... Così capite perché io sono partito da Leopardi: era l'autore, l'espressione che io avevo studiato di più (avevo imparato a memoria quasi tutte le sue poesie), in cui ho afferrato la questione fondamentale.
Stamattina una mia amica, che è una brava insegnante, come le antiche insegnanti che hanno creato il movimento, mi ha segnalato questa frase che Giacomo Leopardi scrisse a un amico francese in una lettera del 1823: «Se la felicità non esiste, cos'è dunque la vita? ». Noi accettiamo la vita perché tendiamo alla felicità. È bellissima questa espressione di Leopardi: è come una sintesi espressiva di tutto il nostro pensiero contenuto in Cara beltà o in Le mie letture. Che poi ha determinato una sensibilità maggiore
anche verso la musica. Perché il primo anno al Berchet, oltre a citare Leopardi, portavo in classe i dischi di Beethoven (la Settima, il Concerto per violino e orchestra, ecc.), di Chopin... li facevo ascoltare e li spiegavo.
Per la felicità. «Se la felicità non esiste, cos'è dunque la vita?». Accettiamo la vita perché tendiamo alla felicità. Stamattina sono rimasto impressionato, perché Leopardi scrisse questa lettera all'epoca dell'inno Alla sua donna (che era il mio pezzo forte fin dalla prima liceo per descrivere quale fosse l'esigenza umana e il destino dell'uomo): perciò essa compie la descrizione della grande ricerca che era il «dubbio» di Leopardi. È un suo culmine questa espressione, com'è un suo culmine l'inno Alla sua donna. Giulio Augusto Levi, almeno fino a qualche tempo fa il più grande critico leopardiano, afferma, nel suo libro su Leopardi, che l'inno Alla sua donna è la chiave di volta di tutta la sua poesia. È come un viaggio, quello di Leopardi, che ha avuto una approssimazione, una vicinanza alla soluzione: quando è stato lì lì per rispondere, la realtà, vale a dire l'influsso della mentalità dominante, lo ha «fregato». Ha ceduto perché non aveva compagnia. «Non è bene che l'uomo sia solo: facciamogli un aiuto simile a lui». Così Dio fece la donna. Questa è la motivazione che la Bibbia dà dell'origine della nostra situazione di uomini. Comunque, la frase che vi ho citato di Gesù è tragica, ma è tragico anche il fatto che io non l'abbia sentita, se non qualche rara volta, citare da altri, perché per noi, agli inizi, è stato proprio il punto di riferimento. Perciò, compitela voi, compite voi tutta la dinamica, sviluppate anche voi la dinamica, che abbiamo inoltrato per anni, della ragione principale della nostra amicizia, della nostra compagnia e della nostra amicizia: che è il compimento del cuore, delle esigenze del cuore, senza del quale il nichilismo sarebbe l'unica conseguenza possibile.
Riflettevamo in questi giorni proprio su questo, pensando a quello che il Signore ha voluto far accadere nella nostra vita con la morte improvvisa della nostra amica Emanuela. È come se, attraverso quello che ci fa capitare (è già la terza amica che quest'anno improvvisamente arriva alla definitività, al compimento dell'esistenza), riaprisse questa domanda: «Se la felicità non esiste, cos'è dunque la vita?». Perché l'alternativa è proprio il niente, è il nulla.
Nel nulla, possono dare qualche soddisfazione provvisoria la donna o i soldi o il potere, secondo una gradazione che Cristo già accusava allora, quando ha detto che non si può se non scegliere tra Dio e Mammona.
Comunque, io ho impiegato settantacinque anni a capire quello che capisco adesso, a sentire come sento adesso tante cose, ma quelle vostre tre amiche, quelle tre persone amiche, l'hanno visto prima, sono arrivate al traguardo prima. Perciò adesso non posso mica soltanto aspettare questo traguardo presto: «Se di vecchiezza la detestata soglia evitar non impetro...», diceva il mio Leopardi. Ma lasciatemi citare anche la finale de Il tramonto della luna,ultimo tra i "Canti", poesia tra le più belle sue: «Ma la vita mortal, poi che la bella/ Giovinezza sparì, non si colora/ D'altra luce giammai, né d'altra aurora./ Vedova è insino al fine; ed alla notte/ Che l'altre etadi oscura,/ Segno poser gli Dei la sepoltura». Come dice san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita».
Cara beltà che amore
Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne' campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l'innocente
Secol beasti che dall'oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla speme m'avanza;
S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all'umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg'io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni
L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m'abbandona;
E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de' giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess'io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L'alta specie serbar; che dell'imago,
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra ne' superni giri
Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.

