Tante volte mi chiedo se alcune persone con cui mi capita di aver a che fare si rendano conto della spaventosa contraddizione in cui vivono senza nemmeno rendersene conto. Consegnate totalmente alla loro istintività eretta a criterio di giudizio, chiamano diritti degli evidenti capricci e la ragionevolezza responsabile tipica dell'adulto per loro è tutt'al più un remotissimo ricordo di quando erano esseri pensanti e responsabili. O di quando l'uomo, in epoche remote, era un essere pensante e responsabile...
Attualmente si sbandiera come diritto la possibilità di assumere la pillola abortiva, senza una verifica responsabile dei grossi rischi che l'assunzione comporta. Visto che ci sono fior di studi che invitano alla prudenza.
Perchè mai questo desiderio mortale di distruggere la salute delle donne ignorando che basterebbe fare una verifica seria? Una verifica seria non può che essere utile per tutti.
Chiederei a quei felici maschi che vogliono arricchirsi con la vendita della RU486 se sarebbero contenti di consigliarla non dico alle loro mogli (pare che la moglie non sia poi così importante di questi tempi...), ma alle loro figlie adolescenti... a meno che non siano così irresponsabili da infischiarsene anche delle loro figlie..
Questo pensavo, quando mi sono imbattuta nell'articolo de Il Sussidiario che segue:
Una pillola che uccide anche la legge 194
Strano Paese il nostro. Il Parlamento approva una mozione per
la moratoria internazionale contro l’obbligatorietà dell’aborto e il suo utilizzo come strumento per il controllo demografico. I dati ufficiali parlano di un decremento del numero di aborti nel 2008 pari al 4,1% rispetto al dato definitivo del 2007 e un decremento del 48,3% rispetto al 1982 (anno in cui si è registrato il più alto ricorso all'interruzione volontaria della gravidanza).
Nonostante tutto ciò, quasi simultaneamente, l’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) ha autorizzato l’introduzione della pillola abortiva RU486, senza che, francamente, se ne sentisse il bisogno.
Paradosso nel paradosso, l’AIFA annovera fra i propri compiti istituzionali quello di «operare a tutela del diritto alla salute garantito dall'articolo 32 della Costituzione» e considera «l'interesse primario del malato» come proprio «valore di fondo». Delle due l’una: o si è perso il senso etimologico del termine farmaco - che gli studiosi continuano a far derivare dal copto “fahri” (rimedio) e dall’egiziano “mak” (cura) -, o la gravidanza è ormai da ritenere una seria patologia per la salute della donna.
In ogni caso, ora, anche il ricorso all’aborto chimico diventa un’opzione consentita dal nostro ordinamento giuridico. Sta di fatto, però, che proprio il nostro ordinamento giuridico disciplina la delicata materia con la Legge22 maggio 1978, n. 194, la quale si fonda su alcuni imprescindibili principi. Due di questi hanno una particolare valenza sul tema in discussione.
Il primo è quello riconosciuto dall’art.1: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Il secondo principio è quello riconosciuto dall’art.8, secondo cui «l’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale (…)».
Breve premessa di carattere scientifico. La RU486 è un composto a base di mifepristone, in grado di far cessare la vita di un embrione già annidato in utero (poiché interrompe l’azione del progesterone), alla cui somministrazione deve essere aggiunto, a distanza di due giorni, un ulteriore farmaco - una prostaglandina - che induce le contrazioni uterine e causa l’espulsione dell’embrione.
Pur essendo questo cocktail chimico micidiale tutt’altro che una banale aspirina, in realtà esso rischia di diventare - in violazione al principio di cui all’articolo 1 della Legge 194 - uno dei tanti mezzi di contraccezione. Con l’aggravante del rischio di compromettere gravemente la salute della donna. La letteratura medica ci dice, infatti, che soprattutto dopo l’assunzione della seconda pillola iniziano le contrazioni, le quali richiedono, quasi sempre, l’azione di un antidolorifico, si registrano abbondanti perdite di sangue - anche dopo solo il primo farmaco - che durano diversi giorni, ed il rischio di un’elevata frequenza di infezioni è tale da richiedere un’adeguata terapia antibiotica.
Per non parlare dell’aspetto psicologico legato al fatto che, dovendo la donna controllare personalmente il flusso sanguigno, a lei spetta l’infelice compito di accertare l’espulsione dell’embrione. Come tutto ciò possa avvenire nel bagno di un’abitazione privata è davvero difficile immaginarlo. Ma non è, invece, difficile immaginare, purtroppo, la probabile organizzazione di un lucroso mercato clandestino delle pillole, certo non all’attuale prezzo di 14 euro.
In più occorre aggiungere che l’assunzione della kill pill deve avvenire entro la settima settimana di gravidanza, 49 giorni, meno di due mesi, perché, come ha riconosciuto lo stesso Direttore Generale dell’AIFA, «la maggior parte dei cosiddetti “eventi avversi”, come l’incompleta espulsione ed i sanguinamenti, si verificano quando la pillola è somministrata dopo la settima settimana».
Esiste, infine, la necessità di effettuare sempre un’ecografica prima di ricorrere all’aborto chimico, in quanto possono esistere controindicazioni specifiche, come ad esempio una gravidanza extrauterina, per la quale la RU486 non solo non è efficace ma addirittura pericolosa.
