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«Per noi le circostanze non sono neutre,
non sono cose che capitano senza alcun senso;
non sono cose soltanto da sopportare,
da subire stoicamente.
Attraverso queste circostanze il Mistero vuole educarci
alla consapevolezza di noi stessi,
alla nostra verità,
ci ridesta alla coscienza (di quello) per cui siamo fatti,
non ci lascia andare verso il niente senza preoccuparsi di noi,
per una passione per la nostra vita che è
il segno più potente della tenerezza di Dio per noi.
Per chi ha ricevuto l’annuncio cristiano
– ” il Mistero si è incarnato in un uomo “-
ogni circostanza è l’occasione in cui ciascuno
mostra la sua posizione davanti a questo annuncio, a questo fatto.
Dal modo con cui noi affrontiamo le circostanze che ci sfidano,
noi affermiamo qual’ è la nostra appartenenza,
noi diciamo a noi stessi qual è la nostra cultura,
che cosa e chi amiamo di più e (cosa) abbiamo di più caro.
E’ davanti alle vere sfide del vivere che si pone in evidenza
la consistenza di una posizione culturale,
la sua capacità di reggere davanti a tutto,
anche davanti al terremoto».
«DALLA FEDE IL METODO»
Julian Carròn. Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Rimini 2009
Grazie a
Certi fatti pensi che debbano accadere solo lontano dalla tua cerchia di amici e conoscenti, oppure soltanto alla tv, fabbricatrice di menzogne sempre più raffinate e crudeli.
Quando però capita a poche centinaia di metri da casa tua, quando capita nel tuo paese dove quasi tutti si conoscono, non riesci a capacitarti.
Ha confessato anche davanti al giudice: ''L'ho uccisa io''. Pietro Cambedda, l'uomo di Settimo San Pietro, arrestato tre giorni fa con l'accusa di avere ucciso la moglie con quattro colpi di piccone al capo, rimane in carcere. L'intera comunità ai funerali di Elisabetta Bruno
Resta in carcere Pietro Cambedda, l'uomo di Settimo San Pietro, arrestato tre giorni fa con l'accusa di avere ucciso la moglie con quattro colpi di piccone al capo. Lo ha deciso il Gip Alessandro Castello al termine dell'udienza di convalida alla presenza dell'indagato, del Pm Maria Virginia Boi e del legale di fiducia Massimiliano Dessalvi. L'uomo ha confermato le dichiarazioni fatte ai carabinieri di Sinnai. ''Ho ucciso mia moglie''. Reo confesso insomma: l'udienza si è tenuta a Buoncammino dalle 10,30 alle 13. Intanto, nel pomeriggio a Settimo si sono svolti i funerali di Elisabetta Bruno. Si attende ora l'esito della perizia nescoscopica sulla salma di Giovanni Bruno, il padre di Elisabetta morto il 16 maggio a Settimo e che ora si sospetta, sia stato amazzato.
Alla vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo, siamo tutti abbastanza disorientati, per non dire indifferenti, rispetto a questo importante appuntamento.
Che ci piaccia o no, l'Europa ha un'importanza determinante per certe scelte che condizionano anche i singoli stati, soprattutto dal punto di vista economico (pensate alle multe o procedure di infrazione che ogni
tanto l'Italia si trova a dover pagare). Se poi si pensa che i parlamentari europei sono pagati fior di quattrini per decisioni ridicoli come il diametro dei piselli o la lunghezza delle banane, ci si chiede perchè mai ci sia una così grossa penuria di candidati che abbiano proposte chiare e a favore dei nostri reali interessi. A parte Mario Mauro del PdL che è attuale vicepresidente del Parlamento europeo e che, come dimostra il prospetto preparato dal sito Nuove Onde, si è distinto insieme a pochi altri per presenza e impegno e attualmente sta incontrando quotidianamente gli elettori e le realtà del suo collegio, tutto tace. Meglio: qualcuno inventa calunnie sull'avversario politico per costringerlo a difendersi e a non aver tempo per occuparsi di ciò per cui i politici sono eletti, cioè la salvaguardia del bene pubblico (e non i capricci personali di alcuni personaggi assolutamente inutili e incapaci che blaterano le calunnie più provocanti per gettare discredito sull'avversario politico e far perder tempo a chi vuole lavorare). Ma a noi elettori piacerebbe sentire proposte concrete per questa Europa che non si capisce più cosa sia e dove vada; e, certamente, continuerà a influire sulle nostre vite e ... sulle nostre tasche...
Comunque sull'argomento può essere utile leggere la riflessione di Michele Marchi tratta da L'Occidentale del 29 maggio 2009:
A meno di dieci giorni dall’apertura dei seggi per le elezioni europee (a Londra si voterà il 4 giugno) un solo tema sembra accomunare le 27 campagne elettorali nazionali: quanto ampio sarà l’astensionismo?
L’ultimo rilevamento Eurobarometro ha fotografato una parziale inversione di tendenza rispetto ai dati degli ultimi mesi. Gli elettori certi di recarsi alle urne sarebbero il 43 per cento degli aventi diritto, ai quali si dovrebbe poi aggiungere un 6 per cento di quasi convinti. Molto rumore per nulla, si potrebbe concludere!
Pensando al costante calo della partecipazione dal 1979 ad oggi, anche un livello inferiore al 50 per cento è comunque considerato da euro-burocrati ed esperti di questioni comunitarie un successo. La costante spirale negativa, dal 63 per cento del 1979 al 43 per cento del 2004, verrebbe comunque spezzata, pur rimanendo nell’ambito di una tornata elettorale di “second’ordine”, utilizzata magari per mandare un messaggio intimidatorio alle forze di governo o esprimere un voto identitario a qualche partito estremo o euro-scettico.
Piuttosto che ragionare sulle cifre sarebbe forse più interessante e utile riflettere su questo scarso interesse che i cittadini mostrano per l’unica elezione diretta di un’Assemblea sovranazionale. O meglio, aggiungendo anche il triplo “no” referendario di Francia, Olanda e Irlanda, bisognerebbe forse spendere qualche parola complessiva sulla cronica difficoltà europea nel confrontarsi con gli strumenti di espressione democratica del consenso. Si è spesso parlato di deficit democratico dell’Unione, è giunto il momento di aggiungere che ogni volta che l’Europa chiama i suoi cittadini ad esprimersi direttamente i risultati oscillano tra il rigetto e l’indifferenza.
Se si osservano poi con attenzione i principali sondaggi e le inchieste proposte dai più autorevoli think tank si nota che ad un senso di sfiducia e disinteresse per il voto europeo si accompagna una contemporanea domanda, anche se confusa e disarticolata, di “più Europa”. Uno studio interessante della Fondation pour l’Innovation politique ci offre questa immagine paradossale: più di un europeo su due si dice disinteressato al voto per il Parlamento di Strasburgo ma contemporaneamente vorrebbe che il suo Paese procedesse maggiormente sulla via dell’integrazione. Forse si potrebbe concludere, in maniera un po’ provocatoria, non sono gli elettori ad essere disinteressati all’Europa, ma sono le europee a non essere elezioni interessanti.
Una possibile motivazione rispetto a questo difficile rapporto tra opinioni pubbliche nazionali ed istituzioni europee va forse individuato nella costante immagine di precarietà e indeterminatezza offerta dalla costruzione europea, perlomeno dal traguardo dell’euro in poi. L’Ue si trova ad un bivio e pare rinunciare costantemente al volontarismo e alla scelta. Innanzitutto si trova in bilico tra opzione intergovernativa (quella ben rappresentata dal semestre di presidenza francese) e via comunitaria (con rafforzamento del ruolo della Commissione e del Parlamento di Strasburgo).
