Una breve vacanza e, al rientro, una notizia sgradevole: la RU 486, la kill pill, arriva in Italia: Riporto l'articolo de Il Corriere della sera:
LA CONDANNA DEL VATICANO - Ancora prima che l'Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato all'attacco contro la pillola abortiva. L'Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. «La decisione dell’Aifa a favore della commercializzazione - secondo il sottosegretario, non è scontata, alla luce delle 29 morti tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486. Sulla sicurezza della pillola, dunque, "persistono molte ombre"», ha scritto il quotidiano vaticano. È stato poi monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Academia pro Vita, a spiegare che l'uso della pillola in questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti dell’aborto chirurgico. «Dal punto di vista canonico è come un aborto chirurgico» sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486 equivale ad un aborto volontario con effetto sicuro, perché se non funziona il farmaco c’è l’obbligo di proseguire con l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa diversa è la pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato il concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per il medico, per la donna e per tutti coloro che spingono al suo utilizzo». «Rimango allibito dall'atteggiamento dell'Aifa (agenzia italiana per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e « spero - ha aggiunto - che ci sia un intervento da parte del governo e dei ministri competenti» perché la pillola abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale».
«L'AGGRAVANTE DEL RISCHIO PER LA MADRE» - La pillola«ha effetto abortivo, quindi valgono - prosegue Sgreccia - tutte le considerazioni che valgono quando si parla di aborto volontario. C’è, inoltre, un’aggravante che dovrebbe far riflettere anche chi appoggia la legalizzazione dell’aborto chirurgico, ed è il rischio per la madre. Più di venti donne sono morte per effetto della somministrazione di questa sostanza. Questo farmaco assume, quindi, la valenza del veleno. È una sostanza non a fine di salute, ma a fine di morte. Si va contro la regola fondamentale della vita della madre. Bisognerebbe, per questo motivo, sospendere tutto. Inoltre - prosegue il vescovo - si cerca di scaricare sulla donna sola la responsabilità della decisione. Si torna a una forma di privatizzazione dell’interruzione di gravidanza. All’inizio si è legalizzato l’aborto proprio per toglierlo dalla clandestinità, ora il medico se ne lava le mani e il peso di coscienza ricade sulla donna».
«SULL'AIFA PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE» - Sgreccia poi non ha dubbi sulle cause che spingono l’Aifa alla liberalizzazione del farmaco: si tratta, secondo il presule, di «pressioni politiche ed economiche»
Da L'Osservatore Romano:
Quando si banalizza la vita
di Rino Fisichella
La commercializzazione della pillola abortiva Ru486 comporta forti dubbi di incompatibilità con la legge 194, che in Italia regola fra l'altro l'interruzione volontaria di gravidanza. E sembra contrastare con due pareri che il Consiglio superiore della sanità ha già espresso circa i rischi di somministrazione della pillola stessa. In tali pareri si affermava che i rischi per la salute della donna sono analoghi in caso di aborto chirurgico e di aborto chimico solo se in quest'ultimo caso viene garantito il ricovero ospedaliero. Circostanza praticamente impossibile da rispettare. Lo conferma a "L'Osservatore Romano" il sottosegretario al ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Eugenia Roccella, che alla vigilia della decisione dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) di commercializzare la pillola aveva richiamato l'attenzione sulle 29 donne morte a seguito dell'assunzione della Ru486. Alle quali fra l'altro andrebbero aggiunte le altre due decedute dopo l'assunzione della seconda pillola, che, contenendo prostaglandina, induce gli spasmi della gravidanza e l'espulsione del feto. "Mi chiedo - dice il sottosegretario - come farà l'Aifa a garantire l'applicazione del protocollo. L'aborto attraverso
L'aborto procurato con la pillola Ru486 non è, secondo le ricerche, meno invasivo dell'aborto chirurgico, né meno pericoloso. Anzi. Sempre più frequentemente all'assunzione della prima pillola e della prostaglandina fa seguito l'assunzione di routine di antibiotici, per l'insorgenza di infezioni maggiori, e di antidolorifici. C'è inoltre il rischio che la paziente, una volta a casa, possa sottovalutare la pericolosità dei sintomi che accusa.
Per le donne, sostanzialmente, si tratta di un passo indietro nella tutela della salute. Non a caso - spiega il sottosegretario Roccella, che nel
E lo stesso accade in molte parti del mondo, anche in luoghi dove di solito non si accusa lo Stato di essere condizionato dalle autorità religiose. Critiche alla pillola abortiva si registrano in Australia. Movimenti femministi sono stati attivi in Germania e in Gran Bretagna (dove fra l'altro si sono registrati cinque dei 29 decessi dovuti alla Ru486).