Allora, è proprio da ingenui chiedersi cosa accadrebbe nel caso, assai probabile, del sorgere di un fiorente mercato nero della pillola abortiva? Chi assisterà le donne nella diagnosi preventiva, o nel caso di successive complicazioni? Chi controllerà che l’assunzione non avvenga dopo la settima settimana di gravidanza?
Il secondo principio giuridico della Legge 194 viene messo in discussione dal fatto che l’aborto chimico non consente di prevedere i tempi esatti dell’espulsione dell’embrione e del conseguente svuotamento dell’utero. Le statistiche ci mostrano che su 100 donne che ricorrono all’aborto chimico, cinque concludono il processo entro 2 giorni, settantacinque dopo 3 giorni, quindici fino a 15 giorni, e le restanti cinque arrivano anche ad una data successiva alle due settimane. Inoltre, tra il 5 e l’8% dei casi, le donne devono comunque sottoporsi al raschiamento.
È del tutto evidente che il nostro sistema sanitario non è in grado di garantire un simile supporto in termini di degenza e di assistenza, anche considerando il fatto che la percentuale di obiezione di coscienza degli operatori sanitari si aggira attorno al 70,5%, con punte dell’85,6% nel solo Lazio. Cosa succederà quindi con il principio dell’art. 8 della Legge 194, quando per ragioni oggettive e pratiche si dovrà prendere atto dell’impraticabilità della sua applicazione? Molto probabilmente quello che già accade in molti altri Paesi europei come ad esempio la Francia: self-abortion a domicilio. Il rischio è quello di far ripiombare l’aborto nella clandestinità e nella solitudine. Un colpo mortale allo spirito della Legge 194.
Davvero le donne italiane avvertivano la necessità dell’immissione in commercio della RU486? Sembra, sinceramente, che tale esigenza fosse in realtà maggiormente avvertita dalle potenti lobby abortiste. Magari con la compiaciuta connivenza dei dirigenti commerciali dell’azienda parigina Exelgyn, produttrice del farmaco. Spesso si avverte l’odore del denaro dietro molte battaglie ideologiche che si asseriscono ingaggiate per il “progresso” dell’umanità.
(Gianfranco Amato)
Dal sito del neonatologo Carlo Bellieni l'articolo Il preservativo, simbolo fallico o simbolo fallito? tutto da leggere che si conclude con queste parole sconsolate davanti al modo con cui stiamo trattando le nuove generazioni:
Il problema (...) non è “meccanico”, ma culturale. Hanno tolto la possibilità di creare una famiglia a chi è giovane, obbligando culturalmente e economicamente ad aspettare almeno 30 anni; hanno anche insegnato in tanti che la famiglia non è un “bene”; d’altra parte ad ogni angolo di strada, ogni pagina di giornale, ogni programma TV chi non fa sesso da piccolo viene trattato come un imbecille. Cosa volete che succeda? Già: cosa può succedere quando un ragazzo sente dentro la spinta ad una vita fisiologicamente sana per costruire qualcosa di duraturo, ma la parola d’ordine di chi tiene il potere è “sesso sì, figli no!”.
Un caro amico ingenuamente si chiede come mai, visto che l'aborto in Italia è consentito, come mai ci sia tanta avversità alla RU486, avversità oscurantista e retrograda, secondo le case farmaceutiche che hanno tutto l'interesse ad arricchirsi, e i vari maschi in giro per la penisola a rischiare tranquillamente di mettere incinte le donne che poi se la caveranno da sole ad espellere il frutto dei giochi sessuali irrresponsabili, magari in casa, a dover controllare che il feto sia stato davvero espulso...
Da questo punto di vista mi pare interessante l'articolo de Il Sussidiario che spiega bene come stanno le cose e nel quale ho opportunamente evidenziato in grassetto i punti salienti.
Strano Paese il nostro. Il Parlamento approva una mozione per la moratoria internazionale contro l’obbligatorietà dell’aborto e il suo utilizzo come strumento per il controllo demografico. I dati ufficiali parlano di un decremento del numero di aborti nel 2008 pari al 4,1% rispetto al dato definitivo del 2007 e un decremento del 48,3% rispetto al 1982 (anno in cui si è registrato il più alto ricorso all'interruzione volontaria della gravidanza).
Nonostante tutto ciò, quasi simultaneamente, l’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) ha autorizzato l’introduzione della pillola abortiva RU486, senza che, francamente, se ne sentisse il bisogno.
Paradosso nel paradosso, l’AIFA annovera fra i propri compiti istituzionali quello di «operare a tutela del diritto alla salute garantito dall'articolo 32 della Costituzione» e considera «l'interesse primario del malato» come proprio «valore di fondo». Delle due l’una: o si è perso il senso etimologico del termine farmaco - che gli studiosi continuano a far derivare dal copto “fahri” (rimedio) e dall’egiziano “mak” (cura) -, o la gravidanza è ormai da ritenere una seria patologia per la salute della donna.
