetti che non hanno ancora assunto lo stato di “pazienti”, cioè non sono ancora affetti da patologie. I malati di SLA sono invece pazienti che devono ricevere con continuità informazioni sulla loro malattia e di conseguenza dare o meno il consenso ai trattamenti che vengono via via proposti dal medico. L’alleanza tra medico e paziente in questo caso segue, perciò, le regole del consenso informato, in cui si può rifiutare qualsiasi trattamento indesiderato.
Terzo. Anche per il caso di rifiuto di alimentazione e idratazione – che il testo approvato al Senato limita esclusivamente al non potersi esprimere all’interno di una DAT – quando il paziente è in grado di esprimere la sua volontà, restano invece ferme le attuali prassi, e anche con riferimento ad uno futuro stadio degenerativo della malattia. Dunque, nel caso della SLA, il paziente potrà rifiutare nell’ambito del consenso informato anche il presidio che veicola il sostentamento, ove questo implichi un trattamento medico.
E’ infine opportuno ricordare che - in ogni caso - quando l’alimentazione e l’idratazione configurano forme di accanimento terapeutico, esse potranno essere sospese dai medici. Anzi questa legge proprio nei “casi di pazienti in stato di fine vita o in condizioni di morte prevista come imminente”, stabilisce un vero e proprio obbligo giuridico in capo al medico dall’astenersi da “trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura” (art. 1, lett. f). Piuttosto si tratterà di spiegare meglio quale sia la differenza tra “fine vita” e “imminenza della morte”, anche al fine di scongiurare interpretazioni che facciano rientrare nel primo proprio gli stati vegetativi persistenti.
Dunque l’unico caso in cui non si potrà sospendere l’alimentazione e l’idratazione è quello relativo a quei pazienti che per un trauma improvviso cadano in uno stato di incoscienza e, come nel caso Englaro, non sono davanti a stadi terminali di una patologia che non consenta più l’assorbimento dei liquidi, ma anzi vedano provocata la loro morte proprio attraverso l’interruzione del sostentamento. Ma questo, come detto, non riguarda il caso dei malati di SLA.
Altro tema collegato, ma su cui la legge nulla dice, è piuttosto a chi spetti l’interruzione del trattamento ove questa interruzione sia legittimamente richiesta dal paziente. In assenza di una espressa previsione su questo punto, resta ferma – salvo diverso avviso dei giudici investiti di nuovi casi - la soluzione giudiziaria del caso Welby, che aveva ritenuto non punibile il medico adempiente ad una richiesta di interruzione di trattamento da parte del paziente cosciente.
Ora, se così stanno le cose, non può certo tacersi la strumentalità di usare un caso pietoso, del tutto estraneo ai contenuti del provvedimento normativo di cui si discute, con lo scopo di asserire l’incostituzionalità dello stesso e – come sostiene Emma Bonino - la necessità di riportare “il problema del biotestamento nel suo ambito naturale, quello dalla libertà". In questa vicenda, infatti, di biotestamento non ce ne è nemmeno l’ombra.
Era felice quando Alice era finalmente "tornata a casa"*, ma ora lei se n'è andata definitivamente nella vera casa del Padre e P. Aldo ce lo comunica con il dolore e la pace di chi sa in Chi riporre le sue speranze:

Cari amici,
“P.Aldo, credi tu questo?” mi sento chiedere in questo momento da Gesù, mentre ho il cuore spezzato guardando il cadavere di mia figlia Alice, appena morta, a 22 anni e mentre stringo al mio petto la piccola Yasmina, la più grande dei suoi tre figli. Yasmina vive con me insieme ad altri 20 bambini della casetta di Betlemme. Ha 8 anni. Ho raccolto Alice dalla strada distrutta dall’AIDS. Sola al mondo, usata e abusata da tutti. Entrava e usciva dalla nostra clinica. L’amore per lei è sempre stato grande, ma la sua libertà ha spesso chiuso gli occhi e come il figlio della parabola alla fine seguiva i suoi pensieri. Però sapeva sempre che il mio cuore era con lei. E così dopo mesi è ritornata, ma per morire. Era molto bella e adesso che la vedo qui al mio fianco morta è ancora più bella . La morte, quando la misericordia di Dio entra nella libertà umana trasfigura anche il corpo, mostrando il “già” della risurrezione. Yasmina è qui con me e la mamma adottiva Cristina, la mamma dei 20 bambini. Le ho chiesto, mentre stretta a me mi fissava con i suoi bellissimi occhi neri: “dov’è la mamma?” e lei: “in cielo”. Abbiamo recitato assieme il rosario e poi l’ho mandata coi suoi 20 fratellini della casetta di Betlemme. Non una lacrima lei, a differenza di me. Ma conoscendola so che il suo piccolo cuore ha conosciuto solo il dolore da quando è stata concepita. Che dolore per me!! Si, perché la verginità rende l’uomo padre come nessuna altra vocazione al mondo. Sento fisicamente il dolore, per cui mi viene da chiedere a Gesù come a Marta: “se tu fossi stato qui…”. Ma Lui mi risponde: “P.Aldo, Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in Me non conoscerà la morte. CREDI TU QUESTO?” “Si, Signore, credo, come credo che non c’è niente al mondo che impedisca questa certezza: né la depressione, né il cancro, né l’AIDS. A fianco di Alice giace morta per un cancro Carmen, di 53 anni, mentre nella camera a fianco dell’obitorio sta morendo Susanna, una signora rimasta sola al mondo dopo un incidente aereo, che cadendo sulla sua casa le ha ucciso i suoi 5 giovani figli, il marito e tutti i parenti. Quanto dolore! Eppure vedo in me come la familiarità con Cristo, perché questo è il problema, pur nel grande dolore-perché quanto più sei cosciente di essere tutto di Cristo senti tuo ogni dolore dell’uomo- vivo la certezza della positività del reale. Alice grazie all’AIDS ha lasciato la strada, è venuta qui e qui ha incontrato Gesù. Quando avevo letto il suo diario personale ero rimasto sconvolto di tutte le violenze di cui era stata oggetto dalla nascita. Eppure Dio che non dimentica nessuno dei suoi figli, l’ha condotta qui, dove ha visto il Suo volto e guardando il volto di Dio è morta. Cari amici, ho davvero una grande grazia, la grazia della speranza che è già visibile in me e nei miei moribondi del Paradiso, del compiersi della mia e tua umanità. L’altro giorno nella scuola di comunità con gli ammalati terminali ancora “abili” Marziana, una bella ragazza di 20 anni, già verso la fine, ha detto “ringrazio Dio di essere qui, in questo luogo, perché vedo che la speranza è un fatto presente, è l’aria che respiro. Sono contenta e offro tutto a Gesù”.
Amici, per me la scuola di comunità sulla speranza la tocco con mano. E’ come se la morte quotidiana dei miei moribondi mi facesse toccare fisicamente ogni parola di Giussani e di Carron. Allora, anche le notti insonni, il malumore, la fatica, le difficoltà, la drammatica situazione del paese con il caos del Presidente-vescovo (ex-vescovo) che come e peggio del terremoto sta sconquassando
Con affetto
P.Aldo
Amici, pregate per me perché veramente come dice S.Gregorio “… se non fossimo Tuoi saremmo creature finite” e sfinite.
Guardate la foto della mia Alice un mese fa quando é arrivata per morire
“Dov’é o morte la tua vittoria?!"
Alice adesso é davvero la mia Alice.
_________
* Alicia, malata di AIDS, finalmente tornata a casa
Non sto qui a parlare dei costi gonfiati con molta fantasia e creatività sul referendum, ma mi preoccupa qualcosa che ho letto oggi, che è ben più grave per la nostra democrazia e per la nostra convivenza. Ecco il passaggio che mi ha preoccupato:
Si parla tanto di rispetto della Costituzione, ma un election day al 7 giugno sarebbe stato un grave stravolgimento della prassi costituzionale italiana. I costi del referendum sono quindi da addebitare solo a chi l’ha promosso. Nel merito, è utile precisare che in caso di vittoria dei “si” non verrebbe per nulla cambiato l’aspetto discutibile della legge elettorale attuale
che è quello delle liste bloccate, ma ci troveremmo solo con una legge elettorale simile alla famosa legge Acerbo del 1923 o alla legge “truffa” del 1953. Il cuore del referendum, infatti, è che, in caso di vittoria dei “si” il premio di maggioranza non verrebbe più assegnato alla coalizione che ha vinto le elezioni, ma al partito che ha ottenuto la maggioranza relativa. Per assurdo se il partito più votato ottenesse solo il 10% dei voti sarebbe automaticamente portato sopra il 50% e si troverebbe comunque garantita la maggioranza dei seggi parlamentari. Verrebbe quindi introdotto un mostruoso premio di maggioranza, in violazione del principio dell’eguaglianza del voto. Per stare all’esempio, il voto di chi ha scelto il partito vincente verrebbe a pesare circa quattro volte di più di chi ha votato un partito che magari ha raggiunto solo il 9,99%. La Corte costituzionale, peraltro, nell’ordinanza in cui ha dichiarato ammissibile il referendum si è espressamente riservata di giudicare poi la costituzionalità della normativa di risulta in caso di vittoria dei “si”.
L'intero articolo di Luca Antonini lo si può leggere cliccando sul titolo:
Ho trovato questa bellissima canzone di Claudio Chieffo, La ballata del potere, dall'Album "Liberazione":
Ecco le parole dal sito di Claudio Chieffo:
Non si tratta di revisionismo storico ma di amore alla verità storica, nella certezza che non è possibile costruire l'armonia e la pace in un popolo sulla base dell'ignoranza della sua storia. Perchè occorre riconcilarsi con il passato per quello che è stato, non per quello che ne ha fatto la storiografia ufficiale che ha tutto l'interesse a nascondere certi fatti ignominiosi quasi fosse sufficiente dimenticarli per renderli meno gravi. Perchè il ricordo resta nelle coscienze delle vittime più vivo in quanto censurato.
Giovanni PaoloII affermava che non c'è pace senza giustizia, ma non c'è giustizia senza perdono.
