giovedì, 12 novembre 2009

Solo l’ubriaco dimentica che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi»

Da qualche mese P. Aldo ha iniziato la collaborazione con Tempi, che, come sapete, da ottobre è acquistabile in tutte le edicole.
Oggi nel suo articolo viene affrontato il tema che è sempre censurato, anche se è il più temuto e reale nella vita di tutti, perché non c'è alcun fstto che, come la morte fisica che, al pari della nascita, riguardi tutti, proprio tutti.

Il cristiano impara con gli anni a non temerla perché sa che è il passaggio invitabile alla vita definitiva e bella e piena di continue sorprese cui siamo destinati. Ma prima di arrivare a tale certezza occorre tutto il persorso della fede che si fonda unicamente sull'esperienza perché - almeno la fede cristiana - deriva da un fatto, un Fatto unico ed eterno, ma un fatto sperimentabile.

Ebbene, ecco cosa dice P. Aldo sull'argomento che anche i grandi filosofi e le persone importanti (o che si credono tali) tanto temono:

Commemorare i santi e i defunti è una prova di ragione

Mentre i disorientati giocavano a fare Halloween, noi che ancora amiamo e usiamo la ragione ci apprestavamo a vivere il giorno di Ognissanti e la commemorazione dei defunti. Due date differenti: 1 e 2 novembre. Due giorni dedicati agli estinti, ma ontologicamente una cosa sola. Perché? Chi sono i santi? Sono tutti quei defunti che hanno vissuto la loro vita con la coscienza più o meno chiara della loro relazione con il Mistero. Quei defunti che hanno preso sul serio la loro umanità, il loro cuore, inteso non come metro di misura del mondo, ma come finestra aperta sulla realtà. I santi sono coloro che hanno raggiunto, superando la barriera della morte, la visione piena di Dio, che nel vecchio catechismo si chiamava paradiso. La Chiesa attraverso questa doppia festività vuole ricordarci, e risvegliare in ciascuno di noi, il destino. La Chiesa, nella sua vocazione divina, è chiamata a dirci che la morte restituisce all’essere umano la verità della vita, il destino ultimo per cui siamo stati creati.
Il 2 novembre, giorno dei morti, a meno di non aver anestetizzato il raziocinio, non possiamo non porci tutti davanti alla realtà della morte, guardandola dritta in faccia. Solo lo sciocco può eliminarla, solo “l’ubriaco” può scordare quanto scritto nella bella poesia di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi».
I tuoi occhi, non quelli della fidanzata o del fidanzato, dello sposo o della sposa, degli amici, dei tuoi parenti, degli altri. No, no, no. Avrà i tuoi occhi, avrà il tuo nome, il tuo cognome, e si porterà via tutto ciò che hai, quello che hai idolatrato, ciò in cui hai riposto la tua fiducia, la tua ragione di vita. Ti strapperà via dalla tua casa, portandoti dove il tuo corpo ritornerà ad essere terra. Nella confusione che molte volte ci domina, la morte mette in chiaro tutto. Non si tratta di un’affermazione bensì di un fatto, senza “se” e senza “ma”: perché ci mette davanti all’eterno e ci pone una domanda alla quale non possiamo sfuggire, che non possiamo evitare, se non venendo meno alla natura del nostro cuore: cosa supera la barriera della morte? Risposta: solo ciò che è vero.


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postato da AnnaV alle ore novembre 12, 2009 07:53 | link | commenti
categorie: ragione, morte, cristianesimo, aldo trento
mercoledì, 11 novembre 2009

"Se ciò che ho visto è Dio allora ci posso credere anch'io"

Carissimi amici,

l'altro giorno dicevo ad alcuni amici in Brasile, nel nostro consueto incontro con gli Zerbini, Julian, etc. che l'unica "cosa prevista nella mia vita è l'imprevisto" e questo mi rende come le sentinelle d'Assisi della canzone.

L'origine della drammaticità che, per pura grazia, caratterizza la mia vita consiste proprio in questo durante le 24 ore del giorno che "l'unica cosa prevista è l'imprevisto" che da sempre è il modo con cui mi tiene sveglio. E il luogo dove questo accade ad ogni istante è la realtà. È lei a indicarmi il cammino instante per instante e lascio a voi immaginare come lei mi "organizza" il tempo o come mette la mia libertà in condizione di dire sempre sì.

L'altro giorno a un amico che aveva dei dubbi su Gesù gli dicevo che il problema non era Gesù, ma le riserve che lui aveva sulla realtà. Quando san Paolo dice che la realtà è il corpo di Cristo chiarisce questo problema in modo particolare. Non dice "il corpo di Cristo è la realtà" perchè se fosse così io sarei vittima delle mie immagini di Cristo con tutte le conseguenze che ognuno di noi vede in sè stesso. Mentre se la realtà è il corpo di Cristo, è impossibile ridurre Cristo a una mia immagine perchè la realtà (res latino) è un dato preciso ineludibile. Se parto da Cristo quando la sveglia suona la spengo, se parto da ciò che la sveglia mi richiama sì o sì per saltare fuori dal letto devo gridare "io sono Tu che mi fai".

Nella clinica in ogni ambientec'è una bellissima foto con la frase "la realtà è il corpo di Cristo" e poi ci sono tante piccole foto abbracciate da un grande albero pieno di fiori. Le piccole foto sono di una donna che pulisce il pavimento, di un uomo che chiude la porta accompagnandola e non sbattendola, un water del bagno, una scarpa, un altare con il prete che celebra la messa e un letto ben ordinato.

Uno ci sbatte il naso e, sì o sì, deve decidere: o stare davanti alla realtà con la coscienza che tutto ciò è dentro il Mistero che lo fa o scappare nelle immagini che ha di Cristo che gli permettono di fregarsi di tutto con le conseguenze che possiamo immaginare.

Per questo è stato commovente quando l'agnostico ebreo, Rubin, il giornalista più famoso e intelligente del Paraguay, è venuto a visitare la clinica facendo un ora di servizio televisivo in diretta, alla fine ha detto:

"Se ciò che ho visto è Dio allora ci posso credere anch'io".

Amici, Celeste,la bambina portata qui per essere sepolta non è più nella clinica, è nella casita di Betlemme assieme ai miei bambini. È felice e capricciosa. Guardatela: è proprio Lazzaro, l'amico di Gesù, resuscitato. Dieci dei miei bambini, alcuni vittima di violenze sessuali, hanno fatto la prima confessione. Erano felici.

Più di qualcuno piangeva pensando alla misericordia, all'amore di Gesù.

Con affetto,

Padre Aldo
mailto:padretrento@rieder.net.py

Celeste completamente guarita da una malattia terminale

La casita de Belen (la piccola casa di Betlemme) in Paraguay

postato da AnnaV alle ore novembre 11, 2009 08:50 | link | commenti (1)
categorie: cristianesimo, celeste, aldo trento
venerdì, 06 novembre 2009

Dalla disperazione alla gioia...

Nella sofferenza più acuta com’è quella che Cesare Pavese definiva «il male del vivere», Dio mi ha fatto conoscere tutta la mia umanità che per anni mi ha fatto schifo e paura, perché è terribile scoprirsi quello che di fatto si è: un misto di fango e di grandezza… Però, attraverso questa disperazione, ho incontrato una grande compagnia e mi sono affidato completamente. Dopo quasi vent’anni posso gridare dalla gioia di vivere. Gioia che non ha nulla di emotivo...(A. Trento)

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postato da AnnaV alle ore novembre 06, 2009 15:53 | link | commenti (2)
categorie: aldo trento
venerdì, 30 ottobre 2009

Dall'orrore più atroce alla certezza del Mistero Buono


Cari amici,

la lettera di Carron, o meglio, la omelia in occasione del funerale di Pontiggia, assieme al messaggio pervenutoci quando le condizioni del caro amico si aggravarono, mi stanno, ci stanno accompagnando come una Grazia eccezionale.

Il messaggio parlava della consegna alla modalitá con cui il Mistero ci indica la meta, il destino.

L´omelia, con quelle tre domande iniziali, ci ha fatto vibrare fino alle lacrime. La parte finale, dove parla della morte, mi ha riempito di allegria, perché mi rimanda alla veritá della vita. Se vivessimo ogni attimo con la consapevolezza che Carron ha del senso della vita e del vero destino anche il Liceo Berchet tornerebbe quello di Giussani. Non posso non nascondere il dolore provato nel ricevere la notizia di quanto accaduto al Berchet, ma non per il risultato delle votazioni, ma perché ho come la percezione di una assenza, della mancanza di quella umanitá, di quella drammaticitá, di quella passione per Cristo, per il destino dell´uomo che vibrava in Giussani, in don Giorgio, don Danilo e oggi in modo spettacolare e profondo Carron ci testimonia sfidandoci nell´umano. È l´umano che manca, ci diceva Carron. Ed é verissimo, perché dove l´umano é vibrante anche l´intera creazione torna vivere, e non solo la scuola , i ragazzi. Lo vedo con i miei bambini, con i miei anziani, con gli ammalati.

  1. Con i miei bambini: l´altro giorno ci sono stati consegnati due fratellini, Noemi di 7 anni e Antonio di 8. Violentati dal “padre” di 60 anni, la mamma suicidatesi a 18 anni. Il vecchione del “padre” trasforma la capanna in prostibolo dove abusano di altre bambine, insieme ad altri uomini. Non solo, ma essendo questo “uomo” malato di zoofilia, i bambini vedevano questo “uomo” avere rapporti sessuali con animali. Quando la Polizia ce li ha portati sono rimasto esterefatto, pietrificato. Ho preso nel mio cuore i due bambini, con tutto il loro dolore e la loro tristezza... ripetendomi: “Io sono Tu che mi fai”. Sicurissimo, certissimo che questa coscienza di me avrebbe rimesso in piedi la personalitá distrutta di questi bambini. Quanto Carron ci ricorda: “L´uomo non é il risultato dei suoi antecedenti, non importa quali e quanto violenti siano stati, ma é relazione con il Mistero”, giá dal primo istante ha incominciato a cambiare il piccolo “io” dei miei due bambini. Si, perché il problema é sempre lo stesso: Giussani mi ha incontrato, con tutto il carico di tonnellate di miserie, mi ha abbracciato e quell´abbraccio ha cambiato radicalmente la mia vita. Cosí é ora con questi bimbi che sono tornati a sorridere e perfino con la voglia di tornare a scuola. Come vedete non è prima di tutto questione di psicologia, ma che il nostro “patrimonio genetico” coincida con “Io sono Tu che mi fai”. Ascoltate questa letterina scritta da una ragazzina pluriviolentata. È un documentario di “Io sono Tu che mi fai”.