In secondo luogo è sospesa tra l’ipotesi di una sua “politicizzazione” e quella di restare un consesso essenzialmente tecnocratico. Da questo punto di vista la campagna elettorale si sta rivelando emblematica di questa tendenza a non scegliere. In base al Trattato di Lisbona (al quale manca ancora il “sì” irlandese) il Presidente della Commissione è eletto dal Parlamento europeo su proposta del Consiglio. I due maggiori partiti presenti a Strasburgo, Popolari e Socialisti, avrebbero potuto “politicizzare” la campagna elettorale legandola a proposte concorrenti di candidati alla presidenza della Commissione. Al contrario hanno applicato alla lettera il Trattato di Nizza (in base al quale il Parlamento di Strasburgo si limita a ratificare la decisione del Consiglio europeo) fossilizzandosi attorno alla quasi certa riconferma della “non brillantissima” figura di Barroso, approccio consensuale che apre le porte all’accordo sulla presidenza del Parlamento (metà legislatura ai Popolari e metà ai Socialisti) e, forse addirittura a quella dell’eventuale Presidente fisso previsto dal Trattato di Lisbona. Difficilmente un’Europa senza politica potrà interessare i suoi cittadini.
Cosa dire poi dell’infinito percorso di rinnovamento delle istituzioni, dell’accordo solo apparente sulle ricette per uscire dalla crisi economico-finanziaria e dei silenzi imbarazzanti sulla gestione dei flussi migratori dal sud al nord del mondo?
In definitiva l’Europa odierna mostra tutta la sua preoccupante crisi identitaria (basti pensare alla questione Turchia) e l’altrettanto pericolosa assenza di un progetto mobilitante chiaro e univoco. Un approccio confuso accomuna i suoi principali leaders e il suo elettorato. Le campagne elettorali dei 27 sono tutte incentrate su questioni nazionali (se non addirittura locali). I cittadini, in larga maggioranza preoccupati per la disoccupazione e il crollo del loro potere di acquisto, non vanno in controtendenza rispetto alla schizofrenia dominante. Spesso chiedono “più Europa”, ma poi mettono all’ultimo posto delle priorità le spese per la creazione di una difesa comune europea o si dimenticano che avere “più Europa” significherebbe prima di tutto mettere mano all’esile bilancio dell’Ue.
La campagna elettorale per l’elezione dei parlamentari di Strasburgo sarebbe stata l’occasione propizia per affrontare, o almeno presentare, questa serie di questioni determinanti. Purtroppo invece l’8 giugno 2009 i cittadini europei (o perlomeno una parte di loro) avranno come al solito spedito a Strasburgo 736 deputati scarsamente rappresentativi (e quasi mai interessati a rispondere alla serie di interrogativi che ne mettono in discussione l’esistenza nelle sue stesse fondamenta ideali), ma comunque determinanti su circa l’80 per cento delle leggi che ogni anno vengono approvate nei parlamenti nazionali. Ancora una volta, insomma, un’occasione perduta.
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Cosa c’è dietro all’attacco del Financial Times a Berlusconi?
L’attacco del Financial Times a Silvio Berlusconi è di quelli che lasciano il segno, ma sarebbe un errore madornale ricondurlo all’ondata di sdegno innescata dal cosiddetto “caso Noemi”. Non esiste infatti popolo più pragmatico di quello inglese e non esiste inglese più pragmatico di chi lavora nell’ambito finanziario, a qualunque livello. La regola aurea è e resta una sola: business as usual. Il resto - alcove, ville, camere da letto, cene sociali o compleanni - da queste parti contano nulla. Tanto più che in questo momento la Gran Bretagna, scossa com’è da uno scandalo che vede deputati e deputate chiedere ai contribuenti il rimborso di mangimi per pesci rossi e Tampax, ha ben altro a cui pensare che unirsi alle schiera di indignati speciali per il presunto caso Lewinsky all’italiana.
Il motivo dell’attacco da parte del quotidiano della City è altro e ben più serio: la Gran Bretagna, intesa come sistema economico basato per i quattro quinti sul settore finanziario, teme come non mai l’isolamento e il ridimensionamento. L’asse renano Merkel-Sarkozy è ormai imperante, lo stesso Economist ne ha pagato il tributo tre edizioni fa con una copertina che lasciava ben poco all’interpretazione e Londra cerca una sponda, fosse anche soltanto per una pura operazione “di rottura”.
Il problema è che Silvio Berlusconi, mai molto amato Oltremanica, ha da un lato un rapporto privilegiato con quella Russia che dopo il caso Litvinenko e le accuse di spionaggio al British Council è sempre più nemico giurato del Regno Unito e dall’altro sembra ormai aver dato vita a un silenzioso appeseament verso l’asse franco-tedesco, come d’altronde dimostrano la sintonia fra i tre ministri delle Finanze in tema di regolazione dei mercati e il recente corteggiamento Fiat-Opel.
La Gran Bretagna ha paura, inutile negarlo. È di ieri la notizia che dalla fine del 2010, 1300 filiali bancarie - un decimo del totale in Inghilterra - riconducibili ai marchi Abbey, Bradford&Bingley e Alliance&Leicester cambieranno nome e diventeranno soltanto Santander, ovvero l’istituto spagnolo che le controlla. Centinaia di anni di attività bancaria britannica cancellati in un attimo: cambia poco a livello operativo ma non a livello di orgoglio. Inoltre il risiko dell’industria automobilistica europea potrebbe vedere proprio la britannica Vauxhall, controllata da GM Europe che a sua volta controlla Opel, pagare il prezzo più alto alle operazioni di fusione in atto: 5mila posti di lavoro potrebbero prendere il volo dopo le già disastrose operazioni messe in atto da Rover.
Di più, martedì il Daily Telegraph apriva le proprie pagine finanziarie con un commento che appariva una sentenza già dal titolo: «Siamo onesti, se non facciamo derivati, cos’altro possiamo fare?». Il concetto era chiaro: le nostre industrie, nonostante le tentazioni di Lord Mandelson di dar vita a una sorta di Iri in salsa britannica, sono disfunzionali e non competitive rispetto agli altri paesi europei e, soprattutto, ogniqualvolta lo Stato ha messo mano ha fatto disastri. «Non sarebbe meglio tornare ad amare la City», era la sconsolata ma lucida chiusura del pezzo.
Insomma, il Financial Times ha picchiato duro sull’anello debole dell’Ue perché sa che il momento è storico e la supremazia economica del Regno Unito, garantita appunto dalla centralità della City, è a fortissimo rischio. La crisi ha fatto evaporare le ricette da Chicago Boys che avevano trasformato i paesi dell’Est europeo in alleati convinti della Gran Bretagna in sede comunitaria, l’asse franco-tedesco punta all’egemonia, la Spagna si accoderà al carro dei vincitori per convenienza (le loro banche controllano molte di quelli inglesi ma disoccupazione e mercato immobiliare sono emergenze reali), la Tigre Celtica irlandese si è trasformata in un gattino impaurito e statalizzato: resta l’Italia, forte nella manifattura, esportatrice di ferro e soprattutto concorrente potenzialmente vincente di Francia e Germania.
Cercare di rompere l’idillio, questa è la necessità del Financial Times. Non certo ergersi a censore dei costumi di un caso patetico e miserabile che in troppi stanno caricando di significati e aspettative che non ha. La politica è altro. L’economia, poi, proprio un altro pianeta.
calunnie per coprire il vuoto di proposta politica per l'Europa (comunque se volete sapere come si sono comportati, nella passata legislatura, i parlamentari europei sui temi che ci stanno a cuore, come bioetica, vita e famiglia, scaricate il Pdf di Nuove Onde, cliccando qui).
La situazione precaria delle famiglie italiane è sempre al centro del dibattito politico e sociale. L'appello per un fisco equo che è partito dalla Conferenza Episcopale Italiana e la denuncia da parte del Rapporto Istat della situazione di povertà per 5 milioni di nuclei familiari suscita preoccupate riflessioni da parte della vice presidente del Forum delle Associazioni familiari Paola SoaveSe uno sa che c'è un Altro che lo mantiene in vita in ogni istante con infinita tenerezza (Io sono Tu che mi fai) non ha paura di niente, nemmenop della morte imminente come testimoniano questi due amici di P. Aldo che ce ne parla nella mail di oggi:
Amici, guardateli che belli. Solo un miracolo può strapparli dalla morte. Ma sono contenti. Il cancro niente può contro di loro perché in loro è chiaro ciò che muove la mia povera vita: “Io sono Tu che mi fai”!