La pace e la convivenza si possono costruire se si rende giustizia, anche al passato, ma solo se questa giustizia si trasforma perdono.
Altrimenti anche l'apparenza della pace è menzogna e violenza.
Con questo intento pubblico il contributo di Domenica Bonvegna per "Il Mascellaro":
La settimana scorsa al parlamento europeo è stata approvata una risoluzione proposta dal vice presidente del Consiglio Europeo Mario Mauro e da altri 10 deputati del PPE, per chiedere che i crimini del totalitarismo comunista facessero parte integrante e terribile della storia dell'Europa.
Si chiede inoltre che la responsabilità per i suoi crimini sia accettata a livello europeo, così come da decenni si agisce per i crimini del nazismo e del fascismo.
"Il Parlamento europeo - scrive Mauro - è preoccupato per il fatto che la disintegrazione dei regimi comunisti totalitari in Europa non è stata seguita in tutti i casi da un'inchiesta internazionale sui reati commessi dai regimi stessi ed esorta tutti gli Stati post-comunisti a effettuare una valutazione morale e politica del loro passato recente e a fornire le risorse necessarie per la ricerca scientifica e l'accertamento dei fatti". (Mario Mauro, L'Europa contro i totalitarismi, 6.4.09 Il Sussidiario).
La Risoluzione sollecita un'apertura completa degli archivi segreti, specialmente in Russia e auspica che sia proclamata una"Giornata europea del ricordo" delle vittime del totalitarismo. La mancanza di una valutazione morale e politica di questi crimini di fatto non permette l'integrazione all'Europa proprio di quei Paesi che sono usciti dal colonialismo sovietico.
A questo riguardo una pagina interessante per far conoscere i crimini dell'ideologia comunista è il recente processo che si sta celebrando a Phnon Penh, in Cambogia davanti alla Corte straordinaria dell'ONU, a Kaing Guek Eav, uno dei macellai del regime dei Khmer rossi di Pol Pot. Chiamato "compagno Duch" , si assume tutte le responsabilità degli orrori del campo di Tuol Sleng: «Sono responsabile dei crimini, delle esecuzioni, delle torture. Provo tanta vergogna e rimorso. Permettetemi di chiedere perdono ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime».
Fra il 1975 ed il '79, il Compagno Duch, oggi ha 66 anni, dovrà rispondere di "crimini contro l'umanità" ha seminato morte e terrore come direttore del famigerato lager per gli interrogatori conosciuto con la sigla S-21. Sul suo capo pende l'accusa di aver ordinato torture, stupri e più di cento omicidi al giorno. L'ex liceo di Tuol Sleng è stato trasformato dai khmer rossi nell'anticamera dell'inferno. Nel lager morirono 14mila persone.
Un processo atteso da trent'anni , scrive Fausto Biloslavo, l'orrore del genocidio cambogiano è costato la vita ad almeno 1 milione e 700mila persone (3 milioni secondo altre stime). Del S-21, il lager degli orrori solo 12 detenuti sono sopravvissuti. In aula c'erano i parenti delle vittime. «Vorrei che mi perdonaste. Non vi chiedo di farlo ora, ma spero che avvenga più in là» , ha esclamato l'ex torturatore. Ha ammesso di eseguire gli ordini dell' Angkar , il partito guida ideato da Pol Pot nel suo folle disegno di cancellare la società cambogiana per farla "rinascere"dall'"anno zero". Bastava portare un paio di occhiali o conoscere una lingua straniera per venir denunciato come reazionario borghese. Se eri fortunato venivi deportato verso i killing fields, i campi di lavoro che ingoiarono milioni di cambogiani. I più sfortunati finivano a S-21, dove li attendevano Duch e una morte certa. «Anche se sapevo che gli ordini erano criminali non li ho mai messi in discussione - ammette l'imputato - perché la mia famiglia ed io avremmo rischiato di venir uccisi». (Fausto Biloslavo, Il macellaio di Pol Pot, 3.4.09 Il Giornale).
Sarebbe auspicabile che anche in Europa si cominciasse a celebrare i processi nei confronti di tanti esponenti comunisti, che hanno eseguito crimini contro l'umanità, come abbiamo visto (chi ha avuto la fortuna) nel film Katyn , dove il regista polacco Andrzey Wajda documenta il massacro di oltre 20 mila ufficiali polacchi, uno sterminio preventivo dei capi di una eventuale futura resistenza .
Ma sembra che ancora la volontà di ricostruire le responsabilità dei crimini del comunismo manca completamente visto come é trattata la pellicola di Wajda.
Domenico Bonvegna
Rozzano MI, 6 Aprile 2009
Alla vigilia del 25 aprile mi piace ricordare un martire della libertà, Rolando Rivi, di cui copio la vita dal sito a lui intitolato:
Rolando Rivi nacque il 7 gennaio 1931 nella casa detta del Poggiolo a San Valentino, un piccolo borgo vicino a Castellarano in provincia di Reggio Emilia, da Roberto e Albertina Canovi.
Quel giorno era a Reggio Emilia - e lo è oggi in tutta Italia - la festa del tricolore, vessillo che venne adottato per la prima volta nel 1797 proprio nel capoluogo emiliano quale stendardo della Repubblica Cispadana.