"Ti voglio molto bene e spero che abbia fatto un buon compleanni. Io sono felice qui con i miei fratelli e sorelle delle Casetta di Betlemme. Mai sono stato cosi felice. Quando stavo con mia mamma [quella naturale] stava malissimo perche mi vendeva agli uomini, ma adesso che sono qui con te e mamma Cristina sto veramente bene. Mia mamma [quella naturale] é sempre ubriaca e non le importa niente di me e dei miei fratellini. Adesso sono felice perche ho una mamma buona come te e anche papa Aldo… credo che rimarro sempre con voi. Ho sofferto molto ma adesso [l'io è Io sono Tu che mi fai e non frutti dei suoi antecedente) sono felice…

  Amici, Dio voglio che comprendiamo quanto Giussani e Carron ci ripetano e lavorando, vedete che cosa accade.

  1. Gloria, 28 anni, metastasi generale. Da 15 giorni viveva nel panico per paura della morte. Durante la scuola di comunitá per ammalati terminali che facciamo ogni mercoledi parlava del terrore che aveva per la morte. Gli ammalati nelle stesse sue  condizioni cercavano invano di farle compagnia raccontando come stanno vivendo queste ultime settimane o giorni di vita, ma inutilmente. Il terrore della morte sembra soffocarla. Passavano alcuni giorni, Gloria sembra peggiorare, ma il 24 di ottobre una sorpresa. Mi avvicino al suo letto, mi inginocchio con il Santissimo Sacramento in mano e le chiedo: “Gloria, come va?”. E lei con il volto piú sereno mi risponde: “Presto me ne vado via con Gesú”. Sorpreso e commosso le chiedo: “Ma non hai piú paura?” e lei “No, padre”. Da allora é lí sul letto, con tutto il dramma della certezza di morire, ma consegnato al Mistero. Perché per lei, come per me, la certezza di essere dentro un disegno piú grande ha vinto.

Chiediamo alla Madonna che ogni circostanza sia per affermare questa certezza, come instancabilmente ci ripete Carron.

P. Aldo   

postato da AnnaV alle ore ottobre 30, 2009 07:38 | link | commenti (1)
categorie: aldo trento
giovedì, 29 ottobre 2009

Non c’è vita disgraziata che non si possa salvare in un abbraccio carico di verità

Aldo Trento su TEMPI: Così Jessica è tornata ad essere Ruben

 L’uomo non è, non sarà mai il frutto dei suoi antecedenti biologici, psicologici o delle circostanze, fossero anche le peggiori. Se fosse così non esisterebbe la libertà. L’uomo è relazione con l’infinito. “Io sono tu che mi fai”: questo è l’essere umano. La testimonianza di Ruben, un tempo Jessica, ci racconta come non ci sia perversione che incontrando questa certezza, grazie ad un abbraccio umano carico di questa verità, non possa trasformarsi in una umanità nuova piena di gusto per la vita.
postato da AnnaV alle ore ottobre 29, 2009 08:16 | link | commenti (2)
categorie: tempi, aldo trento
martedì, 20 ottobre 2009

L'ammalato ritrova il gusto di vivere quei pochi giorni che gli restano..

Cari amici,
le circostanze della vita non sono prima si tutto un "compromiso" ma la modalità con cui il Mistero ci chiama, con cui chiama la nostra libertà a riconoscere il destino buono racchiuso in ogni cosa, anche la più terribile. Mi ha commosso in questo giorni vedere un vescovo segretario di una importante commissione della Santa Sede, visitare il nostro ospedale e nel vedere come i miei figli vivono gli ultimi giorni della loro vita si è commosso fino alle lacrime. Perchè? 

La consapevolezza per me più chiara del sole che "Io sono Tu che mi fai" è come una "peste" buona che contagia ogni cosa. Non solo le persone ma anche il modo di chiudere la porta, pulire il bagno, baciare un ammalato. Quando tre volte al giorno con il S. Sacramento mi inginocchio davanti all'ammalato "l'io sono Tu che mi fai" mi rende una sola cosa con il Cristo sofferente e piagato. 

E l'ammalato lo percepisce e ritrova il gusto del vivere quei pochi giorni che gli restano. Come Hilda che sabato sera, dopo la cena a base di pizza (ovviamente mangiano quanto gli uccellini) e gelato, è riuscita a cantare una canzone in portoghese. E vedere che impegno con quello che le rimaneva della voce e di respiro! 

O come quando Gloria (metastasi) Hilda (La stesso) e la piccola Celeste, attualmente [nella] stessa stanza, impegnate a lavorare ricamando... è evidente che solo la certezza di stare davanti al Tu del Mistero permette di vivere fino alle fine ogni istante lavorando, quando normalmente il solo pensiero del male spesso ci paralizza. 

Allora capisco  che spessore immenso contiene quanto ci ha scritto Carron  dandoci la notizia delle gravi condizioni di Don Giorgio(1): "Cari amici, si è ulteriormente aggravato lo stato di salute di don Giorgio Pontiggia. In questa situazione non sono consigliate visite.    

Accompagniamolo con la nostra preghiera perché possa affidarsi pienamente alla modalità con cui il Signore lo porta al destino". 

Guardare secondo questa modalità la malattia e la morte è ciò che ogni giorno permette ai miei ammalati di ritrovarci assieme ogni sabato sera e fare festa. Ma non è una danza macabra ma il segno della vittoria di Cristo per cui anche un corpo pieno di metastasis non cede alla paura che inevitabilmente tutti prima o poi, come Gesù ci toccherà vivere.   

Per questo finchè avrò fiato non mi stancherò di gridare che il problema, l'unico problema, è la mancanza di fede, frutto del mancato cammino della conoscenza, condizione necessaria per dire "Tu" al Mistero. La clinica sempre più è l'esperienza di questo percorso, anche perchè con un direttore sanitario come Cristo Eucarestia non si può fermarsi un secondo.

P. Aldo 

NB: Cari amici, molti hanno chiesto il códice IBAN P. Antonio Trento in favore delle opere di carità. (www.sanrafaelobras.com   www.sanrafael.org.py)

Ecco i dati: 

TRENTO ANTONIO

UNICREDIT BANCA

FILIARI DI FONZASO

BELLUNO

CODICE IBAN

IT14 Z 02008 61120 000004701742 

Scritti e testimonianza del P. Aldo, possono essere lette nella rivista TEMPI (in vendita in tutte le edicole)

G.L.
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(1)Don Giorgio Pontiggia ieri è  morto: QUI un ricordo commosso della sua intensissima vita

postato da AnnaV alle ore ottobre 20, 2009 18:25 | link | commenti
categorie: aldo trento
venerdì, 16 ottobre 2009

Aldo Trento: Per accettare i propri limiti ci vuole la coscienza dei miei malati

Da Tempi, in edicola da Ottobre in tutta Italia un prezioso contributo di P. Aldo Trento:

Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli.

di Aldo Trento
 
Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli. Insomma, è una domanda che riguarda tutti, e che purtroppo genera una tristezza enorme sui volti di tanti. Una domanda che esige una risposta chiara e precisa, perché dalla risposta che incontriamo dipende un fattore decisivo che tutti desideriamo: la nostra autostima, la possibilità di dire “io”. Viviamo in un mondo di depressi, in cui l’accettazione di sé, così come si è, spesso sembra impossibile. La depressione si manifesta secondo modalità molto diverse: dall’angoscia del vivere alla bulimia, all’anoressia, alle crisi esistenziali che possono spingere perfino a odiare la vita. Sarei tentato di dare ragione a Cesare Pavese, che soffriva la durezza del “mestiere di vivere”. Un mestiere difficile, che spesso tentiamo di rendere più facile fuggendo i dolori, le responsabilità, le angosce, magari affidandoci a qualche sedicente esperto che promette di rivelarci la soluzione svuotandoci il portafoglio. Ma la depressione non si risolve con le scorciatoie e i metodi antistress. Per poter affrontare un male così oscuro, un limite così difficile da superare, bisogna innanzitutto chiarire bene i termini della questione, e poi cercare le ragioni della grande fatica che si deve fare per affrontarla. Perché ciò che non si affronta non si può riconoscere né capire, e quindi non può mai essere redento, non diventa mai una grazia.
«Padre, non mi sopporto con tutti questi miei limiti, per favore aiutami perché non so come affrontarli», mi supplicava una ragazza giorni fa.
Non si tratta di porre la questione a livello morale, perché il limite umano è ontologico, e perciò non eliminabile con uno sforzo di volontà. Si tratta, invece, di riconoscere e abbracciare questo limite.
L’uomo, in quanto creatura (anche se “divina”) è ontologicamente limitato. Solo Dio non ha limiti. Ogni creatura ne ha, perfino gli angeli che sono creature divine. L’uomo, come gli angeli, è stato creato per mezzo di un atto d’amore divino: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Quel “facciamo” sottolinea due cose: la prima è che prima l’uomo non c’era mentre adesso c’è, la seconda è che l’uomo è continuamente “fatto” da Dio, altrimenti cadrebbe nell’abisso del nulla.

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postato da AnnaV alle ore ottobre 16, 2009 08:08 | link | commenti
categorie: cristianesimo, aldo trento
martedì, 13 ottobre 2009

P. Aldo: tutto è positivo, tutto è grazia perché "Io sono TU che mi fai"

Cari amici,  

Grande festa ieri, domenica 11 ottobre nella clinica: battesimi, prime confessioni, prime comunioni, cresime e uno matrimonio. A che cosa serve un ospedale se il malato, il personale non incontra Cristo o non nasce in lui il desiderio dell'infinito? 

Ecco: Miriam, una bella ragazza ammalata di AIDS, anni di carcere, droga a 14 anni, mormona di religione è arrivata la settimana scorsa dal "lager" dove era ricoverata in totale solitudine e abbandono. I  primi giorni sono stati durissimi anche perchè adetta ai psicofarmici. La paziente attesa di un miracolo è accaduta grazie all’affetto pieno di tenerezza di tutti noi. Cosi ieri ha abiurato ai mormoni ed è entrata nella chiesa cattolica.