Wilson, 15 anni, metastasi dappertutto. I suoi giorni sono contati... ma da Gesù. Domenica gli darò la Cresima. Saturnino, la mia età: anche lui qui per morire. Ma dove sono i segni della morte! Nei loro volti c’è già la certezza della risurrezione è proprio bella la realtà, vissuta con questo sguardo
Ciao
P. Aldo
Cominciamo dalla coerenza, professore: se uno sostiene come Berlusconi il Family Day, dal punto di vista cristiano non dovrebbe vivere di conseguenza?
«Vede, io credo molto nel peccato originale e me lo sento
addosso. E questo riguarda tutti: chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Si figuri se mi metto a giudicare come fossi un Torquemada il comportamento morale degli altri». Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle Opere ed oggi presidente della Fondazione per la sussidiarietà, non si scompone: «Ci sono altri ordini di giudizio, e per fortuna un cristiano lo sa».
Il Pdl e il governo, però, si accreditano come difensori dei valori cattolici. Una parte consistente del mondo cattolico li ha sostenuti. Secondo lei, professore, le polemiche sul caso Noemi e i comportamenti privati del premier cambiano qualcosa nel giudizio sul governo?
«Non possiamo fare una questione politica di fatti specifici, dallo svolgimento dubbio, costruiti attraverso inchieste giornalistiche, quasi si volesse dare loro un valore giudiziario. I fatti da appurare sarebbero infiniti e si ricreerebbe quel tipo di sospetto generalizzato di cui abbiamo sofferto nel dopo Tangentopoli».
Ma la questione morale?
«La questione morale è una tensione al vero, non soltanto una coerenza. In questo senso ricordo che nell’87, ad Assago, Don Giussani spiegò che la questione morale generale nasce dall’appiattimento del desiderio dei giovani e nel cinismo degli adulti. Astenia e mancanza di desiderio: questa è la questione che genera tutte le questioni morali. Hanno ragione i vescovi a porla all’interno dell’emergenza educativa. Se vogliamo parlare di moralità della politica partiamo da qui, dall’emergenza educativa, sennò ci prendiamo in giro».
Va bene, ma qui c’è un caso specifico...
«I vescovi hanno detto che oggi come ieri, in Italia, di questioni morali ce ne sono tante, ed è giusto tenerle vive tutte. Hanno aggiunto "Ognuno ha la propria coscienza, la propria capacità di giudizio". Sono d’accordo E aggiungo che la esprimerà nelle prossime elezioni, se vuole».
In che senso?
«Nel senso che la prossima volta farà quello che vuole. Ma adesso c’è un governo in azione che deve rispondere dei suoi atti, abbiamo problemi gravi da affrontare. E chi ha votato, cattolico o no, ha il diritto di avere un governo che governi, senza altre interferenze».
Berlusconi rischia di essere danneggiato nell’elettorato cattolico?
«Don Giussani affrontò il tema dei cristiani e del governo in un’intervista del ’96: spiegava che l’essenziale è la devozione sincera al bene comune e la competenza reale adeguata. Su questo giudica un cristiano. Io valuto un governo sul fatto che tuteli la dignità della persona, favorisca la sussidiarietà come welfare partecipato dalla gente, sviluppi la libertà di educazione e così via. Se è così, bene. Dopodiché risponderà del suo comportamento davanti a Dio, se ci crede».
Il professor Paolo Prodi diceva: Berlusconi difensore dei valori cattolici? Ci vorrebbe un po’ di pudore...
«Vede, io sono per una visione laica della politica. Non mi pongo il problema Berlusconi e valori cattolici. Mi chiedo: che cosa ha fatto di positivo? E penso tra l’altro al libro bianco, alla politica estera, alla gestione delle emergenze come in Abruzzo, alla tutela della vita. Punto. In questa faccenda ho l’impressione che si voglia riesumare una sorta di clericalismo dal punto di vista degli anticlericali».
(Il Corriere della Sera, 28 maggio 2009)
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Benedetto parla di Benedetto. Quattro anni dopo il
celebre “discorso di Subiaco”, quando l’allora Cardinale Ratzinger aveva presentato la sua lectio magistralis sull’Europa, il Santo Padre è tornato ieri a parlare di San Benedetto da Norcia, figura esemplare e Santo patrono dell’Europa. Nel monastero di Montecassino il Papa ha trovato i simboli dell'altro “Benedetto”, padre del monachesimo e propugnatore dell'evangelizzazione nel nostro continente, che oggi può idealmente rappresentare il baluardo a cui è ancorata la nostra tradizione millenaria.
“Ora et labora” dicevano - e dicono tuttora - i benedettini. Su questo concetto il Papa ha intessuto un messaggio che ha toccato i temi più attuali. Nessun salto nel passato, ma una lucida riflessione su quanto sta accadendo oggi. Ha espresso la sua solidarietà verso coloro che più di tutti stanno pagando il dazio imposto dalla crisi: i precari, i disoccupati e i giovani senza lavoro. Ha esortato a creare «nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie, fortemente insidiate nelle radici stesse della loro istituzione».
L’Europa può trovare strategie per risolvere l’emergenza occupazione soltanto se sarà capace di riconoscere le proprie radici, perché per creare nuove possibilità occupazionali e superare l’attuale contesto di crisi occorre soprattutto lottare contro forme di egoismo e cercare di tutelare in primo luogo i giovani e le famiglie.
San Benedetto con una “regola” fatta di lavoro, cultura e preghiera contribuì a tirar fuori l’Europa da un periodo di profonda crisi. Il Papa ha riportato sotto i nostri occhi un valido esempio per rispolverare una strategia semplice ma efficace: guardare alle nostre radici mettendo tutti insieme il peso di cui siamo capaci sulla stessa mattonella perché nessuno rimanga indietro.
La dignità umana, infatti, viene prima di tutto. È per quella dignità che proprio nel nostro continente è stata calpestata milioni di volte dalle atrocità delle ideologie che le istituzioni sono pronte a battersi, facendosi garanti e mai padrone. È per questo motivo, nella memoria delle vite che la guerra ha spezzato, che il Santo Padre ha visitato ai cimiteri di guerra, ricordando così i caduti di tutte le nazioni e di tutti conflitti.
Tutto ciò ha forse a che fare con l’Europa, con le sue istituzioni e con i suoi cittadini? La fedeltà e il riconoscimento delle radici cristiane non potrebbero contribuire nella costruzione di un'Europa unita e solidale, fondata sulla ricerca della giustizia e della pace? Forse, per noi abituati a vivere in un clima privo di conflitti civili o di popoli, la parola pace ha acquisito un significato che diamo ormai per assodato.
Ma c’è un rischio. Se l’Europa non sarà capace di una memoria storica che le permetta di mantenere viva la sua tradizione culturale e religiosa, non potrà nemmeno pretendere di avere un futuro. La miopia non ha mai portato molto lontano. L’Europa è stata veramente se stessa e profondamente grande nel creare forme di autentica civiltà e progresso dei popoli a livello universale, solo nel momento in cui ha trasmesso quei valori costitutivi che le provenivano dalla fede cristiana, dopo averli fatti diventare patrimonio di cultura e identità di popoli.
Purtroppo la storia recente ci ricorda che non sempre le istituzioni sono state capaci di riconoscere il loro percorso pregresso. Ed è una stranezza il fatto che l’Europa rifiuti il riferimento alle sue radici, mentre gli Stati Uniti ad esempio, non hanno mai avuto il problema di riferirsi a Dio.
L’Europa è nata cristiana e solo nella misura in cui rimarrà tale potrà pensare di conservare appieno le proprie idealità e il proprio apporto originale alla costruzione della civiltà contemporanea. Per comprenderlo a fondo è necessario ritornare al IV secolo quando, durante la grave crisi dell’Impero romano, iniziò a svilupparsi la Chiesa, come nuovo soggetto storico, culturale e politico.