Quel bambino avrebbe onorato la sua terra e la patria che adottò quella bandiera, ma il vessillo sotto il quale avrebbe militato non sarebbe stato il massonico tricolore, ma quello di Cristo, Re e Sacerdote.
Il giorno dopo la nascita i genitori lo battezzarono con il nome di Rolando.
Prima di uscire dalla chiesa, lo portarono all’altare della Madonna e gli diedero anche il nome di Lei, sicchè il piccolo si chiamò Rolando Maria Rivi.
Il padre e la madre erano originari di Levizzano, località del comune di Baiso e si erano trasferiti all’inizio del ‘900 a San Valentino.
La famiglia del ramo materno era nota nella zona per l’onestà, la laboriosità e soprattutto per la forte fede cattolica ed era soprannominata «i Pater», in riferimento al «Pater noster», che essi recitavano spesso con la corona del rosario tra le mani.
Il padre di Rolando, Roberto, militante dell’allora gloriosa Azione Cattolica, era anch’egli molto religioso, assiduo alla santa Messa, che frequentava con devozione particolare secondo l’invito del santo Pontefice Pio X.
Rolando era un bambino sano ed esuberante.
Proprio questa sua vivacità metteva talvolta in ansia i genitori e la nonna, che meglio di altri ne aveva intuito il temperamento, ed era solita dire: «Rolando, o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo...».
Nel gennaio 1934 morì il parroco di san Valentino don Iemmi e nel maggio dello stesso anno giunse come nuovo parroco, don Olinto Marzocchini, che aveva allora 46 anni.
Sacerdote zelante nel suo ministero, divenne per il piccolo Rolando un fondamentale punto di riferimento.
Quando assisteva alla Messa, il piccolo non perdeva un gesto del sacerdote e seppure molto piccolo cominciò a fare il chierichetto.
Don Olinto era un prete vero: passava lunghe ore in preghiera davanti al Santissimo, curava meticolosamente il catechismo dei fanciulli, istruiva i chierichetti per il servizio all’altare e aveva messo su un coro per dare solennità alla liturgia.
Fu anche attraverso di lui che Rolando imparò ad amare Gesù e a scoprire che abitava, vivo, nel tabernacolo.
Nell'ottobre 1937 Rolando iniziò le scuole elementari.
La sua maestra, Clotilde Selmi, donna molto devota anch’essa, parlava spesso di Gesù ai bambini e sempre li invitava all’adorazione eucaristica.
In parrocchia la catechista di Rolando era Antonietta Maffei, delegata dei fanciulli di Azione Cattolica che preparava con scrupolo le «adunanze settimanali» (come si chiamavano allora).
Anche grazie a loro Rolando fu ammesso a ricevere l’Eucaristia subito, a giugno, perché era tra i fanciulli che si erano preparati meglio e più in fretta.
Ne provò una grande gioia e il 16 giugno 1938, festa del Corpus Domini, ricevette per la prima volta Gesù.
Le testimonianze concordano sul fatto che dopo la prima Comunione Rolando era cambiato.
Pur rimanendo un ragazzo vivace, i familiari notarono in lui una maturazione profonda, che si accentuò dopo aver ricevuto la Cresima, il 24 giugno 1940.
Era solito accostarsi tutte le settimane alla Confessione e alzarsi prestissimo la mattina per servire la Messa e ricevere la Comunione, invitando anche i compagni a fare altrettanto: «vieni - diceva loro - Gesù ci aspetta. Gesù lo vuole!».
Riferiva che il sacerdote sull’altare, quando consacrava il pane e il vino, gli appariva grande da toccare il cielo.
Fu così che la chiamata al sacerdozio si fece via via più intensa, accompagnandolo per tutto il ciclo delle scuole elementari, fino a quando a 11 anni lo disse in casa: «Voglio farmi prete, per salvare tante persone. Poi partirò missionario per far conoscere Gesù lontano, lontano».
Entrò nel Seminario di Marola nell'autunno del 1942 e come si usava a quei tempi vestì subito l’abito talare.
Ne era fiero e fu anche questo amore per l’abito talare a segnare la sua fine...
Nel periodo trascorso in seminario il ragazzo si distinse per diligenza, mantenendo sempre ferma la decisione di diventare sacerdote.
Quando tornava a casa, aiutava i genitori nei lavori in campagna e in chiesa suonava l’armonium, accompagnando il coro parrocchiale nel quale cantava anche suo padre.
Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché proprio in quelle zone massiccia era la presenza di formazioni partigiane, formatesi dopo la caduta del fascismo e la tragica esperienza dell’8 settembre del 1943, che aveva portato all’occupazione da parte tedesca della penisola.
A parte gruppi minoritari di cattolici democratici, le fila partigiane erano composte da comunisti, socialisti, azionisti, tutti accomunati da una forte ideologia anticattolica.
La frangia più estrema, quella comunista, non si limitava a combattere i tedeschi.
Vedeva nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario.
L’anticlericalismo diventò violento e si fece via via più minaccioso.