Guillermina, invece ha sposato il compagno in fin di vita, con cui viveva  da anni. Il "si" pronunciato con fatica dal marito e le lacrime di Guillermina al momento di dire "per tutto il tempo della mia vita" ha commosso tutti, perchè quel "si" voleva affermare che l'amore è eterno e non è legato a una funzione come quella di mettere al mondo i figli. Quel si era a Cristo, di cui il marito moribondo era per Guillermina l'evidenza se non fosse cosi cosa avrebbe servito il loro "si"?  È come se volessero dirci che una persona o è possibile amarla per sempre o non la si ama. Per questo è bellissimo quando mi dicono: "Padre vogliamo sposarci per morire in pace". 

Bellissimo perchè significa che solo nel sacramento del matrimonio il rapporto uomo-donna è pieno di pace quella pace che ha permesso a Guillermina di dire questa mattina: "Padre dopo mesi che non dormivamo, questa notte abbiamo dormito e bene. Lui nella camera dell'ospedale ed io appoggiata con la testa al suo fianco".

Dopo la messa la sorpresa. Celeste, la miracolata, con i suoi amici ammalati di leucemia hanno ballato e cantato manifestando tutta la loro gioia di vivere. Nei loro occhi la certezza "Io sono Tu che mi fai". 
  

Era di una evidenza commovente e i loro movimenti nel ballo ci ha fatto godere un pezzo di paradiso. 

Si di paradiso perchè dove la coscienza anche se picolissima, di "io sono Tu che mi fai" il cancro, l'AIDS, la leucemia si trasformano in una possibilità anche di ballare.  

Amici, ma capiamo che tutto è positivo, tutto è grazia, e non c'è niente che ci impedisca di riconoscere i segni della Presenza di Cristo fra noi. E questo amici è ciò che qui apprendo ogni istante per cui anche questa settimana, molto dura per me, in cui nessun slancio emotivo ha fatto capolino fra le nubi nere, è stata un motivo di dire ancora più radicalmente "si" a colui che mi fa in ogni istante e di cui sono proprietà.

Ma questo è sconvolgente, perchè questo è il cammino della fede, questo è fare esperienza. 

Guardate la foto dei fatti accaduti ieri 

Grazie. 

P. Aldo

postato da AnnaV alle ore ottobre 13, 2009 18:28 | link | commenti (8)
categorie: cristianesimo, celeste, paraguay, aldo trento
martedì, 06 ottobre 2009

Una giornata con... Padre Aldo Trento

Da TRACCE di Settembre:

La cittadella della resurrezione

di Roberto Fontolan

L’amicizia con don Giussani gli ha salvato la vita. Da allora si prende cura degli incurabili del Paraguay. Il silenzio all’alba, la casetta degli orfani, la gratitudine dei politici. E la pizzeria. Poi la vita in clinica, a fianco di chi ha i giorni contati. Abbiamo seguito il “prete dei guaranì” nel cuore della sua opera. Dove «riaccade il mistero che permette al mondo di andare avanti»

A San Rafael la vita comincia presto. Ancora nella luce
diafana dell’alba si intravedono i passi svelti di chi inizia la giornata nella cappellina del Santissimo. Che in realtà è aperta sempre, giorno e notte. Il guardiano ha l’ordine di aprire il cancello esterno a chiunque voglia pregare. Anche alle tre del mattino. Padre Aldo ama questa stanza, una decina di sedie e un minuscolo altare, per il silenzio. Qui, nel pieno della sua solitudine («padre Alberto se ne era appena andato e io - io! - mi sono trovato parroco») “nominò” il Signore stesso parroco di San Rafael e se medesimo sacrestano; così come nella clinica è Lui il direttore e padre Aldo cappellano.
In certi lunedi, è un’automobile quella che si ferma davanti all’ingresso della parrocchia. Puntuale alle 6.30 il vicepresidente del Paraguay, Federico Franco, recita le Lodi assieme ai padri (oltre ad Aldo, Paolino Buscaroli e Ferdinando Dell’Amore, noto come Daf). Il vicepresidente è un grande amico di San Rafael. Prendendo un veloce caffè, prima di correre al palazzo della vicepresidenza nel centro di Asunción, commenta: «Questa parrocchia è la chiara dimostrazione di come in Paraguay, un Paese povero, si può assistere l’essere umano in un modo eccellente, di prim’ordine, e si può privilegiare la persona in qualsiasi situazione. La clinica come un hotel a cinque stelle, la scuola con docenti preparati. Gli abbandonati, i bambini della strada, gli anziani, i moribondi, gli ammalati che tutti gli ospedali rifiutano qui sono di casa. È il passaggio evangelico: gli ultimi saranno i primi. Gli ultimi tra i paraguayani sono i meglio assistiti a San Rafael, e questo si deve al temperamento, alla forza, all’affetto, al carisma di padre Aldo e di Comunione e Liberazione. Sappiate che oggi in Paraguay molta gente povera sorride e dice grazie per l’aiuto che riceve da voi dall’Italia».

«La spina dentro di me». Padre Aldo: «Per tanto tempo all’alba ho fatto almeno un’ora di silenzio. Volevo entrare nella giornata preparato agli attacchi di tutto ciò che mi vuole staccare da Lui. Le preoccupazioni e il calcolo sulle cose, sui progetti, i soldi, le persone. Insomma ogni giornata presenta occasioni per dire sì o per dire no. Io mi preparavo, lavoravo per il mio sì. Oggi devo fare più in fretta perché devo assolutamente dedicare mezz’ora alla ginnastica, magari una corsetta, a causa della mia salute; così uso questo tempo per recitare il Rosario, non posso iniziare la giornata senza contemplare quel vangelo dei poveri che è il Rosario. Non ho mai perso la certezza di Cristo. Tuttavia, dentro di me sento ancora una spina che ogni giorno mi accompagna, come scrive San Paolo, e se non avessi la preghiera e la forza dell’Altissimo non riuscirei ad andare avanti neanche un secondo».
Tra poco apre i battenti la scuola, che conta 250 bambini. Il secondo appuntamento nella giornata di padre Aldo è quello alla casetta di Betlemme, prima delle 8. Vestiti di blu, i bambini aspettano impettiti e allegri. La casita è nata per ospitare due orfani di una mamma morta nella clinica. Ora i bambini sono una ventina, affidati dal Tribunale, e curati da Cristina, che nella clinica ha perso due figlie per una malattia congenita gravissima. «Mi chiedeva perché, mi supplicava di darle una risposta - ricorda Aldo -, ho potuto dire solo che dovevamo stare insieme davanti a quei fatti: le sue figlie andate in cielo, degli orfani che restavano con noi sulla terra. Cristina, le ho detto, continua a essere madre».
Le preghiere e le voci dei bambini salgono dal cortile della parrocchia verso le stanze asettiche della clinica per malati terminali dedicata a San Riccardo Pampuri. È il cuore profondo e discreto di tutta la vita parrocchiale, è il termine di paragone per i sacerdoti, i volontari, i giovani, i fedeli, i catechisti. Dice l’infermiera Beatriz Gomez: «Se uno non ha Cristo nel suo cuore, è difficile che possa affrontare una realtà che molte volte è dura. Fa male vedere un bambino agonizzante o una persona come Marciana, che ha 21 anni e se ne sta andando (nel frattempo è morta; ndr). Come infermiera mi sento felice. Faccio il mio lavoro senza che nessuno mi obblighi, voglio che il mio paziente sia pulito, che stia bene, che sia in ordine, che sorrida. Ecco tutto».

Ogni capello è contato. Aggiunge il primario: «Per tanti medici avere un paziente malato terminale è un fallimento. Io non mi propongo di guarire le persone, so che questo non è possibile. Allora il mio obiettivo è che quella persona stia bene, che i sintomi siano controllati, che non abbia dolore, nausea, vomito. Questo posso farlo e mi dà felicità, gioia. La fede mi sostiene tanto. È importante anche quando parlo ai malati; la fede aiuta a vivere bene questi momenti di sofferenza, incertezza, paura di fronte alla morte».
Anche per Aldo la clinica è il centro di tutto: «Vedo nei malati non solo la condizione dell’uomo in sé, ma la bellezza della misericordia di Dio fatta carne in Cristo, misericordia che salva l’uomo e che mostra che tutto è positivo. Mi impressiona il modo stesso con cui Dio salva coloro a cui non importa nulla di Dio. Quando vedo i miei bambini incoscienti, ridotti allo stato vegetativo, capisco che loro sono il riaccadere del crocefisso e del calvario, e di quel mistero di morte e resurrezione che permette al mondo di andare avanti. La clinica mi prende tanto tempo e tanto cuore. Spesso ci sono riunioni, con i medici o le infermiere, o i volontari o il personale amministrativo. Oggi ad esempio c’è il comitato tecnico: settimana dopo settimana passiamo in rassegna ogni ammalato, per monitorarne i progressi e le difficoltà, nell’aspetto fisico e umano. Poi il direttivo della clinica nuova e la commissione edilizia per la costruzione in corso. L’anno prossimo dovremmo inaugurarla. L’edificio è quasi alla fine. Guarda la facciata, imita quella della Riduzione di Trinidad, ricordi? Gli angeli musicanti scolpiti sui muri della grande chiesa, la pietra rossa, bellissima, stagliata contro il cielo azzurro. Come sai, ho imparato moltissimo dai gesuiti e dalla loro politica culturale tutta orientata alla bellezza».
Nella vita dei padri il pomeriggio è dedicato «all’incontro con Cristo e alla nostra compagnia», dice padre Paolino: «Dall’una alle quattro e mezza e tutto il lunedì. So che dal punto di vista dell’efficienza sembriamo più passivi che attivi, ma ne abbiamo bisogno, un bisogno profondissimo». Aldo aggiunge: «Ho sperimentato il buio, la tristezza, il dolore e l’angoscia. Certe volte anche una mosca mi fa male. Se non fosse per la certezza di essere amato da Cristo e posseduto da Dio, e di avere accanto la compagnia di Paolino e Daf, sentirei proprio di non farcela. Tutti gli istanti devo dire a Dio “sei Tu che mi fai, anche i capelli del mio capo sono contati”, altrimenti farei fatica a resistere e ad affrontare tutto. È il dramma, dentro e fuori di noi: da un lato assisti alla nascita di realtà positive; dall’altra, ti rendi conto che il positivo nasce lottando con la fatica, l’incomprensione e a volte anche con il pregiudizio».
Un caffé o un cappuccino al Caffè letterario Van Gogh introduce il pomeriggio. Il locale è in una baita dolomitica di grandi tronchi. Adornata di libri e cd, è il punto di riferimento per tanti dibattiti e appuntamenti culturali. E anche della piccola redazione dell’Observador, il settimanale curato qui a San Rafael e allegato al quotidiano nazionale La Ultima Hora: un giornale battagliero e pedagogico, noto in tutto il Paraguay per l’originalità delle sue posizioni. Natalia, Guillermo, padre Paolino ne costituiscono il nucleo ideativo. La vita della parrocchia, e spessissimo della clinica con tutta l’esperienza del dolore che viene raccontata e approfondita, si trasfonde negli eventi nazionali e internazionali, nella realtà della Chiesa, nei grandi interventi del Papa. Nell’ultimo anno molti articoli sono stati dedicati a Marcos e Cleuza Zerbini. «Ci siamo conosciuti nel novembre del 2008 - racconta Aldo sfogliando la raccolta - e da allora siamo inseparabili, anche se viviamo lontano. Ci uniscono due cose: l’amore per la realtà e per l’uomo che nasce dalla passione per Cristo, e l’amicizia e la volontà di prendere sul serio tutto ciò che Carrón ci dice attraverso un lavoro personale e un lavoro tra di noi. Ci ha colpito la sua affermazione: manca l’umano. Credo che la debolezza del cristianesimo sia fotografata da questa frase. Si guarda a Cristo prescindendo dall’uomo. Questo lo vedo in America Latina, dove è dominante il moralismo, e anche in Europa. Ma ciò che ha caratterizzato il cristianesimo sin dall’inizio è la passione per l’uomo. Ed è ciò che motiva il rapporto tra me, Marcos, Cleuza e gli altri: la passione che abbiamo per l’uomo, nel nostro caso l’uomo povero e sofferente, ci porta a desiderare che Cristo sia tutto».
Da tempo la parrocchia è diventata un viavai di visitatori da ogni parte. Apprendisti nella clinica, politici nazionali, universitari. Il desiderio è conoscere e vivere l’esperienza della parrocchia, a volte per lenire un certo dolore, un certo malessere. Qui incontri sempre qualcuno che ti vuol bene, non sei mai lasciato solo. Da quando è intervenuto al Meeting dell’anno scorso, padre Aldo ha ricevuto più di seimila email. «Rispondo come posso, una quindicina al giorno. Tutti chiedono un aiuto. Penso che vedano in me una persona che ha sofferto, che non ha negato la sofferenza, che non l’ha chiusa in sé o se ne è vergognato. Qual è il senso della vita, come posso dire che una crisi è una cosa buona, che la depressione è una grazia, perché c’è tanto dolore, come è possibile vivere la fedeltà e come perdonare il male dell’altro… Sono i temi del cuore, i temi dell’uomo. Nonostante tutti i preti e gli esperti che ci sono in giro, mi rendo conto che l’uomo di oggi è veramente solo nel suo problema esistenziale, e che proclamarsi cristiano non basta a risolverlo. Io ho avuto la grazia di vedere come don Giussani viveva intensamente e stupendamente ogni avvenimento della vita. È stato il mio sostegno».