In ogni caso, ora, anche il ricorso all’aborto chimico diventa un’opzione consentita dal nostro ordinamento giuridico. Sta di fatto, però, che proprio il nostro ordinamento giuridico disciplina la delicata materia con la Legge22 maggio 1978, n. 194, la quale si fonda su alcuni imprescindibili principi. Due di questi hanno una particolare valenza sul tema in discussione.
Il primo è quello riconosciuto dall’art.1: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Il secondo principio è quello riconosciuto dall’art.8, secondo cui «l’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale (…)».
Breve premessa di carattere scientifico. La RU486 è un composto a base di mifepristone, in grado di far cessare la vita di un embrione già annidato in utero (poiché interrompe l’azione del progesterone), alla cui somministrazione deve essere aggiunto, a distanza di due giorni, un ulteriore farmaco - una prostaglandina - che induce le contrazioni uterine e causa l’espulsione dell’embrione.
Pur essendo questo cocktail chimico micidiale tutt’altro che una banale aspirina, in realtà esso rischia di diventare - in violazione al principio di cui all’articolo 1 della Legge 194 - uno dei tanti mezzi di contraccezione. Con l’aggravante del rischio di compromettere gravemente la salute della donna. La letteratura medica ci dice, infatti, che soprattutto dopo l’assunzione della seconda pillola iniziano le contrazioni, le quali richiedono, quasi sempre, l’azione di un antidolorifico, si registrano abbondanti perdite di sangue - anche dopo solo il primo farmaco - che durano diversi giorni, ed il rischio di un’elevata frequenza di infezioni è tale da richiedere un’adeguata terapia antibiotica.
Per non parlare dell’aspetto psicologico legato al fatto che, dovendo la donna controllare personalmente il flusso sanguigno, a lei spetta l’infelice compito di accertare l’espulsione dell’embrione. Come tutto ciò possa avvenire nel bagno di un’abitazione privata è davvero difficile immaginarlo. Ma non è, invece, difficile immaginare, purtroppo, la probabile organizzazione di un lucroso mercato clandestino delle pillole, certo non all’attuale prezzo di 14 euro.
In più occorre aggiungere che l’assunzione della kill pill deve avvenire entro la settima settimana di gravidanza, 49 giorni, meno di due mesi, perché, come ha riconosciuto lo stesso Direttore Generale dell’AIFA, «la maggior parte dei cosiddetti “eventi avversi”, come l’incompleta espulsione ed i sanguinamenti, si verificano quando la pillola è somministrata dopo la settima settimana».
Esiste, infine, la necessità di effettuare sempre un’ecografica prima di ricorrere all’aborto chimico, in quanto possono esistere controindicazioni specifiche, come ad esempio una gravidanza extrauterina, per la quale la RU486 non solo non è efficace ma addirittura pericolosa.
Allora, è proprio da ingenui chiedersi cosa accadrebbe nel caso, assai probabile, del sorgere di un fiorente mercato nero della pillola abortiva? Chi assisterà le donne nella diagnosi preventiva, o nel caso di successive complicazioni? Chi controllerà che l’assunzione non avvenga dopo la settima settimana di gravidanza?
Il secondo principio giuridico della Legge 194 viene messo in discussione dal fatto che l’aborto chimico non consente di prevedere i tempi esatti dell’espulsione dell’embrione e del conseguente svuotamento dell’utero. Le statistiche ci mostrano che su 100 donne che ricorrono all’aborto chimico, cinque concludono il processo entro 2 giorni, settantacinque dopo 3 giorni, quindici fino a 15 giorni, e le restanti cinque arrivano anche ad una data successiva alle due settimane. Inoltre, tra il 5 e l’8% dei casi, le donne devono comunque sottoporsi al raschiamento.
È del tutto evidente che il nostro sistema sanitario non è in grado di garantire un simile supporto in termini di degenza e di assistenza, anche considerando il fatto che la percentuale di obiezione di coscienza degli operatori sanitari si aggira attorno al 70,5%, con punte dell’85,6% nel solo Lazio. Cosa succederà quindi con il principio dell’art. 8 della Legge 194, quando per ragioni oggettive e pratiche si dovrà prendere atto dell’impraticabilità della sua applicazione? Molto probabilmente quello che già accade in molti altri Paesi europei come ad esempio la Francia: self-abortion a domicilio. Il rischio è quello di far ripiombare l’aborto nella clandestinità e nella solitudine. Un colpo mortale allo spirito della Legge 194.
Davvero le donne italiane avvertivano la necessità dell’immissione in commercio della RU486? Sembra, sinceramente, che tale esigenza fosse in realtà maggiormente avvertita dalle potenti lobby abortiste. Magari con la compiaciuta connivenza dei dirigenti commerciali dell’azienda parigina Exelgyn, produttrice del farmaco. Spesso si avverte l’odore del denaro dietro molte battaglie ideologiche che si asseriscono ingaggiate per il “progresso” dell’umanità.
(Gianfranco Amato)
RU486/ Il Vescovo Luigi Negri: la moralità pubblica dei laicisti? Ottenuta usando “pesticidi umani”
«vorremmo ricordare a questi signori che mille incoerenze etiche non distruggono né il benessere, né la libertà del popolo: invece un attacco violento contro la sacralità della vita, questo sì è un evento che devasta la nostra vita sociale».