Il monastero di Montecassino quattro volte distrutto e quattro volte ricostruito è il simbolo di questa Europa che, pur essendo stata minata più volte alle sue fondamenta, è ancora oggi in piedi. Ha sopportato guerre, ha visto la distruzione, è più volte stata messa in ginocchio, ma oggi è salda ed è stata capace di assicurare a noi e ai nostri figli oltre sessant’anni di pace. È per questo che vogliamo difenderla, anche nel ricordo di San Benedetto.
La visita di Benedetto XVI alla vigilia di un importante appuntamento che coinvolge i cittadini dei Ventisette Stati Membri ci sprona a proseguire sulla strada tracciata dai padri del nostro continente e a batterci affinché, soprattutto ai giovani, sia garantito un avvenire di pace e sviluppo.
Per dovere di cronaca riferisco che una lettera di risposta alle domande de Il Giornale (postate ieri anche in questo blog) Franceschini l'ha mandata e potete leggerla qui. Ma per rispondere bisogna aver letto con attenzione le domande oppure non eluderle. Perciò leggete quanto si è premurato di scrivere e giudicate voi. Io preferisco riportare la controreplica di Brambilla:
Gentile onorevole Franceschini, la ringrazio per avere risposto alle domande che ieri le ho rivolto. Ho molto apprezzato la sua disponibilità e la sua celerità.
Credo e spero che non se ne avrà a male se mi permetto una controreplica. E qui, mi perdoni, ma mi sento come l’Inter che vince lo scudetto senza giocare perché il Milan perde a Udine. Non ho neppure bisogno di pensare e di scrivere, infatti, per risponderle. Mi basta rubare ciò che ha scritto ieri Antonio Polito sul Riformista, un quotidiano di sinistra: moderata quanto si vuole, ma di sinistra. Ecco qua che cosa ha scritto Polito: «La domanda (all’opposizione, ndr) è la seguente: intendete trasformare il caso Noemi in un caso istituzionale, in un Noemi-Gate? Esponenti di primo piano del Pd chiedono che il premier risponda in Parlamento. (...) Dario Franceschini è passato dal “tra moglie e marito non mettere il dito” della sua prima dichiarazione a “il premier deve chiarire i suoi rapporti con Noemi”. In mezzo c’è la campagna di Repubblica, cui nessun segretario del Pd sa resistere, e qualche sondaggio che fa sperare in un effetto-minorenne soprattutto tra le elettrici di una certa età, solitamente punto di forza del Cavaliere».
Questa citazione risponde già, onorevole, a molte delle sue contro-obiezioni.
Lei dice che ha «spiegato che questa vicenda non può essere oggetto di atti parlamentari», ma anche Polito, direttore di un giornale di sinistra, scrive che «esponenti di primo piano del Pd chiedono che il premier risponda in Parlamento»;
lei dice che non ha mai nominato Noemi, ma anche Polito, che è direttore di un giornale di sinistra, le ricorda che invece l’ha nominata;
lei dice che non ha mai usato le espressioni che noi le attribuiremmo, e che quindi non è vero che ha parlato di depravazione sessuale, di malattia e di rapporti con minorenni:
ma quando lei dice che Berlusconi «deve chiarire i suoi rapporti con Noemi», come ci ricorda Polito che è direttore di un giornale di sinistra, a che tipo di rapporti si riferisce? Se fossero rapporti innocenti, che cosa ci sarebbe da chiarire?
Suvvia, onorevole. Non faccia come coloro che lanciano il sasso e nascondono la mano. È vero che lei non ha usato quelle espressioni. Ma neanche Repubblica le ha usate. È che le si fa intendere, in perfetto stile da sepolcri imbiancati. Mi scusi onorevole, ma non prendiamoci in giro: tutto il can-can che s’è scatenato in questi giorni, che messaggio vuol far passare agli italiani? Lo sa benissimo anche lei: che Berlusconi frequenta una famiglia poco raccomandabile e che ha rapporti sessuali con le minorenni. Altrimenti, perché il premier dovrebbe perdere consensi «soprattutto fra le elettrici di una certa età»?
Noi le abbiamo rivolto quelle domande perché riteniamo che lei e il suo partito siate diversi (spero che avrà colto questa attestazione di stima, che le assicuro è sincera) dai diffamatori in servizio effettivo e permanente. Il Vangelo? Le campagne demonizzatrici del vecchio Pci? Questo volevo dirle, onorevole. Che la campagna in corso sul caso-Noemi è in perfetta continuità con quella vecchia scuola basata sul motto «calunniate calunniate qualcosa resterà». Con l’aggravante dell’ipocrisia: non si dice chiaro e tondo che Letizia è un malavitoso e che il premier è un depravato (e non lo si dice anche perché - mi conceda - non c’è mezzo indizio); però si allude.

IL GIORNALE pone dieci domande a Franceschini (saprà rispondere?):
Onorevole Dario Franceschini, abbiamo sempre pensato - e continuiamo a pensarlo - che ci sia una differenza di stile e di contenuti fra lei e il suo partito da una parte, e l’opposizione più becera, più forcaiola e più violenta dall’altra. L’opposizione, per intenderci, di un certo giornalismo «d’inchiesta» ampiamente presente su quotidiani e trasmissioni tv; e quella di un milieu intellettuale che non abbiamo ancora capito con quale stomaco si sia fatto sedurre da un Di Pietro. Non abbiamo dimenticato, ad esempio, come lei, onorevole Franceschini, abbia preso le distanze dal demenziale tentativo di attribuire al governo pure i disastri d’un terremoto.
Ma proprio perché continuiamo a pensare - e a sperare - in una sua diversità, ci permetta di dirle che non comprendiamo come abbia potuto, in questi giorni, stare al fianco delle tricoteuses che attendono di veder rotolare la testa del premier. Non perché lei non possa sperare nella caduta di Berlusconi: al contrario, è un suo diritto. È il motivo per cui si vuol azionare la ghigliottina che ci pare non in sintonia con la sua cultura politica. Lei, onorevole Franceschini, ha detto che Berlusconi deve rispondere in Parlamento alle domande rivoltegli dalla «libera stampa», che sarebbe poi Repubblica. Sono domande che non riguardano la gestione della cosa pubblica, ma una vicenda privata. E passi. Anche le vicende private possono provocare la caduta di un leader politico. Ma dev’esserci - ci perdoni l’espressione quanto mai inopportuna - della «polpa»; della sostanza. O almeno l’indizio, se non di un reato, di un comportamento sconveniente. Qui invece siamo di fronte a dieci domande - quelle del giornalista D’Avanzo di Repubblica - che vertono su come e quando Berlusconi ha conosciuto un signore napoletano e sua figlia; nessuno, neanche Repubblica, ha esplicitato accuse dirette, precise, di fatti illegittimi o moralmente riprovevoli. Li si fa intendere, quei fatti. Si allude. Ma non si porta non dico mezza prova, ma nemmeno mezzo indizio a sostegno di quel sospetto che si vuole depositare nelle coscienze degli italiani. Vogliamo parlare chiaro, visto che Repubblica non lo fa? Si sta insinuando che il premier ha rapporti sessuali con minorenni.
Ora, siccome la sappiamo estraneo a questo modo di procedere, ci permettiamo, onorevole Franceschini, di rivolgerle anche noi - a Repubblica ci perdonino per il furto della geniale idea - dieci domande.
1. Lei viene dalla Dc, e ora è il leader di un partito che mette insieme gli ex democristiani con gli ex comunisti. Niente da obiettare. Ma le chiediamo se lei ricorda come, per decenni, il Pci usò contro la sua Dc la tecnica dell’illazione, del sospetto non provato, dell’accusa demonizzante. Provi a sfogliare la raccolta dell’Unità e guardi che cosa scriveva della Dc. Che Andreotti era un mafioso. Che Moro era Antilope Cobbler. Che le stragi erano gestite dal ministero degli Interni. Anche allora, come oggi, zero prove. Che cosa pensava allora, lei democristiano, di quel modo di fare politica?