La sfida di ’O sole mio. La sera a cena è molto facile incontrare i sacerdoti di San Rafael alla pizzeria ’O sole mio, creata nella parrocchia per dare lavoro a dei giovani e produrre qualche utile. Ci vanno con i bambini orfani o con i malati della clinica che ce la fanno (oltre che naturalmente con visitatori e parrocchiani). Una festa per tutti loro, una sfida per tutti gli altri clienti.
E il futuro della parrocchia? «Quest’opera dipende interamente da Dio che l’ha voluta e continua a mantenerla in vita. Se Lui ne vede l’utilità la porterà avanti, la gente capace di farlo c’è. Persone in grado di mendicare realmente Cristo e di consegnarsi virtuosamente a Lui. Certo, se qui non ci sarà una persona innamorata di Cristo, Lui non scenderà di persona dal Paradiso per portare avanti la parrocchia. Noi padri ben sappiamo che quest’opera è nata dalla fede, quindi è solo la mancanza di fede che può distruggerla». Aldo chiude in fretta il discorso, ora arriva per lui il momento più bello della giornata: correre alla casita per dare la buonanotte ai bambini.

postato da AnnaV alle ore ottobre 06, 2009 17:03 | link | commenti (3)
categorie: paraguay, don giussani, aldo trento
venerdì, 02 ottobre 2009

Ognuno scopre sé stesso quando è amato, abbracciato

Cari amici,
ogni settimana con la mamma e i membri della nostra famiglia "Casita de Belen" ci troviamo per verificare il cammino della conoscenza, della verifica della fede nella concretezza della responsabilità educativa rispetto ai nostri figli, tutti un tempo vittima della violenza piu disumana che esista ed ora sorridenti, felici perche figli del "Tu che mi fai".

Ma come i nostri figli prendono coscienza di questo abbraccio divino, l'unico che permette al bambino di uscire vittorioso dalle violenze sesuali ed altre patite già nel momento di essere concepiti?

Racconta Jazmin, la direttrice amministrativa delle casette di Betlemme: "Veronica la cui mamma è morta di AIDs nella clinica, mi aveva regalato 5 mesi fa un dado, una cosetta con cui giocava dicendomi: "ti regalo questo perchè tu abbia da ricordarti di me". Dopo una settimana Veronica si avvicina e mi chiede "dov'e il dado che ti avevo regalato?" Domanda, che a distanza differente di tempo continua a formi. Ed io ogni volta glielo mostro. E Veronica ogni volta mi ripete: "allora tu mi vuoi veramente bene perchè porti sempre con te il dado che ti ho regalato"

Amici che bello: Veronica con questo domanda continua a Jazmin ci fa capire che ognuno di noi scopre se stesso quando è amato, abbracciato. Un semplice dado che Jazmin porta con se è per Veronica il segno dell'abbraccio del "Tu che la fa ci fa" ed ogni istante.

I miei figli guardando ci vivendo con noi nella mirino in cui noi viviamo davanti al Tu del Mistero, come per osmosi, respirano con queste coscienze che ci definisce e il passato non solo sparisce come obiezione ma diventa un trampolino da cui lanciarsi fra le braccio del Tu di Dio... e come d'improvviso fioriscono e la loro allegria è il segno più bello. Amici non esistono ragazzi buoni o cattivi, ma solo ragazzi che vivano con la certezza di essere figli o con la disperazione di essere orfani.

Una volta in più vedo l'abbraccio del Giuss compire miracoli... e che miracoli. In questo abbraccio sta tutto "Il rischio educativo". Altro che psicologia o consegnare la propria vita e quella dei propri figli agli "esperti". (Ovviamente mi riferisco a quanti non hanno la percezione del Gius in questa materia... e sono tristemente la maggioranza assoluta... chissà anche nella chiesa). Se Giussani mi avesse consegnato agli "esperti" invece che in Paraguay mi avrebbero mandato al reparto per esauriti di Feltre, la mia città. Amici solo un'abbraccio cambia la vita.

P. Aldo

postato da AnnaV alle ore ottobre 02, 2009 21:01 | link | commenti (2)
categorie: aldo trento
giovedì, 01 ottobre 2009

L'amore ha fatto il dolore e il dolore ha fatto l'amore: Fabiana e Camilla

Cari amici,

-          “ desidera che le racconti qualcosa d’altro della mia vita?

Carrón (era qui con noi in febbraio a visitare la comunita) la guarda… e uscimmo dalla stanza commossi. Aveva giá detto tutto:

“Padre,la mia vita é stata un calvario. Mia madre ammazzata, io abbandonata da tutti. Ho cercato sempre di scappare da me stessa cercando fuori di me quello che poi ho incontrato dentro di me grazie all’AIDS, malattia che mi ha condotto qui dove ho incontratto Gesú, e con Gesú la gioia di vivere.
Stando qui nella clinica ho ritrovato me stessa. Ritrovare me stessa é stato sempre il mio grande cruccio, perché la mancanza di amore a me stessa é stato il motivo della mia vita disordinata, conclusasi con l´AIDS. Adesso ho tutto, ho da mangiare  (quanta fame ho patito), ho una bella camera e sopratutto tanti amici. Qui mi vogliono bene”.

La sua storia sarebbe lunga da raccontare e spero presto di mandarla a “Tempi”, perché la sua é davvero il racconto di cosa vuol dire il “ percorso della conoscenza, il percorso della fede”.
Fabiana é arrivata in alcuni mesi a dire “TU” al Mistero. E dentro questo abbraccio, all´etá di 19 anni é morta questa mattina alle 00:30, festa dei tre Arcangeli. Ieri sera stava molto male. Eppure fra i dolori ha recitato con me un Ave Maria.
Le dissi: “Fabiana, tu sei come il seme di un faggiolo (lei mi coresse preferendo il seme del mais) che sta morendo. Peró mentre muore sotto terra, in un angolino del seme spunta una fogliolina, questa piano piano rompe la terra, esce, cresce e diventa una bella pianta con dei frutti. Normalmente il mais da due pannocchie, qui da noi, molto belle. Una é la tua bambina di due anni e l’altra siamo noi perché in questi mesi ci hai educato a dire con piú coscienza “ Io sono Tu che mi fai”.
Quindi dopo averla abbracciata sono andato a letto. Alle 00:30 suona il cellulare: “Padre vieni súbito. Fabiana sta morendo”. “Gesú, mi hai appena tolto Rosetta di 18 anni e adesso mi togli anche Fabiana. Mi chiedi tutto ogni giorno, non mi lasci spazi vuoti, mi fai percorere tutti i giorni il camino della fede, ebbene: eccomi. Io sono Tu che mi fai e fai di me ció che vuoi”.
Arrivo alla clínica, trovo le infermiere in lacrime (qui le mie infermiere soffrono, piangono perché non sono funzionarie ma figlie di quel “TU” che é l´unico autore e direttore di questa clínica). Fabiana era appena morta. Il mio cuore ancora spezzato. Qui  la ferita che porto da 20 anni non si cura mai. Dio non lo permette e ne sono grato perché cosí vivo in ginocchio, che é l’unica posizione per stare in piedi le 24 ore.
La sto guardando. É bellissima. La morte, qui, ridona quella bellezza originale che il dolore toglie alla ammalata. Sono le 2 del mattino e sono qui con le tre infermiere nella cella mortuaria. Piangono con me. Irene Ricorda le sue ultime parolle: “ mi duole il cuore, ma giá riposerò per sempre” “scusami Irene é l´ultima volta che ti disturbo, aumenta un pò il volume dell´ossigeno” .
Sono arrivati il primario ed un altro medico che non é cattolico. Vedendomi affranto mi dicono: “recitiamo assieme per te un Padre Nostro” . Che piacere, che attenzione. In quel momento di oscuritá, come la notte fuori, due amici mi riconducono al “TU”.
Le do un bacio e adesso vado a dormiré???
Questa notte ho fatto fatica riprendere il sonno. Tutta la mattina l`ho passato con Fabiana. Tutta la clínica é commossa.  Sono arrivati i mie bambini della Casita di Betlemme. Anche per loro un grande dolore. Non hanno finito di piangere la morte di Rosetta e giá il dolore per Fabiana, che ha lasciato a me ed a Cristina (la mamma adottiva dei bambini) una nuova figlia, Camilla, e a loro una nuova sorellina.