Non si placano le polemiche a seguito dell'ammissione alla vendita da parte dell'Aifa del farmaco abortivo noto con il nome di Ru486. Le reazioni più dure arrivano da parte della Chiesa cattolica, da sempre contraria all'aborto, ma anche da molti intellettuali, politici ed esperti.
In particolare, in un comunicato, il vescovo di San Marino-Montefeltro mons. Luigi Negri ha espresso «la più viva condanna per la decisione assunta dall’Agenzia del Farmaco di consentire l’uso della pillola abortiva nelle strutture sanitarie del paese».
«Questa decisione - prosegue il Vescovo - ci mostra, in modo incontrovertibile, quale sia la moralità “pubblica” della mentalità laicista, anticattolica e consumista, che caratterizza le “elites” ideologiche e politiche che pretendono di dominare il nostro paese».
E, ancora, «Questa della pillola abortiva è la moralità teorizzata e praticata da coloro che, in questi ultimi mesi, ci hanno riempito di chiacchiere sulla rilevanza pubblica di certi comportamenti privati».
Prosegue senza mezzi termini Mons. Negri, evidenziando le contraddizioni negli atteggiamenti manichei di molti tra coloro che hanno applaudito alla decisione dell'Aifa: «vorremmo ricordare a questi signori che mille incoerenze etiche non distruggono né il benessere, né la libertà del popolo: invece un attacco violento contro la sacralità della vita, questo sì è un evento che devasta la nostra vita sociale».
Infine, l'alto prelato ricorda «la terribile e drammatica definizione che il più grande genetista del ventesimo secolo Lejeune utilizzò nei confronti della pillola abortiva: “Si tratta di un autentico pesticida umano”.
Se questa è – come è – l’ora delle tenebre allora i cristiani sappiano viverla con la serena ed incrollabile fiducia che solo Cristo, che ha vinto il male dell’uomo e del mondo, può aprire di fronte all’uomo di oggi scenari di verità, di libertà e di giustizia».
AGGIORNAMENTO
Leggi anche, sempre di Mons. Negri da Il Sussidiario:
RU486/ In una pillola la moralità di chi difende la coerenza e fa fuori la vita
La decisione dell’agenzia del farmaco di commercializzare e distribuire la Ru486 in tutte le strutture sanitarie del Paese è un evento di importanza assolutamente epocale. Del resto avevamo già notato, ai tempi dell’infelicissima esperienza di Eluana Englaro, che l’imbattersi della nostra società contro l’urto della mentalità laicista e anticristiana sta obiettivamente demolendo i punti sostanziali, sul piano antropologico ed etico, che hanno retto per più di due millenni la nostra tradizione italiana. L’attacco alla vita più infimo, più subdolo e, in più, corredato di tecnologie scientifiche, ci dimostra di essere l’espressione di un turpe egoismo che considera la gravidanza esclusivamente come un peso inutile e come una zavorra dalla quale liberarsi nel modo più operativo ed efficace possibile.
Così, senza un minimo di rispetto per la vita, senza una minima conoscenza della situazione reale della madre, senza un’accoglienza adeguata dell’ambito di preoccupazione, di convivenza, di comunicazione umana, l’operazione diventa asetticamente chimica, una pillola che si ingerisce.
E anche in Italia, come si ingerisce nella maggior parte del cosiddetto mondo civile verso il quale noi non abbiamo nessuna voglia di andare, si ingerirà o a casa o in ospedale, una pillola e poi il meccanismo avrà il suo inesorabile e ormai molte volte tragico esito.
Questa assenza totale del rispetto per la vita, che è il rispetto per la persona e il suo destino, farà sì che il rispetto per la capacità di intelligenza dell’uomo, per la sua dedizione, per la sua capacità di sacrificio con cui le generazioni precedenti hanno costruito una società fortemente ispirata dal cristianesimo, ma sostanzialmente laica nelle sue motivazioni e nelle sue determinazioni di fondo, scompaia. E noi siamo qui a dire, o almeno così ci viene detto, che questo è il progresso, che questa è la vera autodeterminazione della donna e che questa è una società a misura della razionalità e della libertà dell’uomo. Invece è una società a misura dell’irrazionalità e della violenza dell’uomo.
Questa è comunque la moralità contemporanea, la moralità del caso Englaro, la moralità della pillola del giorno dopo che viene ampiamente distribuita, ormai è ovvio, in quasi tutti gli ospedali italiani, è la moralità di questa pillola che il grande genetista del XX secolo, Jacques Lejeune, aveva definito, più di dieci anni fa, un vero e proprio “pesticida umano”.
Questa è la moralità sulla quale non si costruisce una società, ma una giungla nella quale ciascuno deve stare il più possibile lontano da chi gli è vicino e costruire una trama di rapporti dettati esclusivamente dal proprio benessere.
Questa è la moralità pubblica.
