Mio non è ciò che mi appartiene, ma ciò cui appartengo: è un enunciato che risultò subito pieno di fascino misterioso quando la sentii per la prima volta, e c'è stato un periodo in cui mi è sembrato di capirla; ma ora mi accorgo che sono daccapo. E ricomincia il cammino della conoscenza sollecitato da una riflessione di Graciete:
So che in questi anni mi è stato facile dire "mio" in modo diverso: "mio" marito, i "miei" figli, la "mia" comunità...
Nel momento in cui dico "mio" scatta subito la consapevolezza di una appartenneza dalla quale non posso prescindere. Un'appartenenza più grande e responsabilizzante che non il mio portafoglio, la mia casa, la mia macchina. Perché senza portafoglio, senza casa, senza macchina uno può anche vivere, ma non si può vivere senza qualcuno a cui vogliamo bene e che ci vuol bene.
Se poi si vuole giungere "all'osso", qual è la realtà senza la quale non sarebbe possibile vivere?
C'è una frase di cui non ricordo l'autore in questo momento: "So che non potrei vivere se non lo sentissi ogni giorno parlare". Ed è la frase che descrive l'appartenneza più vera e grande per un cristiano. Perché il cristiano che non è in continuo dialogo con Cristo, come fa ad essere cristiano?
Come fa ad avere un fondamento? una roccia? una certezza incrollabile?
Solo la Sua continua presenza riconosciuta nella realtà di ogni giorno e esaltata dalla testimonianza di coloro che più e meglio seguono Cristo può rendere la vita bella e degna di essere vissuta.