Non si tratta, dunque, di uno scrupolo tutto italiano. In Italia, però - ricorda Roccella - "abbiamo dei buoni risultati riguardo al numero degli aborti, che è in calo. E sono in calo anche fra le minorenni. Ho i miei dubbi che la decisione dell'Aifa vada nella stessa direzione. Il pericolo che si voglia aprire con questa decisione un altro fronte, che ha come obiettivo la 194, c'è. La promozione della pillola è stata tutta politica, tutta basata sul fatto fra l'altro che si tratta di un metodo meno invasivo e meno doloroso, quando invece tutta la letteratura scientifica dimostra il contrario. Noi abbiamo fornito all'Aifa tutta la documentazione che ci aveva trasmesso la ditta produttrice affinché valutasse tutto. La risposta dell'agenzia non ci ha soddisfatto, perché rimangono delle zone oscure sulle quali continueremo a chiedere chiarimenti al comitato tecnico-scientifico. Però solo l'Aifa in presenza di novità può tornare sulle decisioni prese. E in base a quanto ci hanno risposto le 29 morti non erano per loro una novità".
La pillola Ru486 è incompatibile con la legge sull'aborto
di Marco Bellizi
La commercializzazione della pillola abortiva Ru486 comporta forti dubbi di incompatibilità con la legge 194, che in Italia regola fra l'altro l'interruzione volontaria di gravidanza. E sembra contrastare con due pareri che il Consiglio superiore della sanità ha già espresso circa i rischi di somministrazione della pillola stessa. In tali pareri si affermava che i rischi per la salute della donna sono analoghi in caso di aborto chirurgico e di aborto chimico solo se in quest'ultimo caso viene garantito il ricovero ospedaliero. Circostanza praticamente impossibile da rispettare. Lo conferma a "L'Osservatore Romano" il sottosegretario al ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Eugenia Roccella, che alla vigilia della decisione dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) di commercializzare la pillola aveva richiamato l'attenzione sulle 29 donne morte a seguito dell'assunzione della Ru486. Alle quali fra l'altro andrebbero aggiunte le altre due decedute dopo l'assunzione della seconda pillola, che, contenendo prostaglandina, induce gli spasmi della gravidanza e l'espulsione del feto. "Mi chiedo - dice il sottosegretario - come farà l'Aifa a garantire l'applicazione del protocollo. L'aborto attraverso
L'aborto procurato con la pillola Ru486 non è, secondo le ricerche, meno invasivo dell'aborto chirurgico, né meno pericoloso. Anzi. Sempre più frequentemente all'assunzione della prima pillola e della prostaglandina fa seguito l'assunzione di routine di antibiotici, per l'insorgenza di infezioni maggiori, e di antidolorifici. C'è inoltre il rischio che la paziente, una volta a casa, possa sottovalutare la pericolosità dei sintomi che accusa.
Per le donne, sostanzialmente, si tratta di un passo indietro nella tutela della salute. Non a caso - spiega il sottosegretario Roccella, che nel
E lo stesso accade in molte parti del mondo, anche in luoghi dove di solito non si accusa lo Stato di essere condizionato dalle autorità religiose. Critiche alla pillola abortiva si registrano in Australia. Movimenti femministi sono stati attivi in Germania e in Gran Bretagna (dove fra l'altro si sono registrati cinque dei 29 decessi dovuti alla Ru486).
Non si tratta, dunque, di uno scrupolo tutto italiano. In Italia, però - ricorda Roccella - "abbiamo dei buoni risultati riguardo al numero degli aborti, che è in calo. E sono in calo anche fra le minorenni. Ho i miei dubbi che la decisione dell'Aifa vada nella stessa direzione. Il pericolo che si voglia aprire con questa decisione un altro fronte, che ha come obiettivo la 194, c'è. La promozione della pillola è stata tutta politica, tutta basata sul fatto fra l'altro che si tratta di un metodo meno invasivo e meno doloroso, quando invece tutta la letteratura scientifica dimostra il contrario. Noi abbiamo fornito all'Aifa tutta la documentazione che ci aveva trasmesso la ditta produttrice affinché valutasse tutto. La risposta dell'agenzia non ci ha soddisfatto, perché rimangono delle zone oscure sulle quali continueremo a chiedere chiarimenti al comitato tecnico-scientifico. Però solo l'Aifa in presenza di novità può tornare sulle decisioni prese. E in base a quanto ci hanno risposto le 29 morti non erano per loro una novità".