2. Lei è cattolico, onorevole. Ha presente che cosa è scritto nel Vangelo riguardo a «mormorazione, ingiuria e calunnia»? Le segnalo Matteo 5, 21-22. La calunnia è equiparata all’omicidio.
3. Silvio Berlusconi ha riferito alcuni fatti a quanto pare non veri: che Letizia era l’autista di Craxi e che con lui ha discusso di liste elettorali. Giuliano Ferrara le ha definite «le bugie bianche» del premier. D’accordo. Si possono esprimere giudizi negativi su queste risposte. Gli elettori possono trarre le conseguenze che vogliono. Ma secondo lei questa è materia da impeachment?
4. Secondo lei è più grave pronunciare queste «bugie bianche» o accusare un uomo, senza prove, di essere un depravato sessuale? Un «malato»?
5. Lei che, come dicevamo, si è sempre smarcato da Di Pietro per i suoi toni, non si sente a disagio nel trovarsi ora al suo fianco in questa campagna?
6. E nessun disagio a trovarsi in sintonia con una Emma Bonino improvvisamente calata nei panni di santa Maria Goretti?
7. Lei ha sempre detto che «bisogna parlare dei problemi reali del Paese». Non si sente fuori posto a inseguire il gossip?
8. La famiglia di Noemi può non apparire simpatica o gradevole agli occhi suoi e di molti altri. Ma lei ha notizia di reati commessi
9. Non si chiede, lei che è padre di due figlie, come può sopravvivere una ragazza di diciotto anni fatta passare dai giornali di mezzo mondo per una sgualdrina? (Anche qui, mi perdoni la ripetitività: senza mezza prova).
10. Lei l’11 maggio scorso aveva detto a
Ecco, onorevole, queste sono le nostre dieci domande. Saremo lieti se ci rispondesse: le diamo ospitalità, e come vede sono domande che non mettono alla gogna la sua persona, né si intrufolano nella sua vita privata. Ce ne scappa solo un’altra, fuori programma, una domanda di aggiunta, o se preferisce d’avanzo:
non le viene il dubbio che tutto questo casino nasconda una mancanza di argomenti più seri?
(L'articolo è di Michele Brambilla, il grassetto è mio )

Il nuovo editoriale di SamizdatOnLine:
"Penso che sia un segno propizio della Provvidenza il fatto che tutto il peso dei compiti da realizzare poggi sulle spalle di persone che, come me, Lei e il nostro amico comune, il Presidente De Gasperi, si nutrono del desiderio di portare a termine e sviluppare la nuova costituzione dell'Europa basata su fondamenta cristiane" K. Adenauer in una lettera a R. Schuman
Cos'è l'Europa? Un pensiero, un concetto? Un mercato? Un regolamento, una legge?
Qualcuno dirà che è l'antico Impero Romano, che l'illuminismo ha forgiato nella modernità.
L'Impero del tempo antico era forte nel Nord Africa, e aveva più di un piede in Asia. Ma quella non è Europa.
Nel medioevo era chiaro dove finiva l'Europa, ben prima delle idee di qualsiasi illuminato. Finiva dove finiva la cristianità.
Oggi, dove finisce l'Europa? L'Europa del dopoguerra, quella che si è data un nome? Nata come impeto ideale, come una casa, è diventata presto un mercato. L'idealità si è disseccata in regolamenti, in leggi; il cuore inscatolato, le radici negate.
Invece di riconoscere l'esistente, si è troppo spesso cercato di creare una nuova realtà basata su una propria idea. Si è negata la tradizione, che era esattamente quello che aveva creato e manteneva l'esistente stesso.
La creatività, la libertà di quest'Europa arrivano dal fatto che al cuore dell'Europa c'è la persona e al centro dell'Europa, della sua grandezza, del suo cuore, c'è il cristianesimo, o quantomeno la luce che nei secoli ha generato.
Non si può regolare la vita. Non ci si può aspettare dalla politica, e ancor di più dal mercato, la soluzione ai propri problemi. La storia dell'Europa, di questa storia di storie è questa. Occorrono quindi non burocrati, non chi pensa di poter imporre la sua misura, ma chi permetta all'Europa dei popoli e delle persone di trovare la loro. Aiutando, incoraggiando, coordinando quello che può esserci di disordinato; ma mai imponendo una gabbia che nasce da una ragione troppo stretta.
Questa l'Europa che vogliamo: un patto di libertà. Tra persone libere, certe di chi sono, per il bene di tutti.
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Da Asianews:
TURCHIA - Erdogan attacca il passato : Fasciste le pulizie etniche del kemalismo
di NAT da Polis
In un chiaro riferimento alle minoranze armene e greche, il premier attacca il nazionalismo cieco che non vuole interrogarsi sul passato. Apprezzamento delle parole di Erdogan da greci, armeni e diplomatici occidentali. Ma tutti si aspettano i fatti, dopo le parole.
Istanbul (AsiaNews) – Il primo ministro turco Tayyp Erdogan ha lanciato un colpo che viene definito “storico” accusando l’establishment kemalista di comportamenti “fascisti” e di “epurazione delle minoranze” alla fondazione della Turchia. Nel Paese vi è una legge che condanna le accuse contro la nazione e ogni verifica storica sul genocidio armeno e greco è tabù.
Il 23 maggio scorso, durante un congresso del suo partito a Düzce, nell’ovest del paese, il premier ha ribattuto ad alcuni partiti di opposizione che lo accusano di aver concesso a una società israeliana la bonifica dalle mine di un territorio turco al confine con la Siria.
“Questi sono mentalità e comportamenti fascistoidi del passato” ha detto Erdogan, sottolineando l’importanza per la Turchia degli investimenti stranieri. “É facile dire – ha aggiunto - che si sta perdendo l’identità turca, perché gli investimenti stranieri nel nostro Paese provengono da fonti che professano una religione diversa dalla nostra”.
“Per diversi anni ha continuato - in questo Paese sono avvenuti vari fatti a danno delle minoranze etniche che vivevano qui. Vi è stata pulizia etnica nei loro confronti, perche avevano un diversa identità etnica culturale. E’ arrivato il momento di interrogarci perché è avvenuto tutto questo e che cosa abbiamo ricavato da tutto questo. Sinora non abbiamo mai fatto una seria analisi”
“In verità - ha concluso - questi comportamenti sono stati il risultato di una concezione fascista . In questo stesso errore siamo caduti anche noi”. (Leggi tutto l'articolo qui)
Da Il Sussidiario:
La ricchezza della famiglia non si trasmette meccanicamente; al contrario, essendo una decisione morale che sfida la libertà, si tratta sempre
di un nuovo inizio da riguadagnare. Lo ha detto don Julian Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, intervenendo mercoledì sera al Centro Culturale di Milano sul tema «L’esperienza della famiglia. Una bellezza da conquistare di nuovo». L’incontro, introdotto da monsignor Giovanni Balconi, responsabile diocesano dei centri culturali cattolici, si è svolto nell`ambito della Settimana della Cultura organizzata dalla diocesi di Milano e al termine di un anno in cui i diversi centri culturali hanno promosso incontri e dibattiti sul tema della famiglia.
Secondo don Carrón, malgrado la propaganda mediatica contraria, «tante persone continuano a fare una esperienza positiva della famiglia», ma allo stesso tempo «questo bene sperimentato non è riuscito a bloccare socialmente i tentativi per trasformare il matrimonio in forme diverse». Per questo è necessario ricominciare da capo: il «nuovo inizio è l’espressione più adeguata per descrivere il presente» perché «quello che era trasmesso pacificamente da una generazione a un’altra non c’è più».
Il primo passo è prendere coscienza del «mistero del proprio essere uomini», perché gli sposi sono un uomo e una donna «che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il rapporto dipende dall’immagine che ciascuno ha della propria vita, della realizzazione di sé. Ciò implica una concezione dell`uomo e del suo mistero».