Quando nel 1944 i tedeschi occupano il seminario di Marola, tutti i ragazzi dovettero rientrare alle loro case, portando con sé i libri per poter continuare a studiare.
Rolando continuò a sentirsi seminarista: oltre a studiare, frequentava quotidianamente la Messa e la Comunione, recitava il rosario, pregava, faceva visita al Santissimo Sacramento.
Nonostante fosse stato consigliato diversamente, non smise mai di portare il suo abito religioso: i genitori, infatti, gli dicevano: «Togliti la veste nera. Non portarla per ora ...».
Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei momenti, così insicuri.
Replicò Rolando: «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
Un atto d’amore che pagherà con la vita.
A San Valentino dapprima fu preso di mira il parroco don Marzocchini.
Una mattina si venne a sapere che durante la notte precedente, alcuni partigiani l’avevano aggredito e umiliato.
Poiché già altri sacerdoti (don Luigi Donadelli, don Luigi Ilariucci, don Aldemiro Corsi e don Luigi Manfredi) erano stati uccisi dai partigiani comunisti, don Marzocchini fu spostato in un luogo più sicuro e venne sostituito in parrocchia da un giovane prete, don Alberto Camellini.
Il 1 aprile, tuttavia, don Marzocchini volle ritornare in parrocchia a San Valentino, ma al suo fianco rimase il giovane curato don Camellini, verso il quale Rolando aveva dimostrato subito grande simpatia.
Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, il ragazzo era già in chiesa: si celebrava la Messa cantata in onore di san Vincenzo Ferreri e Rolando vi partecipò, suonando l’organo.
Terminato il rito, prima di uscire, prese accordi con i cantori, per «cantare Messa» anche il giorno seguente.
Uscito di chiesa, mentre i suoi genitori si recarono a lavorare nei campi, Rolando, con i libri sottobraccio, si diresse come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa.
Indossava, come sempre, la sua talare nera.
A mezzogiorno i suoi genitori l’attesero invano per pranzo.
Preoccupati l’andarono a cercare.
Tra i libri sull’erba trovarono un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi. I partigiani».
Il papà e il curato don Camellini, in forte ansia, cominciarono allora a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo.
Frattanto Rolando, trascinato via dai partigiani in un loro covo nella boscaglia, iniziava la sua «via crucis».
Venne spogliato della veste talare che li irritava, insultato, percosso con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
Rimase per tre giorni nelle mani dei suoi aguzzini, ascoltando bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e contro il sacerdozio.
Secondo alcuni testimoni sarebbe stato frustato e avrebbe subito altre indicibili violenze.
Tra i rapitori pare che qualcuno si commosse, proponendo di lasciarlo andare.
Ma altri si rifiutarono, minacciando di morte chi aveva fatto la proposta del rilascio.
Prevalse l’odio per la Chiesa, per il sacerdote, per l’abito che lo rappresenta e che quel ragazzino non si era mai voluto togliere.
Decisero di ammazzarlo: «Avremo domani un prete in meno».
Lo portarono, sanguinante, in un bosco presso Piane di Monchio (in provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata.
Rolando capì che stava per morire, pianse, chiedendo di essere risparmiato.
Con un calcio lo scaraventarono a terra.
Allora chiese di pregare un’ultima volta.
Si inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella buca.
Venne coperto con poche palate di terra e di foglie secche.
La veste del «pretino» divenne un pallone da calciare; poi sarà appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina.
Era venerdì 13 aprile 1945, ricorrenza del martirio del giovane sant’Ermenegildo (585 dopo Cristo). Rolando aveva quattordici anni e tre mesi.
Per tre giorni i genitori e don Camellini lo cercarono lungo tutto quel tratto del crinale appenninico, finché alcuni partigiani li indirizzarono a Piane di Monchio.
Qui incontrarono un capo partigiano comunista, cui chiesero: «Dov’è il seminarista Rivi?»
Quello rispose: «È stato ucciso qui, l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo».
E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.
Don Camellini domandò ancora al partigiano: «Ha sofferto molto?».
Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: «Con questa non si soffre molto. Non si sbaglia».
Era la sera di sabato 14 aprile 1945.
Raggiunto il posto dell’omicidio, il sacerdote non fece fatica a recuperare il cadavere del ragazzo, con indosso solo una maglietta e un paio di calzoni sdruciti, legati al ginocchio.
Aveva due ferite: una alla tempia sinistra e l’altra sulla spalla in corrispondenza del cuore.
Il volto, sporco di terra, era coperto di lividi; il suo corpo martoriato.
Il padre si inginocchiò vicino al suo bambino e lo strinse, piangendo a dirotto, tra le braccia.
Due contadini del posto fabbricarono alla bell’e meglio una cassa di legno.
Don Camellini lavò il volto di Rolando, lo asciugò con il suo fazzoletto e lo compose nella povera bara.
Era notte ormai, sicché solo la mattina dopo, seconda domenica dopo Pasqua, «Domenica del Buon Pastore», il corpo di Rolando fu portato in chiesa a Monchio, dove don Camellini celebrò la Messa per l’anima di Rolando.