Tutti, i giorni, finita la scuola, i bambini andavano a giocare nel giardino del gigante.
Era un giardino grande e bello coperto di tenera erbetta verde. Qua e là sulla erbetta, spiccavano fiori simile a stelle; in primavera i dodici peschi si ricoprivano di fiori rosa perlacei e, in autunno, davano i frutti. Gli uccelli si posavano sugli alberi e cantavano con tanta dolcezza che i bambini sospendevano i loro giochi per ascoltarli.
-Quanto siamo felici qui!- si dicevano.
Un giorno il gigante ritornò. Era stato a far visita al suo amico, il mago di Cornovaglia, e la sua visita era durata sette anni.
Alla fine del settimo anno, aveva esaurito quanto doveva dire perché la sua conversazione era assai limitata, e decise di far ritorno al castello. Al suo arrivo vide i bambini che giocavano nel giardino. -Che fate voi qui?- esclamò con voce burbera, e i bambini scapparono.
-Il mio giardino è solo mio! -disse il gigante- lo sappiano tutti: nessuno, all'infuori di me, può giocare qui dentro. Costruì un alto muro tutto intorno e vi affisse un avviso:
GLI INTRUSI SARANNO PUNITI
Era una gigante molto egoista.
I poveri bambini non sapevano più dove giocare. Cercarono di giocare sulla strada, ma la strada era polverosa e piena di sassi, e non piaceva a nessuno. Finita la scuola giravano attorno all'alto muro e parlavano del bel giardino.
-Com'eravamo felici!- dicevano tra di loro.
Poi venne la primavera, e dovunque, nella campagna, v'erano fiori e uccellini.
Soltanto nel giardino del gigante regnava ancora l'inverno.
Gli uccellini non si curavano di cantare perché non c'erano bambini e gli alberi dimenticarono di fiorire.
Una volta un fiore mise la testina fuori dall'erba, ma alla vista dell'avviso provò tanta pietà per i bambini che si ritrasse e si riaddormentò. Solo la neve e il ghiaccio erano soddisfatti.
-La primavera ha dimenticato questo giardino -esclamarono- perciò noi abiteremo qui tutto l'anno.
La neve copriva l'erba con il suo grande manto bianco e il ghiaccio dipingeva d'argento tutti gli alberi.
Poi invitarono il vento del nord. Esso venne avvolto in una pesante pelliccia e tutto il giorno fischiava per il giardino e abbatteva i camini.
-E' un posto delizioso -disse- dobbiamo invitare anche la grandine.
E la grandine venne. Tre ore al giorno essa picchiava sul tetto del castello finché ruppe le tegole; poi, quanto più veloce poteva, scorrazzava per il giardino.
Era vestita di grigio, e il suo fiato era freddo come il ghiaccio.
-Non riesco a capire perché la primavera tardi tanto a venire -disse il gigante egoista mentre, seduto presso la finestra, guardava il suo giardino gelato e bianco:
-Mi auguro che il tempo cambi.
Ma la primavera non venne mai e nemmeno l'estate. L'autunno diede frutti d'oro a tutti i giardini, ma nemmeno uno a quello del gigante.
Era sempre inverno laggiù e il vento del Nord, la Grandine, il gelo e la Neve danzavano tra gli alberi.
Una mattina il gigante udì dal suo letto: una dolce musica, risuonava tanto dolce alle sue orecchie che pensò fossero di musicanti del re che passavano nelle vicinanze. Era solo un merlo che cantava fuori dalla sua finestra, ma da tanto tempo non udiva un uccellino cantare nel suo giardino, che gli parve la musica più bella del mondo.
La Grandine cessò di danzare sulla sua testa, il Vento del Nord smise di fischiare e un profumo delizioso giunse attraverso la finestra aperta.
-Credo che finalmente la primavera sia venuta- disse il gigante; balzò dal letto e guardò fuori della finestra.
Che vide? Una visione meravigliosa. I fanciulli entrati attraverso un'apertura del muro e sedevano sui rami degli alberi.
Su ogni albero che il gigante poteva vedere c'era un bambino. Gli alberi,felici di riavere i fanciulli, s'erano ricoperti di fiori e gentilmente dondolavano i rami sulle loro testoline.