Camilla, anche lei con l´AIDS . Fabiana una settimana fa aveva voluto che la portassimo al suo villaggio a 400 KM da dove era stata cacciata per la “lebbra” moderna, che l’ignoranza vede come una malidizione in questo mio paese. Voleva sapere se la sua bambina aveva la sua stessa malattia, perché qualora fosse positiva la risposta voleva che la sua Camilla stesse con noi per sempre. L´incontro fu straziante: la bimba non riconosceva la mamma e per lo piú la certezza della malattia la lasció distrutta. Tornata in clínica con la sua bambina, in pochi giorni precipitó e questa notte é morta. Adesso mi rimane Camilla (guardate che bella) che la domenica scorsa, assieme ad altri miei quattro figli piccoli ho battezzato nella fattoria “P. Pio”. Camilla é nata alla vita nuova, Fabiana alla pienezza della vita. Amici “vi auguro di non stare mai tranquilli”. Vi ricordate questa provocazione di Giussani?  Davvero ho una grazia única perché che cosa sarebbe la mia vita senza questa drammaticitá che rende la vita sempre piú cosciente del “TU che mi fa” ad ogni istante?

Padre Aldo.

postato da AnnaV alle ore ottobre 01, 2009 18:38 | link | commenti (6)
categorie: camilla, cristianesimo, fabiana, aldo trento
lunedì, 28 settembre 2009

... mentre il dolore si fa adorazione...

Cari amici,

Come vorrei che ci lasciassimo provocare da quanto Carrón ci dice parlando dell’urgenza di percorrere il cammino, senza lasciare buchi per la strada, della conoscenza, per arrivare direttamente davanti al Mistero per poter dirgli TU. Mai come in questo sabato sento vere queste parole: dire TU al Mistero. Senza questa esperienza oggi non avrei retto alla  dolorosissima agonia e morte della mia figlia piú grande della “casita de Belén”: Rosita, ve la ricordate quando vi ho mandato la foto il giorno della sua cresima? Adesso sono qui al suo fianco mentre, guardando quel TU in cui lei vive, vi scrivo per raccontarvi la sua bellezza.  Le sue guance che tanto e tanto ho baciato e accarezzato sono ancora tiepide mentre il freddo della morte avanza inesorabilmente. Le sue unghie con lo smalto bianco, lunghe ed affusolati danno alle sue bianche e tenerissime mani un tocco di quella femminilitá che ti rimanda all’Infinito. Cosi la sua bellísima faccia circonscritta dentro una folta chioma di capelli nerissimi. Ripenso al filmato visto a La Thuile e poi a S. Paolo. Ripenso e rivedo Giussani leggere quella bellissima poesía di Leopardi: “Sopra il ritratto di una bella donna”.

É proprio la descrizione della mia Rosetta. Ha appena 18 anni. Come in una rapidissima sequenzza vedo passare davanti a me quell’ora in cui Giussani ci racconta “Cara Beltá”. Ho pianto tanto, fina dalle prime ore del mattino, quando con il S. Sacramento fra le mani sono arrivato al suo letto. Che strazio (solo chi é padre puo capirmi e vive della paternitá che solo la verginitá ti dona) nel vederla con gli occhi semi chiusi, rivolti leggermente all’indietro, e lottando contro la morte. I suoi respiri affanosi sempre piú distanziati nel tempo, come per descrivermi la grande ultima bataglia fra l’anima che vuole ritornare a quel “TU che mi fai”e il corpo che non cede, non vuole lasciarla partire. Un lotta che vedo tutti i giorni nei miei figli che partono (quasi 700 in 5 anni) e che per me ogni volta é un martirio che mi tocca perfino fisicamente. La sua fronte tutta piena di sudore, come le mani. É duro morire, é la fatica piú dura della vita. Sono stato al suo fianco tutto il tempo possibile.

Non potevo non vivere con lei, accarezzandola e e baciandola, questo momento drammatico in cui Rosetta giá tutta consegnata al Mistero, stava per raggiungerlo. Quando alle 12:30 sono ritornato da lei con il Santissimo Sacramento, mi sono inginocchiato e  ho messo l’ostensorio al suo fianco. Eravamo noi tre, o meglio era “Io sono Tu che mi fai”. Era quel TU che ci prendeva tutti. Che esperienza di appartentenza, di paternitá, di figliolanza ho provato! Ripensavo alla parolle del Giuss, dette da Carrón che l’aveva salutata alcuni giorni fa: “l’uomo non dipende dai suoi antecedenti… neanche dal cancro e dai terribili dolori… l’uomo é relazione diretta con l’Infinito”.

Giá alcune ore prima di questa scena Eucaristica mi era stata data un’altra prova di questa veritá, quando la polizia mi aveva portato un “barbone” incontrato sballato nella strada. Era irriconoscibile come uomo: barba lunga, incolta, zeppo dei suoi escrementi. Accolto come Gesú, l’amico Carlo lo metteva sotto la doccia, gli taglia la barba ed i Capelli. Sorpresa: quando lo  vedo sul letto non lo riconoscevo piú. É un altro, sempre quello di prima, ma è un’altro. Gli chiedo l’etá: 57 anni. Non ci posso credere. Sembrava come averne 80 appena arrivato. Che cosa ha fatto la differenza? Prima non aveva conoscenza di essere “Tu che mi fai”, adesso SI' e questo cambia, ricostruisce l’io, rinasce l ‘uomo. Come? Mediante un abbraccio… é ancora quell’abbraccio del Giuss che raggiunge ogni giorno quelli che per il mondo sono solo degli “sporchi barboni”. Mi viene in mente l’epitaffio che c’é sulla tomba di Santa Rita da Cascia: “l’amicizia é una virtú ma l’essere abbracciati é la felicitá”. Ora anche questo uomo, da una vita nella strada, é felice.

Come la mia Rosetta, che mai ha perso il suo sorriso né quando le amputaronno la gamba destra, né quando tutta metastasi perse l’udito e il suo ginicchio diventò come un enorme pallone. In questo momento sono venuti a salutarla dandole un bacino i suoi fratellini della Casita di Belem. Un incontro incredibile… e che fatica dire loro una parola, mentre mi guardavano sbigottiti con gli occhi spalancati, come chiedendomi: perché?. “Rosetta é in paradiso, guardate il suo sorriso”. É ció che sono riuscito dire loro. Ma sono bastate queste parole perché si rendessero conto che quel TU ci ha reso una sola cosa per sempre e che Rosetta é viva. Sì, quel TU che ha strappato anche loro della violenza di ogni tipo, rendendoli felici.

In questo momento, é morta un’altra mamma.

Pregate per me e per i miei figli e non dimenticate mai quel percorso della conoscenza necessaria, sì, oh sì! per essere abbracciati e abbracciare tutti.

Ripenso e prego per Caterina per che guarisca, la figlia di Antonio Socci, per il figlio di Achilli e di tanti altri, che sono in paradiso con la mia Rosetta. “Io sono TU che mi fai”. Solo cosi anche in questo momento  il mio cuore riposa sicuro, mentre il dolore si fa adorazione.

P. Aldo

postato da AnnaV alle ore settembre 28, 2009 16:35 | link | commenti (3)
categorie: cristianesimo, paraguay, aldo trento
martedì, 22 settembre 2009

... Qui è il trionfo della vita...

Cari amici

Guardate che bello! Non siamo su una rampa che porta a un ristorante , ma alla mia clinica per ammalati terminali dove Miriam, la farmacista della clinica ha deciso sposarsi. Qui sono morti i suoi genitori e lei ha voluto che l'accompagnassi all'altare come papà e poi celebrare il matrimonio . Tutti gli ammalati terminali, che avevano un poco di energia hanno assistito seduti sulle sedie a rotelle. Nella stanza a fianco cèra Lorenzo, appena morto. 

In un'altra la piccola Lucia, la bimba senza occhi e naso che fino a sabato sera lottava con la morte. Ha 2 mesi. Nelle altre stanze gli ammalati in coma o molto gravi e i miei bambini Victor (quello senza cranio) Aldo, il mio figlio adottivo con la testa sempre più per la prima volta prende paura, per me invece è solo una grande ostia bianca che adoro, come ogni ammalato 3 volte al giorno. 

Poi c’era il personale medico, paramedico, etc. vestiti a festa. Infine alcuni dei miei bambini della casita di Betlemme, dove ieri è arrivata la figlia di Fabiana di due anni che abbiamo recuperato a 400 km di qui... anche lei con l’aids. Ma bella come il sole. Tristemente non ha riconosciuto la mamma Fabiana, che lascio a voi immaginare el dolore. Fabiana 19 anni, oltre all’aids, le hanno trovato anche un cancro nella testa. È sofferente non sta più in piedi, il suo volto quasi sfigurato. Eppure che testimonianza ha dato a Carron e tutti noi lunedi scorso!

Segue commovendoci per la letizia, nel dolore più atroce, che ci trasmette una letizia che permette non solo agli ammalati celebrare il matrimonio prima di morire ma anche ai sani. "Miriam perchè hai scelto di sposarti qui, fra ammalati terminali ed oggi anche un morto?". Le ho chiesto: "perchè qui sono felice, perchè qui è il trionfo della vita, qui c'e Gesù, ci siete voi i miei amici, qui sono di cielo". Dopo queste parole che potevo dire?

"Vedete quanto qui accadde fuori neanche lo possono immaginare... che una coppia selga di celebrare il giorno più bello della sua vita cosciente, il matrimonio in un ospedale per ammalati terminali è la vittoria della risurrezione di Cristo, è il mondo nuovo evidente, è il "Tu che mi fai" istante per istante che cambia, rende viva, vibrante capisce e se raccontate ciò che oggi avete visto vi prendono per matti. Ma questo è il cristianesimo, questa è la vittoria di Cristo, è la sconfitta della morte, è il significato salvifico del dolore. Provocato no importa da quale malattia".