Alla presenza del padre Roberto e di don Camellini, il parroco di Monchio scrisse in latino sul registro parrocchiale l’atto di morte e di sepoltura di Rolando.
«15 aprile 1945. Rivi Rolando, figlio di Roberto e di Canovi Albertina, celibe, di San Valentino (Reggio Emilia), qui, per mano di uomini iniqui, a 14 anni di età, alle ore 19, in comunione con santa madre Chiesa, rese la sua anima a Dio.
Il suo cadavere, oggi, fatte le sacre esequie e celebrata la Messa, è stato sepolto nel cimitero parrocchiale». (1)
Il padre di Rolando e il curato di San Valentino tornarono mestamente al paese, a recare la notizia terribile alla madre che lì aveva aspettato invano.
La terribile notizia si diffuse rapidamente in paese, lasciando la gente sgomenta di fronte a quella barbarie.
A guerra terminata, una grande folla di parrocchiani martedì 29 maggio 1945, attese a San Valentino l’arrivo della salma, traslata in località Montadella.
La chiesa accolse in silenzio e commozione il piccolo martire.
Ucciso in odio alla fede, la sua causa di canonizzazione ha dovuto attendere 60 anni, fino al 7 gennaio 2006.
Quando il 25 maggio del 1945 il suo corpo era stato tumulato nel cimitero di San Valentino, le parole del suo parroco, don Olinto Marzocchini, erano state brevi ed intense: «Non bastano le nostre lacrime a piangere Rolando… Ma guardate a Cristo che è la resurrezione e la vita. Lui asciughi le lacrime dai nostri occhi».
Questa la fede semplice di chi per essa era disposto a dare la vita, di chi in Cristo ci credeva davvero.
«Era stato lui - è scritto in un libro distribuito in fondo alla chiesa dal "Comitato amici di Rolando Rivi" - a preparare quel trionfo al figlio prediletto, a quel ragazzo aspirante al sacerdozio, caduto innocente sotto il piombo di uomini empi, come i ragazzi e i giovani cattolici martiri in Russia, in Messico e in Spagna, nelle recenti persecuzioni sotto l’odio massonico e comunista».
24 aprile 1915 - 24 aprile 2009
"Una tragedia che non ha parole"
"La nazione armena -il primo stato cristiano della storia- ha subito,
nel corso del XX secolo, prima il terribile genocidio ad opera dell'impero turco, poi i massacri e le deportazioni ad opera del comunismo sovietico.
Oggi la Repubblica Armena è un esempio di stabilità politica e di sviluppo economico per tutto il Caucaso; il suo martirio, però, è ancora negato sia dal governo turco, sia dal mondo post-comunista".
Per conoscere e approfondire la loro vicenda clicca qui.
Aggiornamento:
L'amico Natanaele, mi scrive:
Suggerisco, su questo argomento, il bel film MAYRIG, davvero toccante. Purtroppo la RAI, dopo averlo proposto nel 2004, lo ha messo nel cassetto....
Ma lo si può acquistare su BOL per chi proprio lo vuole vedere, e ne vale la pena!
"Chi salva una vita salva il mondo" ho letto in questi giorni da qualche parte. Ed è universalmente degno di ricordo e di ammirazione chi salva una vita. Se poi ne salva tante a costo della sua vita? come questa coraggiosa assistente sociale, eroina della seconda guerra mondiale?
Chi ama, difende la vita, chi aiuta i bisognosi a vivere viene ricordato con gratitudine da tutti.
Non così Erode. Non così Hitler e i suoi imitatori:
La storia ritrovata di Irena Sendler
Esiste una storia poco conosciuta - una pagina di storia e di vero eroismo resuscitata dall'oblìo - che merita di essere divulgata. La riscoperta di questa storia, inerente a fatti avvenuti molti anni prima, iniziò nel 1999, quando il professore di storia Norman Conard della Uniontown High School diede un articolo a firma di Richard Z. Chesnoff dell'United States News and World Report del 13 marzo 1994, intitolato «Gli altri Schindler», a quattro studentesse quindicenni nell'ambito di
una ricerca per il National History Day: questa ricerca cambiò per sempre la vita delle studentesse di questa cittadina nelle sperdute praterie del Mid-West americano e protestante. Liz Cambers, Megan Stewart, Sabrina Coons e Jessica Shelton (che si unì alle prime tre solo dopo alcune settimane) ricevettero per la loro ricerca di storia un trafiletto che menzionava "Irena Sendler salvò 2500 bambini dal Ghetto di Varsavia". A loro pareva esagerato ed iniziarono le ricerche.
Il nome di Irena Sendler era menzionato dal 1965 nell'elenco del museo Yad Vashem tra i «Giusti tra le Nazioni». Nel 1983 un albero venne piantato nel giardino dello stesso museo in Israele, a nome della stessa Irena Sendler. Non esisteva altra menzione su questa donna. Le studentesse iniziarono a scoprire la storia di una persona straordinaria. La ventinovenne Irena Sendler era un'assistente sociale a Varsavia quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Ancora prima della costruzione del Ghetto di Varsavia (1940) iniziò a fornire documenti falsi ed a recrutare famiglie ed istituti per ospitare in incognito bambini ebrei: a lei erano chiare già da allora le conseguenze delle politiche razziali della Germania di Hitler. Possedeva un lasciapassare per entrare nel Ghetto di Varsavia, in quanto operatrice ufficiale del Dipartimento contro le malattie contagiose. La sua libertà di muoversi dentro le mura del Ghetto le permetteva di convincere i genitori dei bambini a farli uscire dalla prigionia del Ghetto e a farli vivere presso istituti religiosi e famiglie amiche con una nuova identità. Il concetto era di evitare perlomeno ai bambini gli stenti del Ghetto e di riunirli con i loro genitori nel futuro.
