di Luca Antonini
È tra i punti più caldi all’ordine del giorno della politica. Ma perché è così importante per sbloccare il Paese? Risponde su TRACCE di Ottobre uno degli esperti che stanno lavorando per condurlo in porto
Una riforma decisiva come quella sul federalismo fiscale, per essere compresa, richiede, come tutte le cose, di partire dall’esperienza e non dall’ideologia o dai luoghi comuni, come invece fanno a volte alcuni commenti che paventano l’esplosione dei costi, l’aumento della pressione fiscale, la frattura del Paese. L’esperienza insegna, invece, che è vero il contrario. In Italia il federalismo è una grande incompiuta: sta diventando evidente che è proprio la mancanza di federalismo fiscale ad affossare la competitività del sistema, a rischiare di spaccare il Paese, a determinare l’esplosione dei costi. Senza federalismo fiscale, infatti, lo Stato non si ridimensiona, nonostante abbia ceduto forti competenze legislative e amministrative, e le Regioni e gli Enti locali non si responsabilizzano nell’esercizio delle nuove competenze ricevute con la Bassanini (1998) prima e con la riforma costituzionale (2001) poi. Il conto, alla fine, lo pagano il cittadino e le imprese.
Mantenere un modello di sostanziale “finanza derivata”, cioè con ripiani a piè di lista anche alle amministrazioni inefficienti, in un Paese che con la riforma costituzionale del 2001 ha decentrato enormi competenze legislative e amministrative crea, infatti, gravi confusioni, dissocia la responsabilità impositiva da quella di spesa (in pratica, paga lo Stato e spendono le Regioni) e genera una situazione istituzionale che rende ingovernabili i conti pubblici e che favorisce la duplicazione di strutture, l’inefficienza e la deresponsabilizzazione. Il caso dei rifiuti di Napoli ha insegnato qualcosa. I rimborsi a piè di lista favoriscono quelle politiche demagogiche che creano disavanzi destinati prima o poi ad essere coperti dallo Stato. Si fanno politiche devastanti a livello regionale o locale e poi si fa pagare il conto non ai propri elettori, ma a tutti gli italiani, annacquando le responsabilità nella fiscalità generale, nelle imposte dello Stato centrale. È utile, per capire, leggere le relazioni della Corte dei Conti sulla spesa di alcune regioni ed enti locali, dove si trovano denunce impressionanti: macchine della Tac comprate senza collaudo e quindi inutilizzabili, indennità destinate agli infermieri che trattano malattie infettive assegnate invece in via generalizzata, ecc. Un sistema di finanza derivata, inoltre, consacra il principio per cui chi ha più speso in passato può continuare a farlo, mentre chi ha speso meno - perché è stato più efficiente - deve continuare a spendere di meno.
Senza rovesciare questa dinamica - e senza reali incentivi all’efficienza - non si potranno creare sufficienti motivazioni per una razionalizzazione della spesa pubblica. Ad esempio, durante il governo Prodi con la Finanziaria per il 2008 sono stati stanziati 12,1 miliardi di euro a favore delle Regioni in rosso per la spesa sanitaria (Abruzzo, Campania, Lazio, Molise, Sicilia). Il costo per ogni italiano (neonato compreso) è stato di 250 euro. L’organizzazione sanitaria è ormai materia di competenza esclusiva regionale, ma si è fatto un ripiano statale a piè di lista, stile anni ’80. Un altro dato: il Molise - beneficiario del decreto salva-deficit - ha 288 dipendenti regionali ogni 100.000 abitanti, la Calabria ne ha 257, contro i 43 della Lombardia e i 69 del Veneto. Risultato: per far funzionare la macchina amministrativa regionale, Molise, Basilicata, Umbria, Abruzzo e Campania spendono tra i 180 e i 380 euro per abitante. Veneto e Lombardia, invece, sono sotto i 100 euro.