Gli uccellini svolazzavano intorno cinguettando felici e i fiori sollevavano il capo per guardare di sopra l'erba verde e ridevano. Era una bella scena. Solo in un angolo regnava ancora l'inverno.
Era l'angolo più remoto del giardino, e vi stava un bambinetto. Era tanto piccolo che non riuscire a raggiungere il ramo dell'albero e vi girava intorno piangendo disperato.
Il povero albero era ancora coperto dal gelo e dalla neve e sopra di esso il vento del nord fischiava.
-Arrampicati piccolo- disse l'albero e piegò i suoi rami quanto più poté: ma il bimbetto era troppo piccino.
A quella vista il cuore del gigante si intenerì.
-Come sono stato egoista!- disse.-Ora so perché la primavera non voleva venire.
Metterò quel bambino in cima all'albero poi abbatterò il muro e il mio giardino sarà, per sempre, il campo di giochi dei bambini. -
Era veramente addolorato per quanto aveva fatto.
Scese adagio le scale e aprì la porta d'ingresso. Ma quando i bambini lo videro, si spaventarono tanto che scapparono, e nel giardino regnò di nuovo l'inverno. Soltanto il bambinetto non scappò; i suoi occhi erano così colmi di lacrime che non vide venire il gigante. E il Gigante giunse di soppiatto dietro a lui, lo prese delicatamente nella sua mano e lo mise sull'albero. E l'albero fiorì, gli uccellini vennero a cantare e il bambino allungò le braccine, si avvicinò al collo del gigante e lo baciò.
Non appena gli altri bambini videro che il gigante non era più cattivo, ritornarono di corsa e con essi venne la primavera.
-Ora questo è il vostro giardino, bambini - disse il gigante e, presa una grande ascia, abbatté il muro.
A mezzogiorno la gente che andava al mercato vide il gigante giocare con i bambini nel giardino più bello che avessero mai veduto. Giocarono tutto il giorno e la sera i bambini salutarono il gigante.
-Dov'è il vostro piccolo amico? - disse: -Il bambino che io ho messo sull'albero?-
Il gigante l'amava più di tutti perché l'aveva baciato.
-Non lo sappiamo -risposero i bambini- se n'è andato.
-Dovete dirgli che domani deve assolutamente venire- disse il gigante.
Ma i bambini risposero che non sapevano dove abitasse e che prima non l'avevano mai veduto, e il gigante si sentì molto triste.
Ogni pomeriggio, finita la scuola, i bambini venivano a giocare con il gigante. Ma il bambinetto che il gigante prediligeva non si vide più.
Il gigante era molto buono con tutti, ma desiderava il suo piccolo amico e spesso parlava di lui.
-Quanto mi piacerebbe vederlo-diceva sovente.
Gli anni passarono, e il gigante divenne vecchio e debole. Non poteva più giocare;
sedeva in una grande poltrona e osservava i bambini mentre giocavano e ammirava il suo giardino.
-Ho molti bei fiori- diceva- ma i bambini sono i fiori più belli.
Una mattina d'inverno, mentre si vestiva,guardò fuori dalla finestra. Ora non odiava più l'inverno perché sapeva che era soltanto la primavera addormentata e che i fiori si riposavano.
Ad un tratto si fregò gli occhi sorpreso e si mise a guardare intensamente.
Era una cosa veramente meravigliosa. Nell'angolo più remoto del giardino v'era un albero interamente ricoperto di fiori bianchi. Dai rami d'oro pendevano frutti d'argento, e sotto di essi stava il bambinetto ch'egli aveva amato. Il gigante scese di corsa e, tutto acceso di gioia, uscì nel giardino. Si affrettò sull'erba e s'avvicinò al bambino.
Quando gli fu vicino si fece rosso di collera e disse:
-Chi ha osato ferirti?- perché il bambino aveva il segno di due chiodi sul palmo delle mani e sui piedi.
-Chi ha osato ferirti?- esclamò il gigante- dimmelo e io prenderò la mia grossa spada e l'ammazzerò.
-No- rispose il bambino- queste sono soltanto le ferite dell'amore.
-Chi sei?- chiese il gigante, e uno strano stupore s'impadronì di lui e s'inginocchiò dinanzi al bambino.
Il bambino gli sorrise e disse:
-Un giorno mi lasciasti giocare nel tuo giardino, oggi verrai a giocare nel mio giardino, che è il Paradiso.
