Dialogo con Uyulala
Una nuova amica internettiana, Uyulala mi ha coinvolto in una interessante discussione che mi piace condividere con gli altri amici.
A dire il vero dovrei risponderle in oknotizie, ma le questioni sollevate sono complesse perciò faccio un post.
Dapprima scrivo le sue riflessioni, poi provo a dire come la penso io. Ecco le sue parole:
[...] Ad un certo punto, dal momento che son stata definita "atea" (per puro errore, dato che non sono definibile con quella parola), ho iniziato un po' a pensare a quello in cui credo o non credo.
Ho una propensione naturale alla spiritualità, oserei dire "genetica". Ciò che fin da bambina sento al riguardo ha sempre avuto poco a che vedere con ciò che mi veniva propinato con le parole e l'esempio del mio éntourage familiare.
Ti dico quel che ho imparato consolidando le mie convinzioni.
La spiritualità innata, che io chiamo senso religioso, non ci viene insegnata: ce la troviamo nel cuore con una prepotenza che in certi momenti si fa strada in mezzo ai detriti e alle sovrastrutture che la mentalità corrente e i nostri stessi errori non riescono a censurare del tutto. Io definirei la spiritualità, o senso religioso, come quella serie di esigenze elementari che si trovano alla radice del nostro cuore e che ci fa gridare il nostro sconfinato bisogno di giustizia, di verità, di essere amati ed amare.
L’entourage familiare può fare poco contro questo mondo interiore ricchissimo e prezioso che urge alle porte del nostro cuore per esplodere.
Non avevo il senso del tempo, per me il tempo era un concetto assolutamente sconosciuto, al punto che mi incasinavo potentemente con tutto ciò che era pratico e organizzativo. Il senso del tempo l'avrei acquisito più o meno nel periodo fra la pubertà e l'adolescenza. Continuo ad avere molto presente quel modo di essere di quand'ero bambina, e una parte di me è rimasta atemporale. Quando tempo fa lessi l'autobiografia di Jung, dove descriveva qualcosa di simile, mi si è allargato il cuore perché mi pareva di essere quantomeno strana.
Su questa esperienza atemporale credo di intuire quanto dici; per lo meno è una mia esperienza per cui nonostante i lustri mi sento sempre io: il cuore è sempre lo stesso e quelle esigenze elementari di amore, bellezza, giustizia, verità, sono rimaste… sono diventate solo più consapevoli.
La mancanza del senso del tempo mi porta a vivere in una sorta di binari paralleli: da un lato vivo, mangio, respiro, mi incazzo, lavoro, invecchio (sigh...). Dall'altro osservo tutto questo e mi porto, come srotolato in una lunga pergamena, tutto ciò che ha a che fare con la mia vita, atemporale e aspaziale. Tutto contemporaneamente presente e lontano. In qualche modo quello che con un binario vivo, lo percepisco come già esistente con l'altro binario. La cosa strana è che con una parte di me spesso soffro come una bestia per cose che, recuperando l'altra parte, vedo come ovvie, scontate, già viste.
Questo mi porta a comprendere abbastanza agevolmente ciò che leggo sulle filosofie orientali soprattutto quando parlano dell'illusorietà della vita, anche se personalmente non la considero illusoria. La considero comunque in modo piuttosto diverso da come viene vista comunemente. La vedo come una cosa che è contemporaneamente in divenire e già conchiusa in se stessa.
Penso che un po' tutto, a dire il vero, sia il risultato della coordinazione delle contraddizioni. Non della loro risoluzione, a dire il vero. Proprio della coordinazione.
Un po' come il concetto di divinità. Ho un sentore, non proprio un credo, è più una impressione. Ho l'impressione che esista, che sia assolutamente sfuggente e indefinibile, assolutamente al di là di ogni tipo, forma e interpretazione religiosa. Ho l'impressione che sia contemporaneamente personale e impersonale. Contemporaneamente uno e molti (non uno e trino, ma uno e TUTTO). Credo che contenga tutto perché è al di là di tutto. E probabilmente (scusate per la frase niciana) "al di là del bene e del male", al di là di concetti come "etica" o "morale". Sia proprio tutta un'altra cosa. Credo che bene e male siano epifenomeni, drammatici per noi che li subiamo in quanto noi stessi siamo epifenomeni di quest'entità, ma tutto sommato insignificanti.