E mentre dicevo queste cose arriva Rosetta, la beli diciassettenne, metastasi generale, una gamba amputata, l'altra con un ginocchio come un pallone per il cancro e sorda, mi vede, mi sorride. Alzo il pollice destro, come quando voglio sapere come sta, e lei mi risponde sorridendo allo stesso modo. Terminata la cerimonia, tutti alla festa nella sala dell'ospedale, ed io vado a recitare il breviario nella cella mortuaria dove c'è Lorenzo, ormai freddo che mi aspetta. Gli do un bacio, la fronte è proprio fredda, ha gli occhi ancora un po' aperti, con amore gli premo le palpebre e si chiudono al mondo per sempre, ma ora contemplano quel mio "Tu che mi fai".

Sto solo con lui, anche perché non ha nessuno. Noi siamo la sua famiglia. Provo una grande pace, una letizia, come sempre quando sto solo con un cadavere. Ma non è il cadavere a darmi la pace ma la certezza di quanto diciamo in modo distratto nel "Credo": "Credo la risurrezione della carne, la vita eterna, amen". In fondo la clinica è nata perchè ho preso sul serio anche questo dogma della nostra fede.. ed è quello più dimenticato da tutti, anche dai preti.

Ciao,
P. Aldo

 

Leggi anche:

Aldo Trento: La vittoria di Cristo nella carne putrefatta di Pablito

postato da AnnaV alle ore settembre 22, 2009 19:18 | link | commenti (3)
categorie: cristianesimo, paraguay, aldo trento
mercoledì, 16 settembre 2009

“Papà adesso non puoi più lasciarci tanto tempo, perché ci manchi tantoâ€

Da P. Aldo rientrato in Paraguay, dopo la parentesi del Meeting di Rimini:

Carissimi,
“Padre Aldo, tutto il tempo che sei stato assente, i malati, quasi dimenticando il loro dolore, hanno pregato non per loro, ma per te, perché tornasi presto e sano”. Cosi mi hanno detto gli infermieri quando sono tornato in Paraguay. La stessa cosa i bambini: “Papà adesso non puoi più lasciarci tanto tempo, perché ci manchi tanto”.

Poi mi hanno condotto a vedere l´ultimo fratellino arrivato durante la mia assenza e l’hanno chiamato… Ha due mesi ed è figlio di una bambina di tredici anni che l´ha lasciato ed è sparita. Guardatelo com’è bello!

Uno muore, uno nasce. Ogni settimana c´è la vita che sboccia e incomincia i primi passi, passi già segnati dal dolore dell´abbandono o di ogni tipo di violenza, e c´è la vita che arriva alla sua piena maturità nell´incontro con Cristo. Come vedete siamo, sono ogni istante di fronte al Mistero. Appena tornato, una ragazzina, una delle mie figlie che più ha sofferto, per via di continui abusi sessuali ha avuto una crisi d’isterismo spaventoso. In cinque non riuscivano a tenerla. Per me è stato una cosa da infarto, tanto era violenta.

Ho sentito un dolore lacerante e mi chiedevo il perché di questa reazione. Per un giorno non c´è stato niente da fare: impossibile ogni rapporto, che fare? “Io sono Tu che mi fai”…la mia impotenza, il mio dolore ha subito fatto i conti con questa certezza.

E così, mentre l´avvocato aveva già redatto la domanda al tribunale per denunciare l´accaduto ed eventualmente che io rinunciassi alla patria potestà, io fissavo il Mistero, che mi provocava mediante la realtà a non firmare la nota dell´avvocato. “Io sono Tu che mi fai”, se è vero per me, è vero anche per la mia bambina. E così ho stracciato la nota dell´avvocato. 

Verso sera chiamo la ragazzina, ancora con il muso duro. L´abbraccio, l´accarezzo, con il cuore che grida: “Signore fa che senta la tua carezza e che non sia definita dalle ferite di un passato pieno di violenza”. Lei è ancora irrigidita ma a un certo punto le dico: “Ascoltami bene quando tornerò dal Brasile, ti prendo come mia segretaria”. D´improvviso mi sorrise, mi diede un bacio e con il cuore sereno sono partito. Al ritorno quando vado a prendere i miei figli per portarli a scuola la ragazzina mi dà un bacio e una letterina ben chiusa in due buste. A casa leggo: “Perdonami perché non sapevo cosa facevo e non mi comporterò più così. Prego Gesù e la Madonna perché mi aiutino a cambiare. Perdonami, ti voglio tanto bene. In queste tre settimane che non sei stato qui ho sentito la mancanza. Il giorno che sei partito per l´Italia ho sofferto molto. E adesso che sei andato da un´altra parte non so che fare”. La letterina scritta dopo la mia partenza per il Brasile era piena di fiori e stelle con un sole grande. Amici, una volta in più ho toccato con mano che non esiste violenza, circostanza che non possa essere vinta dalla certezza del “Io son tu che mi fai”.

È solo questa esperienza dell´istante vissuto come affermazione del “Tu che mi fai” che non solo mi permette di vivere con letizia, ma anche di educare i miei bambini e di venire fuori dalle situazioni più violente abbiano vissuto o vivono. Non è la psicologia, la psicoanalisi che può fare questi miracoli, ma solo la mia fragile umanità piena di questa certezza. Educare a vivere, educare a morire è comunicare questa certezza che vibra nel mio cuore: “Io sono Tu che mi fai”. Nel tempo questo Tu prende l´io e permette all´io stesso di guardarsi con gli occhi del Tu, cioè con ironia. E uno finalmente gode della propria compagnia. E così si diventa educatori e i bambini incominciano a sorridere e i pazienti terminali guardare in faccia alla morte con letizia.

                                                                                  Ciao P. Aldo

postato da AnnaV alle ore settembre 16, 2009 21:39 | link | commenti (3)
categorie: cristianesimo, aldo trento
sabato, 12 settembre 2009

Ma allora... in che consiste la felicità?

Continua la collaborazione con Tempi di Aldo Trento: l'articolo più recente ci stupisce ancora una volta perchè, come tutte le sue lettere, sembra paradossale. eppure è vero: E' un altro mondo in questo mondo.

 
«Padre, ringrazio Gesù per l’Aids con cui sono stata contagiata a causa della vita disordinata che ho vissuto, perché così sono arrivata al tuo ospedale dove grazie al vostro abbraccio ho incontrato Gesù, e con Gesù me stessa», mi ha scritto Fabiana.

Leggi tutto l'articolo qui:
 
postato da AnnaV alle ore settembre 12, 2009 08:04 | link | commenti
categorie: aids, felicità, aldo trento
lunedì, 07 settembre 2009

Padre Aldo torna in Paraguay dopo il Meeting

Cari amici, 

Eccomi di ritorno. La sorpresa commuovente e’ che ad aspettarmi c’erano i miei figli della Casetta di Betlemme, fatti entrare grazie al vicepresidente nella sala vip, situata dentro all’aereoporto, prima della polizia di frontiera, dove nessuno entra senza un permesso speciale. Pensate cosa ha voluto dire per me scendere dall’aereo e vedere i miei figli, tutti bene vestiti ad accogliermi. E poi la piccina, la piu’ piccola di due anni, Rosetta, con le braccia aperte camminare verso di me e saltarmi tra le braccia. Alla partenza per l’Italia non camminava ancora. Tutti assime sul furgone felici, con la Rosetta in braccio, siamo arrivati a casa dove mi aspettavano i bebe’. Sono bellissimi. Un pomeriggio di festa.

Ma poi da due ore gli ammalati mi stavano aspettando nella clínica, tutti in circolo. La Hermania Sonia con l’arpa e loro con tutto il personale a cantarmi la canzone che piu’ mi piace e che da 20 anni e’ come se l’ascoltassi per la prima volta “Quando ero pequeño”. Infine l’incontro con Cinzia, una bella donna giovane che non voleva morire prima che arrivassi. L’ho abbracciata, tenendo la sua testa fra le mie braccia. Due ore dopo moriva, con un sorriso pieno di paradiso. Ieri l’ho passato incontrando il mio popolo di ammalati, moribondi, anziani e bambini, e abbracciandoli uno per uno e inginocchiandomi davanti ai moribondi, vedendo in loro Gesu’ morente. Guardando ognuno, vedevo la contemporaneita’ di Cristo, in loro cambiati, cambiati perche’ stanno davanti al dolore con gli occhi fissi nel Mistero.

Poi nella notte la polizia mi ha portato una bambina, abbandonata e violentata. A guardare un uomo tremava, per cui aveva terrore anche di me. Pero’, sono convinto che il “Io sono Tu che mi fai” dentro alcuni giorni le permettera’ di venire in braccio. 

Grazie per quanto avete fatto per me nel mio soggiorno in Italia.

Prego per tutti 

Padre Aldo





postato da AnnaV alle ore settembre 07, 2009 15:59 | link | commenti
categorie: paraguay, aldo trento
giovedì, 03 settembre 2009

Padre Aldo inizia la collaborazione con Tempi

Con l'articolo che segue P. Aldo inizia la collaborazione con Tempi:

Il peccato luciferino del socialismo sudamericano che ci ha promesso il Paradiso, ma ci ha consegnati all’Inferno