Negli ultimi mesi la mentalità laicista che tenta di dominare il nostro Paese in tutti i modi, attraverso insistenti e devastanti campagne massmediatiche, ha tentato di convincerci che la moralità pubblica fosse fondamentalmente l’esito pubblico di atteggiamenti privati di uomini politici, di cariche o di funzionari dello Stato. A loro vorrei ricordare, secondo una tipica tradizione magisteriale della Chiesa, che anche mille errori di carattere etico non costituiscono un attacco al benessere e alla libertà di un popolo. Mentre decidere e programmare concezioni e pratiche della vita decisamente avverse al suo valore indisponibile, questo sì, distrugge il bene e la libertà di un popolo.
La moralità pubblica rappresentata dalla Ru486 è la moralità che copre il nostro Paese di una coltre terribile, la coltre dell’indifferenza e della violenza. Se questa è, come sembra essere, l’ora delle tenebre allora chiedo a tutti i cristiani di essere in queste tenebre una luce che risplende, come ci ha insegnato San Giovanni. La luce che risplende non della propria forza, delle proprie certezze, delle proprie presunzioni di moralità. Le presunzioni moralistiche le lasciamo agli altri, anche a quelli che si definiscono “cristiani adulti”. Noi siamo cristiani veri. Vogliamo testimoniare la certezza che Cristo e solo Cristo è il salvatore del mondo, e soltanto attraverso questa nostra quotidiana lieta e sacrificata testimonianza la sua presenza raggiunge ogni uomo che lo accoglie. Ogni uomo che accoglie il mistero di Cristo viene introdotto nell’autentica esperienza di libertà, di verità, di pace e di costruttività.
Talora anche drammatica, talora anche nella sconfitta, ma sempre nella grande vittoria di Dio che ha vinto il mondo nella morte e nella resurrezione del Signore.
21 Agosto 2011
Mi è costata una sessantina di euro.
Vacca boia, più di cinque volte rispetto alla pillola del giorno dopo, maledetta quella volta…
No, il farmacista non ha fatto storie: un timbro sulla ricetta e via.
Ho apprezzato che non mi abbia scannerizzato dai piedi ai capelli, scandagliandomi da sopra gli occhiali.
In fondo sono affari miei, lui faccia il suo lavoro.
L’anno scorso è stato peggio.
Il medico di base, i sette giorni, il ricovero in ospedale, la prima pillola, le ecografie, le notti in ospedale, la seconda pillola, la terza, le ecografie e signora-come-mai-è-ricoverata-qui delle vicine di letto.
Antibiotici e antidolorifici.
Rispetto della legge 194, tuonava l'Agenzia preposta.
Chi l’avrebbe mai detto che me l’avrebbero fatta odiare, quella legge "benedetta".
Tre giorni dentro.
Ad altre andava anche peggio .
Qualcuna è rimasta una settimana intera in ospedale.
Si dice che una donna sia rimasta quindici giorni, ma secondo me è una leggenda da corsia ospedaliera.
Qui, se ascolti, tutti arrivano a dirti che si muore di RU486.
Oscurantisti.
L’aborto è mio, e lo gestisco io.
Tanto in questi mesi si era capito come aggirare la legge nel rispetto della legge.
Basta una firmetta.
Dimissione volontaria.
Non potevano trattenerci contro la nostra volontà.
Sarebbe stato sequestro di persona.
Una firmetta dopo ogni pillola e via a casa.
Tanto poi si poteva tornare in qualunque momento, lì o altrove, per proseguire gli accertamenti.
E poi, se era ancora presto, un’altra firmetta.
L’unica scocciatura me l’ha data quello della guardia medica, che non ne voleva sapere di uscire per giudicare se il sanguinamento era normale o eccessivo.
Ho dovuto arrangiarmi, con un po’ di buon senso.
Però ho passato qualche brutto quarto d’ora, a maledire quelli che lo hanno battezzato “aborto dolce”, ovviamente tutti maschi.
Poi, come mi avevano detto, ho intravisto “il prodotto del concepimento”, prima di tirare lo sciacquone.
Mi hanno insegnato a chiamarlo così, per non affezionarmici.
Se lo avessi chiamato “bambino” avrei rischiato di cambiare idea, nei giorni che intercorrevano tra le diverse pillole, e prima della sua espulsione.
Chissà che casino sarebbe successo se avessi cambiato idea.
Chissà che casino.
Alla fine anche il governo ha dovuto arrendersi all’evidenza che la faccenda delle “firmette” per le dimissioni volontarie era una buffonata ipocrita.
Così come ipocrita era impostare tutta la campagna anti-RU sui suoi presunti effetti collaterali: morti da Ru486?
Ma certo! I bambini muoiono! Quelli che non si voleva far nascere!
In quanto alle mamme… nessun farmaco è innocuo, no?
Troveremo qualche professore che distinguerà le 29 donne morte a seconda della via di somministrazione, della dose, del bacillo in causa, delle eventuali patologie associate… e tutto evaporerà nei distinguo.
Ieri il governo ha modificato un paio di articoli della legge 194 (quella, per intenderci, che “non si tocca”). E’ bastato anzi dare un nuovo senso alle parole dell’articolo 8 della legge 194: “praticare l’interruzione di gravidanza” da ieri non è più inteso come “espellere il prodotto del concepimento”, ma come “por fine alla forma di vita intrauterina”.
In questo modo, la prima pillola si prende sotto controllo medico, le altre a casa propria, dove avverrà l’espulsione effettiva.
