Teniamo presente questa frase di Makarenko (pedagogista sovietico 1960): “L’educazione è la catena di montaggio dalla quale uscirà il prodotto del comportamento adeguato alle richieste di chi organicamente incorpora ed interpreta il senso del divenire storico”.
L’educazione, per noi, non è questo.
Non è lo strumento dello statalismo, sia che abbia la forma dello stato comunista, sia che provenga del liberismo estremo, basato sul potere del mercato inteso come soggetto capace di creare la giustizia e il diritto.
Volendo guardare alla nostra realtà odierna ed al compito che abbiamo di fronte partiamo da un dato di fatto, nudo e crudo:
- Sull’istruzione e la formazione in Sardegna siamo il fanalino di coda, nel Paese e in Europa!
Da dove è tratto questo giudizio?
Dalla realtà, dell’esperienza vissuta da tanti protagonisti dell’educazione: genitori, studenti, insegnanti, dirigenti scolastici, ma anche imprenditori e politici.
Se il PIL della Sardegna è tra i più bassi, se il tasso di disoccupazione rimane ancora alto rispetto alla media nazionale, se l’emigrazione è riesplosa, la causa può essere attribuita soltanto a fattori economici e finanziari, alle dinamiche del mercato, al deficit strutturale del sistema produttivo?
Evidentemente, no!
Le statistiche danno conferma di questo giudizio.
I sardi sono in cima alle tabelle riguardanti i titoli di studio mancati, la frequenza nella scuola, i casi di abbandono. E in questo modo è rilevato l’aspetto formale e quantitativo del fenomeno. Ma siamo in cima anche alle graduatorie riguardanti il numero degli studenti che stanno al di sotto della soglia minima dei livelli di competenze acquisite, secondo i dati OCS PISA.
Abbiamo il maggior numero di studenti sotto il livello 1 (il più basso) relativo alle abilità in matematica e in lettura (insieme a Basilicata, Calabria e Sicilia: al di sotto anche della Puglia, del Molise, dell’Abruzzo e perfino della Campania.).
D’altra parte, tutta l’Italia non gode certo di buona salute, nei confronti dell’Europa e del mondo. Il nostro sistema di istruzione e formazione è caratterizzato da una preoccupante sproporzione tra il livello della spesa pubblica destinata a questo scopo e il livelli di quantità e qualità del risultato.
Il 61% degli italiani ritiene che la prima emergenza del nostro Paese sia l’EDUCAZIONE!
Non si tratta di una semplice opinione, nè di un generico auspicio. E’ un’istanza fortissima, carica di preoccupazione e a volte di smarrimento. E’ anche un giudizio, accompagnato sovente dalla disponibilità di molti (persone, famiglie, comunità e imprese) a collaborare da protagonisti al cambiamento necessario.
Spunta quindi una domanda a cui cerchiamo di rispondere anche attraverso questo incontro, ma ancora di più attraverso l’avvio di un lavoro comune di approfondimento e di proposta.
Domanda fondamentale:
a) l’assetto legislativo e istituzionale è in grado di aiutare il cambiamento nel settore educativo?
b) In particolare: la politica regionale può e vuole un sistema educativo sardo più efficiente più moderno, più vivo?
Occorre sincerità. Fino ad ora la risposta e questa semplicissima domanda (quasi una domanda retorica) è sconfortante, sia nella politica nazionale sia in quella regionale. Le riforme in Italia sono state tentate a più riprese e da entrambi gli schieramenti, ma l’alternarsi delle coalizioni di governo ha bloccato prima la riforma Berlinguer poi quella Moratti, lasciando il sistema paralizzato da normative, procedure, programmi frammentari, parziali, incompleti.
Tutto sembra instabile, tranne il centralismo dell’apparato e il corporativismo paralizzato e paralizzante.
A livello regionale Sardo, poi, l’obsolescenza e l’inedia sono aggravate dalla attuale spinta verso un modello di governo centralizzato, che si sta esprimendo nella cancellazione del sistema della Formazione Professionale e nella affermazione di un sistema educativo che riversa tutto nell’unico contenitore di una scuola di stato, tanto ipertrofica, quanto debole nella sua struttura.
(...)
Oggi siamo in una fase politica nuova: nuovo governo, nuovo ministro e nuova legislatura aperta, alla Camera e al Senato, da ripetuti appelli alla coesione riformatrice.
Proviamoci, dunque! A Roma e anche in Sardegna, in vista di una legislatura per la quale stiamo preparando le nostre proposte.
In quale direzione andare per un cambiamento?
Due sono gli orientamenti di fondo:
1) Costruzione di un sistema educativo più adeguato alla realtà.
2) Costruzione di un sistema più aperto e libero.
Per il primo aspetto, si possono individuare alcune proposte di fondo.
Innanzi tutto, occorre correggere la tendenza, ormai consolidata da anni, a rafforzare la licealizzazione della scuola a scapito dell’istruzione tecnico professionale di qualità. Si deve superare il pregiudizio ideologico che ha portato a sminuire l’importanza (e quindi anche gli investimentI strutturali, finanziari ed umani) della formazione professionale: relegata in un ambito subalterno rispetto all’istruzione impartita dai licei ed anche dagli istituti tecnici. La stessa riforma Moratti aveva questo grave difetto!
E’ necessario costruire percorsi di pari dignità e qualità. Flessibili e, per quanto possibile, personalizzati. Avendo come obiettivo di fondo quello di permettere a tutti il raggiungimento di competenze essenziali nelle assi culturali (del linguaggio, matematico, scientifico-tecnologico, storico-tecnologico, storico-sociale) e nelle assi tecnico professionali;
- I percorsi devono essere abbreviati, per consentire ai giovani di entrare presto nella competizione del mercato del lavoro, e dotati di sistemi di interscambio (le cosiddette “passerelle”) ;
- La formazione professionale deve essere promossa in serie A!
Fuori di metafora: deve essere avviato un sistema in cui il giovane che mostri attitudini ed abilità manuali possa essere formato adeguatamente e preparato ad entrare efficacemente nel mercato del lavoro, senza rinunciare alle competenze essenziali di base, ma sviluppando l’acquisizione di specifiche capacità tecniche.
Occorre superare il concetto equivoco, della formazione professionale come percorso integrativo rispetto all’istruzione. E’ un concetto, molto caro alla sinistra, che relega la F.P. in un ambito subordinato rispetto alla scuola tradizionale.
In questo senso, anche il problema del “momento” della scelta dei percorsi (14 anni?, 16 anni?) può essere risolto con realismo: si può scegliere presto, in un sistema in cui la flessibilità permette di passare dall’uno all’altro canale.
Infine occorre volere una moderna metodologia di VALUTAZIONE, che sia oggettiva e quindi esterna e che sia orientata a spingere verso l’alto la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento. Sulla seconda direzione (sistema aperto e libero) si rivela chiaramente il criterio di fondo con cui impostare la riforma. Noi vogliamo puntare nettamente sulla SUSSIDIARIETA’.
E’ necessario il coraggio di superare lo statalismo che tiene l’educazione prigioniera dell’apparato. Le ideologie forse sono cadute, sfaldate, dissolte. Ma l’apparato, cinico e falsamente “neutro” o “neutrale” rispetto ai valori e alle identità sta frenando la crescita di uomini liberi e forti.
Consulta il sito di Giorgio La Spisa