L'organizzazione clandestina ZEGOTA aiutò Irena Sendler nell'esecuzione di questo piano. C'era la necessità di reclutare fidate famiglie per i bambini, si dovevano procurare documenti falsi e - soprattutto - si doveva organizzare l'evasione dei bambini dal Ghetto. Diversi metodi furono escogitati e messi in opera: alcuni bambini venivano nascosti dentro le ambulanze che uscivano dal Ghetto insieme a Irena Sendler, lei stessa li nascondeva in borsoni e valigie (non veniva perquisita a fondo in quanto si sapeva che lavorava a contatto con malattie contagiose), si utilizzavano cunicoli segreti e le possibilità che offriva il grande Palazzo di Giustizia, che era situato come un'enclave nel mezzo del Ghetto di Varsavia. I circa 1000 bambini fatti così scappare si sono uniti ai circa 1500 a cui fu cambiata l'identità prima della costruzione del Ghetto. Le nuove identità erano necessarie per celare i nomi ebrei dei bambini e anche per evitare ripercussioni sui loro parenti qualora fossero stati scoperti. Irena Sendler scriveva, aggiornava e manteneva le liste dei nomi veri e di quelli nuovi. Sapendo di dover proteggere queste liste dalla scoperta da parte dei nazisti sia per poterle poi utilizzare per la riunione dei bambini a guerra conclusa, le pose dentro a dei vasetti vuoti di marmellata e le sotterrò sotto un albero di mele in un giardino di conoscenti a Varsavia. La vita futura di questi bambini era legata a queste liste nascoste nei vasetti.
La difficoltà maggiore fu quella di convincere i genitori ad affidare i bambini a lei ed all'organizzazione clandestina ZEGOTA. Anche il fatto che Irena fosse cattolica e che i bambini fossero ospitati in conventi, orfanotrofi o famiglie polacche cattoliche era motivo di apprensione per i genitori. Le notizie sulla sorte degli ebrei e il peggioramento delle condizioni di vita nel Ghetto aiutarono Irena Sendler in questa impresa. Anche i bambini stessi a volte creavano - senza saperlo - motivi di apprensione. «Quante mamme posso cambiare?» le chiese una volta un bimbo, che fu costretto a cambiare la famiglia ospitante.
Il 20 ottobre 1943 Irena Sendler venne arrestata. La portata dei suoi «crimini» venne scoperta soltanto in parte dai suoi aguzzini. Lei non nominò i suoi collaboratori e non rivelò mai il nascondiglio delle liste dei bambini nonostante la sua abitazione fosse stata perquisita a fondo. Neanche la tortura le fece cambiare opinione: le vennero fratturate le gambe. Irena Sendler rimase per il resto della sua vita claudicante e bisognosa dell'aiuto del bastone per camminare. Le liste dei bambini nascoste nei vasetti interrati rimasero sicure. Infine venne condannata a morte. L'organizzazione ZEGOTA - a sua insaputa - corruppe con soldi l'ufficiale che doveva ucciderla e che la aiutò a fuggire. Lei stessa visse fino alla fine della guerra in clandestinità e lesse la notizia della sua morte nei volantini affissi a Varsavia. La vita della maggior parte dei genitori finì a Treblinka. Dei 450.000 ebrei rinchiusi nel Ghetto soltanto circa 1.000 sopravvissero all'Olocausto. I pochi genitori rimasti furono riuniti con i loro bambini dopo la guerra utilizzando le liste nascoste nei vasetti di marmellata.
Le ragazzine americane scrissero per il loro progetto di storia un testo teatrale chiamato La vita in un vasetto (Life in a Jar), in cui la figura di Irena Sendler aveva la parte principale. Incoraggiate dal loro maestro di storia ad approfondire ancora di più il loro lavoro, Megan, Liz, Sabrina e Jessica scoprirono con gioia nel 2000 che Irena Sender era ancora viva e che viveva in un ospizio a Varsavia. Irena fu osteggiata nel dopoguerra dal comunismo polacco come collaboratrice di ebrei e chiamata «fascista». Lei stessa non rese pubblica la sua storia. A parte la nomina come «Giusta fra le Nazioni» del 1963 e l'albero piantato al museo Yad Vashem nel 1983, la sua storia era condannata all'oblio.