«Ciò che siamo - è il secondo passaggio evidenziato da don Carrón - ci viene rivelato dalla relazione con la persona amata» in quanto la sua presenza «è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione» del desiderio di felicità, che è «un desiderio infinito» che fa superare il limite umano. Si scopre dunque «l’orizzonte di un amore più grande» di cui la persona amata è segno. Solo mantenendo la consapevolezza di questo orizzonte, ha proseguito don Carrón, si evita che «l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, decada sino a trasformarsi in qualcosa di soffocante».
Il leader di Cl ha quindi citato il dialogo sul matrimonio tra Gesù e dei discepoli perplessi a causa delle sue parole. Ma Gesù ha risposto al loro «spavento» riguardo la verità sul matrimonio semplicemente «facendo il cristianesimo». Cioè «Egli non si è fermato ad annunciare la verità sul matrimonio, ma ha introdotto una novità nelle loro vite che ha reso possibile viverlo secondo quella verità».
E qui che si chiarisce allora – prosegue don Carrón - «il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno». «Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento felicemente». Il che, ovviamente, non toglie che gli sposi «non possono esimersi dal lavoro di una educazione, della quale sono i protagonisti principali».
C’è un ultimo, importante passaggio, perché il bene della famiglia non è fine a se stesso. Al contrario, l’esperienza di pienezza, di felicità, di fedeltà- che sarebbe impossibile «senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile» - è una testimonianza per tutto il mondo, è la dimostrazione della «razionalità della fede cristiana, una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell`uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia».
Questo vale, ha detto Carrón citando il recente discorso di papa Benedetto XVI a Nazaret, anche per le nuove persone generate dall`amore di marito e moglie. «Nella famiglia - aveva detto il Papa – ogni persona (...) viene considerata per ciò che è in se stessa e non semplicemente come un mezzo per altri fini. Qui iniziamo a vedere qualcosa del ruolo essenziale della famiglia come primo mattone di costruzione di una società ben ordinata e accogliente».
(Riccardo Cascioli – tratto da “Avvenire” del 22/5/2009)
Per il video dell'incontro con Don Carron clicca qui.
Da SaluteFemminile un articolo di Jacques Testart per Libération:
Cannibali e mercanti alla ricerca dell’embrione
Uno degli effetti imprevisti della Fivet (fecondazione in vitro con trasferimento di embrioni) è
stato quello di aver lasciato l’embrione umano appena concepito all’appropriazione e all’inquisizione da parte della biomedicina, rivoluzione della quale si cominciano appena a considerare le conseguenze. Dopo più di vent’anni, si parla di “ricerca sull’embrione”, ma questa rivendicazione di laboratorio non corrisponde realmente a quello che parrebbe esprimere e che consisterebbe nel conoscere meglio l’inizio dello sviluppo nella nostra specie, mostrandone le eventuali particolarità in rapporto alle specie animali. In realtà nessuno progetta un tale lavoro di ricerca cognitiva del quale i benefici medici, economici o mediatici sembrano limitati. Cosicché l’etichetta scientifica della “ricerca sull’embrione” nasconde due progetti concreti: l’identificazione delle caratteristiche individuali (genetiche o metaboliche) specifiche di ogni embrione, e l’utilizzazione di parti di embrione (le famose cellule staminali) a scopo terapeutico, o anche come materiale d’esperimento per l’industria farmaceutica.
Il primo progetto comporta un allargamento della Dpi (diagnosi preimpianto), allo scopo di qualificare tanto il potenziale di vitalità (questo embrione è il più adatto a svilupparsi dopo il trasferimento in utero) quanto le caratteristiche appropriate (il genoma di questo embrione lascia sperare il miglior profilo di “normalità” per il bambino che deve nascere). Una tale investigazione su una o due cellule sottratte a ciascun embrione permetterebbe, secondo i postulanti della “ricerca”, di aumentare allo stesso tempo il successo del trasferimento in utero e la qualità dei bambini nati da Fivet. Eppure, si stima che la metà degli embrioni umani possiedono un numero anormale di cromosomi (situazione eccezionale nei mammiferi spesso letale), si sa inoltre che la maggior parte di queste anomalie sono portate dai gameti, cosicché ogni volontà realmente scientifica di generare embrioni normali (per il loro numero di cromosomi) esigerebbe serie ricerche a monte, sulla fabbricazione di ovociti e spermatozoi e sul loro incontro nella fecondazione. D’altra parte, le tecniche di selezione embrionale non avrebbero un impatto sul successo della Fivet se non nel caso in cui venissero sistematicamente messe in gioco dalla valutazione di ogni embrione prodotto in vitro… vale a dire dalla generalizzazione della diagnosi preimpianto. Io ero abbastanza allarmato dopo il 1986 sui rischi etici e antropologici legati a queste prospettive eugeniche praticabili in democrazia per non analizzare qui in che cosa l’oroscopo genetico sembra costituire la sfida etica più importante tra tutte quelle introdotte dalla Fivet. Il legislatore non dovrebbe tener conto la sistematizzazione così annunciata della diagnosi preimpianto per valutare le richieste di “ricerca sull’embrione”?
Il secondo progetto di utilizzazione dell’embrione è quello che più agita gli ambienti preoccupati quanto i dibattiti bioetici. Ci si può stupire della volontà di impadronirsi dell’embrione umano al fine di sviluppare una strategia terapeutica che non è ancora stata provata sugli animali, come se l’umano potesse essere banale materiale di sperimentazione. Gli ultimi anni hanno confermato, da un lato, l’induzione frequente di tumori nei soggetti che ricevono cellule staminali embrionali, e dall’altro che le cellule create da quelle adulte presentano molte più capacità di differenziarsi in vari tipi di tessuto di quanto non si credesse in precedenza. Una scoperta spettacolare in questo campo è la possibilità di modificare cellule della pelle in “cellule staminali pluripotenti indotte” per derivarne cellule nervose, muscolari eccetera. Che cosa significa allora questa rinnovata urgenza di impossessarsi dell’embrione umano prima di aver condotto a buon fine programmi con staminali embrionali su modelli animali, e anche prima di aver esplorato completamente il potenziale terapeutico delle cellule adulte animali o umane? I richiedenti sostengono la necessità di sviluppare tutti questi programmi simultaneamente, come se una strana urgenza nella competizione con i laboratori stranieri permettesse di negare il peso etico peculiare a ciascun programma. In quale modo questi ricercatori solleciti giustificheranno il loro strappo all’esigenza etica di un modello animale per la ricerca medica, stabilita quarantacinque anni fa a Helsinki, e anche l’aver inutilmente “stuzzicato i cattolici”, se si confermasse finalmente che la terapia cellulare non ha nessun bisogno dell’embrione?
Come è evidente, motivazioni non espresse si sostituiscono o si aggiungono ai pretesi argomenti scientifici dei conquistadores dell’embrione umano. Forse è il mito della fontana di giovinezza che fa loro privilegiare il più giovane dei materiali biologici? O è perché essi non sopportano che l’embrione si trovi ancora legalmente preservato dalla “ricerca”, la quale può invece riguardare tutti gli altri stadi dell’umano, dal feto fino al cadavere? La pulsione di accaparramento nei confronti del più piccolo della nostra specie potrebbe così significare un’esigenza di consumo cannibale…
Rimane un’ipotesi: se le cellule staminali embrionali fossero suscettibili, più di quelle adulte, di essere amministrate senza rischio di rigetto su qualsiasi ricevente, esse sarebbero in questo modo le più propizie all’industrializzazione della terapia cellulare. Si può infatti immaginare una catena di raccolta, trattamento, conservazione e cessione di queste cellule con modalità quasi industriali (è la stessa volontà di standardizzazione che ha rimpiazzato gli ormoni naturali per la stimolazione delle ovaie con quelli ottenuti con l’ingegneria genetica… con il solo risultato di un aumento considerevole del costo della Fivet). Al contrario, le cellule adulte rischiano piuttosto di rimanere confinate allo stesso donatore, in un quadro biomedicale individualizzato, cioè secondo pratiche ‘artigianali’ e personalizzate che così sfuggirebbero al mercato dei prodotti brevettati…
Non amo il libri voluminosi, perciò davanti al bel tomo de "I quaranta giorni del Mussa Dagh" di Franz Werfel sono rimasta perplessa. L'insistenza di mio marito poi mi ha fatto cedere. E l'ho letto.