Basta intendersi sui termini, come sempre, no?
E così il governo ha aggirato l’ostacolo, ha stracciato qualche polverosa dichiarazione di principio, ha ignorato qualche interpellanza, ha rimesso nel cassetto le documentazioni di presunti effetti avversi da RU486 e ha commercializzato la pillola abortiva nelle farmacie.
Però a sessanta euro.
Speriamo che l’anno prossimo sia mutuabile, come un comune lassativo.
Come tutti saprete, ieri la Camera ha votato una mozione presentata da Rocco Buttiglione che "impegna il Governo a promuovere una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l'uso dell'aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna di non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell'aborto".
Mi sembra la cosa più ovvia per un paese come il nostro in cui l'aborto fu introdotto unicamente per contrastare aborti clandestini che provocavano tante morti tra le giovani donne. Questo almeno si diceva nelle discussioni infuocate dei tempi del referendum sull'aborto.
Insomma la 194 doveva tutelare la salute della donna in modo adeguato. Non lo si diceva, ma si sottintendeva quello che tutti sapevano: che un aborto è un'omicidio, in quanto soppressione di un essere umano, e che perciò l'aborto legale doveva essere consentito solo ad alcune condizioni ben precise.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e ormai l'aborto è diventatro un metodo contraccettivo, in barba al fatto che comunque è sempre l'eliminazione di un essere umano.
La proposta di Buttiglione mi pare invece ribadire che l'aborto non può e non deve essere un metodo contraccettivo. Ce ne sono altri che non comportano omicidi di sorta: perché mai non ricorrervi con una adeguata educazione?
Ho letto l'articolo di Sofri su Repubblica, decisamente interessante; ma mi ha lasciato perplessa questa sua affermazione: è un vero peccato .... che i fautori della mozione non ammettano che donne e uomini di tutto il mondo debbano essere informati sui modi per rendere sempre più responsabile la maternità e la paternità. Quasi che il contenuto della mozione escludesse esplicitamente l'importanza di una adeguata informazione sui sistemi contraccettivi che non possono essere limitati al preservativo che preserva ben poco, ma ha il vantaggio di arricchire le multinazionali produttrici che lo producono e smerciano. Va precisato comunque che il tono dell'articolo di Sofri è abbastanza equilibrato, e vuole soltanto sottolineare, il sentire, più o meno consapevole, di certi esponenti del nostro parlamento che non hanno votato la mozione.
Purtroppo si è arrivati a credere che tutto debba essere precisato, tutto debba essere detto in tutte le circostanze. Senza rendersi conto che non è possibile, perché qualcosa inevitabilmente sfugge. E il fatto che sfugga non vuol dire che la si vuole colpevolmente omettere.
Da questo punto di vista a me vien da dire che certe persone, quando non vogliono approvare delle scelte giuste, preferiscono cercare il pelo nell'uovo pur di apparire contro in una società in cui vige il "protesto dunque sono"
di Enrico Negrotti
Tratto da Avvenire del 26 ottobre 2008
Un ragionevole compromesso, che recupera la necessità di un impegno forte del medico al senso della sua professione nella tutela del paziente, ma che presenta ancora tracce di alcune valutazioni ideologiche, eredità della bozza originaria da cui, a febbraio, era partita la discussione.
È il senso del testo su «Etica e deontologia di inizio vita» approvato all’unanimità dal consiglio nazionale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo) che si è svolto ieri a Ferrara, ospite dell’Ordine provinciale presieduto da Bruno Di Lascio. Abbastanza soddisfatto il presidente Fnomceo Amedeo Bianco, che ha parlato di «valutazione deontologica condivisa, pur con qualche intoppo» e di «riflessione preziosa per favorire il dialogo». «Si è cercato un punto di equilibrio nell’alleanza terapeutica - aggiunge Valerio Brucoli (Ordine di Milano) - nella condivisione della clausola di coscienza».
Di particolare rilievo nei quattro argomenti affrontati dal documento Fnomceo (pillola del giorno dopo, procreazione assistita, aborto, rianimazione dei neonati pretermine) sono i richiami ad articoli del Codice di deontologia medica. E infatti i commenti per lo più soddisfatti di alcuni presidenti di Ordini provinciali (Bologna, Piacenza, Nuoro, Reggio Emilia, Cagliari, Sassari, Ancona, Ferrara) vedono proprio nella ricerca dell’equilibrio e nel rispetto della deontologia i maggiori pregi del documento approvato.
Per quanto riguarda la pillola del giorno dopo, i lavori della giornata di studio di venerdì hanno confermato che la natura di semplice contraccettivo non ha i caratteri di evidenza scientifica fuori da ogni ragionevole dubbio. Pertanto si ammette il diritto a ricorrere alla clausola di coscienza (e scienza, aggiunge il documento Fnomceo) secondo quanto previsto dall’articolo 22 del Codice deontologico, che obbliga il medico solo a fornire «ogni utile informazione e chiarimento»; anche se il documento continua in modo ambiguo - con l’indicare che va tutelato l’accesso alla prescrizione. Ben diversa era la bozza originaria che sottolineava che l’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco lo definisce solo come contraccettivo di emergenza.