Ecco, anche il concetto di divinità è assolutamente nel cuore del nostro essere. se pensiamo ai popoli antichi o anche all’uomo delle caverne scopriamo che c’era in lui una profonda religiosità che lo ha portato ad elaborare le varie religioni, come tentativo di costruire un ponte che legasse il singolo alla sua radice divina.
(continua)
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Dialogo con Uyulala 2
Continuo il dialogo con Uyulala che scrive:
Tendenzialmente sono portata a credere nell'esistenza di una componente spirituale degli esseri materiali, ma di tutti, animati e inanimati.
Nell'aspetto "temporale" dell'esistenza, ho l'impressione che ogni entità frammentata (chiamiamola "anima", anche se non so se il termine calza bene) ha un ruolo di crescita, una specie di percorso che deve fare, più che altro di tipo esperenziale, nel senso che penso che ogni "anima" debba raccogliere delle esperienze e arricchirsi con esse. Per me questo è stato sempre importante, ed è per questo che sono una persona che vuole di tanto in tanto riprendere il passato, rivisitarlo, per rivederlo "col senno di poi", perché non vada sprecato. E' per questo che collego cose apparentemente molto distanti fra loro e le confronto.
Mi pare che il lavoro di revisione delle esperienze passate sia ... tipicamente umano. Il senno di poi è inoltre uno strumento preziosissimo perché ci aiuta a paragonare più esperienze e valutarle trattenendo ciò che vale ed accantonando gli errori. Anzi più gli anni passano più questo paragone diventa interessante e proficuo. Credo che così si costruisca la saggezza.
E’ bellissimo poter dire dopo un’ennesima esperienza (non ti capita?): “Ecco! ora capisco!”
Accade così che col tempo impariamo a guardare con simpatia anche la nostra fragilità e magari anche a riconciliarci con noi stessi.
Amo l'idea della reincarnazione per la stessa ragione: trovo che le anime debbano raccogliere esperienze di molte vite, in molte forme diverse di esistenza, anche se non so il perché né se esiste un perché. Ripeto, più che altro le mie sono impressioni.
Come sai, io non credo alla reincarnazione, ma alla risurrezione per una vita bellissima e senza fine sì. Ne sono talmente certa che ci metterei la mano sul fuoco. Perché so di essere destinata, come ciascun uomo che esiste, alla felicità senza fine. E di questa ho un anticipo già da ora; altrimenti sarebbe molto difficile crederci.
Il mio "sentire" ha risvolti pratici. Credo che un'etica "esterna" sia dannosissima all'essere umano, in quanto impedisce un reale contatto con tutte le pulsioni. Le pulsioni più violente, vergognose o disdicevoli vengono incanalate sotto forma di modalità comportamentali tortuose e pericolosissime. Penso invece che l'essere umano abbia una naturale tendenza a autoregolarsi. E anche in questa capacità di autoregolazione penso che l'anima compia un cammino, per cui non ritengo sbagliata l'esistenza di regole esterne nella gestione delle società, a patto che le regole siano pragmatiche e non etiche.
Non so se l’uomo abbia una tendenza ad autoregolarsi; non conosco l’antropologia. Però so quanto sia difficile autoregolarsi se non c’è uno scopo per cui farlo, uno scopo buono e bello. Se non è uno scopo buono e bello mi pare una castrazione inutile… ma forse sono una ribelle…
Non sopporto le regole di cui non capisco il fine buono.
Non mi piacciono le regole, pragmatiche o etiche che siano.
Ma per amore credo si possa accettare qualsiasi regola.
C’è un racconto che mi ha sempre affascinato fin da ragazzina (e solo da adulta ho capito perché):
Il sole e il vento fecero una gara. Si sfidarono per verificare chi per primo sarebbe riuscito a far togliere il mantello ad un viandante.
Iniziò il vento a soffiare con sempre più forza; ma più forte era il vento e più il viandante si stringeva il mantello per ripararsi. Alla fine il vento rinunciò.
Cominciò allora il sole a diffondere i suoi tiepidi raggi. Pian piano il calore divenne sempre più grande e il viandante capì che poteva liberarsi del mantello per godersi il tepore del sole.
Da grande ho capito che il tepore del sole è il tepore dell’amore ricevuto: davanti alla tenerezza di un amore gratuito uno non può non arrendersi.