E' stata una rivelazione. Sarà perchè l'unico libro grosso che ho letto, riletto e gustato è stato solo "I promessi Sposi"- e reggerne il confronto non è per niente facile - , sarà perchè è un libro terribilemente attuale, ma mi ha davvero conquistata.
Ho già detto di alcuni passaggi terribili in cui la perfidia del male sordo e cieco lasciava senza fiato, ricordandomi quella drammatica riflessione del Manzoni: "Le parole dell'iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile". Ma non pensavo che, con lo scorrere delle pagine, avrei assistito ad un affresco così realistico e doloroso di un episodio della storia degli Armeni durato soltanto quaranta intensissimi giorni, durante i quali tutta la miseria e la grandezza del cuore umano non ha avuto veli per lo scrittore che ha riferito tutto, senza mai concedersi dei giudizi morali. Si impara così semplicemente a conoscere i vari personaggi che rappresentano dei tipi umani ben delineati e coerenti; e la concezione della vita dell'autore è semplicemente affidata alle riflessioni e alle reazioni dei protagonisti.
Quel che mi ha particolarmente colpito sono certi terribili episodi che caratterizzano l'ultima decina dei quaranta giorni, davanti ai quali lo sgomento è la reazione inevitabile, lo sgomento che rasenta la disperazione. Ma poi scopri che anche tutto quel male è stato incredibilmente strumento di bene.
E allora mi veniva in mente che se non ci fosse stato Giuda, se non ci fossero stati gli scribi e i farisei, Gesù non avrebbe potuto dimostrarci l'amore di Dio per l'uomo e non avrebbe potuto salvarlo.
Ecco: Dio è così sorprendente che, non volendo il male, lo usa però a servizio del bene perché, pur rispettando la libertà dell'uomo fatto a sua immagine, si riserva la straordinaria possibilità di trasformare il male in bene.
E il protagonista della storia narrata da Werfel ha una sorta di percezione che tutta la vicenda andrà a buon fine e, in vista di questo, guidato da qualche sprazzo di intuizione che lo fa sentire predestinato ad un compito importante, riesce a realizzare, per quaranta giorni, l'incredibile sopravvivenza di qualche migliaio di persone che vogliono sfuggire alla orribile sorte di tutti gli armeni in quel lontano 1915, la deportazione.
Ma durante lo scorrere delle pagine il lettore non ha altro elemento per sperare in una conclusione positiva umanamente impossibile, se non questi brevi e rari sprazzi di speranza che il protagonista comunica. E la conclusione della vicenda è davvero imprevista e imprevedibile; e, certamente, non lascia tranquillo il lettore se non alle ultime righe.
Un po' come la vita di ognuno: quante paure, quante speranze, quanti desideri... Poi, pian piano, col passare degli anni, qualcosa si svela finché tutto diventa chiaro e semplice e definitivo.

Un articolo di Marina Corradi Per Tempi:
«Io sono un ateo, diventato cristiano per caso. Perché vengo dal
posto dove l’ateismo è nato, la bassa emiliana. Sono cresciuto respirando il pragmatismo tipico degli emiliani. Per loro la metafisica è l’opinione di qualche mente malata. Per questo, per me il fatto cristiano è stato proprio un’avventura. È stato come una scommessa. La sfida è che il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, perché ha qualche obbligo morale in più, ma significa la vera umanità».
È un passo della biografia di Enzo Piccinini di Emilio Bonicelli (Enzo, un’avventura di amicizia, Marietti 1820). Piccinini era un noto chirurgo, e un dirigente di Comunione e Liberazione. È morto in un incidente stradale, sull’Autosole, dieci anni fa, il 26 maggio 1999. Anche quella sera, come sempre, correva: pendolare com’era fra l’ospedale a Bologna e la famiglia, e Cl a Milano. Uno che correva spinto dalla passione per gli altri: malati da operare, allievi da formare, ragazzi da crescere. Gli sarebbe stato giusto addosso il motto paolino: «Caritas Christi urget nos», la carità di Cristo ci sprona, ci fa correre.
Ciò che colpisce nella sua storia è l’eco di una sfida. «Io sono un ateo, diventato cristiano per caso…». Un ragazzo di Rubiera, provincia di Reggio Emilia, in quattordici in una cascina. Lui, Enzo, che vuole studiare. I collegi cattolici. A 18 anni, «una ribellione totale alla questione cristiana». Frequenta l’estrema sinistra. Se ne va un istante prima che i suoi amici entrino in clandestinità. È accaduta una cosa: la curiosità di «vedere cosa facevano» dei ragazzi che ogni sera nella cripta del duomo di Reggio recitavano i Salmi. I vecchi amici lo mettono in guardia: «Vedi, sono bravi ragazzi, ma hanno un chiodo fisso, Gesù Cristo», e lo dicono come se si trattasse di un grave handicap. Ma il “caso” scatta, Enzo sceglie: quelli dei Salmi sono i suoi nuovi amici. La sfida è netta: «Il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, ma significa la vera umanità».
Quanto c’è della storia della generazione che ha superato i cinquant’anni, in questa frase. Il cristianesimo come un restringimento dell’umano, un piegarsi sotto a obblighi e precetti, un vivere a capo chino tarpando il proprio stesso desiderio di felicità. Questa era proprio l’immagine che della fede cristiana avevo tratto io, fra oratori e catechismo; e non solo io, ma in quanti, nella mia classe di liceo, la pensavamo così. Poi, per qualcuno, il “caso”; l’incontro che insinua un dubbio. La possibilità di non rassegnarsi a una vita di carriera, soldi, amori a termine – e alla fine a un triste educato cinismo – stava in quella scelta: riconoscere in Cristo non una vecchia fiaba buonista, ma il Dio vivente. Singole, nascoste rivoluzioni, qui e là, in una generazione in massa di sinistra, laica, “liberata”. Come questo medico che operava i malati inoperabili, che amava la compagnia, e il buon cibo, e il buon whisky, e al cui funerale San Petronio scoppiava di settemila amici. La sfida, compiuta. 48 anni appena, ma quanta vita: abbondante, gratuita, a piene mani.
Bravo Maurizio! Non ha peli sulla lingua!
Ecco cosa ci dice nell'intervista fatta dopo la sua partecipazione ad AnnoZero:
Lupi: "L'evangelista Travaglio parla ma è un condannato"
di Anna Maria Greco
Onorevole Lupi, l’altra sera ad «Annozero» che parlava del caso Mills ha detto a Travaglio che non accettava «prediche da un pluricondannato per diffamazione». Lui ha replicato che non era vero, ma poi Santoro vi ha interrotti e ci è rimasta la curiosità di sapere quali sono queste sentenze di condanna.
«Eccole qua, le avevo tra le mani ma Santoro non mi ha fatto spiegare. Travaglio ha subìto due condanne per diffamazione in sede civile. La prima, nella causa intentatagli da Cesare Previti, in cui è stato condannato ad 8 mesi e al risarcimento di 20mila euro. La seconda nella causa per diffamazione contro Fedele Confalonieri e il gruppo Mediaset, dove è stato condannato a pagare oltre 24mila euro. Non so proprio come possa negare. L’ho detto per sottolineare da quale pulpito veniva un sermone di ben 7 minuti contro Berlusconi, senza alcuna possibilità di replica. Che titoli ha Travaglio per parlare, pagato dalla Rai, come se le sue parole fossero Vangelo?».
Nel corso della trasmissione perché non è riuscito a controbattere?