Sulla procreazione medicalmente assistita la Fnomceo si era pronunciata negativamente al tempo dell’approvazione della legge 40, contestando l’intromissione nella libertà di scelta terapeutica del medico. Nell’attuale fase di passaggio - attesa per il pronunciamento della Corte Costituzionale e revisione delle Linee guida - la Fnomceo non fa che ribadire la propria posizione, richiamando l’articolo 44 del Codice deontologico, che contiene tra gli altri il significativo «divieto di ogni pratica ispirata a fini eugenetici». Resta peraltro nel testo il richiamo al «diritto all’autodeterminazione» della donna che sembra dimenticare che nella fecondazione assistita i soggetti in gioco sono almeno tre (madre, padre e nascituro). Riguardo all’attuazione della legge 194, scontano l’approccio ideologico i tradizionali richiami alla bontà della legge per avere prodotto la scomparsa dell’aborto clandestino e la drastica riduzione delle interruzioni di gravidanza (calcolo in realtà molto complesso a seconda dei parametri di riferimento, e in ogni caso numero abbastanza stabile negli ultimi anni). Ma va osservato che il testo approvato non ritiene più «opportuno» che si perfezioni l’introduzione in Italia della pillola RU486, e chiede che «qualora le autorità sanitarie» dovessero adottarla, sia mantenuto «il più rigoroso rispetto dei criteri e delle procedure» della 194. E, altro punto significativo, dal documento finale è scomparso il riferimento all’obiezione di coscienza quale «difficoltà organizzativa» per l’attuazione della legge. Quanto infine alla rianimazione dei feti con età gestazionale estremamente bassa, tra le 22 e le 25 settimane, viene opportunamente richiamato il dovere (previsto dalla 194) di intervenire per salvaguardare la vita del feto quando sussiste la possibilità di una sua vita autonoma.
Ovvio il richiamo a evitare l’accanimento terapeutico e significativa la ripresa dell’articolo 37 del Codice deontologico che, a proposito del consenso su minori o interdetti, dice sì di informare e tenere in conto le istanze del tutore, ma aggiunge che «se vi è pericolo per la vita o grave rischio per la salute», il medico «deve comunque procedere senza ritardo e secondo necessità alle cure indispensabili». I genitori vanno informati di tutto, ed è auspicabile il loro consenso, ma questo non è vincolante per l’agire del medico.
Dal congresso di Ferrara un documento sull’«inizio vita» che appare un ragionevole compromesso tra etica dell’alleanza terapeutica e ideologismi presenti nella bozza originaria
Segnalato da Il Mascellaro
Come già detto, credo sia importante guardare la realtà dei fatti senza distorcerla o cambiarla: la pillola del giorno dopo può provocare un aborto e l'aborto è regolamentato da una legge che deve essere rispettata.
Ecco un passaggio dell'articolo del neonatologo Carlo Bellieni che troverete per intero qui
Lette alcune conclusioni del convegno FNOMCeO,
ci resta un po’ d’amaro in bocca. Che il medico si debba adoperare per la salute dei pazienti è ovvio; ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che, come chiede il Sottosegretario Roccella, nelle discussioni si debba partire dai dati e non dai presupposti. Insomma, la questione della pillola del giorno dopo ci lascia insoddisfatti. Perché? Non è un diritto del paziente quello di essere curato? Certo. Ma ci sono due cose che evidentemente sfuggono. La prima è l’oggetto di cui parliamo: la “pillola” non è un mero anticoncezionale, ma può agire anche a “concezione” avvenuta, impedendo che l’embrione sopravviva (questo lo si legge anche in siti che nulla hanno in contrario alla “pillola”). E questo è un aborto. E deve rientrare nella disciplina della legge 194...
*******
Leggi anche:
Assolti i medici che non avevano prescritto la pillola del giorno dopo
Ho appreso con sgomento che non sono state approvate dal Consiglio di Stato le linee guida della Regione Lombardia sulla 194, necessarie dopo la scoperta che il bimbo, a 23 settimane di gestazione, è vitale e, se nasce vivo in seguito ad un aborto procurato, può aver bisogno di rianimazione che potrebbe dare conseguenze a distanza di tempo.
Ecco l'articolo di di Enrico Negrotti
Tratto da Avvenire del 10 ottobre 2008 e segnalato da Il Mascellaro
Perplessità del sottosegretario Roccella sulla bocciatura dell'atto di indirizzo della Lombardia Il neonatologo Mosca (Milano): è aderente al progresso scientifico e punta alla prevenzione
Suscita perplessità la decisione del Consiglio di Stato di sospendere la validità dell’atto di indirizzo della Regione Lombardia sulla legge 194, sostiene il sottosegretario al ministero della Salute, Eugenia Roccella.
Che ha quindi deciso di chiedere al presidente del Consiglio superiore di sanità (Css) Franco Cuccurullo che «alle luce delle attuali conoscenze scientifiche e delle evidenze ad oggi dimostrate» il Css formuli un parere «sul concetto di vita autonoma del feto nonché sull’epoca gestazionale che può essere assunta a riferimento» per la sua comparsa. Una tale definizione «che possa essere assunta a riferimento per la sua comparsa non può essere una variabile territoriale».