«Un errore è una verità impazzita» diceva Chesterton. Ed è esattamente questo ciò che è accaduto col socialismo del ventunesimo secolo. Ma qual è la verità che è impazzita, e che sta all’origine e alla fine del ben noto “asse del male” che unisce Castro, Chávez, Correa, Morales e Lugo? La risposta non è rintracciabile nelle parole di questi personaggi, nelle loro utopie e nelle astrazioni in cui vivono, ma piuttosto nella premessa antropologica che sta alla base dell’ideologia che si propongono di incarnare. Bisogna chiedersi: che cos’è l’uomo, per questi signori? È solo rispondendo a questa domanda che si può arrivare a comprendere la menzogna che propinano. Essi partono, infatti, da una verità indiscutibile: l’uomo ricerca, desidera, sogna la felicità. È la struttura stessa dell’“io” che grida questa esigenza intima e insostituibile dell’essere umano; perché l'io umano, qualunque cosa faccia inclusa la peggiore, è mosso da questa tensione alla felicità.
La felicità coincide col benessere della persona, con la sua soddisfazione integrale: solo quando un uomo sta bene, è soddisfatto, è felice può definirsi libero. Tutto il cammino dell’umanità nel corso dei secoli si riassume nella bellissima domanda di san Francesco: «Quid animo satis?», che cosa soddisfa realmente il cuore dell’uomo? Ogni movimento filosofico, sociale, politico, qualsiasi ideologia parte da questa esigenza umana. La fortuna del marxismo è coincisa con la sua abilità di illudere la gente con la vana promessa che il paradiso consistesse nell’assalto al Palazzo d’Inverno, come veniva chiamato il Cremlino, residenza degli Zar e simbolo del potere che opprimeva il popolo. E così il grido marxista “proletari di tutto il mondo, unitevi” nasce dall’intelligenza di Karl Marx che percepì l’esigenza, non solo individuale, ma del proletariato del XIX secolo, di essere felice. E di conseguenza, il suo desiderare un mondo nuovo.
“Forza compagni, distruggiamo tutto e costruiamo un mondo nuovo. Forza compagni, afferriamo la falce e il martello e uniti cambieremo questo mondo”. La falce e il martello erano i simboli dell’utopia comunista. Però, se davvero è questa la verità che tutti cerchiamo, – perché il cambiamento, cioè la felicità, è l'anelito che ci definisce nella profondità del nostro essere – perché questa verità è impazzita, cioè si è trasformata in bugia, inganno?
L’illusione che la felicità coincida col benessere economico e sociale della persona, con la risposta alle sue necessità biologiche e psicologiche. Una visione parziale dell'uomo, che censura la verità primordiale dell’“Io”, che è relazione con l’Infinito. Per il marxismo l’uomo è “un tubo digerente”, un ingranaggio del sistema funzionale alla collettività. Per Marx l’uomo non coincide con la persona: a lui non interessava l’individualità ma la funzione che ciascuno ricopre nella salvezza prevista dalla cosiddetta “nuova società socialista”. Ricordo bene quando col cervello annebbiato da questa ideologia gridavamo per le strade “il privato non esiste, quello che conta è il pubblico!”. La visione trascendente dell’uomo, che è poi la dimensione qualitativa dell’Io, era totalmente eliminata, censurata, negata. Da qui l’ateismo di Stato che diede origine ad ogni forma di violenza.
Il socialismo del secolo XXI incarnato da Castro e Chávez altro non è se non il figlio diretto e abortito di questa posizione. E cos’è il chavismo se non l’illusione, nel ventunesimo secolo, di poter rispondere al desiderio di felicità dell’uomo dimenticando la trascendenza di quello stesso uomo? Il populismo, la nuova malattia che affligge la maggioranza dei paesi latinoamericani, altro non è se non un uso strumentale del bisogno ontologico dell’uomo, imponendo un’ideologia di-
sumana, che pretende di risolvere il dramma dell’uomo con l’illusione di un benessere economico, peraltro strutturalmente impossibile, a cui manca una visione integrale della persona. Per di più un benessere a buon mercato, costituito da un sussidio economico che consente a tutti di non morire di fame e favorisce l’assistenzialismo suicida del popolo stesso. Mai i paesi caduti sotto il comunismo hanno conosciuto tanta miseria e infelicità come durante gli anni in cui furono vittime della violenza di questo mostro. Certo avere di cui cibarsi e di cui coprirsi è importante. Ma “non di solo pane vive l’uomo”, perché è relazione con il Mistero. E se non lo incontra, cade nella disperazione. O il benessere dell’uomo è totale, integrale, oppure è un terribile malessere. È ciò che papa Benedetto XVI spiega nella sua enciclica Caritas in Veritate, quando afferma che il nome dello sviluppo è Cristo, e che la povertà peggiore è la perdita del senso della vita che nasce dalla realtà. Perdita a sua volta originata dal fatto che l’uomo ha eliminato Dio dal suo orizzonte.

Pupazzi e fannulloni
La diabolica pretesa che l’uomo, novello Lucifero o Prometeo, possa con le sue mani realizzare il mondo nuovo, possa con le sue forze cambiare il mondo, trasformarlo, risponde al desiderio di felicità che lo definisce. È la prima tentazione, quella in cui caddero Adamo ed Eva e i poveri illusi della Torre di Babele. Cosa pretendono i padri dell’“asse del male”? Di cambiare Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia e Paraguay con le loro proprie mani, sfidando Dio e affermando, in pratica, che ciò che Dio non è riuscito a compiere, essi lo faranno. È la posizione diabolica che Cristo respinse quando fu tentato dal demonio, e che questi signori, al contrario, hanno assunto come pratica di vita e di governo. Non c’è peggior menzogna dell’orgoglio quando si impadronisce dell’essere umano, spingendolo ad autodefinirsi Dio o a sostituirsi a Lui. E il fatto che questi signori non amino la Chiesa, questa Chiesa reale e in comunione col Papa, mostra quanto siano convinti del fatto che nemmeno Cristo e l’annuncio cristiano siano riusciti ad ottenere in America Latina ciò che loro, e soltanto loro, sono in grado di realizzare. Le conseguenze evidenti sono la progressiva perdita di libertà, la paura della diversità, un nazionalismo disperato che rinnega la tradizione, l’assistenzialismo alienante, una classe di fannulloni che vivono al fianco del potere come pupazzi incapaci di un’intelligenza creativa, e il sottosviluppo culturale indispensabile al potere per sussistere. Sarebbe sufficiente un viaggio in Bolivia, per vedere con i propri occhi la miseria del socialismo del secolo XXI.

postato da AnnaV alle ore settembre 03, 2009 17:13 | link | commenti (2)
categorie: aldo trento, socialismo sudamericano
venerdì, 28 agosto 2009

Una vita felice per Dio e per il Re.

Le foto dell'incontro di P. Aldo con gli amici del Meeting di Rimini (clicca sulla foto):

Leggi anche:

La reducción del cristianesimo felice

(...) Nella parrocchia di San di San Rafael ad Asunción sorge un castello. Che è un po’ come la Fabbrica del Duomo di Milano. Sempre in costruzione. E in perenne manutenzione. Oggi chi scrive ricapitola il suo passaggio in un angolo di cristianesimo felice. E prende nota. Asilo e scuole per 200 bambini. Clinica per malati terminali. Venticinque letti che raddoppieranno il prossimo anno a fronte dell’apertura della nuova clinica con facciata scolpita da artista locale e cupola di Etsuro Sotoo, architetto giapponese erede di Gaudí, responsabile dei lavori alla Sagrada Famiglia di Barcellona. Poliambulatorio. Sede dell’Observador Semanal, che esce ogni giovedì allegato al quotidiano laico di tiratura nazionale Ultima Hora. Libreria e sede della casa editrice Editorial San Rafael. Farmacia. Casa di riposo per anziani. Casita de Belén, per l’accoglienza di bambini abbandonati e/o malati. Pizzeria ’O sole mio. Caffè letterario. Boutique di artigianato. Agenzia di viaggio. Cooperativa per il microcredito. Negozio di articoli religiosi. Inoltre, appena fuori città, dependance del castello, una fattoria, La Granja, dove ci sono voluti cinquecento camion di terra e sassi per trasformare una palude appestata da serpenti e altri animali poco amici dell’uomo in un ranch di lusso, con giardini inglesi, cavalli, mucche e una sorgente di acqua minerale che si è cominciato a imbottigliare e a commercializzare.

Continua a leggere...

postato da AnnaV alle ore agosto 28, 2009 11:59 | link | commenti
categorie: meeting di rimini, aldo trento
lunedì, 24 agosto 2009

Padre Aldo Trento: così don Giussani ci mandò nella terra delle Reducciones

Da Il Sussidiario :

«Carissimi amici universitari, vi auguro di avere tanta fede e tanta intelligenza da rinnovare la più grande impresa sociale e politica del vostro passato, l’impresa delle Reducciones. La fede in Cristo è il mezzo per vivere più intensamente anche questo mondo. Coraggio e arrivederci» (Don Giussani, Asuncion 23/7/1988).

Don Giussani non era mai stato nelle Reducciones, aveva letto solo un libro di un autore francese, eppure quel giorno di luglio di 21 anni fa con questo semplice e profondo giudizio ci ha portato nel cuore di questa esperienza accaduta 400 anni fa a cominciare dal 1609 quando il provinciale dei gesuiti della grande Provincia di Paracuaria, Diego de Torres, decise di inviare i primi due gesuiti verso sud, sulle sponde del Rio Tebicuary, principale affluente del Rio Paraguay, a fondare la prima riduzione. Ad essa fu dato il nome del fondatore della Compagnia di Gesù, S. Ignazio Guazu (che significa “grande”). I due padri vi rimarranno pochi mesi, sostituiti da quello che sarà il primo martire paraguaiano, S. Roque Gonzales de Santa Cruz.

Con quel giudizio don Giussani ci ha aperto un orizzonte non solo sconosciuto a noi, un gruppetto di italiani recentemente giunti in Paraguay per impiantare il movimento di Comunione e Liberazione lavorando nella nascente Università Cattolica di Asuncion, ma anche per il mondo intero. Mai prima di Giussani si era registrato un giudizio di così grande portata storica. Ad essere onesti dovremmo ritornare a Voltaire, Montaigne, Chateaubriand, anche se la positività di giudizio di questi intellettuali aveva tutt’altro valore di quello del fondatore di CL. Solo Ludovico Antonio Muratori aveva preceduto Giussani in un simile giudizio con i libri “Il cristianesimo felice” e “Il paradiso del Paraguay”.

La mostra allestita a Rimini da parte di un gruppo di amici guidati da padre Ferdinando Dell’Amore riflette con precisione storica l’impegno che don Giussani ci aveva affidato in quel giorno e nello stesso tempo descrive l’origine di quello che molti hanno definito “Sagrado Experimento”: lo sviluppo, i protagonisti, la vita quotidiana. E anche come oggi quel fatto è diventato visibile nella parrocchia San Rafael.

L’origine è descritta in modo geniale dal “padre dei Guaranì” (il popolo indio della regione), Ruiz de Montoya nel suo diario “La conquista spirituale del Paraguay”: «Per due anni ci siamo guardati dal giudicare intorno al sesto e nono comandamento, assolutamente incomprensibili per i Guaranì, poligamici e cannibali. Ciò che ci siamo preoccupati di fare per non distruggere quelle tenere e giovani piante è annunciare l’avvenimento della bellezza di Cristo». Dopo due anni i Guaranì, diventati cristiani, hanno chiesto il matrimonio monogamico. Nasce la famiglia e con la famiglia il primo popolo cristiano della selva. Lo sviluppo, come affermano i protagonisti è stato il declinarsi chiaro, deciso, critico e sistematico dell’annuncio cristiano, valorizzando tutto ciò che di autenticamente umano c’era nella cultura Guaranì. I protagonisti sono stati i due o tre sacerdoti che vivevano in ogni riduzione, composta da un minimo di tremila a un massimo di cinquemila abitanti. Questi uomini, innamorati di Cristo “ad maiorem Dei gloriam”, sono stati protagonisti con gli indios di una nuova civiltà che potremmo definire come il Medio Evo latinoamericano. Il rapporto gesuiti-indios era definito dalla libertà. Come si potrebbe spiegare altrimenti l’amore, il rispetto, la creatività artistica, lo sviluppo economico e sociale, che hanno caratterizzato l’esperienza delle riduzioni?