«Perché così è costruito il programma, al di fuori di qualsiasi regola propria della tv pubblica. Sei, come al solito, uno contro tutti e reclami invano che sia data pari dignità alle diverse opinioni. All’inizio c’è la predica laica di Travaglio che può dire tutto e il contrario di tutto, poi si passa ad altri servizi così non puoi rispondere e alle 23,25, a 5 minuti dalla fine, ecco che viene letta la sentenza Mills per 1 minuto e mezzo, malgrado Santoro avesse detto di non voler entrare nel merito. Per finire, è concessa solo una battuta di 30 secondi ai presenti. Tutto molto, molto scorretto».
Ma lei, anche se in mezzo alla rissa, di accuse ne ha lanciate parecchie.
«Sono riuscito a dire che se Travaglio loda tanto l’Inghilterra perché lì i politici si dimettono e da noi no, come mai non prende a modello anche il fisco inglese che, dopo tutti gli accertamenti sul caso Mills, ha concluso che l’avvocato non aveva avuto alcuna donazione ma un compenso per prestazione professionale, tanto che lo ha tassato?».
In trasmissione Franceschini ha detto che i giornalisti devono avere più coraggio per controllare il potere politico.
«Una cosa che mi ha molto preoccupato, perché questo suona come un appello del Pd alla stampa di sinistra perché controlli non tutti, ma i suoi nemici. È la seconda volta che Franceschini lo fa: la prima è stata quando ha invitato l’informazione a controllare le liste del Pdl e si è scatenata la polemica sulle veline, ora un altro appello che dice: “Armatevi e partite”, non per assolvere ai legittimi doveri della stampa, ma per fare campagne di parte».
Secondo lei «Annozero» è tra quelli che già sono impegnati in questo senso?
«Ormai lo sappiamo, com’è fatto il programma di Santoro. Un’altra cosa scorrettissima, che ho denunciato, è stata la costruzione dei servizi da Bruxelles. Prima quello sugli operai che manifestano per la crisi economica e poi la conferenza stampa di Berlusconi che risponde a Repubblica sulle candidature europee, le veline e la vicenda di Noemi Letizia. Come dire: mentre esplode la disperazione per i problemi gravi, il premier si occupa di questioni leggere, di donne».
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n. 124 del 2009-05-23 pagina 6
Ecco i video con gli interventi di Maurizio Lupi:
Il presidente della Società di diagnosi prenatale Giorlandino rompe un tabù e denuncia: una coppia su tre chiede l'analisi genetica, ma i genitori pensano più a se stessi che al figlio che deve nascere e abortiscono anche per lievi anomalie. Dallapiccola: è una presa di coscienza importante. Ora i medici scoraggino i test inutili
di Antonella Mariani
Tratto da Avvenire del 21 maggio 2009
«Egoismo». «Edonismo». «Ossessione del figlio perfetto». Ecco cosa c’è sempre più spesso dietro la scelta delle coppie di affidare il destino dei propri figli alla diagnosi prenatale: se il responso è sufficientemente buono, il bambino nascerà, mentre sarà condannato all’aborto se si scopre che è portatore «di difetti anche lievi».
Niente di nuovo, si dirà, se non fosse che a gettare il sasso nello stagno e a puntare il dito contro un uso distorto di amniocentesi e villocentesi come strumenti di selezione del ' bambino perfetto' è nientemeno che il presidente della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno- fetale, la Sidip. Claudio Giorlandino di analisi prenatali sul Dna sul feto ne esegue diverse migliaia all’anno, e sa perfettamente che dall’esito può dipendere se un bambino verrà al mondo oppure no.
Colpisce, dunque, che una critica così pesante venga da chi comunque nella diagnosi prenatale crede, e anzi la sostiene per la ricerca di un’infinità di malattie genetiche, dalla sordità alla fibrosi cistica, dalla distrofia muscolare alle varie trisomìe, al ritardo mentale nei feti maschi (X fragile).
Eppure Giorlandino lo scorso weekend, aprendo a Roma il congresso della Sidip, ha ammesso di notare una tendenza spiccata «da parte di coppie che si preoccupano più per se stesse che per il bambino».
«Ci soffro, sì – ragiona ora il medico con è vita –. Sento un senso di fastidio quando la coppia rifugge le difficoltà e interrompe la gravidanza di fronte a problemi superabili o comunque lievi. Capita nel 90 per cento dei casi in cui l’analisi genetica riscontra qualche anomalia. Poi c’è l’estremo opposto: quello di coppie che hanno fatto di tutto per avere un figlio, magari sono avanti con gli anni e dunque decidono di tenere il bambino comunque, anche se ha patologie molto serie, perché sanno che è l’ultima possibilità di procreare.
Sono due estremi della stessa visione edonistica della vita, del figlio in funzione dei propri bisogni e come celebrazione della propria perfezione».
Tutto giusto, ma allora bisognerebbe interrogarsi anche sull’utilità della diagnosi prenatale, sulla reale necessità del suo impiego di massa, sul fatto che essa sia nella maggior parte dei casi una ingiusta spada di Damocle sul diritto di ogni concepito a nascere... Il dottor Giorlandino certifica che in Italia vi ricorre una coppia su tre. Ma è sempre necessario?
Non varrebbe la pena che il medico scoraggiasse le coppie che non presentano un particolare rischio genetico? «La diagnosi prenatale non è mai necessaria. Però è innocua e può salvare molti bambini, attraverso la medicina prenatale... », risponde Giorlandino, che smentisce i rischi legati all’invasività di tecniche come l’amniocentesi e la villocentesi, difende la necessità di una ' neutralità' dei medici di fronte alla ' libertà' delle coppie e ammette che quasi sempre, di fronte a esiti sfavorevoli, la coppia sceglie l’aborto.
«Molti genitori all’inizio della gravidanza sono pronti a giurare che per loro il figlio è un dono e che chiedono l’esame genetico ' per stare tranquilli'. Ma poi se scoprono che il figlio è affetto dalla sindrome di Down non lo accettano, a meno che non sia la prima gravidanza in età avanzata. Dunque, l’analisi prenatale ha creato un problema, altro che farli stare ' tranquilli'», continua Giorlandino.
Dunque, quasi mai l’analisi genetica è fatta nell’interesse del bambino, quasi sempre per quello dei genitori; una conclusione un po’ sconfortante per i medici, che dovrebbero mettere la loro professionalità a disposizione dei malati più che dei sani.
Si dichiara positivamente sorpreso dall’uscita di Giorlandino Bruno Dallapiccola, genetista di fama mondiale e co- presidente di Scienza & Vita. «Mi rallegro che la Sidip dica ora cose che io vado ripetendo da vent’anni – esordisce il professore –.
Si tratta di una presa di coscienza onesta e corretta. È giusto denunciare l’ossessione dei genitori per il figlio perfetto, ma bisognerebbe anche aggiungere che questa mania è assecondata da una serie di laboratori che si rendono complici delle coppie. Bisogna educare la popolazione, non sfruttare i genitori ossessionati facendogli fare esami inutili».
L’affondo di Dallapiccola continua: «Bisogna avere il coraggio di fermarsi e di denunciare i forti interessi economici che stanno dietro a questa proliferazione di test genetici sui feti. Le indagini possono avere un significato in coppie che presentano fattori di rischio, il resto è solo business. Che senso ha andare a caccia della sordità genetica in un feto, quando sappiamo che avremo un neonato sordo ogni 670 nati, che la sordità è causata da 130 geni diversi e che invece la sordità non genetica colpisce ben più diffusamente, almeno il 3 per cento della popolazione? Che senso ha il test genetico per scoprire il ritardo mentale, quando sappiamo che l’X fragile è riscontrato appena in un bambino ogni 5 mila nati maschi? Per me questo è vendere fumo».
Segnalato da Il Mascellaro
Ricordate Celeste? Ecco la foto per la festa del suo compleanno:
Ed ecco la mail di P. Aldo che, con le sue cure e... le molte preghiere, l'ha vista rifiorire dopo che gliel'avevano consegnata come malata terminale per una leucemia inguaribile:
Guardatela nel giorno del suo compleanno!
E' proprio un MIRACOLO.
Ormai ha incominciato a parlare.
Davvero Don Giussani mi ascolta.
dalla morte alla vita.
Padre Aldo