L'idea della reincarnazione mi consente di relativizzare molte cose che vivrei in modo drammatico. Faccio un lavoro per il quale sono a contatto con un tipo di sofferenza davvero particolare e "strano", a volte capita che qualcuno dei miei pazienti si suicidi (da quando lavoro questo mi è capitato due volte, senza contare i suicidi di pazienti non miei ma che conoscevo comunque). Vedo i miei colleghi che assumono degli atteggiamenti estremizzati e a volte contraddittori: c'è che cerca di "salvare il mondo" entrando in relazioni confusive e pericolose, c'è chi invece entra in uno stato di cinismo nichilistico nel quale ha la sensazione che tutto quello che si fa "non serva a nulla". Io mi accorgo di avere un altro sentimento di base: io faccio quello che posso, fin dove posso. Potrà anche essere una goccia nel mare, ma se quell'anima tornerà un giorno al mondo, porterà con sé anche quella piccola goccia e proseguirà il suo cammino forse con meno dolore... E allora non mi preoccupo quando ho risultati scarsi, non mi stanco se devo ripetere centomila volte la stessa cosa.
Deve essere tristissimo avere la speranza, l’auspicio che una nostra idea corrisponda a verità.
Però vedi, avere la forza di ricominciare sempre è un dono bellissimo che non tutti apprezzano o sanno attuare. Rischiamo di essere vittime del nichilismo o dell’attivismo sconsiderato (parlo per me) se non sappiamo per certo che tutta la realtà è positiva e che siamo come gocce di un oceano infinito, ognuna col suo piccolo contributo di gioia e di dolore resi “saporiti” da un significato buono.
Considero l'amore una forza eterna e assoluta, impersonale. Credo che sia lui che catturi l'essere umano, non viceversa. Noi possiamo solo essere dei canali più o meno puliti e sgombri, capaci di far scorrere quest'energia in modo più o meno fluido. Ho amato poche persone ma le ho amate molto. Ogni volta vivevo quest'amore in modo più "limpido", e ora vivo un'esperienza davvero grande, che mi permette di sperimentare momenti completamente al di fuori del tempo. L'amore che ho provato in passato resta fresco e presente, sebbene trasformato in affetto, stima e amicizia, oppure in nostalgica, crepuscolare dolcezza. Ma non va mai perso perché è lui che decide come e quando manifestarsi...
Che bello tutto questo! L’amore è il motore di tutta la realtà!
Arrivo ad una cosa che fa sempre molta paura e fa incazzare chi mi vuol bene: la morte. E' vero che mi capita di parlare della morte, anche se non frequentemente come dice lui. Ma questo per me ha un senso diverso da un modo necrofilico di vedere la vita. La morte è il limite con cui tutti dobbiamo volenti o nolenti confrontarci. E' la ragione per cui non voglio restare con qualcosa in sospeso con la persona a cui voglio bene. E' il motivo per cui ogni giorno lo vivo come diverso, nuovo, sorprendente. E' perché c'è questo limite, e non si sa quando ci scontriamo con esso, che assaporo la vita in modo intenso, che ogni cosa mi diverte, che provo piacere nel guardare un mare in burrasca o nel fare all'amore con l'uomo che amo. E' il fatto di non sapere quanto tutto ciò che vivo possa durare, che me lo rende bellissimo e intenso, paradossalmente è per quello che lo vivo come eterno, atemporale... Ed è proprio questo limite che mi rende molto divertenti tante cose, prima fra tutti questa smania di potere che ha colpito, peggio che un'influenza dei polli, come una pandemia, a tutti i livelli e in tutte le classi sociali. Perché ci si affanna tanto per stronzate dimenticandosi di vivere, facendosi il sangue cattivo per tante cose che non lo meritano e non ci si accorge che le cose importanti sono quelle che ti fanno stare bene, sono le cose apparentemente piccole ma che ti allargano il cuore. A questo punto la morte non è più una cosa negativa, né positiva d'altronde.
E' solo un dato di fatto, la consapevolezza che tutto finisce (per chi non crede nell'esistenza di altro) o che tutto trasmuta in qualcosa che non sai, non conosci e nel quale potresti non avere la possibilità di raccontarti tante balle.
Non so se tutto questo è definibile. Troppo fluido, le parole che ho messo qui fissano qualcosa che non è cristallizzabile e che potrebbe modificarsi, dolcemente, man mano che scorre il tempo...
Bello anche questo, anche se non capisco come si possa accettare la morte così tranquillamente.
Per me la morte non è che un passaggio, doloroso forse, alla vera vita.
Per questo non mi impaurisce. La bellezza di questa vita spesso tanto sacrificata diventerà splendore di gioia dopo quell’inevitabile passaggio.