Non è un caso che nel Rapporto 2007 di Fondazione per la Sussidiarietà il 60,8% degli intervistati ritenga che il federalismo fiscale possa consentire una maggior efficienza e minori sprechi. Vuol dire che anche tra la popolazione meridionale sta maturando la consapevolezza che il federalismo fiscale costituisce un passaggio indispensabile per combattere l’inefficienza e modernizzare il “patto fiscale”: come diceva Giulio Einaudi, «il cittadino vuole sapere perché paga le imposte». In sintesi, al federalismo fiscale corrisponde la possibilità di attuare la parola “responsabilità”, favorendo la trasparenza delle decisioni di spesa e la loro imputabilità. In pratica, si sa (e si controlla) meglio chi spende e perché.
Un disegno bipartisan
Il disegno di legge del Governo è un testo bipartisan perché rappresenta una sintesi dei lavori degli ultimi anni: da quello dell’Alta Commissione agli importanti documenti approvati all’unanimità dalle Regioni. Riprende alcune buone soluzioni del testo approvato dal Governo Prodi nel 2007, ma nello stesso tempo semplifica il quadro dagli eccessi di statalismo, rivaluta con intensità l’autonomia regionale e locale e introduce espressamente soluzioni dirette a valorizzare il principio di responsabilità e la sussidiarietà orizzontale.
I contenuti? Si possono riassumere in quattro grandi linee di intervento.
a) Dalla spesa storica al “fabbisogno standard”. È il cuore della riforma: si passa dal finanziamento in base alla “spesa storica” (ovvero a quanto è stato speso negli anni precedenti per quel capitolo, pratica che - come si è visto - favorisce l’inefficienza), al finanziamento in base al costo standard (cioè a una specie di media del costo di quel servizio), che favorisce la responsabilità. Il passaggio, che può avvenire attraverso un periodo transitorio, in fondo non penalizza ma apre opportunità per il Sud, da diversi punti di vista. Il finanziamento in base alla spesa storica, infatti, implica il finanziamento dei servizi e anche della spesa inefficiente. Il finanziamento in base al costo standard finanzia i servizi, ma non l’inefficienza. Questo vuol dire liberare risorse che oggi finiscono in sprechi e rendite anche di tipo illegale, per impieghi produttivi in vista dello sviluppo sia economico che sociale. Inoltre, una volta attuato il federalismo fiscale, si realizzano quelle condizioni richieste dall’Europa per attuare forme di fiscalità di vantaggio (soprattutto sgravi per le imprese che investono), che per il Sud potrebbero essere un modo per recuperare risorse all’interno di una logica di solidarietà responsabilizzante e non assistenzialistica. È così che lo stesso principio costituzionale di solidarietà si coniuga con un altro principio altrettanto significativo: la buona amministrazione
b) L’autonomia impositiva di regioni ed enti locali. Sul piano dei tributi regionali e locali si prevede un adeguato livello di flessibilità fiscale. Si garantisce, così, sia la responsabilizzazione finanziaria, sia la possibilità di sviluppare - a livello regionale e locale - politiche fiscali dirette a valorizzare (ad esempio anche attraverso speciali esenzioni, deduzioni e agevolazioni) le risorse sociali e produttive presenti sui territori. È una forma di applicazione della sussidiarietà orizzontale che permette ai territori di incentivare le loro vocazioni e i loro punti di forza, offrendo una possibilità di intervento mirata che non sarebbe egualmente possibile con misure adottate in modo uniforme sul territorio nazionale dallo Stato.
c) Possibilità di interventi anche a favore della famiglia. Oggi le Regioni non possono intervenire sull’addizionale regionale all’Irpef: dati i limiti imposti dalla legislazione statale, un single paga la stessa addizionale Irpef di una famiglia con cinque figli a carico. Una volta attuato il federalismo fiscale le Regioni potranno considerare i carichi familiari nelle imposte di loro competenza, ad esempio, nell’addizionale Irpef.
d) Coordinamento del sistema. Si disciplina il coordinamento tra i diversi livelli di governo prevedendo alcune soluzioni innovative. Per esempio, si premiano gli enti più virtuosi mentre si pongono limiti di assunzioni e spese agli enti inefficienti. E si introduce una sorta di “fallimento politico” per i politici che creano dissesto finanziario, impedendo loro di candidarsi per ogni tipo di elezione per un certo periodo.