Quando nel pomeriggio i fanciulli entrarono di corsa nel giardino trovarono il gigante morto, ai piedi dell'albero tutto coperto di fiori candidi.
Oscar Wilde
Grazie Pinu!
Un articolo di Tempi:
Gli indios di Rimini
Siamo nel 1609, 400 anni fa, quando i gesuiti hanno dato inizio al “sacro esperimento”, come sono state chiamate più tardi le Riduzioni gesuitiche. Durante 150
anni circa nella foresta subtropicale è nato un nuovo modo di guardare la realtà. O meglio, gli indios guaranì hanno finalmente potuto conoscere ciò che da centinaia di anni stavano cercando: la terra senza il male. Di che cosa si trattava? La storia è andata così: Tupà (in guaranì Tu è “meraviglia”, “stupore”; pà è una domanda: “Chi ha fatto questa bellezza?”), il dio dei guaranì, aveva creato la terra sopra quattro palme, una ad ogni lato. Quindi aveva creato l’uomo immortale (karaì, in guaranì) maschio e femmina. Tutto andava bene, fino a quando il serpente contaminò la terra originaria, togliendo all’uomo la sua immortalità. Il castigo di Tupà non si fece attendere e il dio mandò un diluvio. Da quel momento, il Karaì, l’uomo maschio e femmina, cominciò la grande peregrinazione alla ricerca delle terra originaria che aveva perduto. La ricerca avveniva mediante tre gesti: il caminare (erano seminomadi), il ballare e il cantare.
Quando giunsero i primi missionari, in particolare i francescani e i gesuiti, si resero conto della bellissima concezione del mondo che avevano i guaranì. Benché fossero cannibali e poligamici, i missionari (in particolare i gesuiti) capirono subito che il primo approccio non doveva essere morale, ma ontologico. Quindi l’evangelizazione doveva rispettare due binari: il primo era la valorizzazione della loro concezione del mondo e, per questo, in nessuna chiesa gesuitica dell’epoca esiste un segno o un’immagine che rimandi al Vecchio Testamento. I gesuiti vollero valorizzare il “Genesi” dei guaranì, introducendoli a figure come quelle di Gioacchino ed Anna, i genitori della Madonna, simboli del passaggio tra l’Antico e il Nuovo. Il secondo binario su cui si mossero i missionari fu quello di mettere in maggior risalto l’avvenimento cristiano rispetto alla morale.
Prima del VI e IX comandamento
Il padre dei guaranì, Ruiz de Montoya, nel suo bellissimo libro La conquista spirituale del Paraguay scrive: «Per due anni non abbiamo parlato del VI e IX comandamento, incomprensibili per i guaranì. Ma abbiamo annunciato la bellezza dell’avvenimento cristiano, cosicché queste tenere piante, che sarebbero rimaste soffocate davanti all’etica sessuale cristiana, incontrando la presenza di Cristo, ne sarebbero rimaste affascinate». E così fu, finché dopo due anni di instancabile annuncio di Cristo, i guaranì chiesero il matrimonio monogamico, dando inizio, intorno al “convento” dei gesuiti, alle Riduzioni, che divennero “piccole compagnie di Gesù” nella foresta. In questo modo i gesuiti posero come base dell’evangelizzazione quanto il titolo del Meeting vuole affermare. Partendo dall’annuncio del fatto cristiano, dell’avvenimento, i guaranì sono entrati nella conoscenza della realtà, fino ad assumerne liberamente tutte le conseguenze. Diedero, così, origine a quella civiltà che, in fondo, è stata la continuità dell’opera fatta da san Benedetto in Europa.
Partendo da questo fatto e accogliendo l’invito di monsignor Luigi Giussani, che mandandoci qui in Paraguay mi disse: «Partite da quel fatto per ricostruire il cristianesimo», è nato quanto qui nella parrocchia San Raffaele esiste e di cui racconto alcuni fatti. Solo un avvenimento è all’origine della conoscenza, come anche di una civiltà.
Sonia, l’argentino e Andrei Rublev
Immaginate di essere a tavola e mangiare una pizza con sei malati terminali portati in carrozzina. Tutti hanno storie drammatiche. Ve ne racconto due. Quella di Fabiana, diciannove anni, affetta da Aids, con una figlia anche lei malata. Ha avuto undici uomini, è stata abbandonata dai suoi familiari presso un ospedale pubblico per farla morire lontano da casa, in quanto infetta. L’altro è Carlos, argentino, informatore scientifico, con un cancro al fegato ormai in metastasi. È gente che vivrà tre giorni. O, al massimo, un mese.