Dopo un anno di contatti epistolari, finalmente nel 2001 le studentesse visitarono Irena Sendler a Varsavia. Lei stessa raccontò ulteriori particolari della sua vita e contribuì a fare conoscere alcuni dei bambini salvati - ormai adulti ed uniti in un'organizzazione. Da quel momento la storia di Irena Sendler divenne nota al mondo intero: la CNN e la AP fornirono reportages e notizie. Irena ricevette, oltre ad altre nomine e premi, anche l'Aquila Bianca, la maggiore onorificenza della Polonia. Giovanni Paolo II le scrisse una lettera di ringraziamento personale. Lei stessa si diceva onorata di ricevere tutti questi attestati di stima che prontamente divideva con tutte quelle persone che ne avevano uguale diritto ma che non erano sopravvissute. Alla domanda se si sentiva un'eroina, rispondeva invariabilmente che si rammaricava ogni giorno per tutti coloro che non riuscì a salvare.
Norman Conard, il professore che iniziò il progetto nel 1999 a Uniontown, Kansas, insieme al presidente della Repubblica polacca e all'Ambasciata d'Israele, propose Irena Sendler per il Premio Nobel per la Pace. Ci furono numerosissime testimonianze a favore di Irena: le norme per il Premio Nobel per la Pace purtroppo richiedono un significativo merito negli ultimi due anni. Irena Sendler morì a 98 anni il 12 maggio 2008. La storia di ragazzine protestanti che riscoprono la storia di una donna cattolica che aiutò a salvare bambini ebrei continua con la messa in scena del pezzo teatrale, ormai oltre le 270 repliche nel mondo.
| di Pier Mario Pagani |
| pagani@ragionpolitica.it |
Un articolo di Mario Mauro per Il Sussidiario:
L'Ue disunita, vittima dello "show" di Ahmadinejad
Si è aperta ieri a Ginevra la Conferenza delle Nazioni Unite sul razzismo. Gli auspici non sono stati dei migliori fin dall’inizio: gli occidentali sono arrivati a questo appuntamento divisi, alcuni paesi hanno garantito la presenza, altri hanno
preferito defilarsi. Stati Uniti, Israele, Canada, Australia e Italia hanno confermato la loro ferma decisione a non partecipare. Anche Olanda e Germania all’ultimo momento hanno preferito non prendervi parte. La ragione è semplice: non c’erano garanzie sufficienti affinché nel corso della Conferenza si evitasse uno sterile atto di accusa contro Israele e contro l'Occidente.
I lavori preparatori sono stati dominati dai Paesi islamici, come già accadde nella precedente conferenza di Durban nel 2001. La Gran Bretagna e la Francia, invece, hanno scelto di essere presenti anche se poi, dopo le frasi inaccettabili del presidente iraniano Ahmadinejad, hanno lasciato la conferenza già disertata da molti Paesi europei e non.
A suscitare la dura protesta di Israele è stato proprio il leader iraniano, arrivato a Ginevra e accolto con tutti gli onori dalle massime autorità elvetiche e che è stato fra i primi a prendere la parola nella tribuna che l’Onu ha messo a disposizione.
Desta non poche preoccupazioni il fatto che ad una Conferenza sul razzismo, che dovrebbe essere espressione dell'impegno delle Nazioni Unite in difesa dei diritti umani, possa impunemente prendere la parola chi ritiene la Shoah un’invenzione e chi presiede un regime che ha al proprio attivo l'assassinio di centinaia di oppositori politici.
Tra le tante parole non spese all’interno della conferenza figura nel discorso di Ban Ki-moon la totale assenza di alcun riferimento alle persecuzioni che nel mondo avvengono contro le comunità cristiane. Ha parlato di tolleranza e mutuo rispetto, ha denunciato che una nuova politica xenofoba è in aumento e che la discriminazione non sparisce da sola che deve essere affrontata altrimenti può diventare causa di disordini e violenze sociali, ma non si è mai riferito alle comunità religiose che nel mondo sono oppresse.
Almeno inizialmente l'Europa si è spaccata sulla partecipazione alla conferenza che i Paesi islamici hanno trasformato in un processo a distanza a Israele. Timori peraltro confermati già dalla vigilia quando il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha subito ribadito la sua ostilità verso lo Stato ebraico, definito «portabandiera del razzismo».
Anche il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha sottolineato come il mancato raggiungimento di una posizione comune dell'Unione europea sulla conferenza Onu sul razzismo sia «un errore gravissimo» che «denota l'incapacità, nonostante le tante parole spese a riguardo, di trovare almeno un minimo comune denominatore su un problema di base» come è il razzismo. Sono espressioni che denotano l’amarezza per il mancato accordo in sede Ue, perché di fatto si dimostra una volta di più che l'Europa non è capace di parlare a una sola voce. Per l’Europa è stata un’occasione persa per mostrare con spirito unanime la sua ostilità verso gli osteggiatori della democrazia e della libertà. Bene hanno fatto dunque a lasciare la sala in segno di protesta dopo le dichiarazioni del presidente iraniano, ma meglio ha fatto l’Italia che ha scelto di rimanere fuori dal summit perché ritiene che le frasi di chi equipara Israele a un Paese razzista siano odiose e inaccettabili.
Leggi anche l'intervista a Vittorio Emanuele Parsi:
Parsi: perché l’Onu ha pensato un vertice contro l’Occidente?
