venerdì, 19 dicembre 2008

L'itinerario dello sguardo

Nel Medio Evo i grandi affreschi delle Chiese di cui è seminata l'Europa raccontavano i misteri del Cristianesimo: era un modo semplice ed efficace per comunicare quanto non tutti erano in grado di leggere.
Così, senza fatica, gli occhi e la mente venivano nutriti da immagini suggestive e affascinanti che raccontavano la storia più bella che si sia mai conosciuta.
Ora non si ha molto tempo per contemplare certi dipinti e se lo si fa  in genere  non ci si lascia affascinare dai misteri che essi tentano di comunicare, ma ci si limita all'apprezzamento artistico. Si perde così l'aspetto più interessante che è il vero significato di quanto si ammira.
Leggo oggi l'articolo che segue e che suggerisce  la vera funzione del Presepe, che è quella di aiutare nella contemplazione del Mistero più grande del Cristianesimo: Colui che ha fatto il cielo, il mare, le stelle le montagne, i fiumi, i fiori ha deciso di farsi piccolo Bambino, fragile e bisognoso di tutto per conquistare il nostro cuore assetato di gioia.
Questa incredibile e stupefacente notizia può giungerci da un Presepe, piccolo o grande, solo se ci fermiamo a guardarlo.

               
           

Il presepe aiuta a recuperare la teologia dello sguardo

Intervista al prof. Corrado Gnerre, docente di Storia delle Dottrine teologiche all’UER
di Luca Marcolivio
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 18 dicembre 2008
             

Il presepe è un simbolo strettamente legato al mistero dell’incarnazione di Nostro Signore. Ma è anche un importante elemento di rafforzamento della cultura cristiana, specie nella sua dimensione pubblica.

Sulla mistica dell’arte presepiale, ancora molto popolare in Italia, ZENIT ha intervistato il prof. Corrado Gnerre, docente di Storia delle Dottrine teologiche all’Università Europea di Roma (UER).

Qual è la cultura che fa da sfondo alla nascita dell’arte presepiale?
 Il presepe è strettamente legato alla peculiarità del cristianesimo ed, in particolare, al mistero dell’incarnazione, realtà storica umanamente inimmaginabile, attraverso la quale Dio non appare come uomo ma si fa davvero uomo. Il cristianesimo, quindi, non è (...) una religione spiritualista ma, al contrario, pone attenzione alla carnalità e alla concretezza dei segni. San Bernardo di Chiaravalle affermava che, essendo noi carnali, il Signore fa sì che il nostro essere si manifesti anche nelle cose.

Il Medioevo, epoca in cui nasce l’arte presepiale, si caratterizza per una spiccata cultura del segno e della carnalità: si pensi al culto delle reliquie. Anche nelle crociate(...) c’è un elemento di simbologia concreta e di carnalità: l’impossibilità di accedere al Santo Sepolcro di Nostro Signore, aveva indotto i cristiani di quel tempo a battersi per il recupero di quel simbolo sacro ma (...) tangibile e concreto.

Con riguardo al presepe è noto che la prima rappresentazione della Natività fu realizzata da San Francesco a Greccio, nel 1223. Un confratello domandò a San Francesco se fosse giusto rispettare l’astinenza dalle carni, visto che quell’anno il 25 dicembre cadeva di venerdì. La risposta del santo patrono d’Italia fu inequivocabile: “Oggi anche i muri devono mangiare carne, vanno spalmati di carne…”.

La cultura secolarizzata tende a svalutare l’arte presepiale. A cosa è dovuto ciò?
 È un fenomeno tipico della mentalità protestante che rifiuta sia la rappresentazione simbolica del sacro che la devozione mariana. La Vergine Maria è protagonista irrinunciabile del presepe. In fin dei conti il cattolicesimo, articolandosi sul culto mariano, è in armonia con la psicologia femminile che attribuisce importanza al valore dei segni e dei simboli concreti, laddove la mentalità maschile è più portata all’astrazione.

Per quale motivo, anche ai giorni nostri, è utile valorizzare il presepe?
 In primo luogo perché l’arte presepiale è segno di un’identità culturale che va manifestata pubblicamente: il cristianesimo non è fatto per rimanere confinato nell’intimo della nostra coscienza. La mentalità secolare di oggi tende, al contrario, a cancellare la valenza pubblica dell’esperienza cristiana e a trasformare il cristianesimo in un mito.

In secondo luogo il presepe può aiutare a recuperare l’essenza stessa della teologia cattolica, ovvero la teologia dello sguardo. (...). Lo sguardo aiuta a conoscere la realtà senza avere la pretesa di comprenderla integralmente, conservando l’elemento dello stupore, tipico della fanciullezza. Non a caso Gesù dice: “Se non tornerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli (Mt 18, 3)”. Guardare, quindi, non significa constatare freddamente. Tutto può essere conosciuto ma non tutto può essere compreso: gli stessi misteri della fede ci spingono a indagare sulla loro ragionevolezza ma non possiamo esigere di comprenderli fino in fondo. L’approccio alla Verità non può ridursi alla dimensione intellettuale: Dio non ci giudicherà in base alla nostra conoscenza, quanto all’apertura del nostro cuore al mistero.

La teologia dello sguardo (...) ha ispirato i grandi dottori della Chiesa che vivevano la loro ricerca intellettuale in simbiosi con la preghiera. Penso a San Tommaso d’Aquino che studiava davanti al Santissimo Sacramento e, qualora incontrasse difficoltà di comprensione o riflessione, rivolgeva lo sguardo, verso il tabernacolo.

Come si manifesta la teologia dello sguardo nell’arte presepiale?
 Teologicamente è più importante l’incarnazione, tuttavia con la sua nascita il Signore ha potuto rivelarsi e farsi guardare. Non è un caso che tutti i personaggi del presepe hanno lo sguardo rivolto al Bambino Gesù. Dallo sguardo scaturisce la dimensione della sequela, ovvero il legame intimo con Cristo: credere in Lui è dimensione necessaria ma non sufficiente, dobbiamo convivere con Lui. La riproduzione plastica del presepe, pertanto, non è la semplice rievocazione della Natività, ma la celebrazione della continua novità del nostro innesto in Lui (“Io sono la vite, voi i tralci”, Gv 15, 5).

Quindi ogni personaggio ha una sua dignità e una sua importanza nell’economia della rappresentazione presepiale.
Certamente. La composizione del presepe richiede una grandissima attenzione ai particolari. Chi lo osserva deve calarsi nella realtà concreta della Natività, immaginare l’odore della paglia, il vagito di Gesù Bambino, ecc. Il Dio cristiano, infatti, è il Dio del particolare, in quanto non ci ama astrattamente ma presi nella nostra singolarità. Dio, Signore dell’Universo, crea e ama ogni singola creatura facendone il proprio universo. Questa teologia del particolare è legata al paradosso di un Dio bambino.

In che misura il presepe può diventare uno strumento di dialogo interreligioso e di apostolato in una società multirazziale e multiculturale?
 La società multirazziale è un dato di fatto, mentre la società multiculturale è pericolosa in quanto preludio e sintomo di relativismo. Pertanto, valorizzare l’arte presepiale può aiutare a recuperare l’affezione verso la nostra cultura e a rafforzare la nostra identità, evitando che la società multirazziale degeneri in società multiculturale

postato da AnnaV alle ore dicembre 19, 2008 18:13 | link | commenti
categorie: natale, presepe

Commenti
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)

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Forse che il fine della vita è vivere?
Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
Dare in letizia ciò che abbiamo.
Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!
Che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?
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