Come documenta la mostra, la vita quotidiana era definita dall’avvenimento cristiano in tutti i dettagli, dall’uso perfetto del tempo all’igiene, dall’architettura alla musica. Essa, oltre che un tentativo di rendere giustizia a un’esperienza umana autentica, molte volte ignorata e censurata all’interno della stessa Chiesa, intende riproporre all’uomo di oggi il fatto che l’annuncio cristiano è il grande unico fattore capace di creare quella “civiltà della verità e dell’amore” citata proprio al Meeting da Giovanni Paolo II. La presenza a Rimini del vicepresidente della Repubblica del Paraguay, Federico Franco, e del ministro del turismo Liz Cramer, testimoniano l’importanza decisiva delle Riduzioni nella storia della nazione. È significativo il fatto che alla vigilia delle celebrazioni del bicentenario dell’indipendenza del Paese (tanto esaltata in questi tempi e strumentalizzate anche con fini laicisti e massonici), un decreto del Governo definisca le Riduzioni «fattore costitutivo e creativo della cultura e civiltà raggiunte dal Paraguay grazie all’annuncio cristiano».

Vai allo Speciale sul Meeting de il Sussidiario

postato da AnnaV alle ore agosto 24, 2009 11:38 | link | commenti (5)
categorie: meeting di rimini, aldo trento, reducciones
mercoledì, 19 agosto 2009

Verso il Meeting: la mostra di P. Aldo sulle Reducciones gesuitiche del Paraguay

Dal sito della Fraternità sacerdotale di San Carlo:

Proponiamo qui sotto l’intervista che padre Aldo Trento ha concesso a Erika Elleri del Meeting di Rimini, disponibile anche sul
sito del Meeting. E’ la presentazione della mostra che p. Aldo ha curato assieme a un gruppo di amici di Paraguay, sulle riduzioni gesuitiche del Paraguay.

Alla scoperta delle riduzioni

Una moderna riduzione, così si può considerare l’opera di Padre Aldo Trento, missionario della Fraternità San Carlo Borromeo ad Asunción, in Paraguay dal 1989. Di questa avventura ne abbiamo parlato con lui. di Erika Elleri

Padre Aldo, come sono nate le riduzioni? E qual’era il loro scopo?
Il fine delle riduzioni è riassunto in questa frase di Ignazio de Loyola: non erano altro che “piccole Compagnie di Gesù nate nella selva, forme di vita nuova che hanno permesso ai guaranì di passare dalla situazione culturale, economica sociale, primitiva alla civiltà.” In sintesi, la provincia di Paraguaya, che andava dalla Bolivia del sud alla Terra del fuoco, era una regione dove erano penetrati dapprima i francescani nel 1537 ad Asunción, poi gli agostiniani. Ma il punto determinante era stato raggiunto con i gesuiti quando il cugino di Sant’Ignacio de Loyola (un francescano), aveva chiesto ai gesuiti di aprire una forma di vita gesuitica nella grande provincia delle Indie, dando inizio a quella che sarebbe stata l’esperienza delle riduzioni. Nel Natale del 1609 era sorta la prima riduzione della Compagnia di Gesù ad opera di San Ignacio Guazú, a sud dell’attuale Asunción. Per comprendere l’inserimento degli indios guaranì nelle riduzioni, prima di tutto bisogna capire la concezione guaranitica della vita. Per loro Dio, Tupa, era colui che aveva creato l’uomo immortale. All’arrivo della vipera la terra era stata contaminata e il guaranì era diventato mortale. Da quel momento essi avevano incominciato a peregrinare alla ricerca della terra senza il peccato. All’annuncio dei missionari che la terra senza il male era la Vergine Maria dalla quale era nato il fiore della passione simbolo di Cristo, i guaranì avevano aderito spontaneamente al cristianesimo perché era il compiersi della attesa del cuore. Il punto di evangelizzazione dei gesuiti era che gli indios incontrassero l’avvenimento di Cristo e non la morale cristiana, perché la morale cristiana cozzava contro una concezione cannibalistica e poligamica della vita.

“Una vita felice per Dio e per il Re. L’avventura quotidiana nelle riduzioni del Paraguay” è il titolo della mostra. Potrebbe spiegarci meglio l’entità di questa avventura e come verrà sviluppata nella mostra?
L’avventura quotidiana fa riferimento a come ogni istante era vissuto all’interno delle riduzioni. Vogliamo mostrare come la circostanza vissuta secondo la coscienza che la realtà è fatta da Dio, ha generato nel 1600 un’economia, una politica, un sistema giudiziario, economico, industriale, educativo, sanitario e tutto quello che avete voi oggi in Europa. L’idea che abbiamo è quella di ricostruire una riduzione e che si possa vedere, attraverso un percorso, come si viveva la quotidianità nelle riduzioni e mostrare come vivere così si possibile ancora oggi. Questa è l’avventura che vogliamo proporre.

Perché è interessante parlare di riduzioni oggi?
Perché le riduzioni sono l’esempio di come il cristianesimo vissuto crei una forma nuova di civiltà, di economia. Tuttavia, se don Giussani che fu colui che mi propose di andare in Paraguay, non ci avesse detto “andate e rivivete quei contenuti”, io non mi sarei mai messo sicuramente sulle orme dei gesuiti. Come dice papa Giovanni Paolo II: “Se la fede non diventa cultura, la fede è destinata a terminare”. All’interno delle riduzioni c’era un nuovo sistema di proprietà, di economia, di architettura, di urbanistica, avevano portato gli ospedali in America Latina e persino la scuola elementare obbligatoria, la donna incinta era tutelata e anche i lavoratori. Qual è stata la ragione della distruzione delle riduzioni? Prima di tutto siamo nell’epoca dei regimi autoritari, della monarchia assoluta che non poteva accettare quello che si contrapponeva al progetto politico dei Borbone. Non dimentichiamo che la crisi è iniziata con il regno dei Borbone che trattavano l’America Latina come una sorta di loro giardino. Mentre tutti gli altri dovevano importare dall’Europa, l’opera gesuitica aveva raggiunto il suo massimo splendore. Producevano dieci volte più di quello che mangiavano, quindi esportavano e avevano flotte mercantili. Per cui alcuni gruppi organizzati, non potendo sopportare quello che si era generato dalla fede, avevano atteso l’occasione giusta e cercato la motivazione per eliminarli, e l’accusa più grande era stata quella di aver cercato di creare una monarchia. Quindi è stato proprio questo a portare alla distruzione delle riduzioni: il non accettare che la fede diventasse la forma di civiltà.

Anche la leggenda nera delle conversioni forzate degli indios si colloca in questo contesto?
Mi domando come avrebbero potuto dei missionari, un sacerdote e dei fratelli laici tenere in piedi un territorio più grande della Francia se quegli indios fossero stati obbligati? Come avrebbero potuto degli indios convertiti forzatamente esprimere quell’arte, quell’architettura, quella pittura, quelle sculture cui perfino Voltaire, Chateaubriand, Montesquieu hanno dovuto inginocchiarvisi davanti? A volte l’ideologia impedisce di vedere la realtà. All’interno delle riduzioni non tutti erano battezzati: i gesuiti facevano una battaglia contro gli altri evangelizzatori, non si dovevano battezzare gli indios se non ne erano coscienti. Quindi si pretendeva una coscienza di quello che era l’avvenimento cristiano, almeno nelle linee essenziali.

Che differenza c’è tra come tu accogli i malati nella tua clinica e come i padri gesuiti accoglievano gli indios nelle riduzioni?
I gesuiti accoglievano gli ammalati come accoglievano Cristo. Io faccio lo stesso. È impressionante leggere i diari dei gesuiti del tempo da cui trapela la passione per la gloria di Cristo. Era gente innamorata di Cristo e a loro non importava fare strutture, esse crescevano perché cresceva la coscienza di Dio come colui che fa la realtà. Per me e la mia opera è la stessa cosa, nasce dalla stessa coscienza. D’altra parte come avrebbe potuto un indio, che è fatalista e a cui non importa niente del lavoro, fare quelle opere d’arte se non ci fosse stata una passione grande, immensa per Cristo? Sarebbe stato impossibile. A parte il progetto della riduzione di Sant’Ignacio Guazú, tutti gli altri progetti li aveva fatti San Rocco González nel momento in cui era tormentato da una profonda depressione. E lui diceva: “in questo tormento in cui sono vissuto psicologicamente, la certezza di patire ancora per la compagnia di Gesù e Cristo sono le uniche forze che mi permettono di andare avanti”. Io sono stato nelle stesse sue condizioni, ma con dei supporti umani enormi. Rocco Gonzalez era solo e affidato nella realtà con questa coscienza e ha dato inizio a tutte le riduzioni. Per questo dobbiamo tornare a quel punto lì.

Domenica 23 agosto – sabato 29 agosto 2009
UNA VITA FELICE PER DIO E PER IL RE. L’AVVENTURA QUOTIDIANA
NELLE RIDUZIONI DEL PARAGUAY

A cura di: Padre Aldo Trento.
Con la collaborazione di: Ana Burro, Ferdinando Dell’Amore, Norma Gimenez, Marcos Isfran, Victoria Palacios, Claudia Palazon, Cesar Rojos, Eduardo Zavala.

Il Programma del Meeting

Mappa interattiva della Fiera di Rimini  dove si svolgeranno gli incontri

postato da AnnaV alle ore agosto 19, 2009 07:37 | link | commenti
categorie: riduzioni, meeting di rimini, aldo trento, reducciones
Rostropovich suona Berlino
mentre il muro sta cadendo



***
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Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
La Madonna è proprio la figura della speranza. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere.
Non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo. (Luigi Giussani)
UN ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO
Padre Aldo Trento a Cagliari

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Forse che i figli di Dio resteranno con piedi fermi su questa miserabile terra?
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