Eppure capita di mettersi a cantare una canzone popolare paraguagia. Carlos canta e tamburella con le dita il ritmo sul tavolo, mentre suor Sonia, che ha la faccia stessa della letizia, suona l’arpa. Il coro canta «Choui, Choui». «È meglio morire cantando per il miracolo che sta accadendo ora – dico con un pizzico di ironia – che tristi e soli nel migliore hospice europeo o americano». In questo modo si rende evidente che la circostanza più drammatica, come essere nell’imminenza della morte, non ti determina negativamente. Qui si tocca l’evidenza che l’avvenimento è contemporaneo. Quando i malati lasciano la tavola contenti,
l’argentino, che è il piu in forma della compagnia, dice: «Ero venuto qui per morire tranquillo, non pensavo di trovarmi a riscoprire il gusto della vita». Mentre parla, quest’uomo che aveva la statura di un buttafuori, si commuove fino alle lacrime. La mia cura non è fatta di farmaci avanzatissimi (negli altri ospedali paraguagi non ci sono neanche quelli normali, si muore per un fibroma all’utero, come di Aids), ma consiste nel portar loro l’amore di Cristo.
È impressionante vedere come i bambini della Casita de Belen si attaccano al collo degli educatori in cerca di affetto. Come si dice nel film Andrei Rublev di Andrei Tarkovsky: «Sei nella tempesta (stai per morire) non ce la fai più. Ad un tratto incontri lo sguardo di uno che ti vuole bene è tutto diventa più semplice».
Questo è ciò che mi permette di entrare in rapporto con la realtà nella sua verità e di collaborare alla nascita di una civiltà della verità e dell’amore, come diceva Giovanni Paolo II. È il riaccadere dell’avvenimento cristiano delle Reducciones gesuiticas a quattrocento anni dalla loro nascita.
Cari amici,
guardate la gioia di vivere di chi per il “mondo” è condannato a morire.
Guardate Paolo con l’enorme cancro sulla spalla anche lui che ci dice che ogni circostanza è positiva perchè “Io sono Tu che mi fai”.
P. Aldo
foto 1: Celeste


"Di che cosa vivono gli uomini?" si chiede una novella russa.
"E' il mondo che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato il mondo?" si domanda Eliot.
Il punto è proprio l'abbandono.
Esattamente agli antipodi dell'atteggiamento di Dio. Lui è presente. Con tutto se stesso.
Come ha fatto don Giussani insieme a tanti altri santi: si è reso presente lui, per quello che era, con il suo "sì"
SamizdatOnLine
Vuoti sul muretto
Li avrete visti qualche volta anche voi. Arrivano quando l'oscurità inizia a scolorare le cose, e le luci si accendono. Sono giovani, ragazzini. Si piazzano sul muretto, sulla panchina, sedendosi dove capita. Non si è schizzinosi a quell'età. Molti hanno in mano le bottiglie. Spesso birra, raramente vino. E poi vodka, rum...al mattino i vuoti saranno come le tristi sentinelle di un'altra notte passata.
No, non ditemi che anche ai nostri tempi si faceva così. Me li ricordo. Sì, qualche volta si andava ad una festa e si beveva troppo. Ma erano le eccezioni; vuoi per mancanza di soldi, vuoi per mancanza di opportunità. E probabilmente perchè c'era altro da fare, allora. Una vita da vivere, colma di promesse, almeno per molti di noi.
Parecchi mi dicono che molti, troppi di questi giovani non camminano più. Non camminano perchè non sanno dove andare. Non sembra esserci niente per cui valga la pena sacrificarsi, o anche solo sforzarsi. Non dico correre, ma neanche camminare. E anche quelli che camminano sembrano andare quasi tutti in posti vicini.
Abbiamo una grossa colpa. Abbiamo dato loro tutto quello che potevano desiderare per vivacchiare, ed abbiamo sostenuto che non c'era nient'altro oltre a quello. Nessuna esperienza dal passato, nessuna promessa, solo un continuo presente. Ma di questo presente, qual'è il senso? E se non c'è il senso, cos'è questo dolore, questo vuoto che neanche il fumo o la vodka riescono a riempire?
Si può vietare, giustamente, il veleno. Ma cosa può riempire il vuoto? Chi può riempire quel vuoto che ha la forma di un uomo?
Berlicche socio di SamizdatOnLine