Mercoledì il Consiglio di Stato ha respinto infatti il ricorso della Regione Lombardia contro la sentenza del Tar lombardo, che nel maggio scorso aveva bocciato – su richiesta di un gruppo di medici supportati dalla Cgil – l’atto di indirizzo che la Regione aveva emanato nel mese di gennaio per dare migliore attuazione alla legge 194. La Regione intendeva anche dare attuazione a quelle norme, contenute nei primi articoli, che indicano la necessità di rimuovere le cause che inducono all’aborto. Da qui la decisione di stanziare risorse aggiuntive per 8 milioni di euro da destinare ai consultori pubblici e accreditati.
Tra le norme che caratterizzano in modo particolare l’atto di indirizzo vi è l’indicazione a non praticare aborti oltre il limite delle 22 settimane e 3 giorni di gestazione: «Non è stata una decisione arbitraria delle istituzioni politiche locali – osserva il sottosegretario Roccella – ma l’estensione a tutta la Regione di codici di autoregolamentazione già vigenti in diverse cliniche sul territorio, come ad esempio presso la Mangiagalli». Infatti il governatore lombardo Roberto Formigoni anche ieri è tornato a dire che regione «non cambia niente perché ciascuno dei nostri ospedali, autonomamente e sulla base delle proprie ricerche, aveva assunto questi termini entro i quali operare l’interruzione volontaria di gravidanza». Polemica risposta dal vicepresidente del Consiglio regionale Marco Cipriano: «Il presidente Formigoni continua a considerare le sentenze del Consiglio di Stato come un fatto puramente marginale e di cui si può scegliere se tenerne conto oppure no».
Eppure, sottolinea Fabio Mosca, direttore della Neonatologia e Terapia intensiva neonatale della Clinica «Mangiagalli» di Milano, i termini della questione dal punto di vista scientifico sono chiari: «La legge 194 non fornisce un limite preciso alla possibilità di abortire, ma parla di capacità di vita autonoma del feto. Un dato che trent’anni fa era diverso da oggi». E che quindi, se nella pratica un tempo non si interveniva oltre la 24ª settimana di gestazione, oggigiorno quel termine è inadeguato: «Attualmente a 22 settimane non c’è possibilità di sopravvivenza, a 23 invece il bambino può farcela, spesso con rischi di problemi a distanza. Quindi l’atto di indirizzo è scientificamente adeguato. Porre un limite all’aborto tardivo non impedisce l’attuazione della legge, ma mette in guardia la mamma rispetto al fatto che il bimbo potrebbe nascere vitale e andrebbe rianimato, con possibilità di problemi a distanza». Aggiunge Fabio Mosca: «Non va dimenticato che l’atto di indirizzo comprende anche investimenti che sono già stati impiegati per aiutare i consultori e gli operatori dei servizi, nell’ottica di prevenzione dell’aborto. Una scelta comprensibile, visto che in Regione ogni quattro bambini che nascono si verifica un aborto».
Leggi anche l'articolo del neonatologo, Carlo Bellieni, per Il Sussidiario:
Il Tar blocca le linee guida della Regione Lombardia e scava un solco tra i cittadini di serie A e di serie B
SAFE, Movimento per la Salute Femminile, è un’organizzazione senza fini di lucro, il cui scopo è stimolare la consapevolezza e la capacità critica delle donne nei confronti di farmaci e pratiche mediche che riguardano la procreazione, attraverso un’informazione chiara, libera, e il più possibile completa.
Lo sviluppo delle tecnologie riproduttive, dell’ingegneria genetica,e in generale della tecnoscienza e della medicina, pongono oggi nuovi problemi alle donne sulla propria salute e su quella dei propri figli. Dopo secoli di controllo patriarcale sul corpo femminile, il rischio che corriamo oggi è quello di un affidamento cieco nelle mani degli esperti, che indebolisca e sgretoli le nostre capacità di valutazione e decisione. La libera scelta, a molte di noi non sembra più un criterio sufficiente, perché pesantemente condizionata da troppi fattori diversi. Alcuni sono facilmente identificabili, per esempio le leggi, la cultura di appartenenza, l’organizzazione sanitaria di un paese; altri sono più sfuggenti, come le politiche di marketing, la diffusione di informazioni parziali o manipolate, l’influenza delle ideologie, il particolare rapporto di affidamento che si instaura tra medico e paziente. Orientarsi da sole è sempre più difficile, prima di tutto perché si è interrotta quella catena dei saperi femminili che passava di donna in donna e costituiva un terreno di conoscenze verificate dall’esperienza, e poi perché le nuove tecnologie e la vastità, insieme alla specificità del sapere tecnico-scientifico, impedisce una reale padronanza delle informazioni.
In questo campo agiscono, sia sul piano politico che su quello del mercato, interessi e poteri (grandi centri di ricerca, aziende farmaceutiche, organismi internazionali del controllo demografico, tanto per fare qualche esempio) che fanno pesare la propria immensa forza di pressione. Riteniamo che il primo strumento per cercare di bilanciarne l’influenza sia la costruzione di una rete informativa in grado di mettere in circolazione notizie, dati e fatti verificati il più possibile direttamente. (leggi tutto)
Grazie a Natanaele!
